Lo scorso 22 luglio, l’applauso di 140 cittadini di Casale Monferrato ha chiuso l’udienza preliminare dell’inchiesta sui quasi 3.000 casi di malattia e morti causate dall’amianto per responsabilità della Eternit Italia, una fabbrica che, dai primi del Novecento fino a venti anni fa, ha prodotto tubi, tettoie, tegole, perfino sedie da spiaggia in fibrocemento a Casale Monferrato e in altre zone di Piemonte, Emilia e Campania. Il prossimo 10 dicembre si aprirà il processo per disastro doloso e rimozione o omissione volontaria di cautele verso gli ex vertici della Eternit Spa: il barone belga Jean Louis Marie Ghislain De Cartier De Marchienne e il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, i più potenti signori dell’amianto a livello internazionale, con un impero dislocato su oltre settanta paesi.
Benedetto Terracini è direttore della rivista Epidemiologia e Prevenzione e coordinatore del Comitato scientifico sull’amianto della Regione Piemonte.

Data la tua lunga esperienza sulle malattie da amianto, qual è il tuo ruolo nel processo?
Io sono coinvolto molto marginalmente. Sono i miei collaboratori, Franco Merletti e Francesco Barone-Adesi, del Centro di prevenzione oncologica in Piemonte, Corrado Magnani, professore di statistica medica e biometria alla Facoltà di medicina dell’Università del Piemonte Orientale, e Dario Mirabelli, responsabile del Registro mesoteliomi della Regione Piemonte, che se ne stanno occupando. Barone-Adesi, Magnani e Mirabelli, inoltre, collaboreranno come periti del pubblico ministero. E sono sicuro che useranno una cultura che ci è comune: abbiamo i nostri principi e anche i nostri strumenti, come il registro dei mesoteliomi in Piemonte messo in piedi quasi venti anni fa, all’inizio degli anni ’90, quando abbiamo cominciato a registrare tutti i casi di mesotelioma della pleura e del peritoneo che si verificavano in Piemonte. Inoltre, collaboriamo con l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione, che aggiorna periodicamente le conoscenze sull’amianto. Collaboriamo anche con la scuola di Irving J. Selikoff al Mount Sinai Hospital di New York e con il gruppo International Ban Asbestos (Ibas) che ha sede a Londra, è coordinato da un’avvocatessa, Laurie Kazan-Allen, e dispone di una grandissima documentazione sulle questioni riguardanti i procedimenti giudiziari sull’amianto in tutto il mondo.
Il nostro registro mesoteliomi è stato inserito in un progetto nazionale coordinato dall’Ispesl (Istituto superiore di prevenzione e sicurezza sul lavoro) e chiamato ReNaM: Registro nazionale mesoteliomi. In Italia, situazioni come Casale ne sono state trovate alcune altre, in particolare a Broni, in provincia di Pavia, e a Bagnoli. In Italia ci sono ogni anno in Italia circa 1200-1400 casi di mesoteliomi pleurici e nella stragrande maggioranza sono attribuibili all’amianto. A Casale, la ex Usl 76, con circa 100.000 abitanti, dove abbiamo iniziato a registrare i mesoteliomi nel 1981, prima che nel resto del Piemonte, ci sono oggi 50 casi all’anno. L’incidenza è moltiplicata per 10 volte rispetto a zone come la provincia di Varese, dove gli effetti dell’amianto sono medi per una zona industrializzata. Ma dei 50 casi che ci sono a Casale ogni anno oggi solo 10 o 12, mediamente, riguardano ex lavoratori della Eternit; i restanti 40 colpiscono la popolazione generale, cittadini residenti nella zona che si sono presi la malattia in conseguenza dell’uso dei residui della lavorazione e dell’inquinamento dell’ambiente. Quando avevamo cominciato, circa trent’anni fa, ne raccoglievamo 20 all’anno ed erano divisi in 10 fra i lavoratori e 10 fra la popolazione.
Lo stabilimento di Casale Monferrato ha causato, secondo i magistrati, 2.969 morti fra operai e familiari: una donna è inclusa fra le vittime per essersi ammalata lavando la tuta da operaio del marito. Come si può dire che queste malattie sono dovute veramente all’amianto?
