Ernesto Galli della Loggia, storico ed editorialista del “Corriere della Sera”, è autore di numerosi volumi, tra cui: La morte della patria (1996), L’identità italiana (nuova edizione 2010), Credere, tradire, vivere (2016) e Speranze d’Italia (2018). Il libro di cui si parla nell’intervista è L’aula vuota, Marsilio 2019.

Uno dei fili che guida la sua riflessione è questo cruccio per una scuola che sembra aver abdicato alla missione dell’istruzione a favore della cosiddetta “formazione” o educazione. Può spiegare?
Io penso, sulla base della mia esperienza, di alcune idee generali che mi sono fatto nella vita e, anche, leggendo qualche libro, (non sono un pedagogista) che l’istruzione sia in sé formativa: conoscere la letteratura italiana, la storia, la chimica, la matematica in sé costruisce la personalità. Non c’è una divisione tra l’istruzione e poi, appunto, la formazione. Altrimenti l’istruzione a che cosa si riduce? A una serie di nozioni e basta? Ma non è così. Il conoscere, il sapere che la scuola dovrebbe somministrare non può essere inteso come una serie di nozioni sterili e quindi inutili. A chi interessa che ci siano alcuni milioni di italiani che sanno che la Repubblica è stata fatta il 2 giugno del ’46? Che valore ha una semplice conoscenza così astratta?
Questa distinzione tra istruzione e formazione è frutto della polemica -secondo me idiotissima- contro il nozionismo. Per sapere è ovviamente necessario avere delle nozioni, sfido chiunque a dire il contrario. Se non conosco alcune date non posso capire nulla della storia; se non so che Napoleone viene prima della Prima guerra mondiale, non ci capirò niente. Quindi delle nozioni sono indispensabili, però il nozionismo è un’altra cosa e pensare che appunto l’insegnamento si riduca a delle nozioni...
Certo ci sono sicuramente professori ignavi, senza passione per il loro lavoro, che pensano probabilmente che il loro unico compito sia di far ricordare delle date… ma parliamo di pessimi insegnanti. Non si può polemizzare contro il nozionismo, contro le nozioni, perché ci sono insegnanti che riducono il proprio insegnamento a questo.
Invece, l’idea che appunto l’istruzione in quanto tale equivalga al nozionismo, quindi a qualcosa di sterile, inerte che non produce umanamente nulla, ci ha portato a dire: “No, l’istruzione no. Bisogna fare la formazione”. E allora, per esempio, ci si mette a insegnare la Costituzione, materia peraltro che rischia anch’essa di essere tradotta in una serie di nozioni.
Tutto può essere ridotto a nozioni. Quindi si è aggiunto: la formazione implica anche la creazione di una certa atmosfera, un certo tipo di relazionalità tra i professori e gli studenti, ecc. Ed eccoci arrivati all’altro grande imperativo, quello che la scuola deve essere democratica. Sinceramente penso siano cose che non hanno alcun senso…
Non è importante prestare attenzione anche a questi aspetti?
Che dire? Io non ho fatto la scuola democratica. Mi sono formato in anni in cui non si pensava neanche possibile che ci fosse una scuola democratica. Ma io, se avevo qualcosa da chiedere, l’ho sempre potuta chiedere, così come i miei compagni; il professore non ci frustava. Certo, non eleggevamo i nostri rappresentanti nel consiglio di classe, ma chiunque ha esperienza di scuola ti dirà che questi “ludi cartacei” scolastici si riducono poi a delle vuotaggini, a cose puramente formali. Ma perché la democrazia può essere fatta soltanto tra eguali. Se abbiamo uguali diritti e uguali doveri.
A scuola non ci può essere democrazia perché non ci può essere l’uguaglianza dei diritti, innanzitutto perché la dimensione del diritto è qualcosa di estraneo alla scuola: quali diritti possono avere gli studenti? Berlinguer ha provato a redigere una specie di carta costituzionale… Io la trovo a tratti ridicola: “Lo studente ha diritto a un buon insegnamento...”. E se non ce l’ha, che cosa fa? I diritti veri sono quelli che, se vengono violati, tu puoi muovere un’azione in qualche modo. Questi diritti “delle studentesse e degli studenti”, cosa significano? Nulla. Sono vuotaggini propagandistiche di demagoghi… Ecco, mi accaloro.
Lei vede all’origine della crisi della scuola anche un’ipertrofia dello spazio occupato dalla pedagogia...
