









UNA CITTÀ n. 81 / 1999 NovembreIntervista a Nadia Filippini
realizzata da Barbara Bertoncin
ALBERO O VASO?
La diffusione del taglio cesareo nella seconda metà del 700 si accompagna all’affermarsi dell’idea che il feto, fino ad allora del tutto subordinato alla madre, sia una persona. Sono le nuove conoscenze anatomiche dei medici, a contribuire a rendere drammatica la domanda teologica sulle sorti dell’anima del bimbo che nascerà morto. Intervista a Nadia Filippini.
Nadia Filippini fa parte della Società Italiana delle Storiche. Ha collaborato al volume Nascere a Venezia, 1985. Tra le opere pubblicate La nascita straordinaria. Tra madre e figlio, la rivoluzione del taglio cesareo (sec. XVIII-XIX), Franco Angeli 1985, e recentemente il saggio Il cittadino non nato e il corpo della madre in Storia della maternità, Laterza 1997.
Dicevi che la scelta del taglio cesareo come chiave di lettura dei mutamenti in atto nel XVIII secolo è stata casuale. Puoi raccontare?
In effetti l’idea di rileggere quel periodo storico da questo particolare punto di vista è stata casuale. Del resto nelle ricerche avviene spesso che le cose più interessanti si scoprano per caso. Tra l’altro l’inizio di questa indagine ha anche una data precisa: il 1985. Infatti, nell’85 qui a Venezia è stata allestita una mostra sulla storia della nascita che si intitolava appunto "Nascere a Venezia". Per realizzare questa iniziativa si era formato un gruppo di lavoro composto da storiche, perlopiù donne, ma anche da medici e specialisti, al fine di proporre un’ottica multidisciplinare. All’interno di questa indagine collettiva preliminare era subito venuta alla luce un’anomalia, un’incongruenza. All’inizio mi ero limitata a constatarne la "stranezza", imputandola al fatto che in fondo sono una storica, non un’esperta di storia della medicina. La stranezza consisteva nel fatto che a metà del XVIII secolo si assiste a una crescita esponenziale dei tagli cesarei, e questo malgrado il fatto che le donne a cui veniva praticato morivano tutte, o quasi. La stessa percentuale fornita dai medici, realisticamente molto inferiore al vero, superava comunque il 60% di decedute. A quel punto, noi storiche, consapevoli di essere prive di adeguata preparazione medica, abbiamo consultato gli specialisti chiedendo spiegazioni. I conti infatti non tornavano, neanche dal punto di vista della storia della scienza. Insomma, se l’utilizzo, almeno potenziale, di questa pratica, risaliva almeno al XVI secolo e se era sempre stata assolutamente fallimentare, perché le donne venivano fatte partorire col parto cesareo?
Noi siamo abituati a una visione positivista dell’evoluzione scientifica, per cui siamo convinti innanzitutto che tutte le innovazioni scientifiche abbiano una connotazione, per così dire, salvifica e, in secondo luogo, che tutto ciò che cambia nella pratica medica deve essere frutto di una scoperta. Ebbene, nulla di tutto questo: il risultato era fallimentare e non era stato scoperto niente di nuovo! Allora, perché mai?
La ricerca è partita proprio dal cogliere questa anomalia. Ben presto, quando abbiamo scoperto che il taglio cesareo andava sì a uccidere le donne, ma salvava il bambino, abbiamo capito che la diffusione di quella pratica era il segnale di qualcosa di fondamentale che stava cambiando nel campo della nascita, nella gerarchia dei valori e in quella sociale; era un passaggio rilevante proprio dal punto di vista culturale, prima ancora che scientifico. Infatti, se l’obiettivo primario era diventato salvare il bambino, evidentemente per alcuni il bambino, il feto, era diventato più importante della madre.
Allora ho deciso di studiare questa particolare fase storica a partire dalla pratica del taglio cesareo, come fosse un osservatorio privilegiato per cogliere la svolta, i cambiamenti in atto. E’ un po’ come se oggi scegliessimo l’aborto per studiare la storia sociale degli ultimi decenni. Anche la legge sull’aborto infatti mette in luce un cambiamento culturale fondamentale: il diritto di autodeterminazione delle donne rispetto al proprio corpo.