Nel caso del tumore della pleura e del peritoneo, i famosi mesoteliomi, è molto semplice: non si conosce nessun altro fattore di rischio se non l’esposizione ad amianto. Andando a scavare nei casi, raccogliendo notizie e storie, nella grande maggioranza dei casi si riesce a mettere in evidenza una pregressa esposizione ad amianto, principalmente sul lavoro fino a qualche anno fa, adesso anche nell’ambiente generale.
Già solo nel caso del tumore al polmone, un altro cancro causato dall’amianto, è molto più difficile andare a discriminare il ruolo dell’amianto, per esempio, dal ruolo del fumo di tabacco che è un altro importante fattore di rischio. Si può, si sa che c’è un effetto moltiplicativo fra i due. Caso per caso può essere complesso, anche se risolubile, stabilire che parte può avere l’amianto e che parte il fumo di tabacco, ma sostenere che un determinato soggetto di fronte a un’esposizione limitata all’amianto ha avuto un cancro al polmone per quello è molto più arduo che non fare lo stesso per il mesotelioma. Per la pleura e il peritoneo, in assenza di esposizione ad amianto, i casi di insorgenza tumorale sono rarissimi. Sotto questo aspetto non c’è molto da dibattere, perché in buona parte i casi in giudizio riguardano questo tipo di tumore che non può creare grandi discussioni. Se sei vissuto a Casale, a Cavagnolo, Balangero o Broni e ti prendi un mesotelioma le conclusioni sono ovvie.
Sul fronte giudiziario, per il Piemonte credo che una buona parte del lavoro di raccolta dei casi sia stata fatta dall’osservatorio dei tumori professionali che il sostituto procuratore Raffaele Guariniello ha creato da diversi anni. A Broni e in altre zone d’Italia Guariniello si è creato una sua rete di informazioni.
Cinquanta persone che si ammalano ancora ogni anno, pur essendo stata chiusa la fabbrica nel 1986. Per quanti anni ancora avremo casi di mesotelioma?
Purtroppo ancora per parecchi anni, perché Casale era veramente "infetta” da amianto. La rimozione ha fatto grossi passi in avanti. La situazione oggi non è più confrontabile con quella di dieci o dodici anni fa, però ce n’è ancora. La bonifica dell’amianto procede, ma con dei tempi tecnici purtroppo lenti. In Italia l’amianto è stato bandito nel 1992. La direttiva europea è successiva, del 1999, ma dava qualche anno di margine. Il picco nella crescita dei casi di mesotelioma in Europa è atteso per il 2020. Questo dice una cosa che è molto importante: fino a che non sarà stato portato via tutto l’amianto, siccome i tempi di latenza sono molto lunghi, si andrà avanti con la malattia per molto tempo e per molti decenni. A Casale ci sono persone che sono esposte oggi ad amianto in termini tali da avere un rischio per i prossimi 50 anni.
I capi d’accusa del processo sono disastro doloso e omissione volontaria di cautele. L’ipotesi è che la fabbrica conoscesse i rischi per i lavoratori?
Se avesse avuto dei medici del lavoro minimamente preparati avrebbe dovuto saperlo almeno dai primissimi anni Sessanta, all’incirca. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha formalmente dichiarato l’amianto cancerogeno nel 1973. Non poteva farlo prima, perché non aveva ancora avviato il programma di preparazione di monografie per la valutazione dei rischi di cancerogenicità.
Il pubblico ministero è da ammirare per lo sforzo che ha fatto per raccogliere e documentare anche tutti i casi pregressi di morti e malattie. Le parti civili non si sono poste dei limiti di tempo, anche se credo che la stragrande parte delle quasi tremila parti civili siano casi diagnosticati e ammalatisi negli ultimi trent’anni, non solo a Casale. Tremila casi in trent’anni: sono cento all’anno. Un po’ tanti rispetto alle previsioni epidemiologiche, ma non tantissimi.
Quando cominciammo, c’era il professor Enrico Anglesio che era il direttore del registro tumori, allora appena creato. Non avevamo i casi diagnosticati come accade adesso, ma la distribuzione dei tumori era evidenziabile attraverso i certificati di morte. Intorno al 1980, vedendo le cartine del cancro polmonare -allora il cancro della pleura era più difficile da diagnosticare- avevamo osservato questa macchia nera nella zona di Alessandria. A un certo punto abbiamo intuito che a Casale si produceva il cemento-amianto, così abbiamo preso i contatti con il sindacato rappresentato fin da allora da Bruno Pesce, l’attuale coordinatore dell’Associazione familiari vittime dell’amianto. Ci hanno detto: "Bravi, arrivate adesso!”. Avevano perfettamente ragione, loro l’epidemia l’avevano provata sulla propria pelle, eravamo nel 1981-82.
