Loïc Blondiaux, professore di Scienze Politiche alla Sorbona, membro della Commissione nazionale dibattito pubblico (Cndp), ed esperto di democrazia deliberativa, ha fatto parte del Comitato di Governance della Convention.

Innanzitutto vorrei chiederle che cosa è la Convention Citoyenne pour le Climat, come la descriverebbe?
È un’assemblea di cittadini, un dispositivo di democrazia deliberativa in cui dei cittadini estratti a sorte, rappresentativi della popolazione, sono chiamati a confrontarsi tra loro, coinvolgendo degli esperti, su una precisa tematica.
Da dove nasce questa iniziativa, e in che contesto politico, sociale si inserisce?
L’iniziativa è nata in un contesto preciso, quello della crisi dei gilet jaunes. In quel contesto, a gennaio 2019, un collettivo di cittadini e ricercatori, che si occupano di questioni legate alla democrazia, hanno redatto una Lettera aperta collettiva al Presidente della Repubblica in cui chiedevano al Governo di uscire dalla crisi ricorrendo a strumenti democratici e proponevano di organizzare una o più “assemblee dei cittadini” su temi diversi: ambiente, fiscalità, istituzioni. Nell’aprile 2019, Macron ha ricevuto due dei firmatari della Lettera aperta (Marion Cotillard, l’attrice, e Cyril Dion). Concluso l’incontro, Macron ha dichiarato che avrebbe portato avanti le loro richieste e ha annunciato che ci sarebbe stata una Convenzione dei Cittadini sul clima (Convention Citoyenne Pour le Climat -Ccc). Si tratta quindi di un’iniziativa presidenziale, che consacra, paradossalmente, il presidenzialismo alla francese e l’onnipotenza del Presidente della Repubblica.
Vorrei chiarire meglio alcuni elementi fondamentali. Da un certo punto di vista, il potere esecutivo ha già fatto ricorso a strumenti di democrazia deliberativa, è il caso per esempio del Grand Débat. Politicamente, il Grand Débat si è rivelato un colpo strategico per Macron, perché ha consentito di far cambiare le modalità di espressione della protesta dei cittadini, dirigendole verso approcci più pacifici e controllati, rispetto alle manifestazioni dei gilet jaunes.
Una seconda osservazione: nella società francese, più che in altri paesi, esiste un movimento di critica alle istituzioni rappresentative. Questa critica si è rafforzata negli ultimi anni: tutte le ultime manifestazioni hanno sollevato una questione democratica, cioè il carattere sempre più inefficace e illegittimo della democrazia rappresentativa.
Infine, in Francia esiste un gruppo di ricercatori e osservatori, di cui faccio parte, che lavora da anni su esperienze di questo tipo -per esempio le due Assemblee Cittadine irlandesi che hanno portato a dei referendum- e riflette su questo concetto della democrazia deliberativa, una questione ben presente nella riflessione politica a livello internazionale, ma che nel nostro paese non ha avuto molto successo.
L’insieme di questi diversi elementi ha fatto sì che la Convention fosse una specie di mostro politico, un ibrido: è stata formulata e proposta dal basso, ma ha incontrato l’interesse di un potere politico che aveva bisogno di rilegittimarsi in particolare su due tematiche critiche, ambiente e democrazia.
Rispetto alle Assemblee dei cittadini, anche a livello internazionale, la Convention ha degli aspetti innovativi importanti. Ce li può raccontare?
Fino a oggi l’esperienza francese non aveva dato luogo a iniziative ambiziose a livello nazionale. Il Grand Débat è stato un esercizio politico un po’ mal organizzato e un po’ tendenzioso e dunque non può essere considerato un punto di riferimento utile. Le precedenti esperienze francesi di Giurie e Conferenze dei cittadini sono ormai un po’ datate e non hanno avuto una vera influenza o visibilità politica. La Legge francese prevede, da qualche anno, l’obbligo di organizzare regolarmente delle Conferenze dei cittadini nell’ambito bio-etico, ed è compito del Consiglio Nazionale Consultivo Bioetico gestirle, ma la loro influenza è limitata. L’originalità della Ccc è dunque determinata da tre elementi: la scala nazionale, l’impegno preciso del Presidente della Repubblica di trasmettere i risultati tali e quali al parlamento o al referendum e, infine, la grande disponibilità di mezzi finanziari investiti per organizzare la Convention. Quindi, una grande visibilità politica e una grande sfida politica.
