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Sul museo del fascismo a Predappio, intervento della Fondazione Alfred Lewin


UNA CITTÀ n. 229 / 2016 marzo

Articolo di Fondazione Alfred Lewin

Un museo del fascismo? La posizione della Fondazione Alfred Lewin
La proposta di creare un museo del fascismo nella ex casa del fascio di Predappio sta suscitando un acceso dibattito fra gli storici e non solo. Qui di seguito pubblichiamo la presa di posizione della Fondazione Alfred Lewin seguita da una lettera di Marcello Flores, uno dei promotori del progetto; iniziamo una serie di interviste a storici di orientamento diverso sia sul progetto di Predappio sia, più in generale, su come raccontare il fascismo. Il primo è Mario Isnenghi.

L’argomento "Predappio mai” per un museo del fascismo ha una sua forza che andrebbe riconosciuta serenamente: il luogo di nascita sta dentro la narrazione fascista dell’uomo del destino, Predappio e la tomba sono ormai il luogo sacro consolidato della nostalgia. Non farebbe male ripetere che da Predappio e dal forlivese non "è passata la storia” come ebbe a dire il sindaco di Predappio, ma solo due socialisti massimalisti e un anarcosindacalista. Predappio non era fascista sotto il fascismo e che lo sia diventata oggi agli occhi del mondo ha veramente dell’incredibile. Nella vallata a fianco, Santa Sofia, che ha dato 120 cittadini a Garibaldi, aveva 30 tesserati al fascio. Se poi è vero che il sindacalismo rivoluzionario ha dato un considerevole contributo al fascismo al punto che tuttora è in discussione dove sia nato, se in Italia o in Francia, allora è giusto dire che Forlì e la Romagna dell’800, che hanno scritto una pagina importante nella storia d’Europa, se non del mondo, più per questo che per aver dato i natali a un uomo, hanno a che fare con la nascita del fascismo. Viceversa, la "Forlì del 900” tanto pubblicizzata per via di un po’ di architettura, sembra un’idea più che altro inventata a tavolino, ma assai rischiosa; si vedono scolaresche stazionare di fronte all’insignificante palazzotto fascista mentre il museo del Risorgimento resta chiuso.

