Victor Zaslavsky è nato a Leningrado nel 1937. Laureatosi in ingegneria mineraria, ha lavorato per un decennio in varie regioni dell’Urss. Passato successivamente a studi di storia e filosofia, ha insegnato sociologia all’università di Leningrado, da cui è stato licenziato per "inaffidabilità politica". Nel 1975 è stato costretto ad emigrare dall’Unione Sovietica. Da allora ha insegnato in numerose università, in Canada, in California e in Italia. Attualmente è docente di Sociologia alla Luiss di Roma. Numerosi i volumi pubblicati, da Il consenso organizzato (ll Mulino, Bologna 1981) ai più recenti Storia del sistema sovietico (La Nuova Italia, Roma 1995) e La Russia senza soviet (Ideazione, Roma 1996). Negli anni Ottanta ha curato per Sellerio la pubblicazione di alcuni autori sovietici anomali e ha dato alle stampe una raccolta di propri racconti, Il dottor Petrov parapsicologo. Collabora a numerose riviste e al quotidiano Il Foglio. Sta completando, negli archivi russi e italiani, una ricerca sui rapporti tra Urss e Partito comunista italiano negli anni della guerra fredda.

Se vogliamo parlare della Russia di oggi, è d’obbligo partire dalle ultime tornate elettorali non tanto per commentarne i risultati, cosa che è già stata abbondantemente fatta, ma piuttosto per esprimere un giudizio generale su questo periodo un po’ turbinoso: è cambiata la Russia in questi mesi, ha rivelato un volto nuovo?
Per prima cosa bisogna dire che la democrazia ha fatto qualche passo avanti. Se vogliamo adottare un criterio minimo per affermare che c’è un processo democratico in corso, bisogna riferirsi appunto alle elezioni, come ha detto il politologo americano Samuel Huntington che ha proposto di prendere in considerazione almeno due tornate consecutive di elezioni libere: una non basta perché il corso della democratizzazione si può fermare dopo la prima. Ora, in Russia abbiamo avuto tre tornate elettorali: nel 1993, nel 1995 e adesso le elezioni presidenziali. La partecipazione è stata alta, e ciò senza che ci siano state pressioni amministrative, come succedeva nel periodo sovietico quando era molto pericoloso non andare a votare, o incentivi di qualche tipo, come successe nel ’91 sotto Gorbaciov, quando accanto ai seggi si preparavano buffet molto ben riforniti. E non vi sono stati brogli, almeno non in misura tale da alterare i risultati. Questo è molto importante perché è stato smentito quel luogo comune che dice che i russi siano geneticamente refrattari alla democrazia: almeno sul piano delle procedure, le regole sono state rispettate. Un altro criterio per giudicare l’attuale livello di democrazia è quello dei partiti politici e della loro organizzazione. Ora, in Russia sono comparsi dei partiti che rappresentano gli interessi dei vari gruppi sociali, con una notevole articolazione di interessi e una certa varietà di gruppi. Si può certo dire che i partiti sono finora formazioni molto deboli, con l’eccezione del partito comunista che ha mantenuto, almeno in parte, i vecchi tesserati e le vecchie strutture organizzative. Gli altri partiti sono aggregazioni formatesi attorno ad alcune personalità, con un minimo di programma, ma senza una vera organizzazione: sotto questo aspetto è evidente che in Russia non vi è una situazione di democrazia matura. Vorrei sottolineare un altro punto. Nelle elezioni presidenziali chi ha riportato la vittoria l’ha ottenuta sulla base di un programma meditato e impegnativo. Solo così si può spiegare la rimonta in pochi mesi di Eltsin, che ancora in gennaio e febbraio era dato per spacciato, a una quota attorno al 10 per cento. I consiglieri di Eltsin, che hanno elaborato il programma presidenziale sulla base di accurate indagini sociologiche, hanno individuato quattro temi essenziali per le aspettative di larga parte della popolazione: la compravendita della terra; la trasformazione dell’esercito in un corpo professionale anziché di leva; la difesa degli interessi economici di categorie particolari, come il pagamento dei salari arretrati, a volte perfino di quattro-cinque mesi, o di indennizzi a piccoli risparmiatori che hanno perso tutti i loro averi in seguito alla bancarotta fraudolenta di varie banche; e infine la cessazione della guerra in Cecenia. In questi campi alcuni provvedimenti sono stati presi subito dal governo e ciò ha avuto larga rispondenza nell’opinione pubblica.
In tutti i paesi succede che in tempi elettorali si facciano promesse allettanti per carpire ...[continua]

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