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Intervento di Anna Foa


UNA CITTÀ n. 239 / 2017 maggio

Articolo di Anna Foa

Quella tomba
intervento di Anna Foa sul progetto del museo sul fascismo a Predappio, paese meta del turismo nero

Predappio, comune italiano di 6.346 abitanti in provincia di Forlì-Cesena, a circa 15 km da Forlì, recita Wikipedia. Noto soprattutto per aver dato i natali a Benito Mussolini e per custodirne la tomba.

Predappio, la città natale di Mussolini, ha subìto una sorte strettamente legata al destino del suo figlio più famoso e illustre. Del duce ha condiviso la fama e l’onore, durante il Ventennio, quando fu arricchita di monumenti e case in stile fascista, quando la sua architettura si modificò fino a creare un nucleo architettonico razionalista che la segnalava tanto esteticamente che ideologicamente. Di questo nucleo è ormai più da restaurare solo la Casa del Fascio, il resto è stato rinnovato e destinato a funzioni pubbliche. Strano destino, se ci si pensa bene, quello di una piccola città posta nel cuore della Romagna socialista e anarchica, che continua imperterrita ad adornarsi della qualifica di città del duce e a votare amministrazioni di sinistra.

Predappio è in realtà una città di culto, come Loreto, come la San Giovanni Rotondo di Padre Pio. E tale è ancor più diventata dopo che, negli anni Cinquanta, ragioni politiche e di alleanze di governo consentirono che la salma del duce vi fosse trasferita, in una cripta destinata a raccogliere le spoglie dei familiari di Mussolini. Solo Edda, memore del processo di Verona e della fucilazione del marito Ciano, non è  sepolta nella cripta Mussolini ma con la famiglia Ciano. Claretta Petacci invece è sepolta al Verano a Roma. Ancor prima di diventare il luogo della sepoltura del Duce, però, Predappio fu durante il Ventennio il luogo del suo culto da vivo. Là fu gettato il seme della sua devozione, là i bambini delle scuole sono andati a visitare la sua casa natale, la sua scuola primaria, le sue maestre. Il culto del duce a Predappio nasce prima della sepoltura, prima che Predappio divenga il luogo di raduno di nostalgici e vecchi fascisti, di giovani skinhead e neonazisti.

È però un culto, questo del Duce, che cresce dopo la sua morte. Un culto che si addice più ai morti che ai vivi, che si rivela appieno nella venerazione funerea di tombe marmoree e nella frequentazione, come non chiamarla turistica, di negozi fitti di busti mussoliniani, di immagini di Hitler, di gagliardetti. Poi, nelle ricorrenze, Predappio tutta e non solo la cripta, si riempie di fascisti, pochi ormai i vecchi, molti i giovani, i ragazzi che alzano provocatoriamente il braccio nel saluto fascista. In queste occasioni, nella cappella si dice messa, a officiarla un prete nostalgico, che ora  sembra abbia smesso di officiarvi. Messe forse accompagnate dalla memoria di quelle leggende fiorite dopo il fascismo su un ritorno del duce nelle braccia della Chiesa, leggende utili a far dimenticare le tante manifestazioni di anticlericalismo del Mussolini socialista come di quello fascista ma prive di fondamento storico.

Chi entra in quei negozi avrebbe voglia di spazzare via tutto. Ma si può spazzare via un culto? E siamo di fronte a cosa? Quanto vi è di folklorico in quel culto? I saluti fascisti sono vietati dalla legge italiana. Conviene chiedere che quelle braccia levate siano abbassate a forza, che chi le alza sia processato? In altre occasioni, credo che si possa fare, si debba fare. Negli stadi, nelle funzioni pubbliche, nelle scuole. Ma là, in un luogo di penose e tragicomiche rimembranze?
È quanto dal dopoguerra in poi si sono domandate le amministrazioni comunali, che si sono anche prodigate in denunce, senza però che le procure facessero molto di più che archiviarle. Insomma, conviene davvero prendere la via della repressione, del richiamo alle leggi, quando il fenomeno si arresta a queste dimensioni che hanno più del ridicolo che dell’eversivo? Se proprio vogliamo farlo, perché no?, non è meglio farlo in altri luoghi, vietare a Forza Nuova l’uso delle pubbliche piazze a Roma o a Milano, sgomberare il palazzo occupato abusivamente da Casa Pound a Roma, vegliare che non ci siano violenze o pestaggi? Ma là?