Allora la domanda è: l’argomento "mai a Predappio” può diventare l’argomento "a maggior ragione a Predappio”? A nostro avviso, forse sì. Ma forse, cioè a una condizione.
La condizione è che il museo abbia un’anima, un’anima che si senta, che si respiri, che sia anche dichiarata in entrata: l’anima della libertà dell’uomo. A quel punto alla domanda che molti si fanno: "Ma questo museo sarà antifascista?”, si potrà rispondere: "Sì, certo”, ma specificando che quell’"anti” non ci piace e non lo vogliamo usare, perché riduttivo rispetto al grande "pro” umanitario universalista.
Questo, secondo noi, dovrebbe essere l’afflato dell’ex-Casa del Fascio.
Allora sì "a maggior ragione Predappio”, senza che questa ragione suoni provocatoria ai nostalgici, non per rispetto verso di loro ma per rispetto di un progetto nobile che deve essere per tutti. Tutto qui.
Ma è proprio questo che sembra, da quel che abbiamo capito, non si voglia fare.
Adesso la discussione sarà se chiamarlo museo o centro di documentazione e finirà che si farà un museo che non si chiamerà così. Ma a nostro avviso un centro di documentazione che tratta anche dell’attualità -che da solo, fra l’altro, provocherebbe una sovradimensione insostenibile- non è affatto in alternativa al museo che narra la storia del Ventennio: le due cose possono convivere e completarsi a vicenda. Il posto, fra l’altro, lo permette.
Quindi il problema non è lì. Il problema riguarda la terza cosa che si può fare in questi casi: il monumento/memoriale. È lì la chiave del problema, perché illuminerebbe tutto il resto, per di più "autorizzando” quel massimo rigore e spregiudicatezza scientifici nella narrazione storica così giustamente cari alle intenzioni dei progettisti.
Insomma quello che fa problema è la scelta di fare solo un museo rigoroso scientificamente.
A parte che a sentir parlare di scienza nelle cose umanistiche vien da pensare al "socialismo scientifico”, ma veramente pensiamo che l’etica condizioni in negativo la ricerca storica? La riduciamo a un pregiudizio? Forse gli esempi sono sbagliati, ma Pierre Vidal-Naquet  (massima autorità mondiale di storia antica, militante dei diritti umani, il padre torturato dai nazisti e morto con la madre ad Auschwitz) quando unico, e sconsigliato da tutti, si è umiliato a smantellare punto per punto, scientificamente, le tesi negazioniste, non aveva forse dichiarato il suo intento, non si conosceva il suo disprezzo? Oppure: agli scienziati della storia italiani è mai venuto in mente di applicare il loro microscopio all’anno in cui Togliatti è andato in Spagna? Il ’37, come lui ha sempre detto, o il ’36? E perché non è venuto loro in mente? L’ha fatto un semplice giornalista, ma, guarda caso, eticamente socialista libertario, che aveva pure il vantaggio di risiedere a Londra e non in una città delle tante università italiane oscurate dalle Botteghe oscure: Gino Bianco.
E per curiosità: in base a criteri scientifici quanti metri quadrati in un museo del fascismo gli storici assegnerebbero a Giacomo Matteotti e al suo omicidio? Sarebbe interessante un sondaggio, ma siamo certi che le misure varierebbero assai.
Fatto sta che l’impostazione del riutilizzo della Casa del Fascio non prevede che possa esserci anche, e sottolineiamo "anche”, una parte monumentale, ma solo un museo improntato al "rigore scientifico”, quasi si voglia trattare il fascismo nello stesso modo in cui si potrebbe trattare la civiltà etrusca.
Nelle linee guida l’orizzonte morale fa capolino in un punto, ma poi si specifica subito che non deve comunque avere il sopravvento, ecc. ecc. Quasi fosse un tic psicologico: state attenti, perché durante il racconto scientifico sarà impossibile non condannare… E vien da pensare per analogia ad altre narrazioni, lontane certo da quella che propongono i progettisti del museo, e dove, però, l’orizzonte morale pure fa capolino in un punto: quello delle leggi razziali, e solo lì.
Durante la presentazione dei diari di Mussolini a Predappio, quando uno dei relatori ha consigliato a un altro di non sentirsi in dovere di essere sempre, in ogni momento, antifascista (si discuteva se Mussolini stesse covando il fascismo già in trincea, quindi, alla fin fine, su un aspetto particolare) dal settore della sala dove c’erano sindaco e consiglieri è partito un forte applauso, l’unico a scena aperta. Estrapolavano certamente.
Ecco, noi temiamo che a Predappio si intenda che l’antifascismo non abbia più alcun senso.
Senza voler fare della sintomatologia, e ammettendo la scorrettezza di isolare le parole dal loro contesto, certi punti del documento programmatico suscitano qualche perplessità: espressioni come "memoria condivisa”, buttata lì en passant, come fosse un obiettivo da raggiungere, in contraddizione, fra l’altro, con l’assunto di valori costituzionali ormai condivisi da quasi tutti; la ripetizione insistita di parole come "complessità e contradditorietà”, quando ormai sono concetti chiari anche ai ragazzi delle medie: basta accendere la televisione e chiedersi chi sono i curdi o come mai un marocchino francese è finito in Siria a tagliar teste (in certi casi qualche semplificazione sarebbe necessaria); l’espressione "il punto di vista di chi ha vinto”, che può suonare addirittura sinistra (certo che se vinceva Hitler la storia della shoà sarebbe stata diversa); si parla di "scontro di valori” e vien da chiedersi quali; si parla di "emozione” da suscitare (noi preferiremmo "commozione” ma capiamo che sarebbe "di parte”) e si intende, in un museo in gran parte virtuale, che si stia parlando di immagini, ma vien da chiedersi come si potrà suscitare emozione a proposito dello squadrismo, non avendo a disposizione alcuna immagine o video degli squadristi che trascinano al fiume l’avversario politico per picchiarlo a morte con sacchi di sabbia.
In diverse interviste ai progettisti si è fatto riferimento spesso a quel che si fa in Germania (nel documento si parla dell’Europa).
Citeremo l’intervento di apertura della serata cittadina "Forlì non è la città del duce”: "Oggi i tedeschi potrebbero tranquillamente fare un convegno sull’arte di Leni Riefenstahl, la fotografa di Hitler, o sui progetti di Speer, l’architetto di Hitler. Perché uscendo da quelle mostre basterebbe fare poche centinaia di metri per incontrare un monumento alla colpa. Per la prima volta nella storia dell’umanità un popolo ha monumentalizzato le proprie colpe. Noi?”. Come è possibile che nel documento programmatico del museo non si faccia alcun riferimento alla rimozione italiana? Nel documento, e anche nell’appello, si dà per scontato che la costituzione, quindi la democrazia, i diritti umani, e l’antifascismo perciò, siano ormai entrati nel patrimonio genetico del paese. Non si dà alcun peso al fatto che per vent’anni mezzo paese è andato dietro a un premier per il quale il fascismo, a parte le leggi razziali, ignobili certo, ma volute dai tedeschi, era "vacanze a Ventotene e telefoni bianchi”. Che si sia fatto un memoriale per il generale Graziani non ci dice niente? Per dire delle differenze: ricordiamo sempre un mirabile elzeviro sul Corriere di Franco Fortini in cui rendeva omaggio a una coppia di vecchi amici laburisti, miti intellettuali, lui combattente in Africa, il cui più grande rimpianto nella vita era stato quello di essersi trovati a contatto con Graziani, anni dopo la fine della guerra, e di non aver colto l’occasione per ucciderlo. Si sa, noi non siamo inglesi.

