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A scuola con il sintomo

Un gruppo di insegnanti che da anni si ritrova ogni mese, con una supervisione, per discutere casi difficili, non per improvvisarsi provetti psicologi, ma per fare meglio il proprio mestiere; l’importanza di non stroncare il sintomo, perché è sempre una risposta intelligente; intervista a Marina Baguzzi e Marco Lodi.


problemi di scuola

La pagella in pdf: il tablet in una scuola di Cadeo, Piacenza


  
UNA CITTÀ n. 208 / 2013 Dicembre

Intervista a Daniele Barca, Angelo Bardini, Giusy Vallisa
realizzata da Barbara Bertoncin

LA PAGELLA IN PDF
Una scuola del piacentino da un anno ha deciso di dimezzare i costi dei libri scolastici e in cambio ha chiesto ai genitori di dotare i figli di un tablet; uno strumento versatile che impone uno stile di insegnamento diverso e anche un ripensamento degli spazi; l’importanza di un corpo insegnante affiatato e di una vera scuola di comunità. Intervista a Daniele Barca, Angelo Bardini e Giusy Vallisa.

Daniele Barca, dirige l’Istituto Comprensivo U. Amaldi di Cadeo e Pontenure, Piacenza. Angelo Bardini, insegnante, è vicepreside presso lo stesso istituto; Giusy Vallisa, vicepreside, insegna alla scuola primaria.

Da qualche anno nel vostro istituto, oltre ai libri di testo, i ragazzini hanno in dotazione anche i tablet. Potete raccontare?
Daniele. Questo è un istituto comprensivo che accoglie 1300 studenti e fa capo a due comuni, Cadeo e Pontenure; ogni comune ha tre plessi, infanzia, elementari e medie. La particolarità del comune di Cadeo è che le scuole sono sostanzialmente tutte assieme: dall’altra parte del cortile c’è la primaria, anzi, la quinta elementare ce l’abbiamo qui dentro assieme alle medie. Questo ci ha permesso di allestire degli spazi che poi usano tutti. Per dire, visto che ogni classe fa un’ora di biblioteca alla settimana, nell’edificio della scuola media in determinati orari si vedono i bimbi dell’infanzia dai tre ai cinque anni e anche quelli delle elementari.
Noi veniamo dall’esperienza ministeriale delle classi 2.0, che ha visto coinvolte una classe elementare e una delle medie. Con quei soldi abbiamo fatto degli acquisti che sono diventati patrimonio della scuola. Alle elementari c’erano dieci tablet che adesso abbiamo mandato nell’altro comune.
I limiti di queste sperimentazioni sono che se hai i soldi dello Stato ti puoi muovere subito, però poi c’è il problema della gestione degli acquisti, dei comodati d’uso, e comunque sono macchine che dopo tre anni devi buttar via. A quel punto cosa fai con le classi che vengono dopo? La nostra idea era invece che il computer, il tablet fosse un po’ come la calcolatrice, la squadra, insomma, roba tua.
Da queste considerazioni lo scorso anno è nato il progetto Libr@, per la sperimentazione dei tablet e l’adozione di soluzioni integrate per i libri di testo.
Sostanzialmente siamo andati dai genitori e abbiamo detto: "Noi tagliamo del 50% i libri di testo”. In prima media costerebbero 300 euro e sui tre anni parliamo di 600 euro. Ecco, la nostra proposta è stata: "Se noi dividiamo a metà la spesa dei libri, voi siete disposti a entrare in questo progetto di scuola comprando ai vostri figli un tablet?”.
In questo ci siamo fatti aiutare anche dalla nostra Banca cassiera con un finanziamento di 12 rate a tasso zero, per cui le famiglie si sono trovate con 150 euro di libri (metà del costo) più 350 euro di strumentazione, per un totale di 500 euro che stanno pagando a 50 euro al mese.
Genitori e insegnanti come hanno reagito alla vostra proposta?