L’altro elemento che mi sembra interessante è che abbiamo visto in questi anni che non pochi dispositivi consultivi o partecipativi sono stati gestiti direttamente dal potere politico. In questo caso, invece, è stato istituito un Comitato di Governance, di cui ho fatto parte, autonomo e indipendente che ha avuto la piena responsabilità del design del processo e della sua gestione.
Rimane da affrontare la questione della Commissione nazionale dibattito pubblico. Io stesso sono membro della Cndp e sono molto legato a questa istituzione: penso che sia fondamentale oggi per la democrazia francese. La Ccc, però, è stata fatta senza e contro la Cndp. C’è stato infatti un conflitto, tra la Presidente della Cndp e il Primo ministro, prima della Ccc, al momento dell’organizzazione del Grand Débat, che ha minato la fiducia tra le due istituzioni. Io faccio parte di coloro che ritengono che se un’esperienza come quella della Convention dovesse essere replicata, credo che dovrà essere affidata alla Cndp, per garantire l’onestà e l’autenticità democratica. È meglio far sì che sia un’entità terza, esterna, indipendente, a organizzare iniziative democratiche di questo tipo; diversamente la legittimità di questi processi è più fragile.
Un gruppo composto da centocinquanta cittadini è certamente numeroso, ma è davvero rappresentativo della popolazione francese, di tutte le sue diversità?
Il gruppo che abbiamo composto rappresenta un campione aleatorio stratificato. Nel nostro caso l’istituto di sondaggi che ha effettuato la selezione, Harris Interactive, ha costituito una prima lista di 250.000 numeri di telefono, generati in maniera aleatoria. I numeri sono stati chiamati a caso. Il 30% delle persone contattate ha accettato di partecipare (cosa che rappresenta di per sé un risultato eccellente) e in seguito abbiamo continuato a chiamare fino a che tutte le categorie di età, genere, luogo di residenza, professione e livello di educazione fossero completate. Questo vuol dire che abbiamo messo in lista di attesa le persone che avevano già accettato, ma che appartenevano a categorie che erano già al completo (uomini, abitanti in contesti urbani, età media, professionalità elevata, livello d’istruzione elevata) che molto più facilmente sono disponibili rispetto a queste proposte.
Il mandato della Convention era particolarmente impegnativo. Si è chiesto ai cittadini che hanno partecipato non solo di elaborare delle proposte che consentissero di ridurre almeno del 40% le emissioni climalteranti, ma di farlo in uno spirito di giustizia sociale.
Sì, questo è un punto fondamentale. La questione posta ai cittadini è di grande, grandissima ampiezza e verte su un ambito che in Francia è stato considerato finora troppo complicato per essere affrontato dai cittadini. Si pensa che i cittadini possano essere coinvolti su questioni morali, ma non su questo tipo di temi: l’ambiente, il cambiamento climatico, eventuali proposte per contenerlo, sono considerati materia da specialisti.
Nessun’altra esperienza a livello internazionale ha avuto un’ambizione simile in termini di risultato. Non solo il Governo aveva richiesto di fare delle proposte per diminuire almeno del 40% le emissioni di gas serra entro il 2030, ma in più aveva detto chiaramente, fin all’inizio, che la promessa della trasmissione delle proposte tali e quali (cioè senza successivi interventi da parte dei tecnici del Governo) al parlamento o al referendum dipendeva dalla qualità delle proposte e dalla loro precisione anche dal punto di vista giuridico.
Quindi, diversamente da quanto accade in molte esperienze partecipative, i cittadini non hanno espresso solo raccomandazioni o suggerito delle proposte, hanno partecipato alla stesura di proposte che potessero essere trascritte immediatamente nel codice.
La Convenzione ha lavorato con dei giuristi per tradurle in termini giuridici.
Abbiamo avuto la possibilità di sfruttare qualche mese di lavoro in più, per via dell’emergenza sanitaria; se non ci fosse stato questo surplus di tempo è molto probabile che i partecipanti non sarebbero riusciti a formulare tutte queste proposte in maniera così precisa dal punto di vista giuridico, probabilmente ce ne sarebbero una cinquantina in meno.
Il rapporto con gli esperti è uno degli aspetti più interessanti e delicati. “Le Monde” ha raccontato la complessità della relazione tra cittadini ed esperti. Sono anche state mosse alcune critiche su questo delicato rapporto, forse poco indagato.