Insomma, questa è la nostra posizione. Una posizione che viene da lontano, da quando promuovemmo l’assemblea cittadina intitolata "Forlì non è la città del duce” in polemica con la mostra del 900 della Fondazione della Cassa dei risparmi, e ci mettemmo, subito dopo, a pensare a un festival del 900. In quella occasione si cominciò a parlare anche di un museo nella ex casa del fascio. Alla prima edizione del Festival, a Forlì, organizzammo una presentazione da parte dei progettisti. Ma già allora cominciarono i primi dubbi sull’impostazione, per via di alcune interviste che comparivano sui giornali. Fra di noi ci siamo sempre detti: a patto che sia "un museo degli orrori”. In realtà non è certo quello che deve essere, a meno di non considerare orrori, ma la parola sarebbe comunque inadatta, non solo le violenze e gli omicidi, ma anche tanti aspetti di una vita quotidiana "grigia” (Lisa Foa), fatta di giuramenti obbligatori e adunate, di stato etico e corruzione, di isolamento culturale, di intimidazioni e umiliazioni dei padri di famiglia e di conformismo imposto ai giovani. Sembra poi che per alcuni, un vasto consenso, sia stato pure del 98%, attutisca "l’orrore”; no, lo acuisce.
Per questi motivi a nostro avviso l’ex casa del fascio deve contenere un museo che racconta il ventennio senza remore, un centro di documentazione che vigila sul presente, un grande monumento alla libertà dell’uomo e contro ogni sopraffazione e prepotenza.
Così potrebbe diventare un esempio e un punto di riferimento internazionale.

