Enzo Traverso, storico, insegna all’Università di Amiens e all’EHESS di Parigi, dove vive. Recentemente, ha pubblicato Gli ebrei e la Germania, Il Mulino 1994, e ha curato l’edizione degli atti del convegno Insegnare Auschwitz, tenutosi a Torino nel ’93, pubblicati per le edizioni Bollati Boringhieri nel ’95.

Il concetto di unicità della Shoah è un concetto inservibile, da buttare via, una benda sugli occhi, oppure conserva una qualche validità?
"Unicità" è un concetto ambiguo, che va precisato, perché ci sono vari modi di affermare l’unicità della Shoah. A mio avviso, per dipanare la confusione che regna nel dibattito intorno all’unicità o meno del genocidio degli ebrei, bisognerebbe cercare di storicizzare Auschwitz. Non è inutile ricordare, a questo proposito, che la centralità assunta oggi da questo dibattito va messa in relazione al silenzio con cui il genocidio degli ebrei è stato accolto nel momento in cui avveniva, e subito dopo la guerra. La centralità, a volte esclusiva, a volte eccessiva, a volte deformante, del concetto di unicità, è il prodotto di una presa di coscienza molto tardiva della dimensione del genocidio degli ebrei, del suo carattere nodale nella storia della seconda guerra mondiale e, più in generale, nella storia del XX secolo. Quasi a compensazione di questo ritardo, ora si reagisce enfatizzando la portata e il carattere di quell’evento. Questo è un problema che riguarda soprattutto gli intellettuali, che vogliono svolgere, e spesso hanno svolto, il ruolo di coscienza critica della società. Se cerchiamo di analizzare la reazione degli intellettuali al genocidio degli ebrei, ci rendiamo subito conto che Auschwitz, nella storia intellettuale del XX secolo, non è paragonabile né al caso Dreyfus né alla guerra civile spagnola né a quella del Vietnam, per citare quegli eventi di fronte ai quali gli intellettuali sono stati chiamati a pronunciarsi, a esprimere il loro giudizio politico-morale, a prendere posizione. Se tutti oggi riconoscono Auschwitz come un evento centrale nella storia del XX secolo, una sorta di "rottura di civiltà", lo fanno con almeno trent’anni di ritardo rispetto all’evento stesso. Il dibattito sulla Shoah, sull’unicità o meno della Shoah, è un dibattito che inizia verso la fine degli anni Settanta. Questo non va dimenticato.
Lei, più che parlare di unicità, preferisce parlare di singolarità storica della Shoah…
Già durante la guerra alcuni osservatori e intellettuali hanno riconosciuto nella Shoah un evento unico nella storia. A mia conoscenza, si tratta di un americano, Dwight Macdonald, direttore della rivista Politics, che nel ’45, prima della fine del conflitto, scrive sul suo giornale che i campi di sterminio, cioè il massacro industrializzato e sistematico di un popolo, rappresentano qualcosa di nuovo, di storicamente inedito, e quindi di unico. Poco dopo, Vladimir Jankélévitch, in Francia, scrive che, a differenza degli altri massacri e genocidi della storia, lo sterminio degli ebrei per la prima volta colpisce le vittime non per quel che fanno, ma per quel che sono; in altri termini, c’è una volontà di sterminio che non riguarda un nemico, un comportamento, delle azioni, ma colpisce un’essenza etnica o razziale: si tratta di eliminare un gruppo umano che non ha diritto di vivere; si tratta, quasi, di ontologizzare la colpa della vittima. A me sembra che già questi due criteri di giudizio vadano presi in considerazione. All’epoca, non hanno suscitato alcun dibattito, si trattava di prese di posizione rapidamente dimenticate, ma il fatto che il termine "genocidio" nasca durante la seconda guerra mondiale in riferimento allo sterminio degli ebrei, mi sembra rivelare la presa di coscienza della necessità, quasi, di forgiare un concetto nuovo per cercare di definire qualcosa che va al di là dell’esperienza storica, di quel che si conosce, per capire un genocidio che si differenzia da quelli del passato.
