Adele Lebano, politologa, ha vissuto e lavorato in Italia, Olanda, Regno Unito e Stati Uniti. Dal 2016 vive in Svezia ed è ricercatrice ospite presso l’Università di Uppsala. Si è occupata di scelte di vita e di lavoro dei giovani, migrazioni, democrazia, liberalismo e populismo.
Gina Gustavsson è professoressa associata all’Università di Uppsala e socia del Nuffield College dell’Università di Oxford; recentemente ha pubblicato (con David Miller) Liberal Nationalism and Its Critics. Normative and Empirical Questions.  

All’inizio della pandemia si è molto parlato del modello svedese, dell’approccio soft adottato dal governo rispetto alle limitazioni, possibile proprio grazie alla grande fiducia dei cittadini nelle istituzioni e al loro senso di responsabilità. In queste ultime settimane quel modello sembra presentare qualche crepa. Sheri Berman in un recente intervento ci ricordava come le crisi, più che trasformare le persone, rivelino di che pasta siano fatte. È così?
Adele Lebano. È senz’altro vero che i paesi, messi sotto forte pressione a causa di una crisi, in qualche modo rivelano la loro natura. Nel corso della pandemia, personalmente ho vissuto un senso di grande disagio perché mi sentivo letteralmente intrappolata tra due opposti: da una parte l’Italia in lockdown, con lo stato che prescriveva precisi comportamenti ai cittadini; dall’altra la Svezia, il cui messaggio di fatto era “fate come credete”. E però il sottotesto era che tutti si sarebbero adeguati a ciò che andava fatto senza bisogno di alcuna imposizione. Quando ho scritto il pezzo per la “Boston Review” (Sweden’s Relaxed Approach to Covid-19 Isn’t Working) a preoccuparmi era soprattutto il modo in cui la gente stava reagendo a questi provvedimenti, che peraltro erano spesso in contraddizione. In Svezia, infatti, se da una parte erano vietati gli assembramenti, le scuole però erano rimaste aperte e addirittura si poteva andare al lavoro anche se avevi un familiare malato, purché tu non presentassi alcun sintomo. Ecco, ho iniziato a interrogarmi su quanto tutto questo fosse tipicamente “svedese”… Premetto che parlo in qualità di osservatrice e di non svedese, quindi con la consapevolezza di possibili generalizzazioni. Io stessa, quando mio marito mi dice: “Oh, sei proprio una napoletana”, mi arrabbio molto.
Comunque, osservando le reazioni degli svedesi a queste misure, mi sono trovata a commentare: “Wow, questa è proprio la Svezia”, cioè è un paese in cui le persone si adeguano a tutto ciò che viene detto loro, dove vige una sorprendente sospensione di qualsiasi critica o dubbio. Questo mi ha dato molto da pensare.
Così come mi ha dato da pensare l’Italia: se è vero che in situazioni di crisi mostriamo chi siamo veramente, com’è che all’improvviso ci siamo messi a rispettare le leggi?! Cos’è successo? Gli italiani hanno veramente così paura di prendersi una multa, di essere beccati dalla polizia? Oppure c’è una reale inclinazione al farsi dire cosa si deve fare? Perché di solito noi siamo famosi per la capacità di eludere le regole, invece in questo caso non è successo.
Gina Gustavsson. Concordo con molto di ciò che ha detto Adele. Io sono svedese, ma mia mamma viene dall’Estonia, quindi ho una sorta di doppio punto di vista. All’inizio anch’io ero abbastanza disorientata: la Svezia è sempre stata un paese molto attento al benessere dei suoi cittadini, per esempio non si può comprare alcol la domenica, proprio per una questione di salute pubblica. Voglio dire che per certe cose non ci facciamo problemi a limitare la libertà delle persone. Nel corso della storia, ai tempi del colera o più recentemente con l’Hiv, la Svezia è sempre stata fra i paesi più rigidi, anche rispetto alla libertà di movimento delle persone. Per cui inizialmente ho trovato questo atteggiamento molto strano. Mi sono chiesta perché la Svezia avesse scelto questo tipo di approccio, ma soprattutto perché non solo l’opinione pubblica, ma lo stesso ambiente accademico fossero così accondiscendenti.
