Rosalia Peluso, studiosa di Michelstaedter, Heidegger, Croce, Arendt, insegna Filosofia Teoretica all'Università di Napoli Federico II. Per Le Lettere ha curato di Lauro de Bosis, La religione della libertà e altre conferenze su Europa e umanesimo (2020)

Nella storia dell’antifascismo la figura di Lauro De Bosis è un po’ cristallizzata intorno all’immagine agiografica che, come racconti nella tua introduzione ai suoi scritti, le/gli è stata cucita addosso subito dopo la guerra da Gaetano Salvemini, quella del poeta aviatore eroico che sacrifica la sua vita nei cieli di Roma il 3 ottobre del 1931, quando dal suo aereo getta sulla capitale centinaia di migliaia di manifestini antifascisti per poi inabissarsi nel Tirreno, realizzando quasi alla lettera il suo poema, Icaro. Tu invece in questo libro, riproponendo le conferenze che De Bosis avrebbe dovuto fare negli Stati Uniti e la sua corrispondenza con Benedetto Croce, restituisci a De Bosis profondità, innanzitutto come uomo ancorché giovane di pensiero, oltre che poeta, spostando l’attenzione dalla vicenda del volo al programma politico di De Bosis e alle ricche relazioni politiche e intellettuali di cui era parte.
Ho ripubblicato alcuni scritti saggistici, e in modo particolare alcune conferenze, che Lauro De Bosis aveva scritto tra l’estate e il primo autunno del 1931 e che intendeva tenere negli Stati Uniti. Lo apprendiamo da una lettera a Giorgio La Piana, che insegnava storia della chiesa ad Harvard, nella quale De Bosis gli chiede di organizzare per lui un ciclo di conferenze: alcune farà in tempo a scriverle, altre rimangono dei progetti.
È vero, Lauro è stato oggetto di una sorta di agiografia da parte dell’antifascismo e il suo ritratto agiografico ha messo in secondo piano una caratteristica della sua personalità. Mi riferisco al mito della grandiosità, in cui era stato allevato. Posso fare qualche esempio: sempre a La Piana dice di volere scrivere sei libri a contenuto filosofico e, presagendo che non ci sarebbe riuscito, di averli ridotti a testi per conferenze. Ancora: nei mesi in cui prepara il volo su Roma, prende lezioni di volo e prepara un libro su Dante. Ecco la “grandiosità”, questa generosa dissipazione di energie in progetti poco concreti.
I documenti che ho citato sono però significativi anche per un altro dato: la notte prima di volare su Roma, Lauro scrive un memoriale, la “Storia della mia morte”, in cui, anche qui grandiosamente, sembra cedere al richiamo classico della bella morte. Eppure, l’enorme mole di progetti che intanto aveva in mente sembra far pensare che in effetti il proposito di andare volontariamente incontro alla morte non era così forte in Lauro.
Venendo però a considerazioni meno auliche, vanno tenute in conto anche altre motivazioni al fondo del suo gesto che, in ogni caso, rimane per noi eroico. È stato, ad esempio, Giuseppe Prezzolini, nel suo “ritratto non agiografico” di De Bosis, a fornire ulteriori dati che aiutano meglio a centrare la personalità di Lauro e l’esigenza di riscatto che si nasconde nel suo volo. Per comprenderli bisogna brevemente ricostruire la vicenda che ha portato alla scoperta dell’Alleanza nazionale per la libertà, l’organizzazione clandestina fondata a Roma da Lauro nel 1930, assieme a Mario Vinciguerra e a Renzo Rendi. Questa organizzazione mandava in giro delle circolari, indirizzandole a persone di sospetto antifascismo, chiedendo loro di rispedirle ad altri conoscenti.
Era prevedibile che la polizia fascista venisse presto a conoscenza di questa catena di corrispondenze: infatti, dopo pochissimi mesi, l’organizzazione è scoperta e vengono arrestati Vinciguerra e Rendi. Lauro non viene arrestato perché si trova negli Stati Uniti dove, dal 1928, è segretario esecutivo della Italy-America Society, un’organizzazione legata al fascismo, un suo organo di propaganda, che Lauro ha utilizzato come copertura. Al processo istituito dal Tribunale speciale Vinciguerra e Rendi non ritrattano e vengono condannati a quindici anni di carcere, sei di questi in isolamento. Saranno poi liberati anche grazie all’interessamento di Prezzolini, umanamente legato a tutti i protagonisti della vicenda. Assieme a Vinciguerra e Rendi viene arrestata anche la madre di Lauro De Bosis, Lilian Vernon, perché in casa sua viene scoperto il ciclostile usato dal gruppo. La madre è maldestramente costretta a ritrattare e viene spinta a scrivere una lettera di clemenza a Mussolini, ottenendo però la garanzia che questa lettera non sarebbe mai stata resa pubblica. Invece, durante il processo dell’ottobre del ’30, non soltanto viene letta in tribunale la lettera della Vernon; viene anche data lettura di una dichiarazione di fedeltà al regime che Lauro aveva reso mesi prima all’ambasciatore italiano negli Stati Uniti. Ho ricordato la sua funzione di segretario della Italy-America Society: De Bosis voleva da tempo liberarsi di questo ruolo e tornare in Europa con una nuova funzione, per assumere la quale aveva bisogno di dichiarare almeno formalmente, quindi opportunisticamente, la sua fedeltà al regime.