La pedagogia ha riempito il vuoto della politica. La scuola pubblica nasce da una decisione politica a metà dell’Ottocento. Le élite liberali, soprattutto in paesi come l’Italia e la Francia, davanti a un mare di contadini cattolici, decisero che i loro figli andavano sottratti al dominio della Chiesa e resi cittadini dello Stato liberale. Per fare questo bisognava mandarli a scuola. La scuola dell’obbligo è stata una scommessa politica fatta, diciamo così, per sottrarre ideologicamente le masse popolari al dominio della religione; oltre naturalmente che per formarli, per dar loro anche le competenze che servivano a un mondo civile, che era quello che queste élite volevano costruire. In Italia -questa cosa va a merito delle élite borghesi e liberali- fin dall’inizio nella stessa scuola elementare ci sono stati bambini di tutte le provenienze sociali. In Francia no. In Francia, dove pure c’è stata la Rivoluzione francese, non è andata così: i figli dei contadini andavano in una scuola elementare parallela e dopo tre anni finiva lì. Come si vede invece nel libro Cuore, nella sezione Baretti della scuola elementare di Enrico c’erano tutti, il muratorino, ecc.
Quindi la politica ha avuto sempre un ruolo centrale, innanzitutto nel fondare la scuola, e poi nell’assicurarle uno spazio sociale. La politica decideva chi doveva insegnare, cioè quali titoli dovessero avere maestri e professori, ma anche i programmi.
Ora, la pedagogia, a mio giudizio, ha un suo spazio, che io certo non contesto, finché si tratta di dire come si insegna, ma il che cosa si insegna, quello lo deve decidere la politica, cioè lo deve stabilire la volontà degli italiani. Perché attraverso le materie e i contenuti passa una cosa fondamentale: ciò che una collettività vuole che venga trasmesso alle nuove generazioni, di sapere, tradizioni, ecc. Questa è una decisione che deve essere presa attraverso l’autorità che esprime la volontà della collettività, la politica appunto.
La pedagogia invece si è progressivamente allargata da scienza dell’insegnamento, cioè del come si insegna, via via, per successivi allargamenti di ambiti, fino a diventare la scienza dei contenuti. Cioè oggi la pedagogia pretende di stabilire cosa bisogna insegnare, attraverso il machiavello della formazione: ve lo diciamo noi come bisogna formare i ragazzi. In questa trasmutazione ha cominciato a diventare sempre più importante la psicologia, per cui adesso c’è molto la pedo-psicologia.
In effetti, visto il moltiplicarsi di sigle per segnalare i vari disturbi dell’apprendimento, sembra non ci sia più un bambino sano, normale...
L’Italia risulta essere il paese nel mondo con più bambini dislessici, disgrafici, discalculici! Anche perché, poi, siccome siamo in Italia, più ragazzini con problemi ci sono, più ci sono insegnanti di sostegno. è un magnifico traino per l’occupazione. In tutto questo io trovo pazzesco che la politica a un certo punto si sia ritirata dalla scuola. Perché? Perché c’è stato il Sessantotto. Perché ha capito che con la scuola c’era soltanto da perderci. E allora il comandamento assoluto è diventato quello di non fare più succedere subbugli di quel tipo. Quindi concediamo qualunque cosa: gli studenti vogliono occupare? Ben vengano le occupazioni. Vogliono essere promossi? Tutti promossi.
La prima preoccupazione della politica rispetto alla scuola è diventata quella di non avere problemi con i ragazzi, e quindi con le famiglie (contente che i loro figli siano tutti promossi). La seconda di non avere problemi di tipo sindacale con gli insegnanti, e quindi ogni tot anni si fanno immissioni in ruolo, ora addirittura con i quiz, e si regolarizzano insegnanti precari a botte di migliaia.
Le uniche due preoccupazioni della politica sono queste. Dopodiché: fate voi. Questo ha significato un potere smisurato affidato a questa burocrazia pedagogico-ministeriale che gestisce la scuola in nome dell’autonomia.
L’autonomia secondo lei è uno dei fattori di crisi della scuola?
Oggi ogni istituto può addirittura decidere, almeno per una parte, che programma svolgere; può decidere le attività collaterali, procurandosi i soldi con i propri mezzi. Tutto questo produce un risultato mostruoso, quello di andar contro a una delle tre-quattro cose che hanno tenuto insieme  storicamente questo paese: il meccanismo di distribuzione sociale.