Daniele. Sulle elementari ci stiamo ancora lavorando, ma alle medie fortunatamente c’era un buon blocco di insegnanti che aveva partecipato a esperienze precedenti e c’era anche disponibilità a fare formazione. L’anno scorso abbiamo fatto trenta iniziative a livello provinciale con un’idea di formazione just in time, per cui io, all’incontro, non è che sto seduto con lo strumento in mano: se si fa formazione sulle mappe multimediali, si prova subito e il giorno dopo lo si può proporre in classe. L’altro giorno c’era qui un’insegnante di storia arrivata dalla Sardegna e anche lei ci ha fatto vedere delle cose che il giorno dopo si potevano fare in classe. L’obiettivo è sempre questo.
Per quanto riguarda i genitori, abbiamo puntato tantissimo sul dialogo. L’anno scorso li abbiamo incontrati due volte in due assemblee serali cercando di togliere ogni dubbio. Le preoccupazioni erano soprattutto sull’idea che il tablet servisse per leggere i libri. In realtà, il tablet non ha quel ruolo; qualche insegnante ci legge una pagina, ma, avendo anche il cartaceo, sostanzialmente la tavoletta diventa uno strumento di accompagnamento. Poi c’era la preoccupazione "è grande”, "è piccolo”, "rovina la vista”, "stanno sempre attaccati...”. Altre preoccupazioni riguardavano la sicurezza. Noi qui abbiamo una connessione con la rete regionale Lepida, che ci danno i due comuni con un ponte radio.
Non ho detto che c’è il wifi su tutta la scuola.
I comuni la rete ce l’hanno di statuto perché c’è una compartecipazione della Regione, poi sta al comune vedere se vuole passarti la connessione. Abbiamo chiesto ai nostri comuni lo sforzo economico di mettere un antennone, mentre gli access point li abbiamo comprati noi. Abbiamo così la fortuna di non pagare la rete perché è la stessa del comune, ed essendo comuni piccoli (5.000 abitanti) non c’è molto traffico negli uffici, quindi per loro sarebbe comunque sovrabbondante.
Se avessimo chiesto di tirare dei cavi, quindi di scavare, ci avrebbero bloccato, perché si tratta di lavori che viaggiano sui 10-20.000, e poi c’è da fare la gara, l’appalto... un delirio.
È il motivo per cui non si può fare in tutta la regione perché in realtà la rete arriva dappertutto, anche nei comuni di montagna. Il problema è poi portarla nelle scuole. Grazie all’antenna e al fatto che il comune è qui in linea d’aria non abbiamo avuto grossi problemi. Senza quello non avremmo potuto fare niente.
Diceva dei genitori...
Daniele. Sì, i genitori avevano soprattutto questa preoccupazione della sicurezza della rete, che abbiamo fugato perché ci agganciamo a Lepida, che è la rete delle Pubbliche Amministrazioni dell’Emilia-Romagna. È una rete che esclude a priori Facebook e tutto ciò che è social. Abbiamo poi messo in piedi delle azioni formative con la Polizia di Stato che ha fatto incontri con tutti i ragazzi della sperimentazione, ma anche con i genitori, per cui gli operatori sono tornati anche di sera.
Angelo. I genitori sono molto legati a questo progetto. Lo si vede dal contributo volontario che, pur essendo alto rispetto ad altre scuole dello stesso ordine, viene pagato nella misura del 90%. Qui l’idea di scuola della comunità è passata. Noi facciamo le riunioni alle nove di sera, non alle due del pomeriggio, e c’è un 80% di presenza.
Daniele. Lo Stato prevede che le famiglie possano dare un contributo volontario per il miglioramento dell’offerta formativa; c’è una disposizione normativa. Negli anni poi hanno fatto delle ulteriore circolari per spiegare che -mi raccomando- non può essere usato per la carta igienica. Tra parentesi, questo della carta igienica è un mito che andrebbe sfatato, ma non ci si riesce. Comunque, proprio perché il contributo è significativo, adesso abbiamo iniziato a fare una gestione più trasparente possibile; abbiamo pubblicato sul sito quello che viene dato classe per classe e, al momento della raccolta che si fa all’inizio dell’anno, facciamo vedere che abbiamo aperto un nuovo spazio o illustriamo le nuove iniziative. Ovviamente quei soldi servono anche per la gestione complessiva. Consideri che qui c’è una lavagna quasi in ogni classe. Bene, se si brucia una lampada della Lim sono 500 euro. Ed è manutenzione didattica perché senza lampada la Lim non può essere utilizzata. Per entrare nel merito, qui il contributo è di 30 euro, di cui sette dell’assicurazione; bene, lo paga il 90% dei genitori. È un risultato eccezionale. Al mio paese, in provincia di Modena, paghiamo 2,5 euro e c’è una raccolta tristissima.