La resa pubblica di questo documento getta su Lauro un discredito enorme: mentre viene scaricato dal fascismo, diviene inviso anche all’antifascismo. I rapporti con gli altri antifascismi erano del resto già abbastanza delicati a causa del suo progetto di coalizione antifascista democratica, con l’esclusione di comunisti e anarchici. Sospetta risultava anche la sua ricerca di collaborazione con la monarchia e con la Chiesa cattolica -ipotesi anticipatrice degli scenari che si realizzeranno il 25 luglio del 1943, ma non particolarmente apprezzata in quel momento.
A questo punto Lauro non ha altro da fare se non riscattarsi, politicamente e moralmente. Diventa consapevole che deve accettare l’idea della morte eroica, perché soltanto questa morte l’avrebbe riaccreditato agli occhi dell’antifascismo. Per chiudere, se da un lato era consapevole di dover assumere fino in fondo questo tragico destino di sacrificio personale, dall’altro ha sperato fino in ultimo nella vita: ha coltivato progetti, affetti, l’amore per Ruth Draper. Un grande amore: ricordiamo che la Draper, dopo la morte di Lauro, si spende per la preservazione della memoria del suo compagno: pubblica le sue opere, finanzia l’istituzione di una lecturship a Harvard in suo onore. Su questa cattedra siederà, dal ’34 al ’48, Gaetano Salvemini. Ancora oggi c’è una fellowship harvardiana associata al nome di Lauro e alla sua esigenza di dare dell’Italia una visione completamente diversa da quella misera offerta dalla propaganda fascista: al fascismo andava contrapposta la civiltà italiana.
Quali sono allora le figure che per lui in quel momento impersonano quella civiltà, il cui patrimonio ideale si vuole sottrarre al fascismo?
Per civiltà italiana Lauro intende una tradizione civile -intellettuale e politica insieme- che, sulla base delle testimonianze che ho reperito, vede espressa in modo particolare da Benedetto Croce. Alle perplessità che alcuni antifascisti avevano per il progetto politico di Lauro credo che vada aggiunta anche la profonda matrice crociana del suo antifascismo.
Tu hai ripubblicato anche le lettere di De Bosis a Croce.
Sì. Si tratta di un piccolo corpo epistolare, composto soltanto dalle lettere di Lauro al filosofo, però interessante per diverse ragioni, innanzitutto perché aiuta a illuminare dimensioni e aspetti della vita politica e intellettuale di Lauro. Prendiamo ad esempio la questione della natura dell’antifascismo di De Bosis: qui il confronto con Croce diviene determinante. Vale la pena di ricordare che una delle ultime e più solenni conferenze scritte da Lauro si intitola La religione della libertà, che è anche il titolo del libro da me curato. Nella stessa lettera a La Piana, cui ho già accennato, De Bosis scrive che questa conferenza gli è venuta in mente leggendo i primi capitoli della Storia d’Europa nel secolo decimonono di Croce. Il libro, sappiamo, esce nel 1932, ma Croce ne aveva anticipato alcuni capitoli leggendoli come memorie all’Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli. Lauro chiede all’amico di far circolare questi scritti negli Stati Uniti: favorire la conoscenza della filosofia crociana negli Usa è sempre stato uno dei suoi obiettivi principali. È significativo allora notare che la prima conferenza che vorrebbe tenere in America, semmai fosse rientrato vivo dal volo su Roma, rimandi fin dal titolo a Croce. La religione della libertà è, sappiamo, il capitolo d’apertura della Storia d’Europa e il motivo fondamentale attorno al quale è ricostruita la storia europea del XIX secolo.
Penso sia importante ricordare anche la dimensione di scontro quasi religioso dell’Ottocento crociano, secolo di conflitto ideologico tra visioni del mondo contrapposte: da un lato ci sono le forze della reazione, l’autoritarismo monarchico e il cattolicesimo, dall’altro l’ideale liberale, come lo chiama il filosofo, che racchiude il senso e il motore del progresso della storia europea ottocentesca. Nel capitolo “Le fedi religiose opposte”, capitolo che Lauro ha certamente letto, Croce espone in forma dissimulata la possibilità di collaborazione tra il liberalismo, il socialismo, il democraticismo, il riformismo; immagina alleanze perfino con la monarchia e il cattolicesimo, qualora la prima, da assoluta, si fosse fatta costituzionale e il secondo tramutato in cattolicesimo liberale. Guardando retrospettivamente alla storia europea dell’Ottocento, tra il 1815 e il 1870, Croce dimostra di guardare al presente, allo stato della libertà ormai ridotta, come diceva Mussolini, a un “cadavere putrefatto”: alla riduzione della libertà a ideale non più attivo, non più operoso, non più capace di agire nella società, bisogna in qualche modo reagire.
