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Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...

l'altra tradizione

  

UNA CITTÀ n. 83 / 2000 Febbraio

Intervista a Claude Lefort
realizzata da Marco Bellini

PIENO POTERE
La concezione di una società uniforme, omogenea, immanentemente autoritaria, distingue il comunismo da tutti gli altri autoritarismi e totalitarismi. Il grande successo comunista non derivò affatto dalla simpatia per un ideale giusto, bensì da quella per l’uniformità e l’autorità. L’idea democratica del conflitto e della varietà, ineliminabile nella società umana. Intervista a Claude Lefort.

Claude Lefort, fondatore insieme a Cornelius Castoriadis della rivista Socialisme ou barbarie, insegna attualmente al Centre d’études politiques Raymond Aron di Parigi. Lo scorso anno ha pubblicato presso Fayard La complication, retour sur le communisme, ora in corso di traduzione presso Eléuthera.

Al termine del XX secolo, quale bilancio si può fare dell’esperienza comunista?
Credo che il fenomeno comunista abbia sconvolto, letteralmente, lo scenario storico e politico quale si era delineato sul finire del XIX secolo. Esso conquistò in breve tempo il sostegno di gran parte del movimento operaio europeo, riuscendo a contrabbandare per emancipazione del proletariato, secondo il progetto di società socialista quale era stato immaginato dai pensatori dell’Ottocento, in primis Marx, l’accaparramento del potere da parte di un partito che si credeva capace di dettare ciò che era giusto, buono e vero in tutti gli ambiti della vita sociale. Il comunismo si è diffuso e radicato in Europa occidentale in seguito alla vittoria del bolscevismo in Russia. Per cui, a lungo ci si è illusi che in Russia si stesse consolidando una società fondata sulla dittatura del proletariato, che avrebbe inevitabilmente portato a una società senza classi. La speranza, l’illusione, che almeno in un paese al mondo stesse nascendo una società comunista fu talmente forte da resistere alle prime testimonianze, note già a partire dagli anni Trenta, sulla violenza sistematica, sulla pratica del terrore del regime bolscevico.
Proprio all’indomani della seconda guerra mondiale i partiti comunisti registrarono notevoli incrementi elettorali in Europa occidentale, in particolare in Francia e in Italia.
Io stesso rimasi affascinato dalla politica rivoluzionaria e dal ’43 al ’48 militai in un piccolo gruppo trotzkista. Fin dall’inizio della mia attività politica, quindi, fui antistalinista sia per quanto avevo già letto sull’Urss in articoli di piccole riviste di sinistra, sia per la ripugnanza che m’ispirava il partito comunista per il suo culto della disciplina e il suo unanimismo. L’idea che si potesse obbedire senza discutere in nome di una presunta buona causa e che i capi avessero sempre ragione mi ripugnava profondamente.
Sebbene anche i trotzkisti fossero sostanzialmente dogmatici, perché continuamente ricorrevano ai testi sacri del marxismo, tra loro vi era un senso di libertà assente nel Pcf per via dell’intenso dibattito fra i militanti che passavano il proprio tempo a scindersi e a separarsi. Comunque, poiché il quadro teorico marxista non poteva essere messo in discussione, insieme ad alcuni compagni, fra cui Castoriadis, giunto in Francia nel ’45, dopo aver già formulato una teoria sul permanere del capitalismo in Russia per via della divisione che continuava a sussistere fra il capitale, nelle mani dello stato, e il lavoro, fondai nel ’48 il gruppo Socialisme ou barbarie.
La critica al comunismo quindi è stata subito centrale nella sua riflessione...
Diciamo che di comunismo ho iniziato a scrivere a partire dalla fine degli anni Quaranta. Ricordo che il primo articolo lo scrissi in difesa di Kravcenko, le cui memorie avevano fatto scalpore in Francia e negli Stati Uniti, ma erano state denunciate dai comunisti francesi come un cumulo di menzogne. Sempre nello stesso periodo scrissi un articolo in occasione della traduzione francese delle memorie di Ciliga, dirigente comunista jugoslavo e della Terza Internazionale, cacciato dalla Jugoslavia e rifugiatosi in Unione Sovietica, dove scoprì la natura burocratica di quel regime. Erano gli anni in cui Sartre, e non solo lui, ma gran parte dell’intellettualità progressista francese, sosteneva apertamente il comunismo.
Ricordo che nel ’45 scrissi un articolo che criticava I comunisti e la pace, il pamphlet in cui Sartre difendeva apertamente l’Unione Sovietica e l’ideologia comunista. Quell’articolo mi costò la collaborazione a Les Temps Modernes, la rivista fondata da Sartre stesso, su cui scrivevo fin dalla sua nascita.