Personalmente, credo che questo abbia molto a che fare con il modo in cui questa specifica situazione è correlata con il nazionalismo e il patriottismo svedese. Di “patriottismo ai tempi del Coronavirus” si è cominciato a parlare in molti paesi, ma in Svezia il fenomeno ha assunto toni più estremi perché alla fine siamo stati gli unici ad adottare questo approccio; anche il Regno Unito alla fine ha cambiato linea. Ecco, questo essere da soli e per di più attaccati dai media esteri ha innescato reazioni inattese. Io stessa sono intervenuta sul “Guardian” (Has Sweden’s Coronavirus strategy played into the hands of nationalists?); so che anche su “La Repubblica” è uscito un articolo sul fatto che alcuni dottori svedesi, in forma anonima, avrebbero parlato di linee guida che invitano a lasciar morire i pazienti anziani...
Da tempo studio patriottismo e nazionalismo nei loro aspetti positivi e negativi. Penso che in questa circostanza, in effetti, stiano emergendo entrambe le declinazioni.
Un forte orgoglio nazionale è correlato con una fiducia elevata nella politica. Questo può essere un dato positivo, tuttavia in questa situazione ho l’impressione che ci siamo fidati davvero troppo delle autorità e che in questo si intraveda anche un sorta di irrazionalità.
Nonostante gli errori commessi siano ormai evidenti, i dati ci dicono che due terzi della popolazione si fida ciecamente delle istituzioni. La gente manda fiori a Anders Tegnell, l’epidemiologo a capo dell’Agenzia di sanità pubblica; sono addirittura nati dei fan club, per cui non parliamo più solo di fiducia, qui si rasenta una preoccupante venerazione.
Gli svedesi sono un popolo molto patriottico?
Gina. Gli svedesi non pensano di essere nazionalisti, ma se per “patriottismo” intendiamo l’amore e l’orgoglio verso il proprio paese, allora non c’è alcun dubbio che gli svedesi siano molto patriottici. Nelle classifiche sull’orgoglio nazionale, noi registriamo un punteggio molto elevato: circa il 92% degli svedesi sono o “molto orgogliosi” o “orgogliosi” di esserlo. Poi credo sia importante vedere quali sono i punti forti del paese nell’immaginario nazionale: da noi al primo posto si trovano la nostra scienza e la nostra democrazia.
Nella narrazione che è stata fatta in queste settimane, quello che emerge è che la nostra è “la” strategia democratica (invece gli altri paesi limitano la libertà della gente). Non solo, la nostra è anche “la” strategia scientifica. Tant’è che i nostri esperti hanno quasi surclassato i politici rispetto alle decisioni da prendere. Quindi il popolo svedese può ben essere orgoglioso di stare facendo la cosa democratica e scientifica, cioè la cosa giusta.
Questa cieca fiducia unita a un forte orgoglio nazionale ha spinto le persone a reagire in modo molto aggressivo nei confronti di chiunque avanzasse delle critiche. Adele e io ne sappiamo qualcosa rispetto al mondo accademico, ma sono stati attaccati anche giornalisti, medici e scienziati non allineati. Dubbi e critiche non sono ammessi.
La Svezia è tradizionalmente un pae­se molto accogliente, qualcuno però ha iniziato a incolpare gli immigrati per il diffondersi dell’epidemia...
Gina. In genere i politici prestano molta attenzione al modo in cui si esprimono. Così certamente non ha fatto Johan Giesecke, epidemiologo, già consulente del governo, che da qualche tempo è sempre in tv a esprimere opinioni “indipendenti”. Ecco, in un’intervista a metà aprile, quando gli è stato chiesto perché il numero di vittime in Svezia fosse così alto, ha risposto che il contagio aveva potuto raggiungere le case di riposo perché lì ci lavorano i rifugiati e i richiedenti asilo (che in realtà non lavorano da nessuna parte e questo fa capire quanto sia male informato), i quali, non parlando bene la lingua non avrebbero seguito le raccomandazioni.