È questa la lezione, il messaggio cifrato contenuto nella Storia d’Europa di Croce. Bisognava determinare i criteri per una possibile alleanza antifascista nel perimetro della Costituzione. Questa fedeltà alla conservazione dei principi costituzionali spiega anche perché, nel 1946, Croce si schiererà a favore della conservazione dell’istituto monarchico. In sostanza, quello che Lauro intende fare, forse su ispirazione di Croce, è la creazione di un fronte antifascista che tenga conto di questo complesso sistema di alleanze. E, in secondo luogo, come dice Croce nell’epilogo della Storia d’Europa, vuole ribadire come, anziché fantasticare su una profetica storia del futuro, nel presente non ci rimanga altro che agire. “Eppur bisogna agire”: è proprio quello che scrive Lauro in una delle circolari di Alleanza Nazionale.
In definitiva, c’è indubbiamente una filiazione diretta di Lauro da Croce. Con questo non voglio dire però che tutto quello che Lauro ha fatto o ha scritto derivi da Croce: non sappiamo del resto fino a che punto il filosofo fosse stato messo a conoscenza del progetto antifascista dell’Alleanza. È ragionevole immaginare che si siano incontrati più di una volta a Palazzo Filomarino a Napoli, e probabilmente avranno discusso, di persona, del progetto di Alleanza Nazionale: non possediamo però testimonianze scritte che ci diano la certezza che Croce lo sostenesse.
Nelle lettere si vede anche che Lauro in qualche modo interviene dottamente sulla filosofia crociana… dibattendo con Croce… e dando indicazioni che poi Croce in qualche modo recupera, indicando dei problemi che lui in qualche modo rimette in discussione successivamente.
È molto interessante questo aspetto: la promettente dimensione filosofica di Lauro restituitaci da questo piccolo corpo epistolare, otto-nove lettere di cui la più significativa è proprio quella cui ti riferisci, del giugno 1930. In generale si evince che Lauro, dopo essersi avvicinato giovanissimo a Croce, supera molto rapidamente la riverenza iniziale verso un filosofo internazionalmente riconosciuto e gli dà strategici consigli editoriali per renderlo più accettabile al lettore americano.
Quanto contano le origini familiari…  
Il padre di Lauro, Adolfo De Bosis, era un grande animatore della cultura romana di quegli anni: il suo salotto era molto frequentato, lui stesso, poi, aveva una moglie americana, Lilian Vernon, che aveva fatto crescere i suoi figli in un ambiente cosmopolita e di perfetto bilinguismo. In casa De Bosis si venerava Croce come una specie di santo laico. Peraltro, l’abitazione della famiglia de Bosis si trovava in via dei due Macelli 66 a Roma, a pochi passi da Piazza di Spagna. In quella stessa casa è morto Silvio Spaventa. È un dato significativo perché nei due anni in cui il giovane Croce ha soggiornato a Roma, è stato ospite di Silvio Spaventa, che ne aveva assunto la tutela dopo che questi aveva perduto la famiglia nel terremoto di Casamicciola del 1883. Chissà, può darsi che i primi contatti tra il giovane Croce e la famiglia De Bosis risalgano a quegli anni, tra il 1883 e il 1886. Alla Fondazione Croce ho trovato anche i telegrammi di Adolfo, e da questi telegrammi si evince che è stato lui a mandare a Croce tutti i numeri della rivista, il “Convito”, di cui lui era direttore. Croce senz’altro ha apprezzato la sua produzione intellettuale, tant’è che nel ’14 gli dedica un saggio sulla “Critica”, poi inserito nel quarto volume della “Letteratura della Nuova Italia”. Il giudizio non è particolarmente favorevole, ma Adolfo era consapevole che avere anche un giudizio negativo da parte del filosofo era comunque per lui un onore. Quando Adolfo muore, Croce invia alla famiglia un telegramma di condoglianze. Lauro, che è molto intraprendente, nel rispondergli gli chiede un incontro che effettivamente avviene tra la fine del ’24 e l’inizio del’25: è allora che cominciano a ragionare di filosofia.
Lauro legge in modo particolare gli scritti di estetica di Croce e comincia un primo giro di conferenze negli Stati Uniti. Manda al filosofo una cartolina dal New Mexico, dove dice di aver trovato una comunità di zelanti crociani. Lauro si pone quindi da subito nel ruolo di promotore della filosofia di Croce negli Stati Uniti. In particolare, cerca di coinvolgere Walter Lippmann nella traduzione dell’“Estetica” e manda al filosofo una copia di “American Inquisitors” che poi Croce recensisce sulla “Critica”.
