Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri

storie

Ester Fano sulla vita durante fascismo e guerra


  
UNA CITTÀ n. 150 / 2007 Agosto-Settembre

Intervista a Ester Fano
realizzata da Barbara Bertoncin

RICORDI DI GUERRA
Quella sezione a parte, e quei due linguaggi, quello di fuori e quello in famiglia, e poi i grandi che all’improvviso tacevano, e ancora quel giorno di festa, effimero, e gli spostamenti che iniziano e il babbo che si assenta... Intervista a Ester Fano.

Ester Fano ha insegnato Storia Economica all’Università “La Sapienza” di Roma. Fa parte del direttivo di Parolechiave e del Comitato Scientifico della Fondazione Basso. E’ attiva nella Rete Ebrei contro l’Occupazione dei Territori in Palestina e in “Action for Peace”. Vive a Roma.

Nell’anno scolastico 1942-1943 fui iscritta alla prima elementare. La scuola “Umberto I” si trovava nel quartiere Prati, vicino al Palazzo di Giustizia; era uno degli edifici scolastici, tutti eguali, di cui Roma capitale ai primi del Novecento era stata dotata. La sezione ebraica era confinata all’ultimo piano; noi entravamo e uscivamo da un accesso diverso, e a orari diversi dagli altri bambini -che non abbiamo mai visto.
A parte le adunate in divisa e il catechismo, che non conoscevamo, i testi e i programmi erano identici a quelli del resto della scuola. All’inizio del libro di prima elementare si leggeva di Romano, uno scolaretto che nel primo giorno di scuola piagnucolava, perché aveva paura di allontanarsi dalla mamma. Lei gli diceva: “Ma… Romano non è un uomo!”; “Sì, sì, mamma!” rispondeva lui. “E allora?...” ironizzava lei. Romano si allineava agli altri bambini più coraggiosi e per il resto del libro ogni riferimento alle paure, alle incertezze, a ogni debolezza (anche solo dei bambini) spariva.
Le pagine successive alternavano le celebrazioni della terra, del pane e della vita contadina agli atti di fede nel coraggio virile, e nell’amore di Patria e del Duce. Altre volte, nell’ora di canto, frasi e parole ancora più forti uscivano dalle nostre bocche: “Per vincere, ci vogliono i leoni”; “Andiam, nel vasto mar/ridendo in faccia a Monna Morte ed al destino…”; “Colonnello, non voglio il pane, voglio piombo pel mio moschetto…”; “Camerati d’una guerra/camerati d’una sorte/chi divide pane e morte/non si scioglie nella terra…”. Un altoparlante collocato sopra la cattedra riportava quasi ogni giorno i bollettini di guerra del giornale radio e ogni tanto, in diretta, un discorso del Duce: ascoltato dal vivo, il linguaggio turgido del Regime confermava il suo dominio obbligatorio, già diffuso in tutti gli spazi pubblici.
In quel primo anno di addestramento alla lettura e alla scrittura devo aver pensato che quello fosse l’unico Stato, e quella l’unica scuola possibile: anche se poi capitava di restare disorientati dalla scoperta di avere violato qualche regola. Se ne dovette accorgere mio fratello che si divertiva, a voce spiegata ma in privato, a fare il verso ai discorsi di Mussolini. Aveva inventato un innocente grammelot, che con minime accentuazioni riproduceva suoni e rumori delle adunate oceaniche vere. Non mancava nulla: alle domande retoriche del Capo seguiva il boato delle risposte unanimi: Sììì!, o: Nooo! La finta trasmissione radio culminava con gli Eja, Eja, Alalà! e i DU-CE-DU-CE-DU-CE ritmati della folla nella piazza.
Fu scoperto, e rimproverato: senza tante spiegazioni ma con cauta fermezza gli fu detto di smettere: “Perché chi era sorpreso a scherzare sul Duce poteva essere messo in prigione”. Certi rischi si correvano, però, forse, pensai io, anche facendo sul serio, e non volendo prendere in giro nessuno: se a scuola avessi letto a voce alta dal sussidiario non: “i bambini odono la voce del Duce” come si doveva, ma per sbaglio: “odiano” ; se non avessi pronunciato a dovere le parole “tripudio”, o “destini” ; che punizione mi sarei attirata? Erano pericoli che avevo corso, forse: non ne parlai con nessuno.
Fino a che la perfezione del regime fascista non venne smentita, i miei dubbi -inespressi- rimasero sempre in sospeso; ma solo ora ho saputo da mio fratello che ne aveva anche lui; e anche lui senza mai averne voluto parlare. Un giorno, al parco, una signora che non conosceva lo aveva avvicinato chiedendogli se voleva più bene al Duce o al Re. Lui aveva risposto: “al Re”: risposta non fascistissima, e deludente, sembra, per la sua inquisitrice. Non sapendo bene spiegare la sua stessa risposta, trasgressiva forse, mio fratello non lo aveva raccontato neanche a me.
Anche allora, a sei anni, mi rendevo conto di quanto diverso il linguaggio del sillabario e della voce della radio fosse da quello di casa, semplice e diretto; ma proprio a casa la comunicazione era ogni tanto troncata da indecifrabili censure: se gli adulti si accorgevano che li stavamo ascoltando abbassavano la voce, o improvvisamente tacevano.
Ho sentito per la prima volta la parola “Varsavia” nel 1943; quando veniva pronunciata scattava - anche per chi, come noi, non la conosceva - un irrigidimento. Lo stesso avveniva se venivano nominate le leggi razziali (io credevo “laziali”), terribili non si capiva perché. Il divieto di far domande su Varsavia e sul Lazio non veniva espresso: restava oscuro, minaccioso anche più di quello, esplicito, di giudicare il regime fascista. L’obbedienza a quei divieti spingeva a reprimere ogni curiosità. Benché apprezzata e lodata perché sapevo leggere “proprio bene, meglio di tanti bambini della terza”, ero arrivata a considerarmi stupida, perché non solo non capivo certe parti dell’uno e dell’altro linguaggio, ma non sentivo neanche un forte desiderio di capirle: come se esse fossero, in realtà, così inerti e tenaci che non valesse la pena di conoscerle meglio.

