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Rossana Guffanti e Stefano Granelli abitano a Bologna


  
UNA CITTÀ n. 246 / 2018 febbraio

Intervista a Rossana Guffanti, Stefano Granelli
realizzata da Fausto Fabbri, Gianni Saporetti

ME ENCANTA EL CIEL
La storia di Amedeo, un giovane di 22 anni, che alla Cattolica di Milano si era distinto per il modo di vestire, per i pantaloni larghi, l’eterno zainetto, e poi la sua passione per la musica e il rap e gli interessi più vari; i tanti amici e poi, alla prima occasione, la voglia di mettersi alla prova e l’incontro entusiasmante coi bambini di uno sperduto paesino colombiano; “Sono al settimo cielo” aveva detto ai genitori alla vigilia del ritorno... Intervista a Rossana Guffanti e Stefano Granelli.

Rossana Guffanti e Stefano Granelli abitano a Bologna.

Rossana. Era partito perché voleva semplicemente mettersi alla prova, era una persona pochissimo ideologizzata. Diceva: "Io vedo i miei compagni di corso presi da questa progettazione internazionale, io mi sto ancora guardando intorno, ma mi sembra giusto mettermi alla prova...”.
Stefano. Poi abbiamo capito da certe sue perplessità, ma appena accennate per telefono, che gli erano già nati dei dubbi su come veniva condotta questa scuola, sui limiti che poteva avere quell’esperienza. Ma lui non era lì con la mentalità del cooperante che è già dentro a un’organizzazione, che si sente di discutere delle linee direttive di un progetto. Per lui era un’esperienza di vita, insieme a questi bambini che aiutava a studiare, a fare i compiti. E ci diceva che era felicissimo. Anche di fare altri tipi di lavoro, manuali, che lui non aveva mai fatto, anche pesanti, come raccogliere frutta, andare ad accudire i maiali la mattina presto... La prima volta ci disse che era un’esperienza che non augurava a nessuno.
Rossana. Infatti, tranne la sua amica Martina, gli altri si erano sottratti. Si alzavano anche alle quattro del mattino per andare ad accudire questi maiali, ma lui, con una sua terminologia particolare, diceva: "Son qui per far degli sbatti, mi sbatto. Non sto giocando al piccolo cooperante”. Per uno che era zero manuale e zero fisico, immagino la fatica che faceva...
Stefano. Era più spirituale come tipo, però evidentemente anche in quel lavoro, che era una completa novità, aveva trovato qualcosa di pacificante.
Rossana. Infatti dopo qualche giorno ha detto: "No, è terapeutico pulire i maiali”. Mancavano pochi giorni a tornare e gli ho detto: "Mancherai ai maiali...”, "No, sono loro che mancheranno a me”. Volevano tornare a Natale. In uno degli ultimi messaggi ci ha detto che era stata proprio un’esperienza entusiasmante.
Stefano. Poi i ragazzi, che erano là con lui, ci hanno detto che Amedeo era proprio dedito anima e corpo a questi bambini, anche fuori orario. Si era veramente appassionato, sul piano umano. Noi tante volte avevamo pensato che sarebbe stato un bravo insegnante. Ho trovato anche degli appunti che aveva preso per spiegare delle cose e mi ha sorpreso per il metodo che aveva... per spiegare per esempio la mitologia, che era uno dei suoi interessi. E mi ha sorpreso perché non è mai stato uno studente né metodico né particolarmente brillante. Insomma, lui coltivava praticamente solo quel che gli interessava, studiava quando stimava il docente e siccome la maggior parte dei docenti dicevano che lui era deludente, si era specializzato nel fare il minimo indispensabile, lo calcolava con una precisione assoluta e dopo abbiamo capito che lo faceva proprio per scelta.
Quando una cosa non valeva la pena, si toglieva il pensiero. Finiva prestissimo. I compiti li consegnava prima... Questo alle superiori. Invece a Milano si è dato anima e corpo. Sono venute fuori certe sue attitudini e per la prima volta si è messo alla prova. La grande sfortuna sua e nostra è stata che proprio alla prima esperienza internazionale, alla prima esperienza significativa che lui aveva pensato di fare, è successa la tragedia.