Ora, secondo me, è possibile parlare di una singolarità storica della Shoah e di Auschwitz, nel senso in cui l’hanno definita Jankélévitch e Macdonald. Questo appare in modo abbastanza chiaro a partire da una messa in prospettiva storica di Auschwitz, da una comparazione di Auschwitz con gli altri genocidi di questo secolo o del passato. Vidal-Naquet ha fatto l’esempio sul vostro giornale del genocidio degli armeni, che sicuramente ha costituito, se non il modello, comunque un precedente importante, di cui i nazisti stessi erano coscienti. C’è una frase di Hitler, rimasta famosa, che dice: "Chi si ricorda più del genocidio degli armeni?". Il genocidio degli armeni, indubbiamente -un genocidio moderno come Auschwitz, un genocidio in qualche modo pianificato, messo in atto da uno Stato, in cui le vittime, prima di essere eliminate, sono definite e deportate-, presenta delle affinità innegabili con il genocidio degli ebrei, ma non credo si possa dire che il genocidio degli armeni fosse motivato dalla volontà di sterminare gli armeni in quanto gruppo umano, o in quanto razza inferiore, come avverrà in nome dell’ideologia nazista. C’è una volontà evidente di eliminare questo gruppo, ma la motivazione non è totalmente priva di una razionalità, una razionalità che non ha niente di eticamente e politicamente accettabile, su questo non c’è alcun dubbio. Il disegno di sopprimere gli armeni risponde a una qualche razionalità politica, si tratta di eliminare un gruppo che, in un contesto storico particolare, può ostacolare la preservazione dell’Impero ottomano in decomposizione.
Gli armeni sono la vittima designata, perché sono una minoranza ben riconoscibile per la sua cultura, la sua religione, la sua funzione socio-economica, e anche qui si possono trovare affinità con gli ebrei; costituiscono un capro espiatorio comodo, perché, durante la prima guerra mondiale, vengono indicati come la quinta colonna dell’espansionismo zarista. Ci sono vari motivi che entrano in gioco, ma non credo si possa dire che alla base dello sterminio degli armeni ci sia un’ideologia razzista, simile a quella alla base dello sterminio degli ebrei.
Oppure, pensiamo al genocidio degli zingari durante la seconda guerra mondiale, parallelo a quello degli ebrei. Effettivamente, il problema degli zingari non è un problema sul quale si sia riflettuto, o che sia stato analizzato, in modo sufficiente fino ad oggi. Gli zingari sono stati dimenticati, basti pensare che la Repubblica federale tedesca ha indennizzato le vittime del genocidio degli zingari solo alla fine degli anni Settanta -è del ’79, infatti, la legge che consente ai superstiti di questo genocidio di essere in qualche modo risarciti-, allorché le trattative per il risarcimento delle vittime ebraiche iniziarono negli anni Cinquanta, all’epoca di Adenauer. Questo fatto indica come ci sia una separazione netta nei percorsi della memoria di un genocidio e dell’altro, come il genocidio degli ebrei sia stato riconosciuto molto prima di quello degli zingari. Ora, bisogna aggiungere che il genocidio degli zingari è stato fino ad oggi poco studiato, e quindi è poco e male conosciuto: non esiste neppure un consenso tra gli storici sul numero esatto delle vittime, ci sono libri di storia che parlano di 200 mila vittime, altri che parlano di mezzo milione, e si tratta di studi seri. Il fatto che il numero delle vittime sia di gran lunga inferiore rispetto alle vittime del genocidio degli ebrei è già uno dei fattori che spiegano la scarsa visibilità di questo fatto sulla scena europea e il ruolo secondario che ha svolto, sia nella storiografia che nel dibattito più recente. Direi che il genocidio degli zingari è stato in qualche modo sovradeterminato dal genocidio degli ebrei: gli zingari sono stati colpiti, come vittime di un genocidio, attraverso un dispositivo che era stato predisposto e creato per sterminare gli ebrei.