Da un punto di vista generale, l’esperienza francese della Convention è un dispositivo che mette al centro la presenza dei cittadini, con anche il sostengo degli esperti. È molto importante controllare l’influenza degli esperti coinvolti nel processo, la loro rappresentatività, affinché non ci sia strumentalizzazione; i cittadini, poi, devono poter fare domande e dialogare costantemente con gli esperti.
Credo che la critica sia in parte giusta. Se in futuro si organizzeranno ancora esperienze di questo tipo, sarà assolutamente necessario che lo Stato costituisca un pool di esperti che possano dedicare tutto il tempo necessario a lavorare con i cittadini, rispondendo alle loro domande. In questo caso, la scelta degli esperti è stata fatta dal Comitato di Governance. Il gruppo che ha costituito il Gruppo di sostegno tecnico e scientifico non aveva un vero e proprio status, erano volontari e non potevano pertanto dedicare tutto il proprio tempo alla Convention. Questo è stato un problema.
In che modo esattamente si sono svolti questi scambi?
Sono stati coinvolti due gruppi di esperti, e gli interventi sono avvenuti in due momenti diversi, con modalità diverse. In un primo tempo i cittadini si sono confrontati con alcuni soggetti per inquadrare la questione, per sensibilizzarsi sulle tematiche ambientali: in questa fase, sono intervenuti economisti, sindacalisti, rappresentanti delle associazioni di categoria e degli imprenditori, climatologi, parlamentari, rappresentanti delle ong, delle amministrazioni locali, delle università; abbiamo avuto presentazioni pluraliste e contraddittorie dei problemi. La lista degli esperti era pubblica. A mio avviso, se qualcuno avesse voluto fare delle critiche, avrebbe dovuto criticare i principi che hanno portato alla creazione di questa lista di esperti, ma questo tipo di critica non l’ha fatta nessuno.
Successivamente, è intervenuto il Gruppo di sostegno tecnico scientifico: si tratta di altri 15-20 esperti che, dopo questo inquadramento generale, hanno lavorato con i cittadini rispondendo alle loro domande, affiancandoli nell’elaborazione delle proposte.
Alcuni dicono che gli esperti abbiano manipolato i cittadini; io credo che questa opinione dipenda da una mancata conoscenza di quanto è accaduto.
In questa seconda fase, certamente il coinvolgimento è stato più forte, e c’era chi cercava di difendere questa o quella idea o proposta, cercava, cioè, di far sì che la Convention sostenesse la propria agenda politica.
Però erano stati messi due paletti. Innanzitutto, noi, come Comitato di governance, abbiamo sorvegliato affinché questo non accadesse e abbiamo richiamato alcuni esperti, dicendo loro: no, stop. Il secondo paletto sono stati i cittadini stessi che, dopo due o tre week-end di formazione, avendo lavorato molto, sono diventati sufficientemente competenti e informati per poter resistere a questo tipo di strumentalizzazione. Credo che il rapporto tra esperti e cittadini sia diventato molto più equilibrato con il tempo.
Se i cittadini fossero stati strumentalizzati, la Carbon Tax sarebbe stata inserita tra le proposte: quasi tutti gli esperti, infatti, dicono che questo è lo strumento più efficace, ma, proprio per questioni di giustizia sociale, i cittadini si sono rifiutati. Quindi credo che queste critiche, pur legittime, siano esagerate e derivino da una mancanza di informazioni.
Abbiamo attivato un terzo dispositivo di controllo: l’intero processo è stato seguito da ricercatori di diverse discipline, che hanno avuto accesso a tutte le informazioni e che hanno osservato la relazione dei cittadini con gli esperti.
Nei processi partecipativi la questione fondamentale è sempre la mancanza di fiducia. I cittadini dubitano che il loro punto di vista, le loro proposte saranno effettivamente prese in considerazione. In questo caso, invece, mi pare ci sia stato un vero coinvolgimento e un clima di fiducia. Che cosa è successo?
È accaduto che il processo è durato nove mesi. Già durante il primo fine settimana, sono successe alcune cose decisive per creare un clima di fiducia. All’inizio, infatti, abbiamo percepito chiaramente che un gran numero di partecipanti non aveva fiducia nel dispositivo della Convention. Avevano accettato per curiosità, per vedere, ma molti pensavano che il potere politico avrebbe cercato di strumentalizzarli, per esempio, appunto, con la Carbon Tax.