Giusy. Questo avviene anche perché c’è sempre stato un forte coinvolgimento dei genitori nei progetti. L’anno scorso, ad esempio, siamo stati invitati alla Fiera di Genova, all’Abcd, dove c’erano tutti gli spazi attrezzati per una scuola del futuro, con la disposizione degli arredi pensati per una didattica nuova, quindi spazi collaborativi, spazi individuali e spazi aperti. Abbiamo portato la classe e i genitori ci hanno seguito spontaneamente in questa uscita. Per noi ogni occasione è buona per far partecipare i genitori al vissuto della scuola, alla didattica, magari proprio assieme al figlio. Nell’aula-laboratorio prevediamo dei momenti in cui ci sono anche i genitori e allora i bambini spiegano e magari le loro mamme e papà fanno le domande o, ancora, i figli invitano i genitori a fare loro stessi degli esperimenti.
La partecipazione, devo dire, è sempre forte. È anche per questo, credo, che quando è stata proposta questa idea di venire a scuola con il tablet c’è stata un’adesione diffusa, perché il messaggio è stato recepito in un terreno già favorevolmente preparato.
Cosa cambia nel modo di insegnare quando entra in gioco la tecnologia?
Daniele. Grazie ad Angelo, che in tutti questi anni ha lavorato per metterci in condizione di poter acquisire gli strumenti necessari, alle medie c’è una lavagna in ogni classe e alle elementari abbiamo una lavagna ogni 2-3 classi. Parliamo quindi di aule che hanno già della tecnologia. Il fatto è che, per quanto uno sposti i banchi, alla fine quelle aule spingono a fare dei "frontaloni”. La Lim, alla fine, è frontale come strumento pur essendo tecnologica. Proprio per questo abbiamo voluto creare degli spazi altri, come l’area iPuff, dove si va a leggere, oppure si fanno delle attività in cui i più grandi fanno peer education, cioè insegnano delle cose ai più piccoli. Preciso che noi qui abbiamo il tempo pieno e il tempo prolungato su tutte le classi. Le medie al pomeriggio lavorano a classi aperte, che vuol dire che tu della 3aB ti troverai con altri bimbi di 2aA e 1aC a fare il corso di chitarra... con l’insegnante di italiano!
Gli insegnanti, infatti, in questi laboratori fanno le cose che sanno fare nella vita, ciò che li appassiona. Allora c’è l’osservazione delle stelle con gli astrofili, il corso di cucina con l’insegnante di scienze -perché poi fanno anche la misurazione delle temperature, del peso-, cortometraggi con l’insegnante di musica. E, attenzione, queste non sono attività extra-curricolari, ma curriculari, per cui c’è valutazione delle competenze trasversali all’interno della pagella. Quindi io sto lì a far biscotti ma l’insegnante valuta come lavoro, come sto con gli altri, come organizzo il setting, ecc.
In questo ovviamente la tecnologia è uno strumento che accompagna. Per esempio, sulla documentazione ci teniamo che ci sia sempre un iPad per riprendere, mettere insieme il libro delle ricette o fotografare la situazione.