è chiaro, infatti, che per una scuola che sta al centro di Milano l’autonomia vuol dire certe cose, mentre per una scuola che sta a Vibo Valentia vuol dire ben altro. Come si fa a immaginare che possano godere allo stesso modo dell’autonomia? Quelli di Milano avranno mille opportunità e quelli di Vibo Valentia non avranno neanche gli occhi per piangere.
Non dimentichiamo poi che sempre più spesso le scuole chiedono i soldi alle famiglie per svolgere le varie attività. Perché l’istruzione formalmente è gratuita, però poi si chiedono i contributi. Immaginiamo l’umiliazione di un bambino i cui genitori non possono permettersi di dare un contributo. È un po’ il discorso delle gite. Io sono sempre stato contrario, perché non ci vanno tutti, perché per alcune famiglie anche quei due-trecento euro possono essere una cifra non sostenibile. Allora o si fa un monte di soldi complessivo e si divide per cui si va tutti, casomai non a Berlino ma a Firenze, oppure non si fanno le gite.
L’altra cosa terribile dell’autonomia è l’aziendalizzazione degli istituti scolastici.
È una cosa che l’opinione pubblica conosce molto poco: se un istituto scolastico non ha un numero sufficiente di “utenti”, viene chiuso, viene accorpato a un altro.
Allora ogni istituto, per prima cosa, deve attrarre degli iscritti e quindi entra in competizione con gli altri. Un po’ come due commercianti che cercano di disputarsi la clientela. E come si disputa la clientela? Lo si fa dicendo: “Noi facciamo i corsi di equitazione, di musica, mandiamo i nostri studenti a Bratislava, Parigi e Barcellona...”.
E questa sarebbe la scuola pubblica? La realtà è che mai come oggi c’è la scuola di nicchia e la scuola dei poveri!
Con l’autonomia si è creata un’enorme discriminazione classista che ha rotto l’unità politica della scuola. L’esperienza scolastica deve essere uguale per tutti i bambini, da Sondrio a Trapani. Questa è la mia idea. Poi naturalmente i leghisti, quelli che vogliono l’autonomia regionale, avranno altre idee… Lo scontro però è politico; questa è una cosa politica.
Con l’enfasi sulla scuola della formazione, il saper fare prende il posto del sapere. Lei qui imputa delle responsabilità anche a un certo orientamento dell’Unione europea.
Il problema è che l’obiettivo dell’Unione europea (in questo allineata all’Osce) è quello di omologare tutti i sistemi di istruzione e per ora il risultato è questa inevitabile prevalenza dei modelli anglosassoni. Quindi la scuola non deve istruire, ma insegnare a “saper fare”, che vuol dire che al posto del giudizio di merito e della conoscenza contano le competenze. Tutte le direttive dell’Europa sembrano partire dalla convinzione che la scuola debba servire a qualcosa. Idea che io abomino. La scuola non deve servire a nulla: primo comandamento.
La sua grandezza sta proprio nel fatto che non serve a nulla; che rappresenta l’alternativa al mondo sociale esistente; è l’utopia del non utile. In un mondo tutto quanto rivolto all’utile, la scuola deve presidiare l’ambito della cultura, dell’istruzione, del sapere, che per sua natura non deve prefiggersi di essere utile a qualcosa. Poi ovviamente è utilissimo a tutto: a fare un’operazione chirurgica o a costruire un aeroplano. Però pensare che la scuola, come suo primo scopo, abbia quello di servire a qualcosa significa minare il concetto di sapere. Il suo carattere gratuito e disinteressato.
L’Unione europea invece persegue l’obiettivo opposto: la scuola deve servire a qualcosa -infatti le materie umanistiche figurano sempre all’ultimo posto. E c’è tutta un’enfasi sulle skills, le abilità, con tutto questo inglese ormai adottato anche dalla burocrazia ministeriale italiana.
Diceva del Sessantotto come momento di rottura.
Sicuramente quello è uno dei momenti di rottura, perché la politica ha avuto paura.
Lì sono venute fuori tutta una serie di idee di frattura, di rottura, di contestazione del principio d’autorità...
Sul tema dell’autorità avevamo condotto alcune interviste anni fa. È una questione che rimane controversa.