Esiste una forma di antisemitismo che è al centro della visione del mondo di Hitler, l’antisemitismo è uno degli elementi costitutivi e assolutamente imprescindibili del programma nazista. Il razzismo e l’ostilità nei confronti degli zingari appaiono molto più tardi e in modo molto confuso. Si arriva a questo genocidio nelle condizioni della guerra, in modo alquanto contraddittorio; si può dire, forse, la stessa cosa per gli omosessuali, che pure sono stati deportati ed eliminati nei campi di concentramento, non nei campi di sterminio. Gli omosessuali non sono stati sterminati nelle camere a gas, ma erano una delle categorie designate dal nazismo, avevano un loro simbolo come gli ebrei, gli zingari, e altri. Non esiste, in ogni caso, un’ostilità del nazismo nei confronti degli omosessuali o degli zingari affermata fin dall’inizio. Negli anni Trenta i nazisti distinguono tra gli zingari assimilabili, di ceppo ariano, e gli zingari inassimilabili. Il nazismo non considera gli zingari come un’entità razziale globalmente negativa, nei confronti della quale si può adottare solo una politica di esclusione e, finalmente, di sterminio. Nei confronti degli zingari, il meccanismo è molto più complesso, meno lineare, ma il risultato in fondo è lo stesso: si arriva alle deportazioni verso i campi di sterminio e a un vero e proprio genocidio. A mio avviso, la ragione fondamentale della memoria lacunosa del mondo occidentale nei confronti del genocidio degli zingari risiede nel fatto che gli zingari sono sempre stati una presenza marginale nella storia dell’Occidente, quasi il residuo di una civiltà antica, irriducibile alla modernità e alla norma delle società occidentali. In fondo, quel che caratterizza gli zingari è il fatto che, per preservare la loro identità di popolo e la loro cultura, abbiano dovuto rimanere legati a uno stile di vita nomade, abbandonato da secoli da tutti gli altri popoli, fra i quali vivevano.
Il caso degli ebrei è molto diverso. La cultura dei Lumi e la modernità nascono con l’emancipazione degli ebrei. Gli ebrei sono parte della nostra civiltà, e in alcuni paesi, come la Germania, voler sterminare gli ebrei significa non solo voler sopprimere una minoranza, ma voler sopprimere una minoranza consistente, che si è profondamente assimilata sul piano linguistico, culturale, sociale, economico. E’ impossibile studiare la storia della cultura tedesca, dalla fine del XVIII secolo alla seconda guerra mondiale, senza prendere in considerazione l’apporto degli ebrei: gli ebrei sono il cuore di questa cultura e di questa storia.
In questo senso, si capisce come il genocidio degli ebrei assuma anche questa valenza simbolica: una mutilazione che l’Occidente infierisce a se stesso. Penso che sia questo l’elemento fondamentale che distingue gli ebrei dagli zingari.
Ci sono, poi, altri genocidi nella storia. Il genocidio degli indiani del Nuovo Mondo, per esempio, forse il più spaventoso che si possa ricordare: la popolazione di un intero continente è stata completamente annientata nell’arco di un secolo, ma, anche lì, l’obiettivo era colonizzare un continente, non credo si possa dire che i conquistadores uccidessero o massacrassero allo scopo di eliminare una razza inferiore. Oppure, altro esempio, la collettivizzazione forzata delle campagne nell’Unione Sovietica alla fine degli anni Venti si traduce nel genocidio di alcuni milioni di contadini ucraini: Stalin parlava di "liquidazione" dei kulaki come classe. Si tratta di un genocidio che va definito come tale, che si può perfettamente paragonare al genocidio degli ebrei; ma, anche qui, il progetto di collettivizzare le campagne non mi sembra un progetto aberrante, anche se i metodi con cui questo progetto viene realizzato sono irrazionali -l’agricoltura sovietica conosce una crisi profonda dopo la collettivizzazione delle campagne e l’eliminazione di milioni di kulaki- e sicuramente aberranti: c’è dietro una logica totalitaria che prende una dimensione genocida. Eppure, non credo si possa dire che l’obiettivo di Stalin fosse quello di eliminare semplicemente i kulaki ucraini. A mio avviso, c’è una differenza tra tutti questi genocidi, queste forme di violenza e di massacro, e il genocidio degli ebrei. In questi genocidi si ritrova sempre una qualche razionalità politica, economica, militare oppure totalitaria. Ovviamente, dal punto di vista delle vittime non cambia niente: essere ucciso in una camera a gas o essere massacrato a colpi di machete in Ruanda, per le vittime non cambia granché. Ma se si tratta di storicizzare, di analizzare questi genocidi, credo che la specificità, la singolarità storica, di un genocidio a base "esclusivamente razziale" vada riconosciuta. In questo senso, credo si possa parlare di unicità della Shoah.