Rossana. Marco, un ragazzo che era là con lui, ci ha raccontato che a quei bambini era stato capace di dare una visione più ampia di quella molto limitata di un posto di montagna sperduto. Bambini che non sanno cosa c’è fuori del loro paese, che non capiscono neanche perché devono imparare l’inglese. Invece lui è stato capace, non so attraverso quali argomentazioni, forse anche con la musica, a fargli vedere che c’è qualcosa al di là. È riuscito a parlargli di mitologia, di biologia… Ci hanno raccontato che è venuta una psicologa, ha chiesto ai bambini di disegnare quel che per loro era la felicità. E uno ha disegnato Amedeo.
Stefano. Questo dimostra come lui fosse contento in quella situazione. Era venuto anche a contatto con la musica locale tramite un ragazzo del luogo, incontrato per caso e che li aveva invitati a una festa di un suo cugino. Ci disse: "Andiamo a questa festa, siamo gli unici bianchi. Sono tutti neri!”, e ne era a dir poco entusiasta.
 
In un sito rap, un ragazzo di Venezia ha scritto delle frasi bellissime su di lui, e l’aveva conosciuto solo una volta: "Ci siamo incontrati a un concerto, ci è piaciuto tantissimo, ci ha invitato subito a casa sua, ci ha fatto vedere tutta Milano”...
Sì, a 22 anni Amedeo stava sbocciando dopo tanti anni di scuola un po’ frustranti... Quanto fosse motivato a parlare con i ragazzi con cui doveva lavorare, lo dimostra che aveva imparato in brevissimo tempo lo spagnolo, che non aveva mai studiato, tant’è vero che proprio ventiquattro ore prima di morire, intervistato da una tv colombiana locale, sicuramente parlando come poteva, era riuscito a rispondere in spagnolo insieme ai suoi amici, e poi, alla fine, quando gli avevano fatto la solita domanda che si fa spesso agli stranieri: "Cosa ti è piaciuto di più della Colombia?”, e tutti dicono il cibo, la gente e le solite cose, lui aveva risposto: "Sì, sono d’accordo su tutte queste cose che hanno detto i miei amici, però se devo dire la cosa che mi ha colpito di più della Colombia è il cielo”.
Rossana. "Todo el dia me encanta el ciel”. Coi bambini che dicevano: "Cos’ha di diverso sto cielo?”.
Stefano. "Io guardo sempre il cielo”, diceva. Sì, lui non era troppo terreno, materiale. E senza essere credente. Aveva una spiccata spiritualità, e l’aveva anche manifestata in un elenco di cose fatte in Colombia, che aveva scritto nel suo quaderno. È un elenco anche poetico, che faceva un po’ la storia della sua esperienza, con cose che non aveva mai fatto prima. Per esempio dice: "Ho fatto colazione”. Lui non faceva mai colazione!
Rossana. "Ho fatto colazione col brodo!”.
Stefano. Poi dice, non so: "Ho mercanteggiato per fare un acquisto”, cosa assolutamente estranea alla sua natura. Poi: "Ho assistito a una messa”, "Ho raspato la coca”, che è il gesto che fanno questi bambini che vengono mandati nelle piantagioni di coca per raccoglierla. Devono togliere dalla pianta le foglie, e questi bambini, che non hanno nulla, si avvolgono le mani con lo scotch, con quello che possono, per non ferirsi.
Ecco, anche loro, allora, hanno provato a fare questa cosa. Lui ha elencato tutte queste cose e fra queste cose c’è anche scritto: "Ho pregato”. Allora, se lui ha pregato, l’ha certamente fatto sinceramente, non con spirito di irrisione. Probabilmente l’ha fatto perché partecipava a un evento magari collettivo, perché partecipava di una spiritualità che lui sentiva.