Ovviamente il partito anti-immigrati dei Democratici Svedesi ha subito preso la palla al balzo attaccando le politiche di integrazione. Temo che tutto questo avrà un certo peso alle prossime elezioni. Qui si dà molta importanza al fatto che gli immigrati imparino la lingua ufficiale; penso che sia così in molti paesi, è comprensibile, se però la non piena padronanza della lingua viene messa in relazione con la pandemia...
Voglio aggiungere una riflessione riguardo alla questione degli anziani. Qualche settimana fa è uscita la notizia di un neonato positivo al Covid. I giornali gli hanno dedicato dei paginoni. Si può ben capire: se succede qualcosa a un neonato o a un bambino, scatta una forte empatia da parte delle persone. Questo però ha ulteriormente enfatizzato come qui la morte degli anziani susciti molta meno empatia.
Adele. La Svezia è nota per essere un paese spassionato, distaccato. Questo fa il paio con ciò che raccontava Gina rispetto a una democrazia che fa orgogliosamente riferimento agli scienziati. È l’illusione di mettere da parte la politica e di lasciare la faccenda in mano agli esperti. È una delle questioni più antiche. Già Platone si chiedeva: dovrebbe essere un “re filosofo” a governarci? E chi decide a quale filosofo dare in mano la nostra città?
Quindi, da una parte c’è quest’idea di democrazia per cui i politici si fanno da parte e lasciano che siano gli esperti a decidere e, dall’altra, questo atteggiamento quasi distaccato verso la vita e la morte, per cui è più “comprensibile” che sia una persona anziana a morire, perché è il ciclo naturale della vita. Questo è il modo di pensare di una persona razionalista, positivista: sei anziano, hai vissuto la tua vita quindi ti lasciamo andare, mentre se sei giovane proviamo maggiore compassione per te ed è nostro dovere proteggerti.
Un atteggiamento che giustamente suscita qualche perplessità, soprattutto se c’è l’ombra di una strumentalità.
Dall’altra parte, se facciamo il confronto con l’Italia, un paese che pare così irrimediabilmente gerontocratico, risalta invece la forte enfasi della Svezia sulla gioventù, che è una cosa buona. In Italia le scuole sono state subito chiuse e non è chiaro quando riapriranno, sembra che in effetti i giovani non siano una priorità; è praticamente la situazione opposta…
Gina. Il tema del rapporto tra generazioni andrebbe approfondito: per chi ci preoccupiamo? Di chi ci sentiamo responsabili? Ho appena avuto uno scambio su Facebook con un amico della mia età che ha una figlia di 4 anni come la mia; discutevamo dei rischi del fermare la società, lui si diceva preoccupato non solo per i bambini in difficili condizioni familiari, ma per tutti i bambini e concludeva: “Credo di non essere obiettivo perché io ho una figlia piccola e penso a lei”. Dopodiché ha aggiunto “Ovviamente ho anche dei genitori anziani”. Questo mi ha colpito.
Il concetto è che siccome ha un figlia si sente responsabile in particolare verso i bambini. Avrei anche capito se avesse detto che non aveva più genitori in vita, ma invece li ha e semplicemente non è “parziale” nei loro confronti.
Il fatto è che in Svezia non si fa affidamento e non si è così legati ai propri “vecchi”. Certo i figli vanno a trovare i genitori nelle case di riposo, ma non c’è il legame che esiste in altri paesi. Noi immigrati lo vediamo. In Estonia gli anziani vengono considerati diversamente da come avviene qui.
Nel film-documentario “La teoria svedese dell’amore”, Erik Gandini mette in guardia dal rischio che un welfare state molto efficiente possa portare a quello che viene definito “individualismo statalista”.