Affermare il carattere storicamente singolare della Shoah non significa, tuttavia, affermarne l’incomparabilità storica…
Per riconoscere questa singolarità storica, bisogna procedere attraverso una serie di comparazioni, quindi questa singolarità può essere definita soltanto riconoscendo fino in fondo il carattere storico del genocidio degli ebrei, comparandolo ad altre forme di violenza, inserendolo all’interno di una storia di violenze, massacri, genocidi, antisemitismo. Riconoscere l’unicità della Shoah non significa, a mio avviso, stabilire una sorta di gerarchia dei genocidi, per cui ci sarebbe un genocidio più importante di altri, un genocidio più degno di essere studiato, ricordato o meditato, di altri. Ancora una volta, va ribadito che le vittime del genocidio ebraico non possiedono un’aura particolare, che le rende più degne di compassione rispetto a un ragazzo palestinese, ucciso da una pallottola israeliana nei territori occupati. Su questo punto bisogna essere chiari.
C’è, però, un’altra versione della tesi dell’unicità del genocidio, che, a mio avviso, non solo è inaccettabile, ma è profondamente nefasta. Essa consiste nell’attribuire un carattere sovrastorico al genocidio degli ebrei, che sarebbe, per definizione, un evento incomprensibile, indicibile e metafisico, che trascende la storia e può, quindi, diventare solo oggetto di culto, non di analisi razionale, un evento che sfuggirebbe a ogni criterio di intelligibilità razionale, di analisi storica.
Questa tesi si è diffusa negli ultimi anni e ha trovato il suo portavoce più autorevole nel premio Nobel per la Pace Elie Wiesel. Questa tesi è quanto di peggio si possa trarre come conclusione di un evento come Auschwitz. Se c’è qualcosa che dovrebbe essere chiaro ai testimoni, agli storici, a chiunque si interroghi oggi sulla storia del XX secolo, è che Auschwitz è un evento profondamente umano, nel senso che è il prodotto di un male fatto dagli uomini. Quindi, le cause di Auschwitz vanno ricercate nella storia, nella società, nell’agire degli uomini.
Questo è un punto di partenza imprescindibile. Dire che Auschwitz trascende la storia, significa insultare lo sforzo di chi ha dedicato una vita a cercare di capire quel che gli è successo, quel che ha vissuto, a cercare di trasmettere il senso della sua esperienza: in breve, tutta l’opera di Primo Levi diventerebbe perfettamente inutile.
La Bosnia sembra mostrare le derive cui si può andare incontro, facendo un pessimo uso del concetto di unicità dell’olocausto…
Vorrei fare un esempio a questo proposito. Alcuni anni fa un’associazione umanitaria francese aveva lanciato una campagna a favore della Bosnia, sul manifesto che la pubblicizzava Milosevic assumeva il profilo di Hitler: il nazionalismo serbo veniva così identificato al razzismo nazista. Immediatamente, questo manifesto ha suscitato reazioni scandalizzate, e anche un certo dibattito. Questa iniziativa è stata immediatamente stigmatizzata, dicendo che era assurdo mettere sullo stesso piano il nazionalismo serbo e il nazismo, -e io credo che questo in fondo sia vero: il nazionalismo serbo non è il nazismo e Milosevic non è Hitler, si possono avere le mani piene di sangue senza essere Hitler. Io penso che una logica genocida sia indiscutibilmente presente nelle epurazioni etniche, che possono sfociare in un genocidio, eppure credo si tratti di due cose fondamentalmente diverse. Le epurazioni etniche in Bosnia miravano a terrorizzare la popolazione affinché evacuasse dei territori che si volevano conquistare, non si trattava di sterminare una popolazione considerata come una razza inferiore. Da questo punto di vista, le obiezioni sollevate a questo amalgama tra Milosevic e Hitler mi sembrano pertinenti. Ma il modo in cui si è reagito mi sembra rivelatore di una totale indifferenza di fronte a qualcosa di assolutamente inaccettabile, come la guerra civile nell’ex-Jugoslavia, con tutto il corteo di sangue e di morte che abbiamo conosciuto, in nome dell’unicità assoluta dell’olocausto. Le reazioni erano tali che lo scandalo non erano tanto i morti della Bosnia, ma il fatto che si fosse osato paragonare le epurazioni etniche ai campi di sterminio.