Arrivò la fine dell’anno scolastico, e improvvisamente nell’estate 1943 i fatti brutali della guerra -gli attacchi aerei, che non potevano essere occultati- dissiparono tutte le censure. Fra l’altro il rione dove abitavamo, il Celio, non era lontanissimo dall’epicentro dei bombardamenti, che si trovava tra San Lorenzo e il Prenestino. Eravamo nel diametro del rumore. Si doveva correre al rifugio, passarci ore e ore, ma ciò all’inizio almeno a noi bambini non faceva paura. In ogni caseggiato si era affermata una solidarietà nuova e salda, spontanea, tra le varie persone che si trovavano a dover passare tanto tempo insieme. Almeno fino all’occupazione nazista di Roma si poteva ancora ridere sulle descrizioni dell’oscuramento notturno e delle soste forzate nei ricoveri antiaerei, che il popolarissimo Aldo Fabrizi faceva, in dialetto romanesco. Il primo bombardamento grave, quello del 19 luglio 1943 (in cui fu colpita la basilica di San Lorenzo fuori le Mura e che fece molte vittime) durò molte ore, e cominciò a rivelare la gravità della situazione. Anche scampando alle bombe l’incertezza sull’esito dell’incursione era tremenda: tra l’altro quel giorno io e mio fratello restammo a lungo nel rifugio senza nessuno dei due genitori.
Da un po’ di tempo infatti il babbo -così ci dicevano- era al Nord per affari, e nostra madre spariva quasi ogni mattina per cose che sembravano riguardarlo. Solo molto tempo dopo ho saputo che lui, all’inizio del 1943, cercando di organizzare un trasferimento all’estero per tutti noi, era stato arrestato alla frontiera nel tentativo di portare della valuta in Svizzera. Era in carcere a Roma e quindi mia madre andava a trovarlo o girava da un avvocato all’altro per tirarlo fuori.
Il 25 luglio le evidenze e le spiegazioni arrivarono tutte insieme, e conoscere la verità su tutti gli eventi di quell’estate del 1943, non più travisabili, ci fece di colpo diventare piccoli adulti.