Gina. La rappresentazione offerta da Gandini è sicuramente esagerata. Tra l’altro induce a pensare che si tratti di mero egoismo, che gli svedesi pensino solo a se stessi; in realtà in questo paese ci si preoccupa dei più vulnerabili. Anche durante il lockdown c’è stata una forte apprensione per le ripercussioni che ci potevano essere sulle famiglie più povere, in particolare sui bambini, e rispetto alla violenza domestica.
La teoria dell’individualismo statalista dice però qualcosa di vero. In Svezia c’è un po’ l’idea che il welfare state debba liberare noi tutti dalla dipendenza dalle nostre famiglie, dai nostri vicini. La prospettiva di una chiusura totale qui ha suscitato molto resistenza anche per questo. Altrove non è così. Nello stesso Regno Unito, dove ho vissuto per un po’, le persone non temono di dover fare affidamento sui propri vicini. Per dire, ho un amico fortemente anti-Brexit mentre i suoi vicini sono a favore, per cui discutono continuamente, anche in modo violento, però durante il lockdown si sono aiutati l’un l’altro. In Svezia non è scontato aiutarsi perché c’è sempre questo retropensiero del rischio di creare legami di dipendenza.
Adele. Vorrei aggiungere qualcosa sul legame tra indipendenza e autonomia. Ciò che mi preoccupa è che la capacità di
preoccuparsi per gli altri è una competenza che richiede una sorta di esercizio; se non si pratica questa cura per gli altri si rischia di disimpararla, di perdere questa inclinazione. Se ci focalizziamo sulla generazione di domani piuttosto che su coloro che hanno già vissuto la loro vita (e che quindi dovrebbero prepararsi ad andarsene), temo veramente che prima o poi diventerà difficile empatizzare anche con i bambini.
Il rapporto tra indipendenza e autonomia è complicato. Io, ad esempio, penso che avere dipendenze multiple sia anch’essa una forma di autonomia. Ecco perché non considero gli svedesi così autonomi.
Alla fine anche loro sono dipendenti: semplicemente lo sono solo dallo Stato, che appunto si prende cura di ogni aspetto della nostra vita e di cui ci fidiamo ciecamente. Ma questa non è autonomia. Ha più a che fare con lo starsene tranquilli nel posto che ci è stato assegnato.
Allora, essere in relazioni di dipendenza da altre persone, dalle circostanze della vita, è senz’altro rischioso, complicato, a volte faticoso, ma in definitiva è anche ciò che ci rende umani. Da questo punto di vista trovo emblematico il titolo -molto provocatorio- del saggio di Lars Traghard e Henrik Berggren, a cui si è ispirato Gandini per il suo documentario: “Gli svedesi sono umani?”.
Gina. Secondo me è rilevante anche il tipo di libertà cui le persone aspirano. Qui non parliamo di libertà negativa, non si tratta dell’essere lasciati in pace e liberi di spostarsi, perché, come ricordavo, non ci si fa alcun problema a porre limiti alla gente per ragioni di salute pubblica o di incolumità. In Svezia, per esempio, si investono ingenti quantità di denaro per ridurre al minimo il fenomeno delle vittime della strada. Quindi non è che alle persone non importi di ridurre i decessi.
Penso anche che non sia necessariamente autonomia ciò che desiderano le persone, ma piuttosto quella che viene definita la terza nozione di libertà, la sua versione “neo repubblicana”, che si fonda sull’idea che non si è liberi se si è dominati da qualcuno.
Facciamo un esempio: se sei dipendente dai tuoi genitori e tuo padre ti dice: “Dovresti studiare legge, non sociologia o storia”, questo potrebbe ostacolare la realizzazione dei tuoi desideri. Se invece lo Stato, come succede in Svezia, paga la tua retta, allora non sarai più dominato dalla tua famiglia e potrai fare le tue scelte liberamente. Ecco, penso sia questo ciò che importa di più qui: l’idea di non essere alla mercé di nessuno.