Giusy. C’è un’impostazione diversa: l’insegnante assume un ruolo diverso anche nel rapporto con i bambini. È un insegnante non trasmissivo, ma che soprattutto guida, dà degli stimoli, prepara il terreno per. Per esempio, con la Lim, posso chiamare un gruppetto di bambini che ha affrontato un esercizio di problem-solving e fargli esporre alla classe la propria soluzione usando immagini, ecc. Io insegno matematica e attraverso il tablet e la Lim ci sono  strumenti che incoraggiano il bambino a pensare e poi a confrontarsi, a relazionarzi e a interagire con i compagni... È tuttora in corso una formazione per l’utilizzo degli strumenti tecnologici nell’applicazione scientifica; per esempio c’è il microscopio che ti permette di andare in giro a fare degli ingrandimenti, oppure altri sensori che rilevano la temperatura, l’umidità, eccetera, facendo vedere i grafici. La sfida è quella di prendere ciò che offre la moderna tecnologia mantenendo l’approccio sperimentale, la prova sul nostro corpo, ecc.
Angelo. Rispetto a come cambia l’insegnamento, voglio fare l’esempio di musica. In una scuola normale hai il flauto, il libro cartaceo e poi i ragazzini fanno queste terribili prove a casa con i vicini che si lamentano. Bene, qui nell’aula di musica ci sono venti tastiere, aggeggi vari, batteria, basso elettronico, poi, grazie al progetto Libr@, usano il libro costruito dall’insegnante che in questo modo mette in gioco la sua passione e le sue motivazioni, che vengono rafforzate. A quel punto, con il tablet il ragazzino può costruire la musica col pentagramma e quando mette la nota la sente e scorrendo sente il prodotto. Non solo: una volta che suona lo strumento può registrarsi, filmarsi, rivedersi e correggersi.
Oggi esistono un sacco di applicazioni e poi con wikilink possono digitare da Verdi a Bollani e trovano duecento video. Ti puoi pure creare il tuo repository.
Alcune applicazioni ti permettono di essere autore di musica elettronica. I nostri sono ancora piccolini, ma tra qualche anno... A uno degli ultimi concerti, Herbie Hancock ha usato dieci iPad, tutti posizionati davanti a lui come fossero gli spartiti, dopodiché, muovendosi da uno all’altro, mandandoli in loop, ha messo su un concerto. Insomma, c’è tutto un altro mondo là fuori e allora insegnare ancora col flauto e il libro è totalmente fuori dal tempo.
Daniele. Al saggio finale c’era il flauto, ma anche il proiettore, colonne sonore di film, e comunque i ragazzini col flauto leggevano lo spartito sul tablet. È un altro modo di lavorare. La collega di Giusy, che insegna italiano alle scuole elementari, l’anno scorso a primavera è uscita in giardino con i bambini e hanno fatto scrittura creativa con il tablet. È uno strumento molto versatile; la questione è cosa ne fai nella didattica. Lì c’è anche molto da inventare. Per dire, ci si può fare anche l’analisi del testo: puoi venire in biblioteca, fotografare una pagina, evidenziarla, casomai trascriverla sul quaderno... o, ancora, si può raccontare un testo con una mappa. Oppure ti leggi il testo a casa -la cosiddetta flipped classroom- e poi me lo vieni a raccontare. È un modello che ribalta lo schema lezione-in-classe seguita da compiti-a-casa. Qui il ragazzo, in sostanza, segue una lezione a casa e poi in classe si fanno le domande, ci si confronta, si discute.
Il tablet è ottimo proprio perché puoi fare lezione qui, ma anche uscire; se andiamo in gita ce lo portiamo, se andiamo al Festival del diritto a Piacenza intervistiamo le persone. È chiaro che poi per la rielaborazione abbiamo anche dei computer fissi perché se c’è bisogno del mouse o di digitare testi lunghi... Anche se devo dire che questo è più un problema nostro; loro con i pollici ormai vanno alla grande!
Qualcuno teme il problema di assenza di controllo: "Che fai, tu, vai in internet?”, perché poi i ragazzini ci provano... è il loro mestiere.
Ci sono delle aziende che vengono a proporci sistemi di controller per cui tu puoi, da un’unica macchina, controllare cosa succede nei tablet. Quello che rispondo sempre è: "Ma, scusate, ce lo vedete l’insegnante concentrato sulla lezione che sta spiegando costretto a guardare sulla macchina per scoprire se Francesco sta facendo altro?”. è proprio improponibile.