Rossana. Una nostra amica mi aveva detto una cosa che ho citato il giorno del funerale: "Voi l’avete educato alla ricerca della felicità”. Non so se è proprio così, però me ne pento amaramente. Mia mamma diceva: "L’hai cresciuto troppo umano”. Non so esattamente cosa volesse dire. Forse è quello che poi ci han detto gli amici raccontandoci tante cose che non sapevamo. Questa sua capacità di tolleranza, di accoglienza. Un suo amico ha detto: "Lui sapeva far stare a suo agio le persone”. Quando l’ho citato, alla commemorazione all’università, lui poi mi ha detto: "Ma non hai capito, era più di questo, lui ti pacificava”. Adesso ne fanno anche un personaggio un po’ irreale insomma, però era capace... sì, di accoglienza, questo essere easy...
Stefano. Ma al di là di quello che può essere la nostra esigenza di genitori, quello che è successo è stata una cosa per noi inaspettata, che ce l’ha fatto scoprire: quanto è mancato a quanta gente, quante amicizie aveva. Ho conosciuto uno per uno i suoi amici, che ci hanno proprio assistito in tutto questo anno che è passato e continuano a farlo, e mi vien da dire che non ne ha sbagliato uno, di amici. Sono uno diverso dall’altro e però hanno in comune questa umanità, questo senso profondo dell’amicizia.
Questa è una cosa che un po’ ci ha salvato, e ci sta salvando. Insieme a loro si è mobilitata una quantità di persone, i nostri amici, ma anche i genitori dei suoi amici. D’altra parte, nella circostanza più sfortunata che possa capitare nella vita, la perdita di un figlio unico di 22 anni, che cosa si può fare? Si parla di elaborare il lutto, ma io non ho ancora neanche capito cosa significa. Secondo me non c’è molto da fare, né da dire, perché una cosa del genere è proprio indicibile per definizione.
Non esiste neanche la parola per definirci. Se uno perde un partner, un coniuge, vedovo, vedova, se perde un genitore, orfano. Ma se perde un figlio? Sembra proprio che sia indicibile. Io userei orfano comunque. Si dice orfano di padre, orfano di madre, ecco, noi siamo orfani di figlio. Ti senti come un naufrago che nuota...
Rossana. Sì, questo senso di galleggiare.
Stefano. Di nuotare nel mare di notte, che non sai dove andrai a finire, diventa tutto precario, quindi... sì, orfano. La parola è questa. E per far fronte a questo, l’unica cosa è la rete sociale. Ci ha permesso di sopravvivere.
Rossana. È stata corale, ma dove ognuno ha espresso questa vicinanza secondo le sue modalità.
Stefano. Come se si fossero messi d’accordo, di fare ognuno qualcosa.
Rossana. Poi tanti ragazzi che non conoscevamo hanno sentito l’esigenza di venire qui a farsi conoscere, a raccontarci la loro storia, i dolori che anche loro avevano avuto nella vita...
Stefano. Sì, a ripensarci sono successe cose un po’ irreali, perché era passato pochissimo tempo e facevamo serate, cene, abbiamo invitato gente. Chi c’avesse visto dall’esterno non avrebbe immaginato che si stava cercando solo di non sprofondare.
Rossana. Amedeo è sepolto a Camugnano, questo paese dell’Appennino, dove abbiamo una casa a cui lui era affezionatissimo. L’ultima cosa che mi ha detto è stata: "Arrivo il 9, il 10 andiamo a Camugnano”. Ecco, i ragazzi, di tanto in tanto, anche a metà settimana quando non hanno impegni, vanno su a giocare al campetto di basket o di calcetto che è di fianco al cimitero. Vanno su, passano al cimitero, bevono una birra e tornano a casa. A noi non lo dicono neanche, lo veniamo a sapere da quelli del paese o dai loro genitori... Diciamo che c’è anche questo senso di una testimonianza reciproca. Io penso che soprattutto i coetanei di Amedeo avessero bisogno di una testimonianza che comunque, anche di fronte a una perdita così, di fronte alla disperazione, si può andare avanti. Loro, secondo me, avevano bisogno, lo dicono, di venire da noi per cercare Amedeo. Qualcuno ce lo ha anche scritto: "Noi adesso l’affetto, l’amore, l’amicizia che avevamo per Amedeo, lo sentiamo per voi”. Io questi ragazzi non li cerco mai e mi sono sentita qualche volta in obbligo di dire loro che non erano tenuti a venire, ma loro hanno sempre risposto che gli piace venire, che vogliono farlo.