Adele. Questo è ciò che tutti amiamo della Svezia, perché il nostro destino non dovrebbe essere determinato da dove nasciamo, dalle condizioni socio-economiche dei nostri genitori. L’istruzione e tutto il resto è senz’altro positivo, ma c’è un rovescio della medaglia...
Gina. Io però non mi riferivo solo a un problema di reddito, facilmente risolvibile con uno stato sociale come avete anche voi in Italia per cui, se si dimostra di averne diritto, puoi ricevere una borsa di studio, giusto? Qui non si tratta solo di pareggiare i redditi, ma di liberare anche il ceto medio dai propri genitori.
Adele. È vero: in Svezia, lo stato dà soldi a tutti; non conta la famiglia in cui ti è capitato di nascere; non importa se tuo padre o tua madre sono la seconda persona più ricca del paese, lo stato dà i soldi a te come persona, come Adele Lebano. Ovviamente sono a favore di questa politica.
Quello che mi fa nascere dei dubbi è che ho l’impressione che in Svezia in un qualche modo, se prima ci si doveva sottoporre alle volontà del pater familias adesso ci si deve conformare allo stato.
Insomma, più che una liberazione, io vedo una sostituzione. Ed è vero, non si tratta neanche di libertà negativa, perché io anzi mi aspetto che tu stato mi dica cosa dovrei fare, io non voglio pensare neanche a come arredare il mio soggiorno. Ora sto esagerando...
Però è davvero curioso: la Svezia è molto americana per certi versi, soprattutto rispetto all’orgoglio nazionale; ma poi mi accorgo che, per altri versi, è il suo opposto perché mentre gli americani vogliono ogni volta riscoprire l’acqua calda, gli svedesi amano la soluzione pronta. È il modello Ikea: perché sprecare tempo a pensare a come arredare casa? Qualcuno l’ha già fatto per te, risparmia pure le tue energie... ma io mi chiedo: perché dobbiamo risparmiare tutte queste energie? Per fare cosa?
Gina. Concordo con parte di quello che hai detto, ma non credo che gli svedesi facciano tutto ciò che dice loro lo stato. I dati raccolti da Google ad esempio ci dicono che in Svezia il distanziamento sociale non viene rispettato come si crede, perfino in ambito accademico non è che le persone non si riuniscano nella vita reale. In questo paese vige un interessante mix di conformismo e collettivismo: non vogliamo essere diversi dagli altri e non vogliamo creare conflitti. Allo stesso tempo siamo ossessionati dall’espressione personale. Insomma, siamo estremamente individualisti, ma anche conformisti. Infatti, anche se le autorità hanno “raccomandato” di mantenere le distanze, di lavarsi le mani, di non andare al lavoro quando si sta male, sui social media si sono viste foto di persone all’aperto, assembramenti... Molte persone evidentemente hanno pensato: “Non può essere così grave; se molti escono, perché non dovrei farlo pure io?”. Questo per dire che gli svedesi non sono così obbedienti...
Adele. Credo questo sia dovuto al fatto che lo stato per primo ha messo in atto una comunicazione contraddittoria. In Italia il messaggio era: “La situazione è gravissima quindi state a casa”, in Svezia invece dicevano: no agli assembramenti, ma sì alle scuole, cinema e teatri aperti fino a due settimane fa... Qualcuno infatti aveva sollecitato la chiusura delle scuole, non solo perché contribuiscono alla diffusione del contagio, ma anche per segnalare che siamo in presenza di una crisi sanitaria seria. Se tutto continua a procedere come al solito, è chiaro che le persone non avranno la percezione della gravità della situazione, a meno che non rientrino loro stesse tra i malati o non accada a un loro parente o conoscente.
Questo comportamento dei vertici sanitari è legato a ciò che accadde con l’influenza suina del 2009?