Quindi, vi separaste dai trotzkisti perché erano incapaci di andare fino in fondo nella critica al comunismo?
Sì, per loro vi era un buon Lenin, un buon Trotzky e un cattivo Stalin. Nelle prime elezioni libere in Francia, nel ’45, i trotzkisti spingevano perché si arrivasse a un governo fra socialisti, comunisti e sindacati. Io non capivo perché, da un lato, denunciassero l’Urss e lo stalinismo, e poi alle elezioni chiedessero di votare per il Pcf. La ragione, secondo loro, era che le masse dovevano fare l’esperienza del tradimento delle loro organizzazioni una volta che queste fossero giunte al potere. Occorreva che conquistassero il potere perché compissero il tradimento. Questa era la grande tattica! Il bello era che in alcuni testi scritti verso la fine della propria vita, Trotzky pensa che il regime bolscevico sia sul punto di diventare uno stato burocratico. Alla fine del suo libro su Stalin scrive, infatti: "Il potere di Luigi XIV era nulla al confronto del potere di Stalin. Luigi XIV poteva dire: ’L’Etat c’est moi’, Stalin può dire: ’La socièté c’est moi’". Alla fine de La rivoluzione tradita vi sono alcuni brani in cui scrive che se il potere della burocrazia fosse perdurato -riteneva la burocrazia il provvisorio frutto della mancata rivoluzione mondiale-, trattandosi di una "casta parassitaria", l’Unione Sovietica avrebbe sviluppato un nuovo tipo di capitalismo, una società di nuovo tipo. Ma questo i trotzkisti non lo dicevano.
François Furet ha parlato esplicitamente del ruolo dell’illusione nella storia del comunismo...
A dir la verità, non condivido la tesi di Furet, che nel suo Il passato di un’illusione fa risalire la simpatia generale che circondava i partiti comunisti, la forza dell’adesione al partito, al peso esercitato dall’illusione che una società non più fondata sullo sfruttamento di classe fosse finalmente nata. Insomma, si diventava comunisti perché affascinati dall’utopia della società senza classi. Questa mi sembra una falsa valutazione di quella simpatia. Mi sembra che ci sia un che di torbido e di semplicista nel sostenere, secondo una formula di Raymond Aron, che: "Chi vuol essere angelo, alla fine si comporta come una bestia", ossia "Chi vuole il bene è portato a commettere il male". Queste sono panzane, storielle che soddisfano menti a buon mercato. In realtà, per essere militanti o simpatizzanti comunisti, bisognava provare un’attrazione formidabile per l’obbedienza e l’autorità. Bisognava avere la tendenza ad imporsi il silenzio, a privarsi della propria libertà di pensiero. Bisognava porre interamente fiducia nella novità assoluta del XX secolo: il Partito con la ’P’ maiuscola. Il partito al di sopra di tutto, come lo definì Lenin all’indomani della rivoluzione d’ottobre. E non era uno slogan dettato dalle circostanze, del tipo: "Tutto crolla, cerchiamo un riparo". Sostenere che il partito è al di sopra di tutto vuol dire che non c’è più legge, perché la legge è tutt’uno con il partito. Che non c’è più un pensiero indipendente, perché non si può pensare fuori, e contro, il partito. Che non si ha più alcun obbligo, né morale né politico né giuridico, al di fuori dell’obbligo principale: servire il partito.
C’è chi paragona nazismo e comunismo ricorrendo alla categoria del totalitarismo...
Il comunismo, in un certo modo più profondamente ancora del nazismo, ha rappresentativo il tentativo di incorporare gli individui in una collettività omogenea. Certo, alla lunga il progetto comunista non ha funzionato, e non poteva funzionare. Tuttavia, l’obiettivo di incorporare gli individui in un tutto, negando non solo l’individualità, ma anche l’idea stessa della differenza, che pure caratterizza la vita sociale in tutte le sue forme (un obiettivo fondato, quindi, sull’idea che fosse possibile riportare sotto un’unica norma generale l’economia, la politica, il diritto, l’educazione, la cultura) non era mai stato concepito prima.
Da questo punto di vista, il nazismo conserva indubbiamente un aspetto più mostruoso del comunismo sovietico per via del razzismo e della Shoah, però non ha mai veramente mirato a una tale omogeneità della società. Nella Germania hitleriana, infatti, la borghesia continuò ad esistere come classe, le leggi dell’economia non furono sostanzialmente sconvolte, né vi fu una repressione di massa condotta dai nazisti contro i tedeschi, simile alla pratica bolscevica del terrore contro gli stessi russi, che puntava a controllare, spiandolo come eventuale nemico del popolo, ogni cittadino. Questo tentativo di giungere a un controllo completo, alla chiusura della società su se stessa, rende il comunismo irriducibile ai regimi tirannici, ai dispotismi, alle dittature militari o poliziesche apparse nella storia.
