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Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...

l'altra tradizione

  

UNA CITTÀ n. 157 / 2008 Giugno-Luglio

Intervista a Ferruccio Andolfi
realizzata da Thomas Casadei

L'INDIVIDUALISMO SOLIDALE
Una rivista nata dall’idea che la frattura novecentesca fra un pensiero socialista e l’individualismo, abbandonato all’egoismo, fosse sbagliata e sanabile... Intervista a Ferruccio Andolfi.

Ferruccio Andolfi insegna Filosofia della Storia all’Università degli Studi di Parma. Si occupa dei rapporti tra umanesimo e individualismo, con particolare riguardo alla storia del pensiero del XIX secolo. Dirige la rivista La società degli individui.

Come nasce il progetto de La società degli individui, con quali finalità, aspettative, intenzioni? Cosa univa coloro che hanno dato vita al progetto?
La rivista è nata nel 1997 da un esperienza di ricerca e anche didattica, relativa al significato dell’individualismo nelle società moderne. Hanno partecipato alla fondazione studiosi, giovani e meno giovani, di varia competenza disciplinare (filosofi, ma anche sociologi, politologi, antropologi), italiani e stranieri. L’elemento comune era dato dalla convinzione che nell’Ottocento si fosse creata una frattura troppo netta tra la tradizione del pensiero sociale (e socialista) e quella dell’individualismo, fatto coincidere sbrigativamente con la sua versione egoistica e competitiva. Si potrebbe dire che il sentire comune fosse l’idea di poter ricostruire e alimentare forme di “individualismo solidale”. Naturalmente gli autori recano nei loro contributi proprie originali prospettive, non sempre coincidenti con questo schema, ma in linea di massima le tendenze più rappresentate sono quelle appena descritte.
Come concepite, dal vostro osservatorio, il rapporto tra individuo e società nell’epoca della globalizzazione?
Per la posizione mediana assunta sui temi dell’individualismo e della comunità la rivista si è attirata sia la critica di concedere troppo al punto di vista degli individui -un termine che certe correnti di pensiero ancora percepiscono con sospetto- sia al punto vista opposto, quello della comunità. In realtà il nostro sforzo è stato costantemente quello di pensare il passaggio moderno verso individualità autonome e differenziate come un evento complessivamente positivo, da non esorcizzare, e la comunità come una dimensione ugualmente essenziale, a patto di non ridurla a una datità che i soggetti debbano semplicemente accettare. Il fenomeno della globalizzazione non fa che radicalizzare quel passaggio avvenuto nell’epoca moderna, allargando gli orizzonti degli individui oltre lo Stato nazione. Ciò rende necessario pensare in modo nuovo il radicamento delle identità personali. Già Norbert Elias, che scrisse appunto il noto saggio La società degli individui, da cui è mutuato il titolo della rivista, ebbe ben presente questo problema. Per lui, e anche per noi, il processo di universalizzazione va assecondato -senza perdere d’altra parte sentimenti di appartenenza più locali, e rivendicando ai singoli il compito, sempre più difficile, di costituire i centri di raccordo di queste varie istanze.
Mi pare che tra gli autori che ricorrono spesso nei vostri fascicoli ci siano Landauer e Buber, pensatori a cavallo tra socialismo, tendenze comunitarie, ma animati anche da un forte spirito libertario. Che ruolo giocano queste figure nell’orizzonte ideale della rivista?
Negli ultimi fascicoli abbiamo dato realmente molto risalto a queste figure di anarchici pacifisti, mentre già nei primi anni abbiamo pubblicato testi inediti di Kropotkin e ricerche su un socialista sui generis come Moses Hess, molto sensibile al tema dell’autoorganizzazione della vita sociale. Di Landauer è comparso, in due puntate, nei nn. 26 e 27, l’intero scritto La rivoluzione, e di Landauer e Buber i saggi sulla comunità del primo Novecento (n. 30). La ragione di questo interesse sta nella capacità che questi autori mostrano di concepire una rigenerazione sociale che faccia a meno di qualsivoglia violenza, fondata cioè su una sostituzione progressiva dello “Stato in eccesso” con forme associative proprie della società civile. Anche le loro “utopie” sono più chiaroveggenti di altre: capaci cioè di autocritica, di vedere quali esiti drammatici hanno comportato certi modi di concepire la rivoluzione.
Quali sono altri autori cui appoggiate la vostra prospettiva teorico-pratica, e perché? Mi sembra che un’altra figura-chiave sia per voi, con uno sguardo al contesto americano, John Dewey, sbaglio?