Se si ha questa visione della Shoah, quasi fosse il male assoluto che focalizza tutta la nostra attenzione, non solo il nostro campo visuale risulterebbe completamente polarizzato su questo evento, ma, procedendo di questo passo, Auschwitz, anziché renderci più sensibili di fronte alle conseguenze del razzismo e del nazionalismo, può tradursi paradossalmente in una specie di pretesto, che apre le porte a ogni forma di banalizzazione. Siccome niente è paragonabile ad Auschwitz, siccome niente potrà mai riprodurre l’orrore conosciuto ad Auschwitz, alla fine si può accettare tutto. "Auschwitz è qualcosa di irripetibile, quindi, in fondo, quello che succede in Bosnia è ben poca cosa". C’è, però, un altro modo di reagire a questi eventi: "Siccome questo secolo ha conosciuto Auschwitz, sappiamo dove possono arrivare l’odio razziale, il nazionalismo e il rifiuto dell’altro. Proprio perché abbiamo conosciuto Auschwitz, il Ruanda, la Bosnia, diventano assolutamente inaccettabili e le nostre responsabilità di fronte a questi eventi sono ancora più grandi, perché, avendo conosciuto Auschwitz, non abbiamo più la scusa di trovarci disarmati e impreparati di fronte a queste cose". Auschwitz dovrebbe aiutarci a essere ancora più sensibili a quel che succede in Bosnia, non ciechi.
Si può parlare di una responsabilità storica che continua a pesare sull’Europa e sulla civiltà europea?
Va da sé, sono profondamente convinto che la responsabilità storica che, chi vive oggi, alla fine del XX secolo, in Europa e nel mondo occidentale, deve assumere nei confronti del passato e di un evento come Auschwitz, non può essere la stessa di un cinese, di un giapponese o di un africano. Sarebbe assurdo pretendere che Auschwitz, come evento, possa interpellare la cultura, la mentalità e la visione del mondo, di un cinese come fa nei nostri confronti! Questo mi sembra molto chiaro. Si tratta di eventi che hanno una portata molto diversa e, quando parlavo di rottura di civiltà, mi riferivo alla storia della civiltà occidentale. Questo è un altro elemento che differenzia la Shoah da altri genocidi. Non dico questo per sbarazzarmi del problema, per cui quelli sarebbero atti di barbarie che riguardano paesi sottosviluppati dove avvengono cose che da noi non succedono. Non è questo che voglio dire. Ci sono delle responsabilità dell’Occidente per quel che è avvenuto in Cambogia e in Ruanda, non fosse altro perché la violenza, di cui la Cambogia è stata il teatro sotto il regime di Pol Pot, è una violenza estremamente radicalizzata, spinta al parossismo da una lunga guerra terribile che è stata condotta dall’Occidente; in Ruanda, poi, chi ha armato i responsabili del genocidio sono le potenze occidentali e chi è intervenuto, con un’azione che si voleva umanitaria, sono gli stessi che avevano armato gli assassini. Quindi, non ci si può sbarazzare così facilmente delle proprie responsabilità. Sta di fatto che né la Cambogia né il Ruanda, senza voler togliere nulla alla grandezza della civiltà khmer o delle civiltà africane, hanno conosciuto la filosofia dei Lumi, quel che noi definiamo la civiltà occidentale, che ha la sua culla in Europa e di cui la Germania è stata parte integrante. Il genocidio degli ebrei non è l’eruzione di una violenza ancestrale o il ritorno a una barbarie primitiva, è un genocidio nato, concepito, messo in atto, in uno dei paesi posti nel cuore della civiltà occidentale, che ha conosciuto tutto quel che storicamente veniva identificato come il progresso dei valori etici, che venivano considerati patrimonio comune del mondo occidentale e si volevano estendere al resto del mondo. Habermas ha dato una buona definizione del concetto di rottura di civiltà, affermando che il genocidio degli ebrei non è solo un atto di violenza e un massacro, quali la storia ha conosciuto fin dall’antichità, ma, con quel genocidio, si è lacerato un tessuto elementare, primario, di solidarietà umana, che è sempre stato implicitamente riconosciuto anche dai peggiori assassini del passato, i quali potevano uccidere, ma riconoscevano uno statuto di umanità alla vittima che colpivano.