L’ultima cosa che voglio aggiungere è che il tablet, nella nostra esperienza, si sta rivelando anche uno straordinario strumento inclusivo. Da noi tutti hanno una macchina. Non importa che sia handicappato, che abbia disturbi di apprendimento o altro. Anche lo straniero arrivato da poco viene dotato della sua tavoletta. Qui c’è un 20% di presenze straniere, ma avendo il comprensivo arrivano da piccoli. Devo dire che siamo orgogliosi che ai famosi test Invalsi, mentre in seconda elementare spesso i risultati di questi ragazzini sono tristi, quando arrivano in terza media si vede il percorso fatto e ci sono anche delle eccellenze. Comunque, quando entra in classe il bambino appena arrivato dall’estero, la prima cosa che si fa è dargli uno strumento. Intanto è un segno di fiducia e poi lo si mette subito in condizione di far qualcosa.
Accanto al tablet, avete anche i libri di testo...
Daniele. Siamo entrati in questo progetto nazionale che si chiama "Editoria digitale scolastica”. C’è un rapporto importante con gli editori; tutto il lavoro fatto alle medie con Mondadori e Zanichelli è stato anche un lavoro di formazione. Essendo praticamente l’unica scuola di base che fa queste cose, loro sono venuti a formare gli insegnanti su come utilizzare i loro contenuti.
Diciamo che noi abbiamo scelto una terza via: né autoproduzione, né solo editori. Tanto sappiamo che belli così li possono fare solo loro perché serve una competenza notevole. Mentre infatti sul cartaceo hai bisogno di chi ti corregge il testo, te lo sa rendere divulgativo e di chi impagina, sul digitale, oltre a ciò, serve anche la capacità di rendere tutto questo interattivo, modificabile, ecc. C’è un mondo di competenze che la scuola non può avere.
Comunque noi ci siamo organizzati così: i libri delle materie di riflessione, italiano, storia, matematica, scienze e lingue hanno il cartaceo e il digitale (sia come app che come accesso alla piattaforma dell’editore), dopodiché abbiamo le autoproduzioni. Siamo stati ora a Lucca a presentare i nostri libri di geografia e musica. L’autoproduzione l’abbiamo fatta soprattutto sulle "educazioni”: educazione fisica, educazione tecnica, educazione musicale. In un lavoro di laboratorio, tutto sommato, il libro non è centrale, però si può anche provare a fare dell’autoproduzione, così in alcune di queste materie ci sono i libri fatti dagli insegnanti.
Per ora siamo all’inizio, è il primo anno. A gennaio ci sono le iscrizioni, quindi convocheremo i genitori della quinta elementare (i cui figli sono già qui; il bello del comprensorio è che si cresce assieme) e diremo loro: "Attenzione, l’anno prossimo...”. Tra parentesi, il fatto di avere queste tecnologie fa sì che ci siano degli esterni: quest’anno su 140 ce ne sono 14 che vengono da fuori, una cosa stranissima perché di solito fino alle medie vai alla scuola del paese. Evidentemente stiamo diventando un polo d’attrazione.
Diceva che avete dovuto un po’ ripensare gli spazi...
Daniele. Come dicevo, tutte le aule sono attrezzate con lavagne. Se si gira per le classi è facile vedere i tavoli riuniti e -la cosa più importante- l’insegnante attaccato allo studente.
Quest’anno abbiamo inaugurato un’aula che era il vecchio laboratorio di informatica; abbiamo tolto quasi tutte le macchine fisse e messo dei portatili. È un’aula divisa in due zone: in una si può fare il lavoro collaborativo (i tavoli si possono aggregare e disaggregare), lavorare sul cartaceo, fare delle mappe, dei disegni, dei progetti, ecc. Dopodiché si può andare alle macchine e lavorare su quello che si è fatto per modellare, modificare, ecc. Infine si può vedere tutto in grande col proiettore, oppure scrivere alla lavagna col pennarello o attaccarci con dei magneti i progetti realizzati. Questo spazio l’abbiamo chiamato Mondrian perché la superficie della cattedra (ammesso che si possa chiamarla così) sembra una pera. È una postazione un po’ diversa: è alta, tanto che servirebbe forse uno sgabello, ma ci sembrava facesse un po’ pub!