Stefano. Sì, vengono sinceramente...
Rossana. Noi ci siamo rispecchiati in loro, loro in noi, come per una vigilanza, una testimonianza che, sì, nella vita si sopravvive. Abbiamo sentito quasi un dovere di testimoniarlo a questi ragazzi che indubbiamente hanno sofferto tanto, e il farlo ci ha dato forza.
Stefano. Una ripercussione c’è stata anche sugli studenti della Cattolica, dove è stato uno shock. Una sua docente, che è venuta al funerale il 14 di agosto, ci ha detto poi che tanti ragazzi le scrivevano anche con ripensamenti sul loro iter di studi, su quello, cioè, che poteva essere l’esito lavorativo di questi studi di cooperazione internazionale, perché, per dei ragazzi poco più che adolescenti, era stato un trauma quello che era successo ad Amedeo. La facoltà ha anche istituito un percorso di dieci incontri con uno psicologo per venire incontro a questi ragazzi un po’ in difficoltà. D’altra parte quel corso di studi aveva un numero di iscritti limitato, quindi lo conoscevano tutti. Poi lui si era fatto subito conoscere anche lì, perché era un personaggio un po’ atipico come studente della Cattolica...
Rossana. Diciamo che era molto informale...
Stefano. Nel modo di vestire, soprattutto. Una volta un bidello gli aveva chiesto se era un iscritto e volle vedere i documenti. In genere lì alla Cattolica sono più formali. Se adesso ci fosse qui uno dei suoi amici saprebbe definire esattamente il genere…
Rossana. Era tipo rapper, diciamo così, ma non in maniera esasperata, a lui piaceva soprattutto vestire largo, comodo... Ricordava con orgoglio che quando era stato a New York un ragazzo nero lo aveva fermato per chiedergli dove avesse comprato le scarpe.
Stefano. Comunque, questo suo look, l’abbiamo saputo dopo, dai commenti degli studenti di Milano che abbiamo sentito o letto in Facebook, era stato subito notato e per alcuni era stato anche motivo di sollievo. Perché andando alla Cattolica temevano di trovarsi in un ambiente troppo conformista, troppo leccato, e vedere uno che se ne fregava completamente del look era stata una boccata di ossigeno, insomma…
Rossana. Portava sempre quel suo zaino e chi lo incontrava, ci hanno detto, si chiedeva cosa avesse dentro. Il suo iPod era diventato famoso. Quest’inverno un ragazzo mi ha fermato al supermercato chiedendomi se ero la mamma di Amedeo e dopo un po’: "Ma l’iPod di Amedeo? Ci sono dei brani che ha selezionato lui, è importante preservarlo, conservarlo”. "Sì, lo faremo salvare”, l’ho rassicurato.
Stefano. Anche questo l’abbiamo saputo dopo, il suo iPod era conosciuto come una specie di piccola enciclopedia musicale, non so come avesse fatto in poco tempo a metterci più di tredicimila brani, e di tutti i generi, dalla classica al rap, al jazz, il rock, la musica italiana, quello che gli poteva piacere di qualsiasi cosa.
Rossana. C’è Mina, c’è Carosone!
Stefano. Con l’aiuto di un suo amico, bravo in informatica, stiamo cercando di salvarlo, in modo che se si rompe il supporto…
Rossana. Un’altra delle prime cose che mi han chiesto i ragazzi riguardava il "quadernone” di Amedeo dove scriveva i testi di musica. Se l’era portato in Colombia, s’è salvato e i suoi amici ce l’hanno riportato.
Stefano. Una delle caratteristiche del rap è quella di fare freestyle, di improvvisare i testi. E quindi lui lo faceva ogni tanto, non con noi ovviamente, che infatti questa sua capacità quasi la ignoravamo. Da alcuni filmati si vede che questo era motivo di divertimento, di intrattenimento per gli amici. Se era in vena e cominciava a rappare, improvvisando, gli altri si divertivano.