Con Auschwitz avviene in qualche modo un salto di qualità. La vittima che viene eliminata è privata del suo statuto di umanità, e questo è qualcosa di nuovo. In questo senso, credo si possa parlare di una rottura di civiltà. Con questo concetto volevo inoltre sottolineare come Auschwitz sia un evento che ha radici profonde nella nostra civiltà; per essere più precisi, dovrei dire che si tratta di una rottura di umanità prodotta dalla crisi della civiltà occidentale. In fondo, esiste un rapporto quasi di affinità elettiva tra Auschwitz e la modernità dell’Occidente, come afferma Zygmunt Bauman in Modernità e Olocausto. Direi che, in fondo, per cercare di capire Auschwitz, si devono prendere in considerazione i suoi elementi costitutivi, che sono profondamente legati all’esperienza della modernità occidentale. All’origine del genocidio degli ebrei, c’è un’ideologia, l’antisemitismo e il razzismo, che si vuole moderna, che si vuole addirittura scientifica, come ha messo in luce Hannah Arendt ne Le Origini del totalitarismo. Auschwitz, poi, è uno sterminio che viene messo in atto grazie a strutture che ricordano molto da vicino, visualmente direi -il campo di Auschwitz ricorda una fabbrica-, le strutture produttive del capitalismo industriale moderno. Auschwitz è la fusione tra la fabbrica moderna, che, però, non produce merci, ma produce morte, e la prigione analizzata da Foucault. Auschwitz, inoltre, implica le strutture di una burocrazia e di un’amministrazione moderna, analizzate da Max Weber in Economia e Società. Quindi, tutti gli elementi costitutivi di Auschwitz sono tipici della civiltà occidentale e di un mondo che è ancora il nostro. In questo senso, si può dire che Auschwitz costituisca l’orizzonte del XX secolo, perché la civiltà che ha prodotto Auschwitz è ancora la nostra. Dobbiamo essere ben coscienti che viviamo in un mondo che può produrre un crimine come quello di Auschwitz. Per questo, a mio avviso, si può parlare di una rottura di civiltà, o di una rottura di umanità, che ha radici profonde nella civiltà occidentale.
C’è una responsabilità di cui le generazioni, e anche i singoli, devono farsi carico?
Il problema della responsabilità si pone innanzitutto nei confronti della Germania, ma si pone anche su scala europea, perché la deportazione degli ebrei ha riguardato tutti i paesi europei occupati dall’esercito tedesco, come i paesi europei dominati da regimi che collaboravano con il Terzo Reich. Quindi, non è soltanto un problema tedesco. Si dimentica spesso, in Francia, che erano i poliziotti francesi a organizzare le retate degli ebrei e a trasferirli in campi, da cui partivano i convogli per Auschwitz; si dimentica spesso, in Italia, che la maggior parte degli ebrei italiani deportati verso i campi di sterminio sono stati arrestati da poliziotti italiani, e non dalle SS. Il problema della responsabilità è un problema molto esteso. Come faceva in modo non molto chiaro, nel ’46, Karl Jaspers, bisogna distinguere diversi livelli di colpa e, a mio avviso, bisogna distinguere tra la colpa e la responsabilità collettiva. Esistono diversi livelli di colpa: esiste la colpa di chi ha voluto sterminare un popolo, esiste la colpa di chi ha messo in atto questo sterminio uccidendo, come nel caso delle Einsatzgruppen; esiste il caso di chi ha contribuito indirettamente a creare le condizioni affinché questo genocidio potesse aver luogo, ed è il caso di chi agiva perché i convogli partissero dai diversi paesi europei e arrivassero finalmente ai campi di sterminio, senza mai chiedersi cosa mai trasportassero e che fine facessero le persone caricate in quei vagoni bestiali. Esistono le responsabilità delle chiese, in Germania e altrove, che hanno scelto di scendere a compromessi con il regime, o hanno manifestato la loro opposizione in alcuni casi e non in altri. L’eutanasia, lo sterminio dei malati di mente, viene bloccato dopo neanche un anno a causa della reazione delle chiese cattolica e protestante. Se ci fosse stata una reazione paragonabile nei confronti dello sterminio degli ebrei, un’azione da parte del Vaticano, non si può dire cosa sarebbe accaduto. Ci sono responsabilità chiare su questo piano.