Quindi il comunismo è un fenomeno a parte della storia politica...
Guardi, tempo fa, un lettore mi ha scritto press’a poco in questi termini: "Non crede che il comunismo sia una variante moderna della dittatura, ossia una dittatura totalitaria, simile alle altre comparse nel corso del XX secolo?". Spesso mi capita di ascoltare ragionamenti analoghi che mirano ad attenuare le responsabilità del regime bolscevico ponendolo a confronto con altri regimi considerati peggiori. Ora, se si vuole pensare politicamente e sociologicamente, mi pare che non si possa giustificare un regime inserendolo in una gerarchia dal meglio al peggio. Consideriamo un regime come quello iraniano, dove la tendenza all’incorporazione degli individui in un tutto organico è ben presente. Non possiamo tuttavia dimenticare che l’Iran è un caso diverso dall’Unione Sovietica, perché il regime degli ayatollah punta ad un al di là del sociale, evidente nel ricorso alla fede religiosa, che è l’ideologia del regime, nonché nella funzione carismatica della guida suprema, inserita nella tradizione dell’islam. Al contrario, l’azione comunista si fonda sulla rappresentazione di una società che, in quanto società umana, non va mai al di là di se stessa per avere il pieno controllo su di sé. Già Tocqueville paventava la crescita degli stati e temeva che gli individui sarebbero stati sempre più sottoposti alla presa del potere sociale. Ma Tocqueville, come perversione della democrazia, immaginava uno stato che volesse assicurare a tutti il benessere facendo perdere il senso della libertà personale. Tutt’altra cosa è avvenuto con il comunismo. Nell’esperienza comunista il potere, per quanto crudele e repressivo fosse, si presentava, in quanto potere del partito e dello stato, come il potere della società, che la società esercitava su se stessa. In effetti, uno degli obiettivi dichiarati del comunismo era l’intento di cancellare la divisione fra chi comanda e chi obbedisce, fra i governanti e i governati, ossia fra l’alto e il basso della società.
Il fatto che Stalin sia rimasto così a lungo segretario generale del partito esemplifica la natura del potere comunista, che era ritenuto emergere dal popolo stesso, quasi confondendosi con esso; da questo derivava il tentativo di cancellare le differenze presenti nella società. Tuttavia, per quanto enorme sia stato, il potere di Stalin non ha mai assunto, come fu invece il caso di Hitler e Mussolini, le apparenze del potere di un tribuno, capace di conquistare le masse con il fascino della sua personalità e della sua oratoria. Hitler poteva dire: "Io sono il popolo, voi siete me". Stalin, no. Questa pretesa identificazione fra il capo e le masse era ottenuta attraverso la retorica, la manifestazione di una presenza sovrana. Ma il potere largamente invisibile detenuto da Stalin -dico "largamente invisibile" perché quel "piccolo zar" agiva attraverso gli altri, restando nascosto nel suo Cremlino-, la sua totale incapacità ad infiammare il pubblico con la parola non rientrano nella tipologia del potere carismatico proprio di un Hitler.
Il potere di Stalin, e degli altri segretari comunisti, non era esterno alla società, era immanente, interno ad essa. Stupisce che una simile conformazione di potere, più comprensibile in un paese come la Russia per via del tradizionale dispotismo asiatico e della natura burocratica del regime zarista, abbia potuto esercitare un tale fascino sull’intelligencija progressista italiana e francese.
L’immanenza del potere alla società è la caratteristica di tutti i regimi comunisti?
Sì, è lo stesso modello che si è trasmesso da un paese all’altro. Pensiamo a Ceausescu: è vero che il personaggio del conducator rumeno era molto più visibile di Stalin, perché si mostrava volentieri in pubblico, ma a ben vedere era quasi una caricatura, perché esacerbava fino al parossismo i tratti tipici dello stalinismo. Per questo, ritengo che quando ci si interroga sulla forza delle illusioni che il comunismo ha generato, non solo non si tiene conto delle idee, perché sono le idee del comunismo che hanno trascinato le masse, ma non si tiene conto nemmeno del quadro in cui queste idee erano inserite. E questo quadro era costituito dal partito leninista. In quanto tale, il partito era un corpo collettivo compatto che si fondava su un corpo compatto di dottrine, in cui veniva solidificato il marxismo, ideologia del regime, tradendo la natura stessa del pensiero di Marx, estremamente variegato e aperto a varie interpretazioni. Come le idee erano saldate le une alle altre in questo corpo dottrinale, così gli uomini erano saldati gli uni agli altri nel partito. Al corpo del partito corrispondeva il corpo delle idee. Fin dagli anni Venti le correnti, o frazioni, furono messe al bando nel partito bolscevico, da lì iniziò a cristallizzarsi questa dogmatica marxista. L’immagine di un partito come corpo compatto che libera i propri membri dall’esperienza del disordine del mondo, è stata decisiva nel favorire il radicamento del comunismo nelle nostre società. Ma quel che è paradossale è che una simile compattezza dogmatica e di pensiero incontrasse un così gran seguito tra gli intellettuali, che, almeno per mestiere, se non per vocazione, dovrebbero tenere alla libertà di pensiero.