Certo, mi rendo conto che il problema è serio e che quelli che si recano in pio pellegrinaggio a Predappio sono gli stessi che aggrediscono e minacciano a Forlì o a Roma, che in questi difficili momenti in cui il nazionalismo e il populismo prendono piede ovunque anche questi residui possono dar vita a fenomeni pericolosi, raccogliere lo scontento, crescere e diventare un rischio serio. Ma che fare?

Il sindaco di Predappio ha immaginato di creare, nel luogo dello scandalo, un museo. Di spiegare il fascismo ai giovani, nel luogo in cui è nato, Predappio. Di trasformare il luogo di culto in museo, di spiegare i busti marmorei del Duce, i gagliardetti, di educare insomma dove non si può, e non si riesce, a reprimere. È un proposito serio, di tutto rispetto. Cambiare destinazione, servire non a radunare fedeli in preghiera ma a spiegare la storia del passato. Usare il luogo di nascita del fascismo per spiegare anche il fascismo. Una vera sfida. Ma ha qualche possibilità di riuscire vincitrice? Perché i luoghi di culto, i luoghi di memoria, non sono musei. Hanno un carico innato di irrazionalità che deriva loro proprio da quelle memorie e a cui non si può semplicemente sovrapporre la riflessione, lo studio. Sono monumenti, non documenti, per dirla con Le Goff. Il culto e lo studio sono due fenomeni in conflitto, difficili da conciliare. 

Se la salma di Mussolini non fosse stata traslata a Predappio, la città avrebbe probabilmente potuto sfuggire al suo destino, il culto tributato ai residui degli anni di gloria si sarebbe lentamente attenuato, e Predappio sarebbe scivolata nell’oblio. Non per nulla il cadavere di Bin Laden è stato gettato in mare per sfuggire alla possibilità della nascita di un suo culto post mortem, mentre invece la tomba di Baruch Goldstein continua ad accogliere fedeli e preghiere. Ma come le persone, anche le città non rinunciano volentieri alla loro fama (e forse neanche ai turisti che la fama attira). Restare un luogo simbolico forte o scivolare nella dimenticanza: questo il dilemma di Predappio. L’idea di trasformare le reliquie in museo potrebbe apparire entusiasmante. Chi di noi non ha spiegato quotidianamente che solo la cultura e il sapere possono sopraffare le forze dell’odio. Io stessa ho, di fronte al negazionismo, preferito l’insegnamento alla legge. La mia paura, in questo caso, è che invece di attrarre l’irrazionalità del culto nella pacata razionalità del sapere, sia il sapere, lo spirito critico, la discussione a essere messo in crisi dalla forza irrazionale del culto, dal potere del luogo.

Non temo, intendiamoci, nessuna intenzione apologetica. Riconosco agli studiosi che si stanno occupando di questo progetto una totale serietà d’intenti. Nessuna manipolazione, nessuna volontà di riabilitare il fascismo, ma semmai l’intento di utilizzare il mito per fare storia. Ma è, in questo caso, davvero possibile? Perché Predappio non è il cuore del fascismo, è solo il suo luogo di venerazione. Credo che per spiegare il fascismo serva uno spazio neutro, senza reliquie e senza gagliardetti dietro le spalle. Preferisco, in fondo, che Predappio continui indisturbata a coltivare i suoi nostalgici e i suoi nazistelli, che riempire di contenuti seri uno spazio così contaminato dal culto, col rischio di attrarre la storia dentro il culto, invece di fare il contrario. Capisco che se fossi nata a Predappio avrei forse il desiderio di dare un’altra chance alla mia città, di renderla di nuovo un faro, questa volta culturale. Ma Predappio ha già avuto le sue chances, nel bene e nel male. Ora è il tempo di guardare avanti, e di quei negozi e di quelle braccia alzate smettere forse di curarci. La cultura e la ragione non sono mai riuscite a sostituire i miti degli eroi morti, dell’eroismo, della violenza. Credo che non sia possibile costruire nulla su uno spazio simbolico così affollato, solo sperare che i suoi simboli si attenuino con il tempo, il grande guaritore.



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