L’autorità è una materia esplosiva perché è difficile accettarla integralmente ed è difficile rifiutarla, però è una cosa che serve alla crescita delle persone; non si può diventare grandi senza un’autorità di riferimento, magari per poi contrastarla. D’altra parte l’autorità si presta a diventare autoritarismo.
Tuttavia chiedo: esiste qualcosa fra gli esseri umani e anche nella società che potenzialmente non sia anche cattiva? Io penso che qualunque cosa, portata all’eccesso trasposta in certe situazioni, diventi negativa. Proprio perché gli esseri umani sono fatti come sono fatti. Quindi l’ideale è sempre una cosa che non esiste nella società e nei rapporti umani.
Tra l’altro le persone che con più forza sostengono l’abolizione dell’autorità sono spesso le più autoritarie. Don Milani, a un certo punto, venne chiamato dall’assessore al Comune di Firenze, un suo simpatizzante, che gli chiese di fare una specie di conferenza sui suoi metodi e la sua esperienza per i direttori didattici della Toscana. Proprio in quell’occasione spiegò: “Ma guardate che non vola una mosca quando insegno; non tollero che ci sia il minimo sgarro alla disciplina”. Perché era così.
Oggi, essendo venuta meno l’autorità delle famiglie, molto spesso gli studenti si trovano di fronte per la prima volta all’autorità a scuola. Il bravo insegnante, per il solo fatto di insegnare bene, è un’autorità agli occhi dei ragazzi. L’autorità del sapere è una cosa che i giovani sentono moltissimo. Quando capiscono che è un vero sapere, che non sono quattro nozioni appiccicate…
Anche la questione della valutazione degli insegnanti suscita sempre molte discussioni.
I professori rifiutano qualunque accertamento del loro merito, come noto. Berlinguer cercò di mettere le mani in questa materia, immaginando una specie di esame a quiz. Ci fu la rivolta dei sindacati, che sono tradizionalmente contrari a qualunque scardinamento delle retribuzioni. Il loro ideale è che siano tutti pagati uguali in modo che la rappresentanza degli interessi sia immediata. Il sindacato scuola -molti non lo sanno- comprende i professori, i bidelli, gli impiegati di segreteria, il personale ausiliario tecnico, tutti nella stessa categoria, che poi elegge i suoi dirigenti.
Mi sono chiesto spesso perché la voce degli insegnanti sia totalmente assente. Eppure che ci sia una crisi della scuola in Italia è un fatto assodato. Invece, anche in questo rincorrersi di riforme, non vengono mai interpellati. Io qui vedo delle grosse responsabilità del sindacato scuola, che non parla mai di contenuti, ma solo degli stipendi. Gli insegnanti vengono schiacciati da questa politica soltanto retributiva che il sindacato cala loro addosso e che toglie loro qualsiasi voce sulle cose di cui invece dovrebbero parlare. La voce degli insegnanti è solo quella del sindacato e la voce dei sindacati è soltanto quella di chiedere più soldi. Questa, a mio avviso, è una delle ragioni per cui il discorso pubblico sulla scuola non riesce ad alzarsi, perché i veri protagonisti tacciono.
In Francia c’è un’associazione degli insegnanti potentissima; conta molto più del Partito socialista! Ovviamente si occupa di richieste retributive, sindacali, ma partecipa anche al dibattito culturale sulla scuola. Fino a poco tempo fa in Germania, il maestro elementare, alla fine del ciclo, decideva lui quale corso di studi avrebbe fatto il bambino. Solo recentemente è stato deciso che al parere del maestro si affianca quello delle famiglie.
Se un sistema gode di questo consenso pubblico, significa che funziona. Io poi penso che se si dovesse affidare a qualcuno un accertamento del merito dei professori, la cosa migliore sarebbe affidarlo ai ragazzi. I ragazzi sono giudici infallibili. All’università hanno introdotto un giudizio da parte di studenti sui professori, naturalmente con l’anonimato. Nei tre anni che sono stato direttore del dipartimento vedevo le risposte: erano infallibili. I ragazzi ci pigliano sempre. Per carità possono capitare le antipatie, ma in media sanno benissimo quali sono i buoni insegnanti. Quelle poi erano valutazioni che non avevano alcun effetto: il corso è troppo facile o troppo difficile, il professore viene o non viene…
Mi rendo conto che è difficile far fare una valutazione di merito degli insegnanti ai ragazzi, però un giudizio ci vorrebbe. Non esiste organizzazione dove tutti guadagnano allo stesso modo che siano bravi o meno; bisogna dare incentivi a diventare bravi; nessuna organizzazione può funzionare se i fannulloni e le persone volenterose vengono ugualmente retribuite.