Questa ricerca è stata anche molto lunga perché ovviamente ho dovuto incrociare varie discipline. Infatti, tutte le volte che si toccano questioni relative alla legittimità di una pratica, entrano in gioco una serie di principi e valori, che sono religiosi, ma anche laici, scientifici, politici, per cui tutto si intreccia e diventa estremamente complesso. Ho dovuto verificare cosa sostenevano i teologi, i medici, le donne su tale questione, o l’ambiente sociale, per arrivare a scoprire poi che i medici erano divisi in molte correnti di pensiero, e, ugualmente, il mondo religioso era tutt’altro che omogeneo. Ciò che invece è risultato fin dall’inizio chiaro è che quella pratica era il segnale di un cambiamento fondamentale che avveniva nel modo di vedere il feto e i rapporti madre-figlio.
Possiamo partire proprio dal cambiamento dei rapporti tra feto e corpo della madre?
Noi apparteniamo a una tradizione che fino al 700 stabilisce una precisa gerarchia tra il corpo della madre e il feto, per cui la madre è più importante del feto che porta in sé. E qui si potrebbero citare figure metaforiche molto significative, come appunto quella dell’albero e il frutto: la madre è l’albero, di frutti ne può fare tanti e alcuni possono anche non maturare. Il vero soggetto è quindi la madre.
Il feto a sua volta è visto come un essere imperfetto, cioè non compiuto e non ben definito come fisionomia. Fino al XVIII abbiamo una rappresentazione del feto come non-persona, per cui non solo è subordinato alla madre, ma non viene nemmeno rappresentato totalmente come bambino. Insomma, non si tratta di una gerarchia basata esclusivamente sul piano quantitativo, sulla maggiore o minore durata della vita vissuta; c’è proprio una differenza qualitativa tra madre e feto che li rende quasi incomparabili l’uno con l’altra.
Forse vale la pena precisare che allora tutta la questione della gravidanza era poco conosciuta anche dal punto di vista prettamente fisiologico. La stessa anatomia femminile era pressoché sconosciuta. Dal punto di vista scientifico, non si sapeva, non era chiaro cosa una donna portasse in grembo. Potevano infatti esserci molte "cose", non necessariamente un bambino. Poteva trattarsi della "mola", una specie di tumore allora diffuso, o semplicemente di un’interruzione delle mestruazioni senza che la donna fosse incinta; poteva esserci anche un mostro, e ai mostri non era certo riconosciuto lo statuto di persona. E comunque, anche nel caso di accerta gravidanza e in fase avanzata, questa "cosa" stava a metà strada tra un essere umano e un quid ancora da definire.
Ebbene, tutto questo cambia e in maniera significativa nel corso del 700. Ovviamente, il mutamento avviene gradatamente, però, in particolare nella seconda metà del XVIII, si assiste a un interesse molto preciso dei medici nei confronti di questo essere rinchiuso nel grembo materno. C’è addirittura chi, per studiarne l’evoluzione, comincia a raccogliere aborti spontanei realizzando un vero e proprio museo di feti; ma più in generale i medici si appassionano allo studio del feto in utero. Tutto questo è correlato ovviamente all’invenzione del microscopio che permette effettivamente di entrare e vedere una realtà prima inaccessibile.
La vera svolta sta però nel fatto che, contemporaneamente, a questo essere di natura fino allora imprecisata comincia a essere riconosciuta piena dignità di persona al punto da metterlo su un piano di assoluta parità con la madre.
La cosa curiosa è che, da un lato, la crescente attenzione per il feto è legata al fatto che ora i medici possono mettere le mani, l’occhio del microscopio su questo essere. Dall’altro però i loro occhi vedono anche cose che in realtà non ci sono.
Per esempio, nei disegni che ho trovato per documentare la situazione in Italia c’erano feti che al settimo giorno venivano rappresentati come dei veri e propri bambini, in piedi, diritti con la loro testina, semplicemente di dimensioni molto ridotte. Ecco, alla base di questa evidente deformazione della percezione c’era in particolare una teoria, quella del preformismo, che sosteneva che il bambino fosse preformato fin dal concepimento. In pratica, per i seguaci di questa corrente, il feto non sarebbe stato altro che un bambino già completamente evoluto dal punto di vista fisiologico e delle proporzioni, semplicemente miniaturizzato. Per cui durante la gestazione la creatura non avrebbe fatto altro che aumentare di scala.
Nel secondo 700 si impone quindi un ampio movimento d’opinione sia negli ambienti medici che in quelli religiosi, a favore del riconoscimento del feto come persona fin dal concepimento. Prima di allora una tale rivendicazione sarebbe stata semplicemente inconcepibile. Ma se il feto è una persona fin dal concepimento, come tale partecipa degli stessi diritti di un qualunque altra persona e a quel punto, in base al codice dell’uguaglianza, diventa legittimo, anzi doveroso, discutere se sia opportuno salvaguardare la vita della madre o quella del feto.