D’altra parte, in un contesto come questo, l’insegnante non si siede da una parte, gira per i tavoli. Anche questi mobili componibili li abbiamo acquistati con risorse nostre, grazie alle convenzioni con i comuni e ai progetti a cui partecipiamo.
Quanto conta un corpo insegnante affiatato?
Daniele. È determinante, come pure lo staff. In queste cose ci vuole chi ha delle idee e mette a disposizione delle opportunità e chi ha voglia di sfruttarle quelle opportunità. In questi anni si è formato naturalmente un gruppo di persone che ha voglia di fare delle cose. Man mano che si allargano le competenze aumenta la lista della gente disponibile.
L’obiettivo è portare tutti quanti in questo movimento. Io la sto facendo facile perché siamo entusiasti, ma il lavoro che ci aspetta, faticosissimo, è portare soprattutto il corpaccione delle elementari dentro questo percorso.
Bisogna investire moltissimo sulla formazione che riguarda anche il modo di stare in classe, che rapporti avere con i genitori, come valutare. Perché un conto è lo scritto e l’orale, dove c’è una valutazione che avviene con  parametri consolidati (spesso sono criteri predittivi per cui l’insegnante alla fine valuta sempre la persona, c’è l’effetto alone, tutte cose che abbiamo sperimentato come studenti), però quando io scardino queste cose e ti chiedo non solo di fare il compito ma di metterci della creatività, di inserire delle immagini... Ecco, su come valuto tutto questo, c’è una lotta.
Intendiamoci, esiste della letteratura in merito, il problema è che lo devi voler fare. È come con la tecnologia: non è una questione di soldi, è aver voglia di fare delle cose.
C’è un collega che per cominciare ha obbligato tutti a usare la posta elettronica per comunicare. Quella è già una piccola rivoluzione digitale.
Qui il nostro sito è gestito da un insegnante. All’inizio le notizie le mettevo io, così ho fatto vedere un po’ come si faceva, con che ritmo. Adesso se ne occupano la segreteria e un’insegnante. Io non ho più circolari cartacee. Ho tutto lì: la rendicontazione economica, i contratti, eccetera. Il codice di amministrazione digitale dice che può valere come albo pretorio a tutti gli effetti.
Con l’adozione di questi linguaggi avete notato qualche cambiamento sul piano dell’apprendimento?
Giusy. I risultati si possono vedere a vari livelli. Ci tengo a dire che i risultati a cui noi teniamo sono soprattutto la capacità di lavorare assieme, di mettersi in gioco, di tentare di dare una risposta, di provarci insomma. Lo scopo è quello di non avere dei bambini passivi, che ascoltano silenziosamente. Ma neanche dei bambini che stanno lì e pensano ad altro perché si annoiano. Cerchiamo di incoraggiare i bambini a porre domande, a interagire con l’adulto.
Daniele. Se la domanda è se la tecnologia migliora l’apprendimento io penso che sia una questione mal posta. Se pensiamo che il solo utilizzo quotidiano di uno strumento possa cambiare le cose, allora il libro ci avrebbe reso i più grandi lettori!
Voglio dire, negli anni Cinquanta e Sessanta le antologie erano veramente minute; oggi sono dei volumoni; questo ha aumentato la capacità di lettura dei ragazzi? No! Il problema è sempre come si lavora con gli strumenti.
D’altra parte la domanda ha un suo senso perché in effetti siamo di fronte a un paradosso. Chi ha a che fare con i bambini piccoli dice sempre: "Ma sono incredibili, sanno fare delle cose pazzesche...”. Sono discorsi che facciamo tutti quanti -ho due figlie piccole e sicuramente io non ero come loro. E allora com’è che appena entrano in un’aula scolastica diventano deficienti?