Nel luglio 1943 eravamo ormai fuori dall’obbligo di ascolto della propaganda fascista perché la scuola era finita. I nostri genitori avevano sempre accolto con cauta freddezza i trionfali bollettini e proclami della radio, che esaltavano l’eccellenza della nazione in armi e, insieme, l’inevitabilità delle sue vittorie. Quando però il 25 luglio fummo svegliati più presto del solito dalla mamma, fuori di sé dalla gioia perché “era caduto il fascismo!”, la notizia fu una secca sorpresa: in casa un limitato allineamento al regime si percepiva già, ma una gioia incontrollata non si era mai vista da parte di nessuno, e tanto meno per un evento pubblico.
Ci fu detto che grazie a quella caduta del regime il babbo sarebbe tornato presto; e che da allora in poi nessuno sarebbe stato costretto a tacere, o parlare con mille cautele e paure.
Fummo presi dall’entusiasmo della nuova situazione: avevamo scoperto che i toni trionfali del regime nascondevano un potere malvagio e particolarmente accanito contro di noi, che ora non ci minacciava più. Ci sentimmo, anche noi bambini, fieri di possedere finalmente una verità certa, confermata da circostanze che erano sotto gli occhi di tutti; e di cui non eravamo felici soltanto noi: in quella esultanza ci sentimmo italiani come gli altri. Era vero che la popolazione di Roma odiava il dittatore e la sua guerra: vedevamo dal vivo la famosa furia contro i cimeli e i monumenti del regime, condita dalle imprecazioni contro “quelporcodimussolini”, scritte sui muri e gridate; che però non guastavano l’aria di festa e la comune allegria di scoprirsi e parlare liberamente. Le strade del centro, vuote di mezzi di trasporto, erano occupate da una folla calamitata intorno ai tanti capannelli da cui proveniva un rumore composito, non un frastuono, di interminabili e accalorate discussioni. Per la prima volta vedevo un assembramento di persone che non gridavano all’unisono; non acclamavano un capo; parlavano, argomentavano.
Insomma, il fascismo non era predestinato a vincere come prima veniva sempre detto; si era diventati liberi di giudicarlo; di abbatterlo; e perfino anche di immaginare, progettare altro!
Assorbii i discorsi dei grandi, fuori e dentro casa, che ormai senza censure circolavano; scoprendo che si poteva definire il vero e il falso, la giustizia e la sopraffazione: esprimere giudizi.
Non ho cercato di ricostruire il modo in cui una bambina che non aveva ancora compiuto sette anni e si sentiva poco intelligente deve aver formulato tante astrazioni per la prima volta. La versione che mi viene in mente oggi è adulta, perché per me le rivelazioni del 25 luglio marcarono l’uscita dalla condizione infantile. Fu un accesso alle conoscenze e ai ragionamenti degli adulti: illuminato dalla aspettativa della fine della dittatura e della guerra e dal piacere di pensare, ma presto oscurato dalla consapevolezza di correre ormai, come loro, pericoli enormi e certi.
Gli avvenimenti incalzavano. Il primo segnale che sembrava annunciare buone notizie arrivò proprio l’8 settembre, al tramonto: era una giornata molto calda, e al ritorno a casa dal parco insieme a certi bambini che abitavano vicino a noi, vedemmo venirci incontro la loro nonna: correva. Aveva appena sentito le notizie dalla radio e gridava: “E’ finita la guerra, è finita la guerra…”. La parola “armistizio”, mai sentita prima, sembrava bellissima. Invece… quasi subito dopo dovemmo scendere tutti nel rifugio, per ore e ore, anche nei giorni seguenti: trovandoci vicino a Porta San Paolo fummo costantemente raggiunti dal crepitio dei fucili e delle mitragliatrici. Erano rumori lievi rispetto al boato delle bombe che conoscevamo dai mesi precedenti, ma allora, alla fine dell’allarme aereo, se tutto taceva era chiaro che almeno noi l’avevamo scampata; questo crepitio invece non si risolveva mai... Di quello che è successo prima della fine di settembre, l’avvento del dominio delle SS, la richiesta immediata alla comunità ebraica di 50 chili d’oro (mio nonno sicuramente fu attivo nell’organizzarne la raccolta), io non seppi nulla: mio fratello invece ricostruisce alcuni episodi; ma aveva due anni più di me, e in poche settimane era passato dalla parte dei grandi.

Un giorno della fine di settembre del 1943, appena svegliata, venni a sapere che la mia festa di compleanno prevista per il giorno dopo era stata disdetta, e che nemmeno sarei tornata a scuola la settimana successiva, per il primo giorno dell’anno in seconda elementare. Ventiquattro ore dopo uscimmo di casa quasi senza bagagli per “non dare nell’occhio”, e raggiungere una abitazione all’altro capo della città. Da allora in poi nei nove mesi che seguirono noi bambini fummo informati di tutto e addestrati alle tecniche di sopravvivenza dello “stare nascosti”: nomi falsi da usare sempre; perfetta conoscenza del catechismo e delle preghiere cattoliche; repertorio di storie da raccontare se richiesti (circa la nostra condizione di sfollati, in fuga da una località colpita davvero dai bombardamenti); preparazione a rispondere a eventuali ulteriori domande. Soprattutto, bisognava parlare con meno persone possibile e cercare sempre di “non dare nell’occhio”! Sotto il dominio delle SS assicurato dalla vittoria dell’esercito nazista a Porta San Paolo, cioè nei nove mesi dell’occupazione di “Roma città aperta”, questi furono i pensieri dominanti giorno per giorno.