Con il cambiamento della rappresentazione del feto, cambia anche la rappresentazione della madre...
Certo. Infatti a questo punto, cambiano anche le metafore del linguaggio: la madre non è più l’albero che fa il frutto, ma piuttosto colei che custodisce come un vaso in cui germoglia una piantina; il suo corpo è in primo luogo un contenitore e come tale può anche trasformarsi in un "carcere". L’utero nell’immaginario di questo periodo è spesso assimilato a un carcere per il bambino. Ma soprattutto da questo momento alla madre non viene più riconosciuto diritto di priorità.
La cosa non avviene in maniera così netta, come la sto dicendo. Nel senso che a fianco di correnti che fanno pressioni per l’assoluta messa in discussione della priorità della madre, c’è un dibattito estremamente intenso che divide medici, teologi.
Talvolta si arriva addirittura a vere e proprie battaglie legali per dirimere le controversie. Per farci un’idea del clima dell’epoca, forse possiamo pensare alla violenza, non solo ideologica, di certi movimenti antiabortisti attivi in America.
Sul versante opposto, in Francia nasce una scuola molto particolare, l’École anti-césarienne" di Parigi, che si batte invece, anche attraverso tribunali, contro la pratica del cesareo.
Un altro aspetto interessante in questo passaggio culturale è che da una parte si enfatizza la maternità, ma dall’altra si ridimensiona la figura della madre. E, si badi, non è contraddittorio. L’enfasi della funzione materna raggiunge infatti il suo apice nell’800 ed è connessa ad un interesse demografico molto preciso, politico, che comporta una rinnovata attenzione nei confronti della popolazione. Tuttavia, enfatizzare la funzione materna significa che il valore della donna sta nel fare figli, non si tratta di una sorta di riconoscimento del potere della maternità, qui l’unica cosa che interessa è la funzione sociale. A questo punto, il valore della donna è rappresentato esclusivamente dalla sua funzione biologica. Infatti, una donna ha valore, è socialmente utile solo se è in grado di partorire figli sani, e possibilmente se è in grado di farne tanti. Una donna, ad esempio, che ha una qualche deformazione del bacino, per cui non è in grado di fare figli o di farli sani, perde la sua valenza sociale. E questa è una motivazione laica che noi troviamo utilizzata dai medici: "Dobbiamo scegliere una madre un po’ deforme, che non è in grado di fare figli o la creatura potenzialmente perfetta che lei tiene in grembo?".
Non c’è dubbio che, da un punto di vista demografico, eugenetico, sia preferibile la seconda ipotesi. A noi può sembrare comunque agghiacciante, però erano questi i ragionamenti che facevano i medici.
Qual era, invece, la posizione della Chiesa?
Diciamo innanzitutto che la chiesa del tempo era divisa in correnti, spesso in aperta polemica fra loro. C’erano posizioni molto variegate: i rigoristi, i giansenisti, e poi anche all’interno della chiesa c’erano quelli che affermavano un superiore diritto materno.
Io ovviamente mi sono maggiormente concentrata su quelli che sostenevano il diritto del feto, che erano i rigoristi. Bisogna spiegare che, a muoverli in questa battaglia, era fondamentalmente una ben precisa preoccupazione religiosa: la salvezza dell’anima del bambino. Cosa che a noi può sembrare assurda, ma bisogna ricordare che in questo periodo tutto il dibattito sul peccato originale era molto seguito. In questo caso, il problema era quello di stabilire se un bambino che nasceva morto, non essendo stato battezzato, fosse irrimediabilmente destinato agli inferi. La posizione predominante tra i rigoristi era che questo bambino era perso. E questo era inaccettabile.
Inoltre, chi sosteneva che il feto avesse più diritto di essere salvato della madre, aveva un’ulteriore e grave giustificazione. Infatti, in caso di morte, il feto avrebbe perduto una doppia vita: la vita materiale e insieme quella spirituale. Mentre la donna, la madre, avendo ricevuto il battesimo, avrebbe perduto solo la vita materiale. E questa era una motivazione molto forte, soprattutto perché giocata sul valore del sacrificio materno: una madre che fosse stata realmente tale non poteva mai consentire che il bambino che portava in grembo perdesse non solo la vita, ma anche l’anima. Era una questione di "spirito della carità": una madre doveva sacrificare la propria vita materiale per la vita spirituale del bambino.