Con tutte le critiche fatte al Sessantotto, non mi sembra però che lei difenda in toto l’esperienza precedente.
Questa infatti è un’interpretazione maliziosa: prendersela con le novità non vuol dire automaticamente difendere il passato. Primo punto.
Secondo punto che mi sta particolarmente a cuore: io penso che una delle rovine del pensiero progressista sia stata l’idea che ogni cambiamento rappresenta di per sé un progresso. A volte è molto più progressista conservare. Soprattutto nel mondo in cui viviamo. Cambiare è anche frutto di mode, infatuazioni e alla fine si producono risultati socialmente, culturalmente e anche spiritualmente peggiori.
L’idea invece a cui moltissima opinione pubblica progressista è ormai abituata è che bisogna sempre stare dalla parte del cambiamento e chi si oppone al cambiamento è di per sé un reazionario. Ma niente affatto! Possono essere reazionari anche quelli che vogliono cambiare. Secondo me, per esempio, quelli che hanno voluto introdurre l’autonomia degli istituti scolastici erano dei reazionari.
Lo stesso Don Milani è stato utilizzato per obiettivi reazionari alla fine. Assicurare la promozione a tutti è una cosa reazionaria,  non è una cosa progressista. Perché l’unica speranza per i bambini delle classi povere di migliorare socialmente è che i figli dei ricchi vengano stangati a scuola e loro invece -studiando- vengano promossi. Se siamo tutti promossi, alla fine vincono sempre i figli dei ricchi. Quindi, ripeto, per me è reazionario promuovere tutti. Non è progressista. A Don Milani vedere che i pierini -grazie alle sue idee- venivano promossi anche se erano somari avrebbe fatto orrore. Però questo è stato il risultato.
Allora, per tornare alla domanda, io non penso affatto che la scuola del passato fosse migliore. Quella che ho frequentato io ero una scuola classista. Ma non perché si leggesse l’Eneide. Qui il punto è che devi sapere chi hai davanti, se dei bambini figli di borghesi o dei figli del popolo. Ma l’Eneide lo devi sempre leggere, lo leggerai in modo diverso, ti ingegnerai... Ma cos’è questa idea che siccome questi sono poveri devono avere la cacca e invece l’Eneide la diamo solo ai bambini dell’élite?
Quella scuola era classista perché non teneva conto che nelle classi poi rimanevano soltanto i borghesi. E poi era classista perché non prevedeva alcun tipo di formazione professionale seria. Come invece si fa in Germania da cent’anni. Non c’è bisogno di essere comunisti per farlo; Bismarck non era certo comunista, eppure in Germania c’erano due canali di formazione: accanto a una formazione professionale di un certo tipo, c’era un canale di formazione professionale più tecnico.
Adesso c’è questa cosa infame dell’alternanza scuola-lavoro. Ma guardate che era il fascismo a volere una “scuola formativa”. Se leggete alcuni testi di Bottai, ritroverete pari pari questa idea di una formazione centrata sulla scuola-lavoro. E sulle famiglie. Ripeto: sulle famiglie! Anche quest’idea che le famiglie abbiano da dire qualcosa, ma è una cosa cattolico-reazionaria! È l’idea che appunto l’educazione sia compito delle famiglie. Io non sono certo anticattolico, però penso che la scuola pubblica sia dello stato, non delle famiglie. Le famiglie, se hanno qualcosa da dire, votano.
Torniamo alla grande trasformazione, alla scuola divenuta di massa...
Ripeto, il problema lì è stato il vuoto della politica. Nel momento in cui la scuola è diventata -per ragioni sacrosante- scuola di massa, scuola democratica, c’era bisogno di una grande operazione di invenzione politico-culturale. Come riorganizzare la scuola tenendo conto di questo nuovo pubblico? Invece la politica italiana si è trovata totalmente impreparata ed è stata travolta dalla demagogia. Allora i decreti delegati, la decisione che con qualunque scuola si potesse andare all’università, iscriversi a tutte le facoltà... L’impreparazione della politica italiana a concettualizzare, a dominare culturalmente questa nuova dimensione che bisognava appunto applicare, l’ha portata allo sbraco.