Trovammo rifugio nella casa di un fervente fascista (credo che fosse un impiegato, un dipendente pubblico) che era andato al Nord per aderire alla Repubblica di Salò. Aveva lasciato le chiavi dell’appartamento a certi suoi conoscenti nostri amici, i quali pensarono di poterci aiutare così: convinti, giustamente, che in casa di un fascista si potesse essere più protetti che altrove. Lì, per più di due mesi abbiamo fatto una vita che aveva ancora qualche aspetto di normalità: c’era il coprifuoco alle cinque, ma durante il giorno noi qualche giro nelle vicinanze, dove si trovava una grande caserma, lo facevamo (sempre da soli). Ci divertivamo, io e mio fratello, a collezionare pallottole: in terra se ne trovavano in grande quantità e di tutti i generi.
Certo, dovevamo portare un nome falso, presentarci come campioni di catechismo, dovevamo stare in una casa molto meno accogliente della nostra, con una scorta di cibi in scatola, perché si parlava di un possibile periodo di emergenza (i “giorni neri” in cui non ci sarebbe stato nemmeno da mangiare). Ma eravamo al riparo, tutti e quattro.
Arrivò il 16 ottobre. Io e mio fratello rimanemmo tutta la giornata soli nell’appartamento, aspettando il ritorno dei nostri genitori mentre fuori diluviava. Erano usciti molto presto nel tentativo (poiché a casa un telefono non c’era) di comunicare coi nonni per implorarli di lasciare l’abitazione, perché quasi certamente li stavano venendo a prendere: già era pronta l’accoglienza in casa di un monsignore, stretto parente di cari amici di famiglia. Non so come facessero a organizzare da lontano un trasporto che poteva soltanto avvenire a bordo di una carrozzella col cavallo. I nonni, come tanti altri della loro generazione, si erano ostinati a dire fino al giorno prima che a cittadini integerrimi come loro nessuno avrebbe mai potuto dare fastidio; poi si erano convinti a andar via proprio quella mattina, e prepararono non so quante valigie, che erano tutte allineate sul pianerottolo quando arrivò la pattuglia dei fascisti a cercare noi che avevamo abitato alla porta accanto. In quello stesso momento stava uscendo di casa una signora che abitava nel palazzo: era la moglie di un colonnello piemontese trasferitosi al Nord per unirsi all’esercito di Salò; e madre di un giovane arruolatosi nelle Brigate Nere. Nell’androne, la signora incontrò i fascisti; si presentò, e sapendo anche un po’ di tedesco, non esitò ad affrontare gli stessi militi delle SS che li accompagnavano: dicendo: “No, sono già andati via da tempo, è inutile che saliate le scale”. Se lo avessero fatto…..
Si seppe più o meno subito, dopo i rastrellamenti, per un qualche sistema di comunicazione attraverso la città diverso dal telefono, che in molti erano stati “portati via” e continuò per settimane il censimento dei parenti o amici catturati; notizie di loro non arrivarono mai. A tavola mio padre una sera volle ricordare una giovane famiglia “portata via”: due coniugi e Cicci, il loro bambino molto piccolo che poco tempo prima, in villeggiatura, avevo coccolato e fatto giocare. “Speriamo che una cena come questa” disse lui, “possano averla anche loro”. Come credere che quel bambino non fosse finito chissà dove?
Vivevamo con le persiane chiuse: ma a Capodanno, in quel caseggiato dove fingevamo di non esistere, lontano dal nostro quartiere, qualcuno bussò alla nostra porta, probabilmente per coinvolgerci in qualche partita a tombola, in qualche festicciola tra vicini costretti a casa dal coprifuoco e affratellati dai rischi e dalla precarietà di vita che riguardavano un po’ tutti. Quando qualcuno suonava il campanello diventavamo immobili come statue, aspettando che gli sconosciuti visitatori se ne andassero. Il portiere (di cui ci si fidava) poi spiegò che qualcuno di loro cominciava a sospettare la nostra presenza e così andammo via, lasciando le scatolette e tutto quanto nella casa, da un’ora all’altra.
Per alcune settimane non siamo più stati insieme. Io e mio fratello fummo ospitati dal nostro pediatra dove saremmo potuti restare più a lungo, ma il fidanzato fascistissimo della cameriera rappresentava un rischio da non affrontare, così fummo spostati di nuovo e divisi. Io fui accolta a casa di una maestra che mi portò a scuola nella sua classe che era una seconda elementare -anche lì con un nome falso, stavolta diverso dai precedenti e con una storia diversa da quelle fino allora raccontate: ero diventata una sua parente, sfuggita ai bombardamenti, e arrivata da Caulonia in Calabria. Quasi nessuno badava ai dettagli, però io tenevo pronto tutto il mio corredo di risposte.
Successivamente ci riunimmo, mia madre, mio fratello e io, per rifugiarci in un convento di clausura che non accettava uomini, ma solo donne e bambini. Mio padre, non trovando dove andare, dovette, sempre con falso nome e falsi documenti ma nessun altro tipo di protezione, alloggiare in una stanza in affitto. Quasi ogni giorno, nel primo pomeriggio, ci veniva a prendere; facevamo una passeggiata assieme, poi ci riportava al convento, che non era molto lontano da dove abitava lui. Lo fece anche quel 16 marzo. Dopo la passeggiata, ci portò nella casa in cui stava, per dividere con noi un uovo e un po’ di zucchero (delizie rare) che era riuscito a procurarsi. Infine ci riaccompagnò in tempo per il coprifuoco (che iniziava alle cinque). Noi lo salutammo e quella è l’ultima volta che lo abbiamo visto. Tornato alla casa aveva trovato i militi fascisti che lo aspettavano e lo arrestarono. Aveva trentasei anni.