Anche su questo ci sono state molte e interessanti discussioni proprio dal punto di vista teologico. A un certo punto, per esempio, i medici di Parigi hanno posto la questione ai teologi della Sorbona e ne è uscita una dichiarazione molto articolata. Bisogna tener presente che nella tradizione precedente la Chiesa sosteneva un altro punto di vista: la donna aveva diritto di abortire o comunque, al momento del parto, si doveva scegliere la sua vita, perché il feto si configurava come un aggressore della sua esistenza; si trattava, cioè, di legittima difesa e anche il medico aveva il diritto di uccidere il feto appunto perché rispetto alla madre si configurava come un aggressor suae vitae. Questa era la posizione precedente.
Chiaro che, invece, all’interno di questo cambiamento culturale, anche la posizione della Chiesa, proprio da un punto di vista prettamente teologico, cambia. Per cui, molti diranno: non è più aggressor, semmai è un "ospite". Anzi, bisogna salvaguardare accuratamente la sua incolumità perché potrebbe anche venirsi a trovare nella situazione di prigioniero. Il linguaggio adottato è ancora una volta significativo: il feto è "prigioniero" dell’utero. E poi c’è questa rinnovata enfasi sulla vita spirituale. E allora la donna deve scegliere, e non può che decidere di sacrificarsi per amore. Nell’800, il motivo del sacrificio diverrà largamente diffuso guadagnando anche la simpatia dei gesuiti, non più solo dei rigoristi.
Con la pratica del cesareo, anche il medico entra nella scena del parto, e lo fa nelle vesti del "guerriero", del salvatore...
Qui affrontiamo un altro piano che non è più quello che riguarda il feto, quanto piuttosto il significato dell’ingresso del medico e della scienza in questo campo. E non mi riferisco alle nuove tecniche, ma al significato di questa "intrusione" a livello simbolico. Questo è un grande tema su cui occorre continuare a ragionare, anche rispetto alle nuove tecnologie. Che cosa ha significato l’ingresso del medico, dato che la scienza è comunque maschile? Perché qui è proprio l’uomo nel senso di maschio che entra nella generazione.
E questa è un’altra delle piste di riflessione del mio libro. Perché lì c’è sicuramente una perdita simbolica della madre, del femminile molto forte. In precedenza c’era infatti una distinzione di campi molto netta: le donne - la donna, la levatrice, la madre della madre- davano la vita ed erano le custodi dei segreti della vita; l’uomo dava la morte. La donna era la partoriente, l’uomo il guerriero. Ai due poli opposti, una aveva la sua forza nel dare la vita, l’altro nel combattere.
Quindi due potenze, per così dire, opposte. Ecco, nel momento in cui l’uomo, lo scienziato, entra nel campo della nascita, mette in atto un tentativo di dominare la vita. E lo fa con armi guerriere, applicando dei modelli di onnipotenza, di dominio, che sono poi quelli bellici. Tant’è che per i medici, le donne non erano neppure tenute a sapere del proprio destino in caso fosse stato necessario fare il cesareo. Decideva il medico, era lui l’autorità decisionale sulla vita e sulla morte di madre e feto. Anche adesso purtroppo talvolta è un po’ così.
Quali erano le reazioni, i sentimenti di queste donne?
Questo è forse il capitolo più cupo e triste di questa storia. In primo luogo perché inizialmente si trattava di vera e propria sperimentazione che utilizzava, come cavie inconsapevoli, donne povere o illegittime, prive quindi di qualsiasi tutela. Queste donne non erano in condizione di parlare, raccontare e purtroppo non hanno lasciato fonti. Quindi è molto difficile risalire alla loro vita interiore. Io però ho cercato di arrivare alle donne partendo dalle relazioni dei medici. Infatti i loro resoconti non erano prettamente scientifici, come si usa adesso; erano relazioni molto discorsive e certe volte loro stessi fornivano preziose indicazioni sulla reazione della donna, del contesto sociale. Del resto, proprio perché era una sorta di pratica sperimentale, dovevano raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. Devo dire che le cose più interessanti sono quelle che avvenivano, più che negli ospedali, sul territorio, nei villaggi, dove si sa per certo che ci furono reazioni assolutamente negative, di rifiuto. Ma questa è una cosa molto difficile da illuminare perché si trattava soprattutto di donne povere. Le donne ricche pagavano i medici, per cui il rapporto con il medico era diverso: c’era una contrattazione di potere e quindi decidevano loro, le donne, in questo caso.