De Bosis nelle sue conferenze punta a promuovere un’immagine diversa dell’Italia, sottraendo i grandi della nostra cultura alla grettezza della propaganda fascista, ma lo fa inserendo sempre il discorso sulla civiltà italiana in uno più ampio sull’Europa da cui emerge sostanzialmente la sua adesione a un ideale europeismo.
Indubbiamente in quegli anni in tanti guardano ai grandi della nostra cultura anche per sfuggire alle grettezze del momento, ma De Bosis lo fa inserendoli in un discorso più ampio.
Una delle conferenze che ho ripubblicato si intitola “Verso l’unità europea”. Siamo nuovamente di fronte a una delle tante progettualità politiche di Lauro che in qualche modo contrasta con l’idea del sacrificio volontario contenuta nel Memoriale. Quello che dice dell’Europa è molto importante, perché lui presagisce la necessità di superare il nazionalismo. Circa un decennio dopo gli estensori del “Manifesto di Ventotene” parleranno degli effetti più deleteri del nazionalismo, di crisi della sovranità nazionale, crisi dello Stato nazione. Proprio Ernesto Rossi, uno degli estensori del “Manifesto”, viene considerato da Mario Vinciguerra come una specie di canale di comunicazione tra Alleanza Nazionale e Giustizia e Libertà. Ora è vero, questi temi facevano parte di un orizzonte culturale che non era quello provinciale del fascismo, ma era quello dell’internazionalismo e del cosmopolitismo. Allo stesso modo di Ernesto Rossi, che diceva di sentirsi più europeo che italiano, Lauro si sentiva più cittadino del mondo che italiano, anche perché era molto gretta la visione che dell’italianità veniva data in quel momento. Quindi, certo, bisognava rilanciare la prospettiva internazionalista, l’universalismo, soprattutto di matrice ideale, intellettuale. E bisognava rimettere la grande cultura italiana in una comunicazione globale, dico globale, perché quello che tu dici a proposito di questo orizzonte internazionale che presagisce Lauro, a me sembra che inquadri molto bene il successivo e a noi più contemporaneo processo di globalizzazione. È l’economia, per Lauro, che dovrà tenere unito il mondo. Ci sono chiaramente i pro e i contro di questo tentativo di tenere unito il mondo sulla base di interessi economici. Quel che conta però è il fatto che Lauro capisca giovanissimo che lavorare in tal senso significa anche evitare poi eventuali futuri possibili conflitti. Va poi ricordato che in quel momento si discuteva molto di Europa, e soprattutto di crisi dell’Europa. Pensiamo per esempio a un testo come “La crisi delle scienze europee” di Husserl, che nasce da due conferenze di metà degli anni Trenta. Nel 1935, ancora, Paul Hazard pubblica La crisi della coscienza europea, l’anno dopo Heidegger viene a Roma a parlare della crisi dell’Europa e della filosofia tedesca. Croce aveva già scritto La storia dell’Europa avendo di fronte la crisi di quella che lui chiama “l’Europa di prima”, cioè di prima della Prima guerra mondiale. Su questo aspetto va forse fatta una considerazione: verso quell’Europa Croce, a differenza di tanti altri intellettuali, non ha un atteggiamento nostalgico.
Per Croce l’“Europa di poi”, cioè l’Europa nata dopo la Prima guerra mondiale, è una realtà con cui dobbiamo confrontarci. La Storia d’Europa, infatti, si chiude facendo un parallelo con l’esperienza dell’unità italiana: come abbiamo prima realizzato un’unità politica dell’Italia e poi abbiamo politicamente fatto gli italiani, lo stesso deve avvenire per l’Europa. C’è bisogno di una grande nazionalità europea, bisogna cioè sentirsi europei, e questo chiaramente è un processo lungo, complesso, che però passa necessariamente proprio attraverso il superamento dei limiti della sovranità nazionale. Va ricordato tuttavia che anche il fascismo tentava a suo modo di reagire alla crisi dell’Europa. Proprio mentre Lauro volava su Roma, alla Fondazione Volta si stava organizzando, con il ruolo fondamentale di Gioacchino Volpe e di Francesco Coppola, un grandioso convegno sull’Europa che poi si svolgerà nel 1932 a Roma: il Convegno Volta dedicato all’Europa, e che vedrà la partecipazione di intellettuali non necessariamente vicini o organici al regime. Fu quello un momento di discussione sull’unità europea in cui chiaramente, da parte del fascismo, si insisteva sull’ideazione di un’Europa latina, una quarta romanità che doveva risorgere da Roma. Negli anni Trenta quindi il tema dell’Europa era on the air. E mi pare che De Bosis si ponga nella prospettiva più interessante, più avveduta e al tempo stesso più realistica. Ricordiamo che Lauro non aveva ancora compiuto trent’anni quando scrive queste riflessioni.