Gina. Io sono convinta sia così. Anders Tegnell, epidemiologo e consulente del governo svedese, e Johan Carlson, il direttore generale dell’Agenzia di sanità pubblica, sono gli stessi che dieci anni fa, in occasione della pandemia di influenza suina, imposero una vaccinazione di massa.
Io sono pro vaccini, ma recentemente ho letto che all’epoca il nostro fu uno dei pochi paesi europei che vaccinarono l’intera popolazione. Si trattò di un’impresa che comportò enormi investimenti e che non fu senza conseguenze: circa quattrocento persone si ammalarono di narcolessia; ci fu anche un grosso scandalo.
Oggi nessuno sembra ricordarlo più. Tegnell viene intervistato sulla sua infanzia, sull’Ebola, ma nessun giornalista osa ricordargli quei mesi. Eppure è evidente che questa prudenza, questa resistenza a prendere misure drastiche è legata al fatto che dieci anni fa invece i nostri dirigenti si fecero prendere dal panico. Infatti, pur essendo la situazione attuale molto simile a quella precedente, questa volta si è agito esattamente all’opposto.
Anche nel 2009 si parlava della possibilità di una seconda ondata e in quel caso si decise di procurarsi addirittura due dosi di vaccino per tutti, dai neonati ai novantenni. Tanto che alcuni medici espressero delle perplessità: “Forse è meglio pensarci ancora un po’, non ci sono abbastanza prove, come gestiamo i gruppi a rischio?”. In Danimarca e in Svizzera i bambini e le donne incinte non vennero vaccinati perché non c’erano abbastanza dati sulle controindicazioni. Qui invece le persone si mettevano in coda per farsi vaccinare portando figli e genitori anziani; si mise in moto una macchina mastodontica e la popolazione si allineò perché si fidava dello stato.
Credo che in particolare il comportamento di Tegnell sia fortemente influenzato da quello che è successo dieci anni fa. Il fatto è che mentre la volta scorsa forse ci siamo preoccupati troppo, questa volta lo stiamo facendo decisamente troppo poco.
I partiti politici sono concordi con questa linea?
Gina. No. In molti si stanno rendendo conto che le cose non stanno andando bene. Un medico e politico del partito di centro proprio in questi giorni ha pubblicato un articolo in favore del “test, trace and isolate”, cioè del fare test, tracciare e isolare.
Adele. Anche Ebba Busch, la leader dei democratici cristiani, l’equivalente svedese del partito della Merkel, ha cominciato a esprimere qualche preoccupazione.
Ieri sera ho seguito un dibattito interessante alla radio nazionale tra Tegnell, un epidemiologo del partito di centro e il leader dei Democratici Svedesi. Mentre ascoltavo non ho potuto evitare di chiedermi se il primo ministro si stia rendendo conto che rischiamo di dare il paese in mano alla destra. È inutile negarlo: le cose non stanno andando bene.
Gina. Anch’io sono preoccupata per la piega che potrebbe prendere il nazionalismo. Certo, ora il partito dei Democratici Svedesi è in calo nei sondaggi, ma ho l’impressione che presto le cose potrebbero cambiare.
Oggi il popolo ama i socialdemocratici, ama il governo. È l’effetto “rally round the flag”, cioè il riunirsi sotto la bandiera, tipico di queste situazioni. Spero solo che i socialdemocratici non siano così ingenui da credere che possa durare…
Ovviamente in questo momento il tema dell’immigrazione non fa parte dell’agenda politica; la Svezia è tradizionalmente favorevole all’immigrazione e alle frontiere aperte, ma già prima della pandemia si era iniziato a discutere del problema delle periferie, della sicurezza, ecc.
Adele. Il fatto che si ricominci a parlare di differenze culturali proprio rispetto alla diffusione della malattia non promette bene.
Eppure la Svezia è sempre stata un mito per i socialdemocratici europei e non solo.
