Anna Sabatini Scalmati, psicoterapeuta psicoanalitica di adulti e bambini, consulente del Cir, lavora a Roma. Recentemente ha pubblicato: Memorie congelate memorie evitate: a proposito della relazione terapeutica con le vittime di tortura, in Studi psicoanalitici del bambino e dell’adolescente, Roma, Pensiero Scientifico Editore, 2, 2000. Lavoro psicoterapeutico con sopravvissuti a torture, stupri e stragi di massa, in Psicoterapia Psicoanalitica, anno VIII, numero 2, 2001, Roma, Nuova Anterem Sas.

Che cosa ti ha portato come persona e come terapeuta a occuparti dei rifugiati politici che hanno subìto la tortura?
Lavoro come psicoterapeuta con bambini ed adulti, da più di venti anni. Dopo circa dieci anni di lavoro esclusivamente privato, ho sentito la necessità di portare la mia competenza nel sociale; mi domandavo come e con quale modalità potevo estendere la mia esperienza professionale. Avevo pensato di farlo con i Rom. Una sera con il dott. Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano dei Rifugiati (Cir) ho parlato di questo mio progetto, nel quale era, ed è forte, non lo nascondo, la mia esigenza di misurarmi con esperienze cliniche diverse; cioè non solo con persone che si fanno carico della loro sofferenza e affrontano di loro iniziativa, a pagamento, la terapia. Volevo esplorare, al di là del conflitto intra-interpsichico ed intersoggettivo, i conflitti derivanti dalla relazione tra la soggettività e il sociale, la “storia”. Il dott. Hein ha accolto immediatamente la mia proposta e mi ha invitato a lavorare per il Cir. Da allora, si era nel 1992, è iniziata la mia collaborazione, come volontaria, con il Consiglio Italiano dei Rifugiati. Con l’équipe del Cir, composta di persone sensibili, attente e disposte a riflettere sul proprio operato, il venerdì mattina abbiano iniziato a riunirci per prendere in considerazione i casi difficili, con ricadute manifestatesi in atti più o meno violenti o in profonde apatie. Dopo alcuni anni, tra i rifugiati politici a cui prestavamo la nostra attenzione, ne abbiamo individuati alcuni che avevano difficoltà specifiche. Avvicinandoci di più alla loro storia -nel frattempo si erano uniti a noi altri operatori della salute fisica e mentale- abbiamo rivolto una attenzione particolare ai rifugiati che erano stati vittime di pesanti maltrattamenti, di prigionia e tortura.
Li abbiamo individuati noi, poiché loro non avevano fatto parola delle loro sofferenze. Inizialmente ero l’unica psicoterapeuta che affrontava questo tipo di “utenza”; era una cosa strana, sconosciuta. Con il passare degli anni e l’infuriare di guerre e violenze sui civili, specialmente in Africa, il loro numero è tragicamente aumentato; solo al Cir, in questi mesi del 2001 sono giunti più di 60 rifugiati vittime di tortura.
Che cosa propone la vostra associazione ai singoli rifugiati che si rivolgono a voi?
Il Cir -al cui interno nel 1999 si è costituito il “Progetto Vito” (vittime di tortura)- offre competenza giuridico-legale, a sostegno della richiesta dello status di rifugiato politico ed una gamma di aiuti di carattere sociale. Il “sociale” affronta e cerca di dare soluzione ai bisogni più urgenti come alloggio, cibo, scuola, salute, inserimento nel mondo del lavoro ecc. I casi “vittime di tortura” sono seguiti dalla psicologa del progetto che registra con le dovute cautele la loro storia e, a seconda dei bisogni e delle urgenze, li mette in relazione con una serie di professionisti della salute fisica e mentale: ginecologa, pediatra, psichiatra, oculista, ortopedico, dermatologo, psicoterapeuta ecc.
E’ facile capire come venga accolto l’aiuto per i mali fisici, ma come avviene l’accettazione di una psicoterapia?
I primi colloqui con la psicologa sono molto importanti. E’ lei che vaglia la sofferenza, i bisogni, le caratteristiche della personalità che ha di fronte e, nel caso, suggerisce ed indirizza la persona ad un ascolto psicoterapeutico.
Nonostante le differenze culturali, non è raro che l’aiuto proposto venga accettato. In questo caso il rifugiato -su appuntamento- viene nel mio studio, come gli altri miei pazienti. Il mio studio è un luogo riposante, tranquillo, sicuro. Nel primo incontro chiarisco la specificità del mio aiuto, il significato dell’ascolto delle difficoltà legate al loro vissuto e propongo di incontrarci per altre tre volte sempre alla stessa ora e allo stesso giorno. In queste sedute il rifugiato ha la possibilità di valutare l’aiuto che posso offrirgli, la sua disponibilità ...[continua]

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