Tu hai parlato di un conflitto politico con Giustizia e Libertà che però accolse con favore il raid su Roma…
In prospettiva agiografica Lauro De Bosis viene posto in relazione con Giustizia e Libertà. Malgrado i tentativi nobili che sono stati compiuti, io non credo però che i rapporti siano stati così pacifici. Anzitutto perché la soluzione antifascista di Lauro non si integrava bene con gli ideali di Giustizia e Libertà. Giustizia e Libertà, subito dopo il volo su Roma, fa uscire un fascicoletto, un quaderno dedicato a Lauro, eroe della libertà: comincia così la costruzione del mito di Lauro. C’è inoltre un poemetto che esce a Parigi firmato da un misterioso “Ego”, di cui mi è stato impossibile ricostruire l’identità, in cui vengono esaltati il volo di Lauro e quello di Bassanesi, che nel frattempo era morto in Spagna nel’36. Anche quello che scrive Mario Vinciguerra a proposito di Ernesto Rossi, che faceva da ufficiale di collegamento tra Alleanza e Giustizia e Libertà, non so quanto sia realmente rispondente alla realtà o faccia parte di un retroattivo recupero ideale. Io non riscontro tra il progetto politico antifascista di Lauro e Giustizia e Libertà una profonda sintonia. Certo, Lauro aveva ricercato il consenso di Giustizia e Libertà, ma mi pare che in un primo momento questo consenso non sia arrivato.
Qui si inserisce forse la figura di Salvemini...
Sì, Salvemini è forse il vero e proprio “ufficiale di collegamento” tra De Bosis e Giustizia e Libertà. Salvemini conosce Lauro a New York nel ’29, come scrive anni dopo nei Ricordi di un fuoriuscito. È una testimonianza che però dobbiamo soppesare attentamente perché, già in quel contesto, Salvemini sostiene che Lauro gli abbia fatto intendere che aveva in mente di volare su Roma. Non so se effettivamente già nel ’29 Lauro pensasse a un volo dimostrativo su Roma. Sicuramente ha pensato nel corso del ’30, ad antifascismo scoperto, a un duetto con Bassanesi, ma pare sia stato lo stesso Bassanesi a rifiutare il doppio volo su Milano e su Roma assieme a Lauro. Al di là dell’attendibilità di questa testimonianza, il rapporto fra Salvemini e De Bosis va analizzato anche alla luce dei complessi e non pacifici rapporti fra Salvemini e Croce.
Questa è una pagina molto interessante della nostra storia culturale e politica, da non affrontare troppo frettolosamente e superficialmente. Per meglio comprendere anni fondamentali della nostra storia, credo sia importante tornare a riflettere sul grande conflitto intellettuale e politico che ha coinvolto Salvemini e Croce. Tra loro si trattava veramente di discutere dell’immagine dell’Italia post-fascista e democratica. Bisogna però ricordare che il loro dissidio mette radici molto indietro nel tempo, agli inizi del Novecento, quando entrambi cominciano a criticarsi reciprocamente in merito alla natura della storia. Salvemini viene dalla scuola di Pasquale Villari e ha una visione della storia di matrice positivistica. Croce invece voleva affrancarsi proprio da questa e simili interpretazioni, non concordava sul fatto che la storia potesse essere considerata una scienza: lui guardava piuttosto allo storicismo del mondo tedesco. In un primo tempo Croce vede in Salvemini un ricettivo interlocutore e gli risponde con dovizia di particolari. Salvemini invece manifesta sempre una radicale estraneità per la dimensione filosofica della storia: questo lo porterà a non sapere o poter apprezzare la matrice idealistica e filosofica del liberalismo crociano. Si potrebbe dire che egli sia stato del tutto insensibile al richiamo della filosofia. Per Salvemini Croce vive nella “stratosfera” e avrebbe fatto bene a rimanervi, invece di prendere posizioni politiche.
Ma al di là dei temi e dei toni, si tratta di un conflitto che ci dice molto dell’Italia di quegli anni. Entrambi, lo storico e il filosofo, diventano rappresentanti di posizioni che avrebbero potuto tranquillamente camminare a braccetto, andare di pari passo, essere collaborative. A un certo punto ha prevalso la reciproca antipatia personale, il fatto che entrambi fossero due spiriti estremamente polemici e spesso hanno fatto della polemica la loro ragione di vita.
Gli intrecci e i motivi di contrasto fra i due sono molti. Salvemini e i suoi collaboratori in quegli anni dall’esilio americano attaccano Croce quasi temendo una sorta di “dittatura” crociana sulla cultura italiana. Però va segnalato come tanti intellettuali, poi confluiti nel partito d’Azione, fossero a un tempo allievi di entrambi…
Faccio una chiosa a quello che tu hai notato. Credo che, a proposito della presenza del crocianesimo nella cultura italiana, sia più interessante esprimersi nei termini di Gianfranco Contini, che, più che di “dittatura”, ha parlato di “influenza culturale” di Croce.