Uno dei pochi indici di rilevazione è il ritardo con cui in genere il medico veniva chiamato, quasi che si volesse evitarne l’arrivo fino all’ultimo momento; e quando arrivava in genere era troppo tardi per la vita della madre.
Nel corso della tua ricerca hai raccolto anche molte storie. Puoi raccontarci quella a tuo avviso più illuminante per capire quel mondo...
Ci sono tante storie tragiche ma appassionanti, proprio perché gettano una luce su quel periodo.
Per esempio, ho trovato una bellissima storia, ambientata a Verona, che vede tutto un quartiere mobilitarsi intorno a questo evento, vissuto come sconvolgente delle leggi della natura. Si tratta infatti è una storia corale, che coinvolge non solo la famiglia, ma tutto il vicinato, addirittura il Sindaco!
Allora, una donna povera, che abitava in una casa di campagna proprio in quello che è oggi il centro di Verona, di fronte ai giardini Giusti, doveva partorire. Il bambino però non si decideva ad uscire. A questo punto, la levatrice, vedendo che la situazione non si sbloccava si decise a chiamare l’ospedale. Il medico dell’ospedale però prima di recarsi in quella casa chiamò a consulto tutti i colleghi per decidere, e alla fine dichiarò opportuno fare un taglio cesareo. Io ho tentato di ricostruire quanto avvenne in quelle ore. Ebbene, in quella casa sono passati qualcosa come sedici medici, ed era una casa poverissima!
Infine venne praticato il taglio cesareo, e nacque questo bambino che venne battezzato Giulio Cesare. Questa è un’altra notazione curiosa dell’epoca: i bambini fatti nascere col cesareo infatti venivano spesso chiamati "Giulio Cesare". Il tutto nasceva dalla falsa etimologia del nome "Cesare" che veniva fatto derivare da "cesareo". Quindi tutti quelli che nascevano col cesareo dovevano essere chiamati Cesare. Allora nasce Giulio Cesare, e questo bambino viene dato a una balia e mandato in collina. Questo è anche uno dei rarissimi casi in cui la madre sopravvive (non è infatti casuale che proprio questa vicenda venga così spesso riportata).
La madre però inizia a mostrare i sintomi della peritonite; fortunatamente la curano adeguatamente e dopo un mese finalmente la malattia recede, e lei sembra guarita.
Bisogna anche spiegare che per il mondo di allora alla fine dell’evento nascita seguiva un rito di purificazione, che segnava per la donna il ritorno alla vita normale e la chiusura della fase precedente. Ebbene, anche per la madre di Cesare era arrivato il momento in cui recarsi in chiesa a ricevere la purificazione. Senonché, fin dalle sere successive al cesareo, lei cominciò ad avere degli incubi, vedeva i fantasmi, e sosteneva l’esistenza di una maledizione in procinto di abbattersi sulla casa.
Le sue premonizioni si rivelarono esatte e al momento di ricevere la purificazione, scoppiò un incendio nella casa. A questo punto la donna sembrò proprio destinata alla morte, e con lei il suo bambino. Nel frattempo tutto il paese era accorso, ed era iniziata a circolare la spiegazione che tutto quello stava avvenendo perché era stato fatto un cesareo. Ma quando sembrano ormai non esserci più speranze per la madre e il neonato, arrivò un giovane coraggioso che prese una scala, si arrampicò, e fece uscire la donna dalla finestra, la portò giù in spalla, e la folla applaudì. Pur rimanendo assolutamente ferma nella convinzione che la causa di tutto era stato il cesareo che aveva sconvolto l’ordine della natura. La gente infatti coglieva questa anomalia: il fatto di aprire la pancia a una donna turbava ogni ordine di valori e gerarchie naturali.
Lo stesso medico, che aveva raccolto la storia, conclude dicendo: "Certo che però è ben strano, se ci si pensa bene in questa vicenda tutto avviene al contrario: un bambino che non nasce dalle vie naturali ma che viene estratto dall’alto, e non dalle forze della natura ma dalla mano di un medico; una donna che esce per la prima volta di casa, non dalla porta, ma dalla finestra; che non esce con le sue gambe, ma che viene portata di peso...".
E allora lo stesso medico inizia a interrogarsi. Ecco, questo è il caso più bello, perché dà proprio il senso di come il cesareo fosse avvertito come evento estraneo e minaccioso a tal punto che la stessa medicina si interrogava.