Qui sono intervenuti diversi elementi fondamentali per dar vita a quel minimo di fiducia necessaria affinché i partecipanti restassero e scegliessero di impegnarsi.
Primo fattore: la scoperta degli altri cittadini. Si sono accorti che gli altri erano cittadini come loro, che non c’erano dei militanti, dei Macron... Durante il sorteggio dei partecipanti, i media dissero che Daniel Cohn-Bendit, deputato del parlamento europeo, macroniano, era stato estratto a sorte. Non era vero, ma questo ha generato un po’ di sospetto. Secondo elemento: la qualità della facilitazione. Questo è stato un punto focale. Abbiamo scelto tra i migliori facilitatori in Francia, li conosco bene; abbiamo fatto un grande investimento nella facilitazione.
Terzo elemento: l’estrazione a sorte non è stata adottata solo per selezionare i partecipanti della Convention, ma anche per costituire i gruppi di lavoro sui cinque macro-temi: consumare, abitare, lavorare e produrre, spostarsi, nutrirsi. Abbiamo seguito anche qui il principio di imparzialità: non c’erano specialisti a discutere di questo o quel tema.
Quarto punto: due cittadini estratti a sorte, e a rotazione, hanno fatto parte del Comitato di governance fin dal primo fine settimana, partecipavano a tutte le riunioni del Comitato e venivano sistematicamente consultati. Cambiavano sempre. In totale circa il 10% dei cittadini della Convention ha partecipato al Comitato di governance. Un meccanismo che ha funzionato perché questi cittadini tornavano nel gruppo e potevano rassicurare gli altri dicendo che l’obiettivo del Comitato era che la Convention riuscisse; non c’erano agende nascoste.
Ultimo punto. Ci sono stati un paio di momenti di contestazione da parte di alcuni cittadini. Il primo momento ha riguardato il progetto del processo sulle tematiche trasversali, cioè sulle modifiche alla Costituzione e i finanziamenti; noi avevamo immaginato un certo tipo di soluzione che è stata contestata. A quel punto, abbiamo scelto di fermarci.
A riprova che il dispositivo era abbastanza flessibile per accogliere le critiche e le proposte dei cittadini.
Secondo caso molto importante: un piccolo gruppo di cittadini ha chiesto di avere la possibilità di discutere tra di loro senza facilitatori, senza osservatori, senza membri del Comitato di governance. C’è stata tensione. Alla fine questi stessi cittadini si sono accorti di essere in minoranza e di non riuscire ad auto-organizzarsi. Insomma, la contestazione si è spenta da sola.
Ancora un altro esempio. Alcuni partecipanti all’inizio hanno proposto di discutere del trattato Ceta; come Comitato, abbiamo detto che non rientrava nell’oggetto della Convenzione, ma abbiamo dato la possibilità di scegliere attraverso il voto se discuterne o meno e, alla fine, hanno discusso anche del Ceta. Queste sono tutte prove concrete della trasparenza del tavolo.
Vorrei citare anche l’importanza di un sentimento di fiducia verso loro stessi. Ci è voluto un po’ di tempo perché lo conquistassero, un tempo diverso da persona a persona, ma dal quinto fine settimana si sono sentiti tutti capaci di fare delle proposte; proprio facendo, si sono accorti che sapevano fare. C’è stato quindi un processo di apprendimento anche rispetto alle proprie capacità e alla propria intelligenza. È così che, individualmente, hanno scoperto la forza dell’intelligenza collettiva.
I centocinquanta non erano chiusi in una bolla: come avete gestito il rapporto con il resto del mondo?
Siamo stati molto attenti a che la Convention non fosse chiusa in se stessa, doveva avere dei legami con l’esterno, ma, nello stesso tempo, non volevamo che fosse una casa di vetro: volevamo preservare la qualità della deliberazione. Abbiamo fatto in modo che i giornalisti avessero un accesso limitato alle riunioni in piccoli gruppi, perché non ci fossero interferenze. C’era una piattaforma on line per raccogliere i contributi di altri cittadini, ma non volevamo che attraverso la piattaforma, lobby, gruppi di interesse potessero influenzare i centocinquanta cittadini dall’esterno.