Quindi, secondo lei, il comunismo non può che essere totalitario...
Secondo alcuni non si può sostenere che l’idea del comunismo, nata a fine Settecento con il babuvismo, trovi il proprio sbocco naturale nell’esperienza bolscevica. Vi sarebbe un’utopia comunista che non deve per forza tradursi nell’esperienza di un partito onnipotente e nella pratica del terrore. Ma allora bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo al proprio pensiero e dire che una società comunista non totalitaria sarà possibile in futuro. Per quanto mi riguarda, penso che così si voglia negare che sotto il disordine che regna nelle società democratiche vi è qualcosa di più profondo ancora: il riconoscimento della differenza dei luoghi sociali. Nelle società democratiche i luoghi della produzione sono altra cosa dai luoghi dell’azione politica e questi sono diversi dai luoghi della scienza, che sono altra cosa dai luoghi della pittura, che sono diversi dai luoghi dell’educazione.
Questi luoghi della società non si confondono affatto fra loro, pur non essendo totalmente estranei. Se non si accetta l’idea che ogni società è divisa e differenziata e che voler annullare questa divisione rappresenta un’illusione, allora, grazie a questa utopia comunista, ci si espone nuovamente ai pericoli del totalitarismo. Quel che è successo con il comunismo non rientra nell’ambito dell’accidentale, dell’episodico. Quanto è avvenuto con il comunismo rivela qualcosa della natura della società umana. Non fu certo il genio maligno di Lenin a far sì che il partito bolscevico trionfasse in Russia. In quella società, come in altre che hanno visto affermarsi i partiti comunisti, c’era qualcosa che favoriva la vittoria del modello bolscevico. E questo qualcosa è la tendenza all’indifferenziazione, all’omogeneità sociale, che va di pari passo con l’attrazione per l’ordine e per l’autorità. A ben vedere, questa è una minaccia ancora presente nelle nostre società democratiche. Immaginare, anche come mero orizzonte ideale, che possa esistere una società che comunichi con se stessa, coerente, in armonia e coincidente in tutte le sue parti, rappresenta una colossale impostura.
L’avventura totalitaria comunista mi ha spinto a ripensare la società democratica in termini politici, non più ricorrendo allo schema "capitalismo e lotta di classe", perché nella democrazia vi è qualcosa di essenziale secondo me, nel senso che solo la società democratica rende giustizia alla differenza e quindi al conflitto. E’ questa una società che accetta che non vi sia una legittimità ultima, che non vi sia un denominatore comune a tutte le sue attività; che accetta, insomma, quella discordanza, che è tutt’altra cosa dal disordine, che abita l’umanità, riuscendo nondimeno a contenerla. Quanto sto dicendo non elimina affatto la critica che possiamo fare al funzionamento delle istituzioni politiche democratiche, al fatto che il capitalismo si fonda su una dinamica di esclusione sempre crescente. E queste considerazioni non sono affatto intaccate dal riconoscimento, per me fondamentale, che nel mondo cui siamo giunti, noi possiamo agire e pensare politicamente solo se accettiamo che non vi siano punti di riferimento ultimi, che non vi sia un’ultima autorità che stabilisca cos’è buono, vero e giusto per tutti. Da questo punto di vista, mi sento molto vicino a Hannah Arendt.
In altri termini, non si può far coincidere in uno stesso punto il potere, la legge, la conoscenza ultima dei fini della società, così come avveniva nell’Ancien Régime con il cattolicesimo. Oggi è diventato impossibile immaginare una società alla quale si ridia sostanza sotto i segni di un potere pieno. La democrazia, infatti, si caratterizza per il fatto che in essa il luogo del potere è vuoto. Ogni azione politica va perseguita solo a patto di sapere che il luogo del potere è ormai vuoto. Ma questo non potevamo pensarlo prima dell’avventura comunista che ha tentato di risuscitare il potere come un luogo assolutamente pieno.



  


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