Un autore a cui ci siamo frequentemente ispirati è Georg Simmel, che sentiamo vicino sia nell’interpretazione che dà della storia e delle forme dell’individualismo sia nella proposta teorica di integrare i valori della differenza, rivendicati dai romantici, con quelli ugualitari della tradizione illuministica. Per le stesse ragioni abbiamo dedicato saggi e tradotto pagine inedite in italiano di un altro rappresentante di questa medesima linea: Schleiermacher, che avanza una concezione in cui una forte sottolineatura della personalità individuale, unica e incomparabile, va di pari passo con un profondo e religioso senso dell’appartenenza al tutto. Nell’area del pensiero etico e politico francese ci siamo richiamati ad autori come Pierre Leroux e al poco noto ma tuttavia importante Jean-Marie Guyau. Nel mondo anglosassone l’interesse si è rivolto all’intera tradizione del cosiddetto “individualismo democratico”: non solo a Dewey, ma anche ad Emerson. Per quanto riguarda autori contemporanei il dibattito tra liberal e communitarian ci ha fornito spesso spunti di riflessione. Taylor, Olafson e Larmore compaiono tra le nostre firme.
Altri pensatori cui vi richiamate mi pare siano identificabili nelle tradizioni variegate dell’anarchismo, ma anche del mutualismo e di certe forme di socialismo. Come leggete e interpretate queste diverse correnti di pensiero? “C’è un futuro per il socialismo?”, come recitava un’intervista a Vittorio Foa da voi pubblicata nel 1998?
Sono convinto che la divaricazione tra il socialismo, soprattutto il socialismo nella figura che è risultata alla fine predominante, il materialismo storico, e il pensiero individualistico sia risultata fatale ad entrambi. Nella tradizione socialista esistono tuttavia altre correnti, dal socialismo scredidato come “utopistico” a forme di anarchismo e di socialismo liberale, che meritano di essere riconsiderate -e ciò indipendentemente dagli esiti politici in cui al tempo del loro sorgere hanno potuto dar luogo. Credo che la situazione imbarazzante che si è creata dopo l’89, che ha visto una frettolosa e non meditata dismissione di ogni linguaggio socialista, considerato compromesso con regimi indifendibili, finirà per essere a sua volta superata. Come mi disse una volta Imre Toth, uno studioso che pure aveva avuto esperienza diretta del lato più odioso del “socialismo realizzato”, non bisogna preoccuparsi troppo: i bisogni reali -e tra questi i bisogni di uguaglianza, giustizia e socializzazione a cui le dottrine socialiste hanno dato voce- riemergono e non possono essere spenti da ragioni di opportunità politica.
In ogni vostro fascicolo c’è una sezione “Archivio”. La filosofia oggi che tipo di rapporto intrattiene, a vostro avviso, con la memoria, con le tradizioni politiche e culturali?
In effetti l’Archivio è un po’ il fiore all’occhiello della rivista, la sua parte più preziosa e meno transeunte. Vi appaiono testi di autori classici o di contemporanei che stanno acquisendo l’autorità di classici. Partiamo dal presupposto che molti dibattiti contemporanei mancano di profondità o peccano di ingenuità proprio per questa negligenza delle posizioni di autori che hanno già espresso opzioni fondamentali. La sezione è stata dedicata di volta in volta a parecchie delle figure ricordate o a illustrare, attraverso varie voci, temi emergenti, soprattutto di tipo etico e politico. Ricordo alcuni titoli: Nietzsche filosofo morale, Oltre la morale sociale, Il solidarismo francese, L’altruismo di Spencer, Emerson tra solitudine e socievolezza, Stirner e i socialisti, Anarchia e moralità in Kropotkin, Individuo e teoria critica, Il noi della fenomenologia, Autorità e totalitarismo in Hannah Arendt, Civiltà ed etica in Albert Schweitzer, Giustizia e compassione, Gli stili della filosofia.
Alcuni di questi materiali saranno riproposti in raccolte più corpose e con introduzioni di esperti in una collana (“La ginestra”), edita da Diabasis. I primi due libretti di questa sorta di Biblioteca per un individualismo solidale sono appena apparsi: si tratta di Georg Simmel, Nietzsche filosofo morale, e di Ralpho Waldo Emerson, Società e solitudine.
Uno spazio particolare spesso riservate anche allo studio del fenomeno religioso. Che rapporto c’è tra il percorso della vostra rivista e la religione? E come vedete il prepotente ritorno della religione nello spazio pubblico cui si è assistito in questi anni?
Il fenomeno ha caratteristiche vistose e anche importanti conseguenze pratiche, tuttavia non mi pare che si possa dubitare che processi di secolarizzazione investano anche ambiti che non ne erano stati finora toccati. Il problema allora è che questi processi non avvengano sconsideratamente e senza rispetto per i bisogni effettivi finora soddisfatti in qualche modo da queste manifestazioni religiose. Gli antropologi che abbiamo più volte interpellato su queste questioni si sono mostrati assai prudenti. Naturalmente il rispetto e la volontà di comprensione convive in noi con l’auspicio che il cosiddetto “bisogno religioso” si soddisfi sempre più in una religiosità che implichi il semplice riconoscimento della finitezza e condizionatezza degli individui e delle loro forme di convivenza. Di questo tipo di atteggiamento si possono trovare anticipazioni nella critica della religione (Feuerbach) e nella teologia liberale (da Schleiermacher a Bultmann). Forse anche le riflessioni dell’ultimo Vattimo vanno in questa direzione. Naturalmente, se ci riferiamo invece alle interferenze pesanti di autorità ecclesiali nelle scelte che sono di spettanza dei cittadini non possiamo che deplorarle. Ma qui si tratta di lotta politica, perché tutto quello che si poteva dire in merito è già stato detto, e da tempo.