Esiste una colpa che va punita in tribunale; esistono delle responsabilità, Jaspers le chiamava "colpa metafisica", che riguardano le coscienze e oggi possono essere analizzate e discusse retrospettivamente, a partire da un allontanamento nel tempo che ci permette di avere uno sguardo più obiettivo; esiste una responsabilità che è anche nostra, delle nostre generazioni, che ci renderebbe colpevoli se non fosse assunta. Evidentemente, non possiamo attribuirci dei crimini che vennero commessi quando non eravamo neppure nati, ma il passato ci trasmette una responsabilità che dobbiamo assumerci: ci dobbiamo assumere la responsabilità di vivere in paesi che si portano dietro un passato così pesante. Siamo responsabili, in qualche modo, anche per i nostri antenati; nessuno, certo, può accusarci di essere colpevoli di avere massacrato con le armi chimiche i villaggi etiopici nel ’35, ma, come italiani, dobbiamo sapere che questo è avvenuto e dobbiamo assumerci la responsabilità storica di vivere in un paese che nel passato si è macchiato di questi crimini. Allo stesso modo, i tedeschi non possono dimenticare, anche dopo la riunificazione, che la storia della Germania è anche la storia del nazismo. Questo è un primo aspetto del problema, la distinzione fra la colpa, che riguarda i criminali, e la responsabilità politica, da un lato, e la responsabilità storica, che riguarda la nazione e la società, dall’altro.
Esiste, tuttavia, un altro aspetto del problema: come spiegare questo tessuto diffuso di complicità che rende possibile i crimini?
La ricerca storica ha messo in luce come alcuni dei principali esponenti del regime nazista, che sono stati giustiziati dopo il processo di Norimberga e che avevano una responsabilità diretta enorme nel genocidio degli ebrei, non fossero più antisemiti della media delle categorie sociali alle quali appartenevano e nelle quali si erano formati. Goebbels non ha aderito al partito nazista spinto dall’odio contro gli ebrei, Goering non era un antisemita viscerale: non erano più antisemiti di qualunque piccolo borghese tedesco agli inizi della Repubblica di Weimar. Questo è un primo punto. Non si può spiegare il genocidio esclusivamente in funzione dell’odio razziale; certo, quella è la motivazione di fondo che lo ha reso possibile, ma, perché abbia luogo, bisogna prendere in considerazione tutta una serie di altri fattori. Io credo che l’analisi weberiana della burocrazia moderna offra la chiave per capire la deresponsabilizzazione etica di tutta una serie di funzionari dell’apparato statale, che parteciparono al processo sfociato nello sterminio, dandovi quindi il loro contributo, senza esserne consapevoli, perché deresponsabilizzati da un sistema che per principio li escludeva da ogni assunzione di responsabilità. C’è, pertanto, una razionalità strumentale nel genocidio che deve essere presa in considerazione. Sarà Hannah Arendt la prima a capire che, in fondo, questo crimine è stato messo in atto da uomini comuni, con la tesi provocatoria della "banalità del male", con il ritratto di Eichmann come un funzionario in fondo banale, simile a tanti altri. Secondo me, questa è un’intuizione importante.
Il genocidio è un fatto complesso, reso possibile dal coinvolgimento di tutte le strutture, non solo dell’apparato statale, ma delle società civili sottoposte all’occupazione del Terzo Reich. Si va da chi rilascia i certificati di arianità, a chi si occupa dell’espropriazione dei beni, a chi si occupa del censimento e dell’individuazione delle vittime, a chi si occupa dell’arresto, del trasferimento, della deportazione, della selezione, a chi lavora nel sistema dei trasporti, al personale che gestiva i campi, alle industrie che hanno insediato in quei campi delle loro fabbriche, che in parte sono centri di produzione e in parte centri di sterminio. Quindi, le complicità riguardano le società civili nel loro insieme e, se si vuole capire il coinvolgimento di queste strutture nel processo del genocidio, la teoria weberiana della burocrazia, del suo funzionamento impersonale, della sua dissociazione fra funzione e etica, della sua razionalità strumentale, mi sembra un elemento importante.
