Jiri Pelikan è nato nel 1926 a Olomouc in Moravia. Dopo aver militato nelle file della resistenza antinazista, ha aderito fin dagli anni dell’università al partito comunista, dove ha percorso una carriera nelle organizzazioni culturali. Con la Primavera di Praga, di cui è promotore, diventa il direttore della televisione di Stato, che produce tra il ’67 e il ’69 una serie di programmi dedicati alla rivisitazione della storia cecoslovacca postbellica, tra cui resta memorabile quello sul suicidio del figlio di Masaryk nel 1948. Costretto all’esilio nel 1970 dalla normalizzazione seguita all’invasione delle truppe del Patto di Varsavia, Pelikan arriva in Italia, dove nel 1971 dà vita al quindicinale Listy che diventerà una delle voci più importanti degli esuli cecoslovacchi e delle opposizioni democratiche ai totalitarismi dell’Europa centro-orientale. Nel 1979 viene eletto deputato al Parlamento europeo nelle liste del Psi e rimane a Strasburgo per due legislature, promuovendo varie iniziative di sostegno al dissenso nei paesi dell’est, tra cui a metà degli anni Ottanta un network di collegamento permanente tra oppositori dell’est, pacifisti e verdi occidentali. Nel 1989, dopo la "rivoluzione di velluto", Pelikan torna a Praga ed entra nello staff dei consiglieri del presidente Vaclav Havel. Rinuncia a ogni incarico ufficiale dopo il 1992. Oggi vive tra Roma e la capitale céca dove continua a pubblicare Listy.

Sei stato per circa 20 anni in esilio dopo la Primavera di Praga e sei tornato in Cecoslovacchia nel dicembre del 1989. Eri partito quando c’era in atto un tentativo di riformare il socialismo, anzi il tentativo più organico di riformare il socialismo che ci sia mai stato in un paese dell’ Europa centro-orientale, e sei arrivato quando si stava invece preparando la reintroduzione del capitalismo, di un capitalismo ultraliberista, com’è stato definito quello céco. Che impressione ti ha fatto questo nuovo paese?
In realtà, la rivoluzione di velluto del novembre 1989 non aveva come programma esplicito la reintroduzione del capitalismo. Le manifestazioni contro il gruppo dirigente del partito comunista erano animate certo dai dissidenti, ma anche da molti comunisti, e l’idea prevalente era di riformare lo Stato in senso democratico, di introdurre l’economia di mercato, che avesse, però, una connotazione sociale, riprendendo, in sostanza, il vecchio programma di Ota Sik della "terza via", qualcosa a metà strada tra il capitalismo e il socialismo di tipo sovietico. D’altra parte, era chiaro a quelli che venivano dall’esilio, come me, e agli oppositori interni che la Primavera di Praga non poteva ripetersi perché l’idea stessa di socialismo era stata completamente screditata dal regime di normalizzazione di Husak e Bilak dopo il 1969. Se nel 1968 l’opinione pubblica credeva che si potesse trasformare il socialismo di tipo sovietico, dopo l’invasione dei carri armati erano cambiate le condizioni. Tanto più che la prassi del partito comunista al potere, con venti anni di repressioni e persecuzioni, aveva ormai convinto la popolazione, in particolare i giovani, che quello era il socialismo, e che un socialismo così non si poteva riformare, ma solo rifiutare.
In questa atmosfera si è avviata la trasformazione della politica e dell’economia. Sulla trasformazione politica non c’erano divergenze: era chiaro che il nuovo assetto politico doveva essere una democrazia pluralista, anche se gli eredi della Primavera insistevano sulla necessità di giungere a una combinazione di democrazia rappresentativa e di democrazia diretta, con un ruolo attivo della società civile, con l’autonomia regionale, l’autogestione nelle fabbriche. Prevalse alla fine l’idea che occorreva introdurre una democrazia parlamentare di tipo occidentale, e questa si è realizzata abbastanza presto. Ha influito sulla situazione il fatto che in Cecoslovacchia il partito comunista, che in altri paesi dell’Europa orientale come la Polonia e l’Ungheria si era trasformato in partito socialdemocratico, adottando più o meno i princìpi dell’Internazionale socialista, ha continuato a essere un partito comunista. Non ha fatto alcuna autocritica né alcun rinnovamento dei quadri, anzi è diventato un nucleo duro, con una massa consistente di aderenti, quasi 300 mila, un piccolo numero rispetto ai 2 milioni che erano, grazie ai quali resta il partito più grande della Repubblica céca. Ha ottenuto il 12-14% alle prime elezioni libere del ’90, una per ...[continua]

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