Uno spazio importante entro la vostra costellazione disciplinare riveste anche la letteratura...
Nella rivista, fin dalle origini, è stato presente uno spazio letterario denominato “Intermezzo”, un nome che, a dire la verità, alcuni degli stessi redattori non hanno del tutto apprezzato. Questa apertura verso la letteratura e la poesia si è venuta chiarendo sempre più come riconoscimento della funzione conoscitiva o di verità, non solo morale e civile, che la letteratura assolve a suo modo. L’intreccio con la filosofia ci sembra pertanto oggi più stretto: di qui il programma per il futuro di pubblicare in ogni fascicolo testi primari di prosa e poesia, piuttosto che saggi di critica letteraria, di intersecare linguaggi diversi, di occuparci di narrativa di alto significato filosofico. Nei prossimi numeri inoltre prevediamo di pubblicare anche le riflessioni teoriche sul rapporto tra filosofia e letteratura proposte dai relatori di un corso di perfezionamento su questo tema che si sta concludendo presso l’Università di Parma.
Altri studi dedicate spesso, nei vari fascicoli, anche ai temi dell’“occidentalizzazione del mondo”, alle problematiche del consumo e del mercato, a quelle della guerra: quali sono gli autori e le correnti di pensiero internazionali che influenzano queste vostre indagini?
La rivista non ha obiettivi diretti di impegno politico, tuttavia la storia di questi anni ci ha obbligati in più occasioni a prendere posizione verso le guerre, specialmente verso quelle che hanno creduto di potersi dare giustificazioni umanitarie. Accanto a testi di pacifismo intransigente, come quelli di Tolstoj, abbiamo ospitato le riflessioni di filosofi del diritto, come Danilo Zolo o Tecla Mazzarese, che mettono in dubbio gli stessi presupposti teorici di queste operazioni belliche. Per quanto riguarda poi la questione dell’occidentalizzazione, abbiamo cercato di rimettere in discussione le credenze ingenuamente progressiste che ne sono alla base. Il fascicolo che sta per uscire è significativamente intitolato “Progresso e catastrofe”. Su questo terreno ci hanno fornito suggerimenti autori classici come Walter Benjamin ed anche esponenti del Mauss come Serge Latouche.
Esiste ancora, a vostro avviso, un ruolo pubblico dell’intellettuale e delle comunità e delle reti di intellettuali nella società dei media e di internet? Esistono nuove vie e/o nuove forme per far sentire la loro voce?
Senza essere una rivista di tendenza, la nostra tenta di esercitare una qualche funzione formativa e di orientamento. Non tanto rispetto a scelte immediatamente politiche quanto rispetto a presupposti culturali che possono influenzarle. Da questo punto di vista la ricerca insistente di un’etica più aderente alle esigenze individuali e meno coercitiva; di un equilibrio non repressivo tra lavoro e godimento; di forme di democrazia non esclusivamente procedurali e non inquinate da populismo -credo che questi possano essere alcuni degli obiettivi “pubblici” che un intellettuale può legittimamente praticare senza investirsi di ruoli impropri, come è avvenuto a volte in passato. La consapevolezza di questa responsabilità guida la scelta dei temi che affrontiamo, privilegiando quelli di maggior impatto sociale ed evitando, per quanto possibile, approcci sterilmente accademici. Da poco abbiamo inaugurato anche una rubrica di brevi commenti nella quale invitiamo i nostri collaboratori più esperti ad esplicitare e argomentare le loro posizioni su temi caldi dell’agenda politica.
Dopo aver da poco celebrato il decennale, quali sono i progetti per il futuro? All’insegna della continuità o dell’innovazione?
La linea generale della rivista resta immutata. Tuttavia la nuova serie, contrassegnata anche da una nuova grafica più accattivante, intende differenziare maggiormente i temi trattati all’interno di ogni numero. Accanto a un nucleo monografico e all’Archivio, che sussistono, prevediamo alcune poche altre sezioni tematiche: confronti con autori contemporanei, interventi su eventi o fenomeni socialmente rilevanti, approfondimenti storici di qualche idea-chiave, analisi di testi letterari e/o di spettacoli teatrali o cinematografici, piccole rubriche (di una pagina o due ciascuna) di aforismi o meditazioni sull’arte di vivere. La semplificazione e la chiarezza del linguaggio è un cammino intrapreso su cui speriamo di procedere con ancor maggiore determinazione.



  


archivio
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