Fra i suoi contemporanei chi ha compreso il significato autentico di questa radicale influenza sono stati due intellettuali, molto diversi e distanti tra loro: Antonio Gramsci e Gaetano Salvemini. Gramsci aveva maggiori competenze per entrare nella dinamica filosofico-ideologica della soluzione politica crociana; Salvemini invece si mantiene sulla superficie a causa del suo pregiudizio antifilosofico: non riesce a penetrare fino in fondo nell’idealismo crociano e quindi non riesce a comprendere quanto esso sia fondamentale per poter spiegare anche alcune prese di posizione politiche. Sui feroci giudizi anti-crociani pesa senz’altro la distanza fisica di Salvemini dall’Italia, cosa che del resto Croce spesso gli rimproverava come una incapacità di riuscire a capire quello era accaduto durate il Ventennio.
E invece, dopo la guerra, Salvemini comincia dagli Stati Uniti, anche con il concorso di Nicola Chiaromonte, una polemica molto accesa nei confronti di quelli che lui chiama i “liberali napoletani”. Mi riferisco ad alcuni scritti che escono nel 1946, ma anche ad altri successivi, di metà anni Cinquanta, posteriori dunque alla morte di Croce, il cui obiettivo sembra effettivamente, come ha notato Elena Croce, sottoporre a processo l’antifascismo crociano e così demolire il suo liberalismo. Operazione complessa e dura, se è vero che il liberalismo crociano -sono parole di Salvemini- incarnava perfettamente il liberalismo all’italiana e in generale continentale: era un liberalismo conservatore, diverso da quello anglo-americano, democratico, riformista, repubblicano. In questo feroce giudizio è contenuta anche la condanna estesa alla classe dirigente liberale pre-fascista per il consenso dato al fascismo nel primo biennio del governo Mussolini. Salvemini non dimentica mai il sostegno espresso da Croce al governo Mussolini e il voto di fiducia rinnovato anche dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti. Ma anche lui, almeno inizialmente, non fu molto attivo contro il regime e va ricordato che nel ’25 compare tra i firmatari del crociano Manifesto degli intellettuali non fascisti.
Sempre difficile, ancora oggi, esprimere moderati ed equilibrati giudizi etico-politici su quella stagione. Pensiamo, ad esempio, a quanto sia stata discussa e fraintesa la tesi crociana del fascismo come “parentesi”. Illuminante su questo punto risulta la lettura di Gennaro Sasso: la parentesi non è un fuori-discorso ma parte del discorso stesso. Ciò significa che, definendo il fascismo una “parentesi”, Croce non voleva togliere il fascismo dal contesto della storia e della politica italiana ma anzi ribadire che esso fa parte della sua fraseologia. Più che interrogarci ancora sul significato crociano della parentesi, dovremmo piuttosto chiedere chi ne è stato l’autore, chi ha inserito questa sospensione, chi ha introdotto questa frattura, chi ha fatto entrare gli Hyksos dalla porta principale. Chi è stato il responsabile? Lo stesso fascismo o la classe dirigente che ne ha permesso l’affermazione per fini opportunistici, illudendosi cioè che, inoculando il virus, avrebbe immunizzato e rivitalizzato se stessa?
Naturalmente in tutte queste polemiche ha pesato moltissimo le differenze in termini di schieramento politico fra Croce e Salvemini fra il 1943 e il 1945 e poi in merito alla questione istituzionale. Riemerge il conflitto cui avevi accennato tu a proposito dei rapporti fra Giustizia e Libertà e Alleanza nazionale circa le forze con cui costruire il dopo fascismo…
In linea generale non mi sembra condivisibile il bilancio che Salvemini dà dell’antifascismo crociano, come una forma di quietismo, incapace di condurre all’azione. Significa trascurare un’altra importante dimensione del liberalismo crociano. Già dai tempi del Contributo alla critica di me stesso, nel 1915, Croce parla della scrittura di una storia che gli consenta di esplicitare un principio del suo pensiero, relativo alla teoria della storia, al tempo non ancora completamente espresso: nell’autobiografia sogna la scrittura di un libro di storia in cui la teoria dia in qualche modo la mano alla prassi. Qual è il libro di storia di Croce che corrisponde a questo principio? Forse la Storia d’Europa, che tanto significato pratico-politico ha avuto anche per Lauro? Nell’Epilogo dell’opera, che Lauro non ha letto, Croce parla esplicitamente di azione… io francamente fatico a scorgere in Croce tutto questo quietismo passivo. Gli episodi di antifascismo attivo direttamente derivanti dal magistero crociano sono molti, alcuni ricordati dallo stesso Salvemini: quello degli intellettuali torinesi che dopo il discorso del ’29 al Senato, in cui Croce si schiera contro il Concordato, vengono allontanati dall’insegnamento, Umberto Cosmo è mandato al confino. C’è poi la vicenda dell’Alleanza nazionale per la libertà e il volo di De Bosis. Ecco: questo è l’antifascismo che passa dal “quietismo” della teoria all’azione pratica, e lo fa avendo come punto di riferimento, pur senza esplicitarlo, il liberalismo crociano.