Non è detto che la soluzione sia la tecnologia, però io devo trovare degli strumenti con cui riesco a mettere in moto l’intelligenza, accendere il cervello -che sia la carta, la penna, il computer non ha importanza.
Se lei va su Youtube, c’è "Diario di un maestro”, uno sceneggiato Rai. Ecco, quel maestro aveva sconvolto il modo di lavorare in classe. Era uno spazio aperto, aveva spostato i banchi, usava i cartelloni, faceva lavorare in gruppo; al posto dei libri di testo c’era una bibliotechina, faceva delle indagini, raccoglieva dati. Allora, è sicuro che le tecnologie non sono né il problema, né la soluzione di per sé. Bisogna però anche riconoscere che il mondo è cambiato e che noi non possiamo vivere nel Duemila e poi educare i nostri bambini in una scuola dell’Ottocento!
Che problemi state incontrando?
Daniele. Sulle tecnologie, un problema tecnico su cui ci stiamo confrontando è quello dello storage, cioè di dove tenere i contenuti. Consideri che i libri dei professori, come app, pesano da un giga in su; nelle tavolette ci sono 16 giga, si fa presto a esaurirli; per ora la soluzione è scaricare un capitolo alla volta e man mano liberare spazio.
E poi c’è il problema delle password: c’è quella per entrare nella rete, ottenuta dai genitori con una procedura rigorosa, poi c’è quella per scaricare le applicazioni, quelle dei libri, una diversa per ogni editore e già così arriviamo a 4-5 e non sono finite. Per l’anno prossimo stiamo lavorando per arrivare a un paio. Non è che i ragazzi le perdano, è che disturbano la didattica. Un altro aspetto che stiamo studiando è il regolamento di utilizzo delle tavolette. Per esempio adesso siamo a dicembre e se ne sono già rotte due su 120. Grazie a uno sponsor abbiamo acquistato dei "muletti”, cioè delle macchine che utilizziamo in questi casi. Nell’assicurazione obbligatoria per i bambini abbiamo inserito anche l’eventuale rottura della tavoletta se utilizzata per motivazioni didattiche. C’è una procedura codificata. Il problema si pone quando ci imbattiamo in un potenziale simulatore. Sono questioni che stiamo affrontando adesso. Dei due casi che ho citato, infatti, il primo era sicuramente un vero incidente, per cui abbiamo avviato la procedura con l’assicurazione e intanto abbiamo dato al ragazzino il "muletto”, la macchina di riserva, per continuare a lavorare.
Sul secondo caso c’erano molti dubbi e allora abbiamo comunque messo in piedi la pratica con l’assicurazione però non abbiamo dato la macchina in comodato perché non ci fidiamo del tutto. Di nuovo viene fuori il discorso educativo, che è poi quello centrale.
Queste sono le cose più impegnative perché c’è molto da inventare. Un’altra difficoltà è quella di allineare tutti gli insegnanti sulle procedure.
Abbiamo una mailing-list con cui allertiamo tutti gli insegnanti rispetto alle varie iniziative. Abbiamo costruito i consigli di classe in maniera da avere sempre un insegnante di quelli motivati assieme a quelli più recalcitranti o con più difficoltà...
Consideri che per mettere in piedi Libr@ c’è voluto un anno di lavoro e 18 riunioni con tutti: insegnanti, genitori, consiglio d’istituto, editori.
Dimenticavo la password del registro elettronico: oggi i ragazzi accedono al registro e possono vedere i voti che hanno preso, le presenze e le assenze; e anche i genitori possono vedere tutto, dai compiti, a cosa si fa in classe, le sospensioni... Non c’è più scampo!
Il registro elettronico è molto comodo anche per noi, soprattutto per gli scrutini: una volta dovevi rincorrere i professori per mettere i voti nei tabelloni cartacei, mentre adesso vedi tutti i voti, addirittura con le insufficienze già in rosso, così individui subito i casi su cui discutere.
I genitori vedono anche le pagelle online; se le vogliono su carta se le possono stampare, sono dei pdf. È ovvio che se il genitore non è abbiente o non ha il computer, gliela stampi tu.
(a cura di Barbara Bertoncin)

  

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