Adesso sto tentando di decifrare il quaderno perché aveva una calligrafia impossibile, poi scriveva unicamente per se stesso; si capisce perché proprio non si dà la minima pena di farsi comprendere, però con l’aiuto anche dei suoi amici che magari conoscono certe terminologie, pian piano ci sto riuscendo; voglio trascrivere i testi e anche farli stampare perché rimangano. Poi aveva anche un quadernino che teneva in tasca, in cui prendeva appunti: se gli veniva un pensiero, se qualcuno faceva una citazione... Leggeva un po’ di tutto, spaziava molto.
In realtà ci hanno spiegato che il filone che preferiva era quello cosiddetto dello storytelling, quindi un rap che racconta storie, che hanno un senso...
Rossana. Con una ricerca raffinata della parola.
Stefano. Non testi di pura protesta ma anche di rievocazione, spesso molto colti. C’è questo gusto proprio per la parola, per il gioco di parole ma anche per il rimando culturale... Questo ci ha anche sorpreso dato che non lo giudicavamo un grandissimo studente.
Rossana. Non so, in una riga cita Luciano, l’autore greco antico del primo romanzo che è stato scritto, poi cita il calciatore Luciano; nella stessa riga c’è un concentrato di rimandi... Ecco, lui magari non studiava niente ma leggeva Ovidio. Magari in classe sapeva la cosa che non sapeva nessuno, non sapeva tradurre neanche una riga di greco o coniugare un verbo, però magari aveva letto l’Anabasi. Era un tipo un po’ così. Fondamentalmente faceva quello che voleva. Ma senza essere una persona trasgressiva.
L’amico che divideva la camera con lui ha postato: "Spero che continuerai a versare estro sul tuo amato quaderno a quadretti, e chissà, magari un giorno avrò anche il piacere di sentire qualche tua rima nuova su un beat old school come quelli che ti piacevano tanto. Buon viaggio amico”.
E un’amica: "Ti ho subito individuato al primo giorno di specialistica. Sperando tu potessi essere tra i miei potenziali compagni di corso. Ero totalmente terrorizzata dall’ambiente di quell’università che sembrava roba per pettinati. Invece la prima persona che ho conosciuto e con cui ho pranzato sei stato tu, che a ben dire hai poco di pettinato, e lì ho tirato un sospiro di sollievo. Mancherai a tutti, "Ame”, mancherà sentire tutti i tuoi strani modi di dire, mancheranno le discussioni sui vari gruppi musicali, mancheranno i tuoi shottini post esame alle 10 di mattina al bar dell’università. Ciao Amedeo, e comunque mi spiace, ma i Guns un po’ fascisti lo erano”.
Stefano. Sì, dicevo del lutto. Ho letto anche Recalcati, e lui dice che l’elaborazione del lutto praticamente serve a cercare a un certo punto di riacquistare un principio di piacere che ti viene completamente a mancare. E quindi parla proprio anche di dimenticare, dimenticare perlomeno per periodi sempre più lunghi in modo, così, da potersi nuovamente interessare alla vita. Ti viene a mancare l’interesse vitale, insomma. E però si tende a parlare più del lutto in generale, oppure del lutto quando si perde un coniuge, un fratello, un genitore, ma il lutto per il figlio sembra un po’ un tabù. C’è stata una mia collega che mi ha dato un altro libro, scritto da un medico francese, che si intitola "Il lutto giorno per giorno”. Questo medico si è dato il compito di scrivere quasi un manuale per chi subisce un lutto. Encomiabile anche questo, perché, insomma, in situazioni del genere veramente ci si attacca a tutto e serve tutto. Però anche lì si parla pochissimo del lutto che riguarda un figlio. Forse perché è proprio difficile dire qualcosa di confortante. Probabilmente solo il tempo… Si vivrà aspettando che cambi qualcosa. Giorno per giorno.
Rossana. Non è detto che cambi in meglio, però.