Con Anglesio abbiamo scritto una lettera all’allora sindaco di Casale, il quale lasciò ancora passare alcuni anni prima di emettere, nel 1983, mi pare, l’ordinanza, non di chiudere la Eternit (che chiuse di morte propria per fallimento nel 1986), ma di vietare il riutilizzo dei residui della lavorazione in edilizia. Perché la grossa sorgente di esposizione della popolazione a Casale non era tanto l’inquinamento dell’atmosfera (che sicuramente c’era finché è durata la lavorazione), ma l’utilizzo del materiale di scarto come intonaco o come sottotetto. La Eternit era ben contenta di regalarlo, ci faceva una bellissima figura, perché forniva ai casalesi gratuitamente questo materiale da costruzione, leggero e isolante.
Dall’ordinanza del 1983 al processo nel 2009. Perché si è dovuto attendere tanto?
In realtà c’era stato un processo precedente, nel 1993, che si concluse però con pene molto miti per l’inosservanza di disposizioni in materia di igiene e sicurezza sul lavoro. I manager furono condannati per non aver informato i dipendenti sui rischi derivanti dalle lavorazioni a cui erano adibiti e per aver affidato a lavoratori riconosciuti portatori di malattie professionali le stesse mansioni che erano all’origine della malattia. Fra l’altro, pochi lo sanno, ma già nel 1909 c’era stato un processo sull’amianto a Torino. La vicenda coinvolse un’azienda tessile di Nole, a 40 km da Torino, vicino a Balangero, dove l’amianto era di casa. Il giornale "La sentinella del Canavese” aveva pubblicato un articolo documentando molte morti di donne, operai e giovani che operavano in quello stabilimento. Si diceva che c’erano responsabilità molto gravi da parte dell’azienda, che era inglese. Andarono in tribunale, il tribunale nominò un perito dell’Università di Torino il quale documentò fin da allora come l’affermazione fatta dal giornale fosse più che giusta e l’azienda fu condannata a pagare le spese.
La domanda sul perché si sia dovuto attendere tanto per arrivare a questo processo bisognerebbe forse farla a persone come Bruno Pesce o come Nicola Pondrano, che sono stati molto attivi assieme alle associazioni delle vittime, al sindacato e hanno sempre avuto il supporto delle autorità locali, del sindaco, della provincia. Posso dire, sicuramente, che senza l’intervento di Guariniello questo processo non si sarebbe fatto.
Guariniello ha dovuto trovare i reati giusti, che non sono l’omicidio colposo o l’omicidio doloso, ma l’omissione dolosa di misure di protezione. Per quale motivo a un certo momento Guariniello da una condizione di impotenza sia passato invece a una in cui è stato possibile avviare il processo, non lo saprei dire. Per esempio, e nonostante tutti i problemi, a Porto Marghera i tempi sono stati molto più brevi: fra l’avvio del processo e il momento in cui Gabriele Bortolozzo andò a parlare con il giudice Felice Casson, mostrandogli la documentazione che aveva raccolto fra i suoi compagni, erano passati cinque anni. Qui ne sono passati più di 25 di anni. Forse ogni volta occorre trovare delle figure particolari. Comunque adesso inizia anche questo processo, il 10 dicembre prossimo.
Quali sono gli obiettivi del processo? Si potrà rendere giustizia e risarcire gli abitanti di Casale, dove ogni famiglia ha delle vittime?
Se non tutte le famiglie, quasi tutte. C’è certamente un obiettivo di risarcimento, anche se, sinceramente, se qualche vedova chiedesse il mio consiglio se accettare oggi 50.000 euro -cifra irrisoria che propone la difesa di Schmidheiny- o ricevere chissà fra quanti anni una qualche forma di risarcimento, non mi sentirei di sconsigliarla dal seguire la prima strada.