La piattaforma ha avuto un ruolo limitato. La soluzione che abbiamo trovato è stata una via di mezzo: i contributi che arrivavano sulla piattaforma venivano raccolti, prima di ogni fine settimana, e se ne faceva una sintesi che veniva data ai partecipanti. Ovviamente, se volevano accedere direttamente alla piattaforma potevano farlo. Ma non volevamo mettere sullo stesso piano il lavoro dei centocinquanta e i contributi dall’esterno.
La gran parte delle proposte sono state votate quasi all’unanimità (80-90%). Come si è arrivati a questo risultato e cosa ci dice, questo risultato, del processo? Non ci sono stati conflitti?
Ci sono stati moltissimi conflitti prima della formulazione delle proposte. Ma una volta che le proposte sono state redatte, c’è stata una quasi unanimità sulla maggior parte delle proposte. Questo risultato si spiega in più modi.
Le proposte sono state preparate da gruppi di lavoro tematici, composti da trenta persone, e in effetti la difficoltà è stata quella di mettere in comune le proposte con tutti i centocinquanta partecipanti.
C’è stato un effetto di gruppo, di fiducia, di delega anche: da un certo punto in poi, se i compagni avevano fatto quella proposta voleva dire che era buona. Questo è forse un aspetto critico, ma nello stesso tempo non si poteva chiedere ai centocinquanta di lavorare insieme su tutti i temi nello stesso modo, c’è stata una divisione del lavoro. Questo è il primo elemento.
Secondo elemento, questo tipo di dispositivo valorizza il consenso più del conflitto. Un primo livello di consenso generale, che era necessario avere, era sull’esistenza del problema. Non si poteva fare spazio, nella fase di informazione iniziale, a chi diceva che il problema non sussisteva. Quindi, c’era un consenso sull’importanza del problema; tra i centocinquanta avevamo anche degli scettici sul cambiamento climatico, ma già durante il primo fine settimana si sono convinti e “convertiti”.
Poi la facilitazione spinge verso il consenso. Bisogna avanzare un numero sufficiente di proposte e sufficientemente forti per rispondere al problema. Non si possono ridurre le emissioni del 40% con tre o quattro misure, bisognava davvero trovare una strategia coerente e questo spingeva ad avere una visione generale.
Come ultimo punto, riprendo alcune riflessioni fatte dal giornalista di “Le Monde”, Foucart, a partire dagli esiti della Convention, che condivido: è il dibattito mediatico che contribuisce a rendere il tema ambientale conflittuale facendolo passare per ideologico, ma le questioni ambientali non sono ideologiche, poggiano su una base di verità. È normale che cittadini che hanno il tempo di discutere, senza interferenze ideologiche, finiscano per riconoscersi in un certo numero di verità comuni. La deliberazione in un tema come questo è certamente contraddittoria, ma se è informata non può che portare a un consenso, perché ci sono dei problemi innegabili con l’agricoltura, con i trasporti…
Siete stati sorpresi dai risultati? Quali erano le aspettative?
Personalmente oscillavo tra due sensazioni opposte. C’è stato un momento in cui, come i cittadini e come altre persone del Comitato, ero preoccupato. Mi sembrava un’impresa impossibile. Nove mesi possono sembrare tanti (all’inizio erano addirittura sei), ma sono pochi per un processo come questo, così ricco, così impegnativo. Io stesso ero preoccupato della capacità del dispositivo che avevamo predisposto di rispondere in maniera adeguata agli obiettivi.
In altri momenti, invece, ho contribuito, come esperto di democrazia deliberativa, a rassicurare gli altri, perché ho grande fiducia nell’intelligenza collettiva. La mia esperienza dimostra che quando si danno tempo, informazioni e un contesto di discussione favorevole alla riflessione politica, i cittadini sono sempre all’altezza. All’opposto, senza tempo, strumenti o informazioni, ovviamente, non possono dare un contributo interessante.
Da questo punto di vista, ero sicuro che avrebbero prodotto qualcosa di interessante, ero tra i più ottimisti. Ho seguito decine di processi partecipativi e ho visto che c’è una correlazione forte tra la qualità del dispositivo e la qualità di ciò che si produce. Se le condizioni sono adeguate, tutti i cittadini sono capaci di produrre giudizi politici pertinenti, qualunque sia la complessità della questione affrontata.
Qual è il risultato più importante per lei? C’è qualche proposta in particolare che l’ha colpita?