Detto questo, bisogna prendere in considerazione altri elementi. Per esempio, i membri di questo corpo di polizia, le Einsatzgruppen, di cui facevano parte normalissimi poliziotti, che avevano una certa età -non erano dei giovani fanatizzati, ma avevano vissuto da adulti gli anni di Weimar, spesso avevano votato a sinistra, erano stati membri o simpatizzanti del partito comunista o della socialdemocrazia-, si ritrovano a eseguire compiti di veri e propri assassini di massa.
E’ vero che, per quanto possibile, i nazisti non hanno dato pubblicità ai loro crimini: i campi di sterminio erano tenuti nascosti, ma è anche vero che i convogli attraversavano le città e capitava a tutti, trovandosi in stazione, di veder passare dei carri bestiame carichi di esseri umani. E’ vero che chi voleva sapere poteva sapere, poteva essere informato, ed è vero che anche chi non voleva sapere si trovava costretto a vedere quel che avveniva. Le Einsatzgruppen, il personale dei campi, avevano delle famiglie, avevano degli amici; i campi non si trovavano nel deserto, ma, a volte, nelle vicinanze di grandi città. Si sapeva. Questo indica che in qualche modo c’è un’assuefazione alla violenza e al crimine, che è stata una delle condizioni che ne hanno permesso la messa in atto. Ancora una volta, si tratta di inserire tutto questo nel contesto della guerra. I libri di storia ci dicono che il pogrom della “Notte dei cristalli” suscitò reazioni negative in seno alla popolazione tedesca, non si trattò di azioni di massa, di linciaggi collettivi, come quelli che avvenivano nel sud degli Stati Uniti nella stessa epoca, non era il Ku Klux Klan scatenato: erano azioni di saccheggio, distruzione e violenza, organizzate dalla polizia e dalle SS. Pochissimi erano i cittadini coinvolti, ma pochissimi erano anche quelli che protestavano e aiutavano gli ebrei. “La notte dei cristalli” è una tappa importante, perché indica ai nazisti che si può andare avanti, si può andare al di là: in fondo, la società civile accetta. E’ un test significativo. L’episodio della “Notte dei cristalli” rivela il ruolo dei diversi attori di questa scena macabra, che sarà poi il genocidio. Come dice Hilberg: gli esecutori, le vittime e i testimoni. Ci sono gli esecutori, che sono una piccola minoranza -non così piccola, ma una minoranza nella nazione nel suo insieme; ci sono le vittime, che subiscono; e poi c’è la grande massa, che sta a guardare, che accetta. La sua grande responsabilità è questa: aver visto e aver accettato senza ribellarsi, senza opporsi. Questo è un altro fatto, che fa parte della nostra memoria storica e sul quale bisogna riflettere. Ma, non bisogna dimenticare il contesto bellico in cui il genocidio avviene. E’ vero che, dopo la guerra, c’è un silenzio che circonda i superstiti che rientrano dai campi di sterminio; è vero che Primo Levi ha difficoltà a pubblicare Se questo è un uomo perché nessuno ha voglia di interessarsi alle tragedie della guerra; ma, è anche vero che i convogli con i deportati diretti verso i campi di sterminio attraversano città, bombardate molto spesso nel modo più atroce che si possa immaginare: la Germania alla fine della guerra è un cumulo di macerie. Quindi, i complici si sentono delle vittime nello stesso momento. Tutto sommato, abbiamo assistito in diretta, in televisione, alle violenze in Bosnia, a un genocidio in Ruanda, e non avevamo la preoccupazione che una bomba ci potesse cadere sulla testa, prima o dopo il telegiornale. Quindi, cerchiamo di storicizzare il problema, cerchiamo di non isolarlo. Il problema della responsabilità si pone anche oggi.