Resta il dilemma di come preservare una scuola inclusiva senza che, di fatto e come effetto paradossale, si trasformi in un’istituzione che perpetua le disuguaglianze.
La scuola dev’essere inclusiva nel senso che deve essere rivolta a tutti e però poi dev’essere in grado di accertare il merito. Perché se rinuncia ad accertare il merito e promuove tutti, semplicemente scarica sui meccanismi sociali quello che lei non ha fatto. Io non seleziono: tanto ci penserà poi la società. Ma allora non è meglio invece acchiappare il ragazzino di 13-14 anni e spiegargli che se non studia sarà un poveraccio, perché gli passeranno tutti sulla testa? Non è meglio una scuola così di una che invece -in nome del buonismo- promuove tutti quanti?
Il guaio di questo paese è che le riforme non si fanno; le cose cambiano per spinte inconsulte. Dopodiché, se qualcuno critica i risultati di queste spinte consulte, subito gli viene detto: “Ah, ma allora tu volevi che le cose restassero come prima”. No! Non volevo che restassero come prima, ma non volevo neanche che venissero fatte le riforme che sono state fatte.
Nel libro lei ricorda che fu la sinistra, con Bassanini, a togliere l’aggettivo “pubblico” dal nome del ministero.
Una sinistra che toglie il nome “pubblico” alla scuola: ministero dell’istruzione, non più della pubblica istruzione. Perché? Perché c’era l’idea che l’istruzione era tutta quanta: quella privata e quella pubblica; e che erano in sana competizione fra di loro, attraverso appunto l’autonomia.
Ora, io credo di avere la carte in regola come anticomunista. Bene, posso dire che con la fine del comunismo la sinistra è impazzita? È impazzita nel senso che si sono sentiti in dovere di diventare degli iper liberisti, cioè di pensare che il mercato risolvesse tutto, anche nel campo dell’istruzione. Con il risultato che oggi, in moltissime realtà, le scuole private (che poi sono scuole cattoliche) sono molto più serie di quelle pubbliche e un sacco di persone, anche non di fede cattolica, manda lì i propri figli perché sono migliori.
Quindi da dove ripartire?
Bisognerebbe rispondere che si riparte dalla politica. Purtroppo in Italia pare che la politica sia diventato il posto peggiore da dove ripartire. È l’ambito più disastrato che c’è. Comunque, innanzitutto si potrebbe ripartire parlando di scuola in maniera giusta, riconoscendo i problemi veri. Ma questo è terribilmente difficile.
Questo mio libro ha scatenato delle reazioni inconsulte. Io penso che le cose che dico siano discutibilissime, però la risposta non può essere: “Reazionario, schifoso… sappiamo bene chi sei”. Ma che c’entra? Invece è così.
Recentemente sono stato in una scuola alla periferia di Napoli, a Gragnano, un gigantesco complesso scolastico, Istituto Comprensivo Don Milani, milleottocento studenti, con professori anche di altre scuole. Devo dire che, agli incontri attorno ai temi del libro, in genere incontro una larga maggioranza di professori che più o meno è in sintonia con le cose che dico, ma che si sente inerme. C’è un senso di abbandono, di impossibilità a pensare delle cose in maniera diversa.
Questo è un atteggiamento che noi italiani abbiamo ormai verso un gran numero di cose: pensiamo che non ci sia nulla da fare. A Roma ormai la gente pensa che sia impossibile avere un servizio di raccolta rifiuti decente; che sia impossibile avere un sistema di trasporti urbani decente; c’è una sorta di fatalistica rassegnazione.
Io penso che questo sia proprio delle situazioni di decadenza storica. L’Italia è entrata in un periodo di declino storico, ma di lunga durata.
Lo si vede anche dal livello del dibattito: si discute soltanto per maledire o per applaudire, non siamo più capaci di andare al fondo dei problemi. Questo è un altro elemento di crisi del nostro paese, che il discorso pubblico dovrebbe essere alimentato non dai politici, ma dagli intellettuali, dagli studiosi, dai giornalisti. Invece si replica pedissequamente il modello politico: c’è la destra, c’è la sinistra… In altri paesi non è così; in Italia invece c’è un totale appiattimento della cultura sulla politica, che è una rinuncia a quello che dovrebbe essere la cultura.
Purtroppo le cose sono andate così e forse rimarranno così.
(a cura di Barbara Bertoncin)