Forse può essere interessante capire come la pratica del cesareo post mortem, che tu hai affrontato alla fine dei tuoi studi, stia invece alle origini dell’incremento del taglio cesareo in vita...
Infatti. Io sono partita con l’analisi del cesareo in vita. Sapevo che anche il cesareo post mortem è una pratica che si diffondeva nel secondo 700, ma mi pareva che non avesse analogie.
Solo successivamente, ho capito che invece era strettamente legato alla diffusione del cesareo in vita. Infatti il cesareo post mortem si faceva per salvare l’anima del bambino, ossia sulla base delle stesse preoccupazioni religiose che nel secondo 700 diventano cruciali. Nel 1745 venne pubblicato un testo scritto dall’italiano Emanuele Cangiamila, L’embriologia sacra, che ebbe un successo mondiale, e che ben evidenziava la grave e crescente preoccupazione su tali questioni. Cangiamila è appunto uno che sostiene la pratica del cesareo post mortem, ma anche del cesareo in vita. Bisogna infatti spiegare che nella maggior parte dei casi il cesareo post mortem non funzionava: i tempi erano così stretti che i feti estratti erano sempre morti, con la tragica conseguenza che non si poteva impartire il sacramento del battesimo. Ecco allora che i medici, i teologi cominciano a dire: ma facciamolo un po’ prima. Quindi tra le due pratiche, in vita e post mortem in realtà esisteva una profonda connessione, che era sia di preoccupazione religiosa, sia di semplice buon senso: in fondo che senso ha aspettare che la madre sia proprio morta? Interveniamo prima, quando abbiamo più chances di salvare il bambino.
Perché proprio tra 700 e 800 si concentra una tale attenzione sul feto? Qual è la posta in gioco?
Il 700 è un’epoca cruciale da più punti di vista. Per esempio sta emergendo che questo è un periodo fondamentale anche per la storia di genere. Secondo Laqueur anche la differenza sessuale nasce in questo periodo, per cui i due corpi, maschile e femminile, verranno visti, da allora in poi, come assolutamente diversi.
Io comunque individuo almeno tre elementi alla base di questo nuovo interesse per il feto. Il primo, di fondo, che si collega anche alla rappresentazione di genere, è il ruolo che viene ad assumere la medicina in questo campo. Infatti, è proprio a cavallo tra 700 e 800, che la medicina acquista una particolare rilevanza e autonomia nello studio del corpo femminile, e della differenza sessuale.
Il secondo elemento concerne invece la religione. Infatti, tra le varie correnti religiose attive all’interno della chiesa, assistiamo, in questo periodo, a una vittoria dei rigoristi. Devo dire che per capire la reale importanza di questo passaggio ho dovuto studiare e documentarmi anch’io, perché non conoscevo per nulla questa storia. Comunque, negli anni Trenta del 700, anche qui in Italia, i rigoristi diventano molto forti, e rendono predominante la loro profonda preoccupazione per le tematiche legate al battesimo, alla salvezza.
Quindi c’è anche questo aspetto interno alla spiritualità cattolica da tenere in considerazione. Il terzo percorso è quello legato agli interessi del nuovo Stato nazionale nei confronti della popolazione. Si tratta evidentemente di un interesse politico. I cittadini infatti non vengono più visti come sudditi, bensì come "corpo" dello Stato. Di qui l’importanza di curare il popolo, perché sul numero dei cittadini si misura la forza dello stato. Prima sul numero, poi gradatamente sulla loro qualità. Per questo anche i bambini, e in particolare il feto -potenzialmente perfetto- diventano di interesse per lo Stato.
Tu ti sei occupata in prevalenza di Italia e Francia. Ma nel resto d’Europa qual era la situazione?
Direi piuttosto variegata, ma in generale non così disomogenea, con l’eccezione dell’Inghilterra. In Inghilterra infatti questa cosa non ha mai prevalso. Il che, a mio avviso, si spiega col dato di fatto che dei tre fattori citati, il fattore religioso gioca sempre una grossa parte. Infatti la religione protestante non conferisce tale importanza al battesimo, per il semplice motivo che nella loro concezione la salvezza dell’anima non è legata al battesimo. Non è quindi un caso se in Inghilterra ha sempre prevalso il partito a favore della madre. Lo stesso l’orientamento della medicina è sempre stato volto a tutelare innanzitutto la vita della madre.
Ora ci sono anche alcuni studi tedeschi che vengono avanti e che chiariranno meglio la situazione in paesi di tradizione diversa.
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