Se il liberalismo di De Bosis è ascrivibile a quello crociano, perché allora Salvemini si spende così tanto dopo per tener viva la memoria?
Dal mio punto di vista perché De Bosis era il martire perfetto, perché era giovane, “bello, biondo e di gentile aspetto”, per dirla con Dante, perché il suo sacrificio si conciliava con le istanze di Giustizia e Libertà prima e col Partito d’Azione più avanti. Ma anche per una ragione personale: c’era un debito di riconoscenza che Salvemini aveva non soltanto nei confronti di Lauro, ma in modo particolare nei confronti di Ruth Draper. Dal carteggio tra Salvemini e la Draper risulta infatti che l’attrice si sia spesa molto per fare assegnare a Salvemini la lectureship che era stata da lei stessa istituita ad Harvard. Lei ha fatto di tutto perché quella cattedra andasse a Salvemini, che fino a quel momento viveva di collaborazioni temporanee e versava in grandi difficoltà economiche. Soltanto ricoprendo per quasi quindici anni la cattedra De Bosis ha potuto finalmente tirare un sospiro di sollievo. Penso quindi che veramente si sia trattato di una forma di responsabilità morale.
Per questo si è speso moltissimo per ristampare le sue conferenze, ha dato una forma editoriale un po’ più curata e rigorosa anche alla “Storia della mia morte”: di fatti il memoriale, con tutta una serie di documenti -tra cui alcune lettere, le conferenze americane e poi altri scritti, fra cui le circolari di Alleanza Nazionale- escono nel 1948 nella biblioteca Leone Ginzburg dell’editore De Silva, di Torino, dove, è bene ricordarlo, esce anche la prima edizione di Se questo è un uomo di Primo Levi.
Certo, Rosselli stesso, che pure non ha una formazione crociana, ha la stessa opinione nei confronti dei comunisti. Poi, certo, loro hanno il problema che comunque i comunisti ci sono, sono una forza, si può cercare di usarli contro il fascismo e quindi hanno un rapporto in realtà sempre polemico però anche di una fortissima attenzione perché, comunque guardano a sinistra, alla ricostruzione della sinistra italiana in funzione antifascista e l’unità antifascista si gioca tutta in quel campo. De Bosis, invece, l’hai ricordato tu prima, cerca di far leva sulla monarchia, sul Vaticano, nella speranza che si dissocino dal regime, cosa che ovviamente nel ’31 era utopica, quasi naturale nel ’43, nello sfascio della Seconda guerra mondiale. E la differenza politica sta lì sostanzialmente, nel senso che guardano a forze diverse per realizzare il superamento del fascismo.
Debbo riconoscere che, per chi studia Croce, la scelta per la monarchia nel 1946 rimane problematica, su questo Salvemini ha ragione, e non tanto per l’istituto in sé ma perché quella dinastia era stata corresponsabile della legislazione razziale. Sicuramente la scelta deriva dalla distanza di Croce dalle istanze democratiche e repubblicane. Questo rimane un punto fermo della sua formazione politica, l’estraneità a quello che lui chiama il democraticismo, considerata un’espressione più infantile, primitiva, del più maturo ideale liberale. Questa posizione lo porta a esprimere anche un duro giudizio storiografico e politico sulla Rivoluzione francese e sulle sue evoluzioni autoritarie, dittatoriali e “terroristiche”. Ha sbagliato, non ha sbagliato… non so, esprimersi in questi termini è scorretto e in fondo non tocca all’interprete fornire questo tipo di risposta. Noi possiamo mettere insieme i pezzi, ricostruire le ragioni che collaborano alla maturazione di questa decisione che deve essere stata sofferta, ma non ci è consentito di andare oltre. Bisogna prenderne atto, così come, dal mio punto di vista, bisogna prendere atto di tutta una serie di anacronismi presenti nel pensiero di Croce. Spesso si dice che Croce sia stato un uomo dell’Ottocento che ha avuto la ventura di attraversare il Novecento. In parte è vero, e principalmente perché il suo era un gusto antiquario. Croce amava guardare il passato, era più interessato a capire il passato che a fare previsioni per il futuro: questo perché oggettivamente il passato si studia e si comprende, il futuro si profetizza soggettivamente. C’è una bellissima immagine di Friedrich Schlegel che parla dello storico come di un profeta rivolto al passato. Io immagino così Croce. Prendi, ad esempio, il progetto della “Letteratura della Nuova Italia”. Si tratta di saggi dedicati ad autori minori della letteratura italiana, quasi sempre molto critici: perché Croce perde tempo a parlare male di questi autori minori? Lo fa perché ha un disegno di politica culturale che mette radici nella Storia della letteratura italiana di De Sanctis: egli deve contrapporre quelle che per lui sono le forze della salute al ritorno, sotto mentite spoglie, della cultura romantica, sempre per lui sinonimo di malattia morale, di male spirituale, di irrazionalismo, esemplificato dalle avanguardie, col loro zelo futuristico, e dal decadentismo, come tracollo di ogni valore. Contrapponendo, ad esempio, Goethe, il massimo della moderna classicità europea, alla cultura della decadenza sa benissimo che sta facendo un’operazione anacronistica, però lui avverte il dovere morale di farla. Dal suo punto di vista è necessario mantenersi ancorati all’orizzonte della classicità, sinonimo di razionalità, di vita civile, di moralità: erano questi i principi che piacevano tanto anche a Lauro De Bosis e alla sua alta idea della civiltà italiana.