In quel convento canadese del Preziosissimo Sangue si vedevano al massimo tre suore: due vestite semplicemente di nero e (talvolta) una madre col costume dell’ordine, rosso fuoco col soggolo bianco e il velo nero. Per le scale e nei corridoi si incontravano giganteschi crocifissi grondanti sangue: noi due e la mamma dividevamo una cella la cui porta, come le altre del corridoio, aveva sullo stipite una scritta in rosso: ”Vive le sang de Jesus!”. Le donne e i bambini ebrei erano forse un terzo del totale; ospiti fisse del convento erano alcune vecchie e pie signore di buona famiglia; in quel periodo se ne erano aggiunte altre, più giovani, di nazionalità “nemica”, inglesi o altro e, più o meno mimetizzate, pochissime in clandestinità e attive nella Resistenza.
A causa della loro presenza nel convento, e in particolare grazie a quella di una giovane donna di Torino, Ines G., il cui marito era attivo nella Resistenza romana (credo nelle formazioni di G.L.), arrivavano ogni sera nel convento non soltanto le notizie della travagliata vita nella “città aperta”, ma anche quelle delle azioni partigiane. A distanza di ore Ines portò la notizia della morte di Leone Ginzburg, dell’attentato di Via Rasella, della stessa strage delle Fosse Ardeatine. Nessuno di quei nomi era misterioso per noi, e Via Tasso era esattamente Via Tasso: un luogo di tortura da cui difficilmente si usciva vivi. Da allora in poi la speranza nella caduta del nuovo feroce regime fu coltivata, nella continua paura delle SS e degli allarmi aerei, insieme agli adulti; sapendo come loro che se fossimo stati catturati, essere innocenti o avere ragione non sarebbe servito a salvare nessuno.

Era passata poco più di una settimana da quando mio padre era stato arrestato; si sapeva che per compiere la rappresaglia avevano svuotato le carceri; e quindi era molto probabile che fosse stato scelto. Non so se si conoscesse ancora il luogo della strage, ma circolavano varie liste degli ostaggi selezionati. La nostra amica Ines riuscì a procurarsele e ne copiò più di una: il nome di mio padre appariva e spariva dall’una all’altra (alimentando così la speranza che, vedendolo perfettamente abile al lavoro, i tedeschi avessero preferito adibirlo a qualche lavoro pesante sulla linea del fronte di Anzio). A metà settembre, dopo la riesumazione delle salme, sono stati trovati oggetti e pezzi di vestiti che hanno reso sicurissima l’identificazione. Da allora c’è stato un luogo da poter visitare: non quello che si vede ora, col suo mausoleo sobrio e geometrico che è stato costruito fuori del luogo del massacro; ma ancora l’antro delle vecchie cave di pozzolana. Le bare di legno grezzo erano per terra dentro alle gallerie; si rischiavano guasti all’illuminazione, o crolli delle volte; o l’eventualità di trovarne qualcuna ancora aperta. Ogni bara era diventata una specie di altarino carico di fotografie, di oggetti, di fiori portati dalle famiglie; incombevano il rumore dei singhiozzi e l’odore dei fiori marciti. La precaria sistemazione durò a lungo. Non ebbi mai il coraggio di dire che non ci volevo andare; ma parecchie volte ci fui portata, e lo furono molti altri bambini.

  



chiudi