Gina. Nell’immaginario collettivo la Svezia è anche il paese dove tutte le questioni vengono affrontate con tranquillità, senza l’isteria tipica dei paesi del Sud Europa, noi siamo quelli razionali... Eppure quando ventidue scienziati hanno avanzato delle critiche e chiesto un cambio radicale di strategia si è scatenato un finimondo. Una di loro, una donna, ha subìto aggressioni verbali anche da persone che di solito sono “gender neutral” e che invece in questa circostanza non hanno trovato di meglio che prenderla in giro per la sua capigliatura. In Svezia non si parla di una donna in questo modo. Penso questo abbia a che fare anche con il fatto che lei ha mostrato le sue emozioni, poiché era parecchio arrabbiata e turbata per le scelte messe in atto. Non a caso, Tegnell piace molto alla gente perché dà l’impressione di essere imperturbabile e quindi affidabile. Il fatto che lui non mostri alcuna emozione viene apprezzato, lo rende molto “svedese”.
Adele. È una situazione curiosa. La Svezia da una parte disapprova chi esprime emozioni perché non è “da svedesi”, però poi reagisce alle critiche dei media o degli altri paesi in modo davvero irrazionale. A volte mi chiedo cosa stia succedendo.
Il fatto è che essendo la Svezia abituata a essere la prima della classe, ammirata per la realizzazione del sogno socialdemocratico, nel momento in cui le vengono contestati degli errori, risponde in modo scomposto, dando degli isterici a chiunque sia in disaccordo. È la stessa dinamica che impedisce qualsiasi forma di dibattito: o sostieni il modello svedese senza se e senza ma, o sei un traditore della patria o, alla meglio, un non-svedese che non capisce la Svezia.
La Svezia è il paese del “come se”. È come se fossero liberi, in realtà sembrano aver abdicato alla libertà; si brandisce il vessillo della razionalità e dei fatti per disarmare l’avversario le cui opinioni dissonanti vengono regolarmente liquidate come irrazionali, false, comunque sbagliate. La pandemia di Covid ha messo in luce tutto questo e ora la Svezia non può ammettere i suoi errori e modificare la sua strategia perché questo incrinerebbe ulteriormente il sogno svedese. Un sogno che però è l’incubo di qualsiasi liberale: una tessitura senza cuciture.
Gina. È una componente dello sciovinismo nazionale: alla base dello sciovinismo svedese c’è la convinzione che noi siamo migliori di chiunque altro in quanto a razionalità, quindi non ti azzardare a insultarci dandoci degli irrazionali perché perderemo la testa...
Io comunque non penso che questa crisi stia facendo vedere il vero volto della Svezia. Credo invece che conti molto quello che è successo prima, il contesto. Ho citato l’influenza suina, ma c’è un altro fatto che ha inciso. Nelle prime settimane della pandemia, a mettere in dubbio la strategia del governo erano i Democratici svedesi e i negazionisti del cambiamento climatico. In difesa del governo c’erano i partiti progressisti e pro-immigrazione. Con l’evolvere della situazione è come se la sinistra fosse rimasta intrappolata in questa posizione, perché non poteva certo sostenere la stessa posizione di una destra nazionalista e xenofoba. Anche questo fattore ha avuto un suo peso nel complicare le cose.
Ora vedremo che succederà.
La Svezia è sempre stata un paese accogliente all’interno e umanitario verso l’esterno. Gli svedesi progressisti sono sempre stati orgogliosi del loro paese. E poi c’è l’attivismo climatico: Greta Thunberg in questi ultimi anni è stata il volto della Svezia. Purtroppo ora sembra essere stata rimpiazzata da Tegnell agli occhi del mondo. È una situazione molto difficile: tutto a un tratto non siamo più gli eroi dei deboli e i più assennati, ma quasi il contrario! È dunque facile capire perché gli svedesi siano diventati così emotivi, anche se continuano a pensare di essere i più razionali...
(a cura di Barbara Bertoncin;
traduzione di Francesca Menghi)