Non voglio scegliere tra le proposte. L’originalità e la forza della Convenzione è la sua coerenza. Le proposte sono perfettamente coerenti e disegnano uno scenario di transizione climatica ed ecologica che, secondo me, dovrebbe ispirare tutti gli attori. Non sono proposte originali, ma fanno sintesi, e dimostrano che sono compatibili con la giustizia sociale e con la visione della società che dei cittadini comuni possono avere. Queste proposte non arrivano dalla sfera dei militanti, dei tecnici, della politica tradizionale, sono sostenute da cittadini ordinari. La maggior parte di queste proposte è stata considerata rivoluzionaria, troppo audace per poter essere sostenuta dal potere.
Bene, adesso il potere non ha più scuse per non accogliere queste proposte.
Il dramma è che il potere sta cercando di scartare progressivamente tutte le proposte. Una grande soddisfazione personale è l’aver dimostrato, con una grande visibilità nella società francese, che la democrazia deliberativa non è un gioco, non è un gadget, qualcosa di futile, ma al contrario è qualcosa che può produrre davvero intelligenza e consenso. In un paese che stenta a credere all’uguale capacità dei cittadini di partecipare alla decisione politica (la Francia è un paese elitario, dove esistono le élite, formate nelle grandi scuole, che hanno il diritto di governare e poi c’è il resto della popolazione) questa esperienza ha dimostrato che la popolazione è persino più forte, più intelligente, più coerente della classe al potere, è questo è un risultato notevole.
Poi ho avuto anche una soddisfazione personale: lavoro nell’ombra da vent’anni, il mio oggetto di ricerca, la democrazia deliberativa, è pochissimo considerato dal mondo accademico francese; ora finalmente comincia ad avere una vera influenza.
C’è qualcosa che non ha funzionato, qualcosa che cambierebbe?
Tante cose, ma piccole, di dettaglio. L’approccio adottato ha dimostrato di essere sufficientemente flessibile, reattivo. Non avevamo un modello, sperimentavamo.
Abbiamo costruito un prototipo. Come in ogni prototipo, ci sono dei difetti. Avevamo sicuramente sottovalutato la questione della expertise tecnica. Avremmo dovuto porci prima questa domanda. Sul sorteggio dei partecipanti, il lavoro fatto è stato invece ottimo: il sorteggio è stato il momento chiave della costruzione della legittimità del progetto. Non credo che ci sia mai stata in Francia un’assemblea più rappresentativa della popolazione francese nella sua diversità: possiamo esserne fieri e tuttavia non abbiamo saputo venderlo, comunicarlo nella maniera adeguata. Il mio ambito di specializzazione sono i sondaggi d’opinione. In Francia, dove manca una cultura statistica, avremmo dovuto spiegare prima e meglio che cos’è un campione aleatorio stratificato, perché la gente non lo comprende. Questo è stato un errore.
So che i cittadini che hanno partecipato alla Convention hanno costituito un’associazione e che è possibile votare on line le proposte. Avranno un ruolo ufficiale nella “fase 2”?
Sì, hanno costituito un’associazione, “I Centocinquanta”, e moltissimi attori politici (per esempio il Presidente dell’Assemblea nazionale, ma anche partiti politici, associazioni) li stanno contattando e consultando. Il Presidente della Repubblica ha annunciato che costituirà dei gruppi di lavoro affinché i cittadini possano lavorare con i deputati per arrivare a una Legge sul clima.
Che cosa succederà adesso?
Adesso tutto si gioca nel rapporto di forza tra i cittadini da una parte (le proposte dei centocinquanta e tutti i cittadini che sosterranno questa esperienza) e la maggioranza al potere, in parlamento e al governo, dall’altra. Il potere politico fondamentalmente non crede nella necessità di un cambiamento di questo tipo. Questo è un nodo importante.
La Convention ha prodotto un programma e una politica che per il momento non sono davvero compatibili con il programma e la politica del potere. Perché il potere si senta obbligato a tenerne conto, bisognerà che questa esperienza, i centocinquanta, ma soprattutto l’insieme dei cittadini francesi condividano questi risultati e facciano pressioni affinché queste proposte vengano introdotte nella legislazione francese. Non è un esito scontato. Il rischio che col tempo le nostre proposte vengano edulcorate, annacquate, è reale.
(a cura di Agnese Bertello)