Non è un caso che, proprio in corrispondenza della scrittura della Storia d’Europa, Croce cominci a far entrare nella sua visione storica metafore biologiche e a parlare di storia in termini di salute e malattia. Quando la storia o il tempo si ammalano, come si reagisce? Si reagisce alla malattia riproponendo un ideale di salute. Quando noi pensiamo alla salute, e nell’ultimo anno più che mai, non pensiamo certamente a un anacronismo, pensiamo a ciò che fa bene, a ciò che farebbe bene, a un progetto di ristabilimento che possa rivitalizzare culture ed esperienze ormai morenti.
Ecco. È un’indicazione attuale che ci viene da questi “grandi” del nostro Novecento, dai Croce, dai Salvemini…
Salvemini, a differenza di Croce, ha una matrice pragmatistico-politica che lo porta a essere, per usare un’espressione giornalistica, molto sul pezzo. Riesce a essere più presente politicamente e forse anche in modi più efficaci e diretti. Però anche lui non è immune dagli anacronismi, come quando, ad esempio, tra gli anni Trenta e Quaranta ritorna sulla questione positivistica della natura scientifica della storia… Anche Salvemini ragiona nel Novecento con categorie dell’Ottocento, quindi è inattuale quanto Croce da questo punto di vista. Questi “grandi”, come li chiami, sono stati giganti della cultura e della politica anche in virtù del solido progetto politico che avevano in mente e al quale sono stati legati, con testardaggine o, meglio, con coerenza per tutta la vita… La loro grandezza postuma si è conservata anche grazie alla loro solida visione e conoscenza del mondo. Se guardiamo allo stato attuale delle cose il quadro è desolante….
Nell’ansia di liberarci del Novecento, abbiamo forse un po’ troppo frettolosamente fatto i conti con il Secolo, dal quale anagraficamente in molti non riusciremo mai a liberarci: noi siamo e rimaniamo donne e uomini del Novecento. Però, appena ne siamo usciti, lo abbiamo seppellito sotto una serie infinita di etichette e dentro i cataloghi: lo abbiamo storicizzato, ma non abbiamo ancora definitivamente fatto i conti con questo strano, complesso secolo abbreviato, accorciato, accelerato che sembrava nato per dover presto finire. Adesso ci manca del Novecento quello che, dal mio punto di vista, abbiamo troppo rapidamente messo da parte, e cioè il grande slancio ideale. Spesso parliamo anche con tono nostalgico della fine dei partiti di massa: effettivamente, come si può oggi tenere insieme qualcosa come la “massa” in un progetto politico che possa essere unificante? Anche i populismi sembrano avere difficoltà da questo punto di vista. Mi sembra che non si vada al di là della semplice aggregazione, del flash mob, delle alleanze opportunistiche e transitorie… Per tornare a categorie poetiche che ci rimandano a De Bosis, direi che oggi ci manca l’epica: siamo completamente assorbiti da esperienze liriche dell’esistenza, anche se siamo attivi frequentatori di social. Per lirica intendo l’esperienza dell’individualismo, del narcisismo e della tortura di doversi confrontare solo con se stessi. Ci manca appunto l’epica, che è invece simbolo poetico dell’essere e del sentirsi una comunità. Ci manca la costruzione del Sé attraverso l’altro… Il selfie, l’autoproduzione dell’immagine del Sé, a tutti i livelli, è il terribile marchio del nostro tempo. A questo proposito ricordo sempre quello che scrive Hannah Arendt alla fine delle Origini del totalitarismo, quando domanda a se stessa e al mondo se un giorno sarebbero tornati i regimi totalitari. Lei risponde: torneranno soltanto se tornano le esperienze che li hanno resi possibili e si riferisce principalmente all’atomizzazione degli individui… Certo non torneranno il fascismo, il nazismo, lo stalinismo, nelle forme e nei modi in cui li abbiamo conosciuti. Il totalitarismo però non è una pratica politica tramontata e serrata negli archivi del Novecento: è un’insidia ricorrente anche nelle democrazie. È con queste “varianti” del virus totalitario che, dal mio punto di vista, siamo ancora destinati a fare i conti. E per affrontarli dobbiamo scegliere le giuste compagnie intellettuali, nel presente e nel passato. Per questo mi è sembrato importante portare con noi nel XXI secolo Lauro De Bosis.
(a cura di Cesare Panizza)