Due problemi
I negozi
Ci siamo abituati al pellegrinaggio e ai negozi di souvenir e non solo il sindaco di Predappio ma un po’ tutti tendiamo a considerarli un fenomeno folcloristico. A parte che un po’ di vergogna a essere l’unico posto in Europa dove si possono vendere le opere dei negazionisti e i Protocolli di Sion la dovremmo comunque provare, ma possiamo pensare che quelle migliaia di fascisti che sfilano in modo folcloristico dietro lo spretato e che più di salutare col saluto romano chi passa, a Predappio non fanno, siano folcloristici anche a Roma o dove abitano? Vediamo cosa sta succedendo in Europa? Agli amministratori predappiesi così ottimisti consigliamo di guardare la scena greca di questi giorni in cui una quindicina di maschi in nero aggrediscono una donna immigrata a pugni e calci.  Possiamo ben pensare che "di quelli” a Predappio ne passino assai. Da questo punto di vista i negozi sono un problema maggiore della tomba, perché "lavorano” anche sull’attualità: i testi negazionisti non sono souvenir del Ventennio.
Poi chiediamo: pensate possibile, innocua, la convivenza fra un museo che si spera frequentato da scolaresche in gita di educazione civica con la presenza, a cento metri di distanza, di supermarket le cui vetrine trasudano violenza e odio, in cui si vendono manganelli con su scritto "me ne frego” o magliette da motociclisti con su scritto "basta morire, adesso uccideremo noi”? Secondo noi la risposta è no. Allora si dovrebbe iniziare una campagna nazionale per la chiusura dei negozi, con proposte di legge, denunce ripetute alla magistratura, pressione sui prefetti. Il sindaco e gli amministratori dovrebbero farsene promotori. Ma è possibile? Ci sono remore di altro tipo?
Anche qui il deficit italiano salta agli occhi. Noi ce ne siamo accorti portando una delle ospiti del festival, una storica parigina, a visitare, su sua richiesta, il supermarket fascista. Chi l’ha accompagnata racconta di essersi comportato come un paesano che, appunto, fa vedere al turista qualcosa del folklore locale: ha cercato con malizia il banco dei negazionisti e poi l’ha chiamata: "Vieni, vieni a vedere”. Ma la signora non l’ha presa alla leggera. S’è oscurata e s’è precipitata dal povero commesso in maglietta da lavoro nera, investendolo con domande del tipo: "Ma lei sa che in Francia andreste in galera a vendere questa roba?”, e lui a bofonchiare qualcosa sulle opinioni, e lei: "No, queste non sono opinioni”, e non voleva venir via.
Già, ma in Francia il trauma della scoperta di quanto zelo c’era stato da parte francese nella deportazione degli ebrei durante Vichy è stato forte. In Italia?
Niente comunque di cui meravigliarsi: quando in Francia piangevano leggendo Solgenitsin, noi non solo non l’abbiamo letto, ma abbiamo dato inizio all’epopea dei comici, che dura tuttora; invece di piangere ci siamo messi a ridere.

Il ristorante e la drogheria
La proposta che, a un museo che racconta le sofferenze di un popolo e la terribile persecuzione antiebraica, sia annesso un ristorante e, ancor più, una "rivendita di prodotti locali” come sangiovese e salcicce di maiale, è addirittura scandalosa, per la volgarità e la mancanza di rispetto del racconto drammatico che si farà in quel palazzo.
Ma poi: se le teste rasate, che abbiano visitato o no il museo, andranno al ristorante? Ci rendiamo conto? Molti anni fa, quando Gianfranco Fini non era ancora passato dal pellegrinaggio predappiese a quello a Gerusalemme, un nostro conoscente, un simpatico giovane, aspirante cantante lirico, che per mantenersi faceva il cameriere, ci raccontò di aver servito, in un ristorante di Predappio, una tavolata di nostalgici fra cui c’era anche Fini. Ci disse che aveva fatto fatica a continuare a servire, dal disgusto per i discorsi che aveva orecchiato.

Per concludere: i problemi legati al progetto di un museo del fascismo nella ex casa del fascio di Predappio possono essere tanti, ma alla fine per noi si riducono a uno: la premessa morale.



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