Stefano. Sì, a volte ti sembra anche di no, insomma. Si continua a disperarsi, si continua... Personalmente continuo a piangere. Forse ci siamo anche aiutati vicendevolmente perché abbiamo due modalità diverse nell’affrontare questa cosa. Lei sembra piangere di meno, non lo so se lo fa quando io non ci sono. Io non mi sono mai trattenuto dal farlo anche in sua presenza. Non so neanche se ho fatto bene o male, però, insomma, non ci si pone neanche tanto il problema di quello che sia bene o meno bene fare. Si cerca appunto di galleggiare...
Rossana. Abbiamo uno svolgere delle giornate completamente diverse. Tu stai fuori tutto il giorno. Io invece sto tantissime ore anche da sola. Per cui ho modo di vedermela questa cosa. E poi è un sollievo quando tu torni, la sera, perché ho finalmente qualcuno. Quel momento lì, per me, è un po’ una ripresa.
Stefano. Sì, certo, poi ci sono momenti più o meno buoni, della giornata, della settimana.
Rossana. Indubbiamente ci siamo accorti comunque che quando siamo con altre persone stiamo meglio.
Stefano. Il mio lavoro? Il lavoro per me è cambiato. Io sono un medico dentista. E ho quell’età in cui si comincia a sperimentare un po’ di disaffezione, di noia per il lavoro. Ecco, praticamente questa cosa mi ha fatto riconciliare col lavoro. Prima di tutto me lo ha reso più leggero. Proprio perché ha relativizzato tutte quelle che mi sembravano cose importanti. Sì, lo sono, e lo rimangono, e io continuo a comportarmi come prima, però lo faccio in modo molto più leggero, più facile. Magari dei complessi che avevi, anche dei timori, la preoccupazione di non fare abbastanza, non ti angosciano più. Diciamo che continui a fare le cose di prima, ma con più scioltezza. Poi non ricordo chi mi ha detto che chi passa queste esperienze può anche fare paura perché non ha più paura di niente. In un certo senso è vero, sì. Che cosa ci può capitare di peggio? E poi il lavoro mi ha aiutato perché mi distrae. Con un lavoro che comunque ti impegna e ti impegna per delle ore, pensi di meno.

Noi abbiamo anche pensato al momento dell’incidente. Praticamente si è trattato di una macchina che ha perso il controllo ed è precipitata. Dentro questa macchina c’erano lui e altri ragazzi, i suoi amici di Milano, con cui era andato là, e due colombiani. Si sono salvati tutti, tranne lui. Lui ha subìto dei traumi cranici, ho letto i referti. Gli altri se la sono cavata con conseguenze più o meno gravi, sono tutti tornati a casa subito tranne una ragazza operata a Bogotà alla schiena, che dopo un mese era a casa senza danni irreversibili.
Rossana. Sì, abbiamo cercato di immaginarci come sia successo. Abbiamo anche pensato che forse lui non si è neanche troppo protetto durante questo rotolamento. Non lo so, ci è venuto questo pensiero. Aveva un’attitudine corporea molto rilassata. Una sua caratteristica che tutti descrivono era questa modalità leggera. Parlando con il suo amico Jack, del fatto che Amedeo era anche tormentato, lui diceva: "Sì, ma lui sapeva riderci sopra”.
Stefano. Può darsi che nel momento in cui ha capito che stava succedendo qualcosa di potenzialmente letale non abbia reagito fortemente. Gli altri hanno cercato di tenersi.
Rossana. Ma queste sono fantasie che ci facciamo. C’è da dire che lui era anche seduto in mezzo, dietro. Pensate che si era scambiato di posto con un ragazzo.
Stefano. Era al massimo di felicità...
Rossana. "Sono al settimo cielo”, ci aveva detto.
Stefano. Non era mai stato così. Sì, questa è stata l’unica consolazione...
è successo il 5 agosto, noi l’abbiamo saputo il 6. Eravamo in montagna, in Val d’Aosta. E devo dire che eravamo felici perché stava per tornare, mancavano 4-5 giorni al ritorno, l’avevamo sentito contento e, insomma, assaporavamo il momento in cui l’avremmo rivisto... Era una giornata perfetta. Un tempo magnifico.
Rossana. Col Monte Rosa davanti...
Stefano. Lì ci è arrivata la notizia…
(a cura di Fausto Fabbri e Gianni Saporetti)

  



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