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UNA CITTÀ n. 177 / 2010 Settembre

Articolo di Giorgio Levi Della Vida

LA DEFENESTRAZIONE MANCATA
Reprint

Una mattina intorno alla metà di giugno del 1924 (il giorno preciso non mi riesce né di rammentarlo né di determinarlo coll’aiuto di sincronismi documentati) scendevo a piedi da casa mia verso l’Università, che aveva ancora la sede nel palazzo secentesco della Sapienza. […
]Poco più di due mesi erano passati dalle elezioni per la Camera dei Deputati, le prime dopo la presa del potere da parte del fascismo, e non erano ancora stati tutti rimossi dai muri i manifesti della propaganda elettorale: tutti quanti fascisti, s’intende, giacché quelli dei partiti d’opposizione o non c’erano stati mai o erano stati strappati via prima ancora del giorno delle elezioni. Rimanevano in evidenza nelle vie principali alquanti giganteschi cartelli alti almeno tre o quattro metri che recavano su fondo scuro un enorme profilo di Mussolini di un biancore così crudo da far pensare al gesso più che al marmo, coi tratti fisionomici "romanizzati” al punto di rassomigliare a Giulio Cesare, al quale si sa che Mussolini amava farsi paragonare finché gli tornarono in mente, o gli vennero rammentate, le idi di marzo, dopo di che Cesare fu sostituito da Augusto, morto a settantasei anni nel suo letto. Durante la notte precedente, qualcuno, o forse un gruppo di persone dislocate in vari punti della città, verosimilmente per mezzo di una pompetta a stantuffo aveva schizzato addosso a quei cartelli una poltiglia color vermiglio, la quale colando giù lungo l’immagine tante volte ripetuta ne aveva violato il candore con solchi di bava cruenta, dandole la parvenza orrenda di uno spettro omicida imbrattato del sangue delle sue vittime. Man mano che dallo sbocco di via Ludovisi procedevo per via Francesco Crispi, via della Mercede, piazza San Silvestro, piazza Colonna, lo spettacolo atroce si ripeteva in serie uniforme. Era ancora presto, e le strade erano poco animate, ma già capannelli di gente andavano radunandosi sotto ciascun manifesto, commentandone il simbolismo fin troppo chiaro: qualche giorno prima, il 10, il deputato socialista Giacomo Matteotti, che in una delle prime sedute della nuova legislatura aveva steso un implacabile e inconfutabile atto di accusa contro le illegalità, le violenze, i soprusi tollerati o addirittura promossi e organizzati dal governo, era stato rapito in pieno giorno in mezzo alla strada e non vi erano ormai più dubbi sulla sua sorte; (fin dal principio la voce pubblica e poi la stampa d’opposizione improvvisamente sciolta dal bavaglio, in sordina dapprima a voce alta poi, andavano indicando come mandanti del delitto persone molto vicine al governo e addirittura facenti parte del governo, e il sospetto, anzi l’accusa, era salito su di grado in grado fino a investire lo stesso Capo. […
]Certo è che la folla che andava via via addensandosi e si avviava verso il centro senza che la incitasse un richiamo o la precedesse una guida, quasi la movesse una forza istintiva, dava la sensazione dell’imminenza di avvenimenti decisivi. Si è detto che se allora uno dei capi dell’opposizione, un Amendola, un Turati, un Modigliani, si fosse trascinato dietro una cinquantina di teste calde su per le scale di Palazzo Chigi (non ancora sostituito da Palazzo Venezia come sede della Presidenza del Consiglio) e, sopraffatti senza difficoltà i pochi militi della Sicurezza Nazionale (altro gallicismo da mettersi a credito dell’italianità del Regime! ) , avesse defenestrato Mussolini e da quello stesso balcone avesse arringato la folla sottostante, il fascismo si sarebbe liquidato da sé e sarebbe svanito nel nulla senza lasciare traccia: se ne avvertivano già i sintomi in provincia. Può essere e può anche non essere. A ogni modo, come si sa, non successe nulla. In quei giorni peraltro io avevo un mio problema personale da risolvere, e temevo assai di non esserne capace. Luigi Salvatorelli, che era allora direttore politico della Stampa di Torino mi aveva scritto... [ continua ]

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