Io comunque nel processo vedo anche l’obiettivo di fare luce. Come diceva Wiesenthal: vogliamo giustizia non vendetta, ma vogliamo anche che si sappia. Ho però paura che una documentazione dei misfatti della Eternit non sia recuperabile. Temo che abbiano bruciato le carte. Non so quanta documentazione interna ci possa ancora essere. Sicuramente quello che rimane è l’indicazione di come la grande industria abbia ignorato gli indizi che si accumulavano sugli effetti dell’amianto almeno per trent’anni, probabilmente anche di più. Per questo il processo ha un grande valore storico, perché rimarranno molte cose agli atti, così come è accaduto per il processo di Marghera, che in un paese provinciale come l’Italia è servito soprattutto a far conoscere il famoso "patto di silenzio” dell’industria chimica internazionale del 1973. A prescindere da qualsiasi altra considerazione, valeva la pena di fare il processo di Marghera anche solo per questo. Diffondere la cognizione che da parte della grande industria, dei loro accoliti, di quella parte del mondo scientifico legato all’industria, si sia "sottovalutato” -per usare un termine molto gentile- il pericolo credo sia una cosa abbastanza importante. Però questo risultato va visto su un piano internazionale.
Condividi, quindi, l’affermazione fatta da Raffaele Guariniello al termine dell’udienza preliminare: "Oggi è stata scritta una pagina importante nella tormentata storia dell’amianto in Piemonte, in Italia e credo in tutto il mondo”?
Sicuramente sì perché quello dell’amianto è un problema mondiale. Non solo, ma direi che in una dimensione mondiale le contraddizioni causate dall’amianto si stanno accentuando. L’Europa e alcuni altri paesi hanno vietato l’amianto, oramai in Italia da più di quindici anni, ma questo non è avvenuto nella maggior parte dei paesi del terzo mondo: sto pensando al Brasile, alla Cina, alla Russia, che pure non è del terzo mondo, e altri. Si è creato un doppio standard internazionale per la salute delle popolazioni, perché l’amianto è un problema di salute pubblica. Un doppio standard che è moralmente inaccettabile e che si accompagna anche a uno sfacciato servilismo di parte del mondo scientifico. Accade in India, per esempio, dove si produce poco amianto ma se ne importa molto da Canada, Pakistan e Kazakistan e dove, comunque, rispetto alle generali condizioni di lavoro, l’amianto è un problema di lusso: i lavoratori esposti alle polveri muoiono prima ancora che si sviluppino le malattie che tipicamente produce l’amianto, come accadeva in Piemonte nel passato.
Il Canada, che consideriamo uno dei paesi più civili e attenti all’ambiente, ha invece delle grandi responsabilità: continua a produrre amianto che per la maggior parte vende a paesi del terzo mondo come Indonesia, India; non so se anche la Cina ne compra, dicendo che il crisotilo, l’amianto bianco, lo stesso che veniva prodotto a Balangero, a parità di dose è molto meno nocivo degli altri e può essere utilizzato in condizioni controllate senza produrre danni. Che il crisotilo sia meno nocivo degli anfiboli in parte è vero, ma è anche il tipo di amianto che oggi è maggiormente consumato, per cui è quello che produce il maggior numero di vittime. Il Canada, inoltre, afferma che esiste la possibilità di un uso controllato dell’amianto, e questo era già venuto fuori all’Organizzazione mondiale del commercio sette o otto anni fa. Le regole che vengono suggerite dal Canada per l’uso controllato dell’amianto sono in realtà impraticabili: registri di tutti i produttori, corsi di addestramento per i singoli lavoratori, verifiche che il lavoro venga fatto secondo le indicazioni, eccetera. Ammesso (e non concesso) che queste pratiche azzerino il rischio di amianto, c’è da chiedersi se sarebbero praticabili in paesi come la Bolivia o l’Indonesia.
Negli Stato Uniti -dove vige ancora un limite di tollerabilità di concentrazione di 0.1 fibre per millilitro- un’analisi delle segnalazioni di violazioni delle norme dell’Osha, l’Agenzia federale per la sicurezza e la salute sul posto di lavoro, ha identificato un alto numero di violazioni in materia di amianto. Se questo accade in un paese dove il sistema di controllo funziona relativamente bene, possiamo immaginarci cosa potrebbe accadere in un paese del terzo mondo, dove la consapevolezza sulle funzioni dello stato a favore dei cittadini è molto minore.
A questa situazione sulle normative si accompagnano esternazioni "scientifiche” da parte di accademici legati all’industria dell’amianto, tese a documentare che il lavoro di una certa fabbrica, o un certo modo di lavorare l’amianto, o l’uso di un particolare tipo di amianto vanno bene e non producono danni alla salute. Le descrizioni di queste ricerche vengono mandate ai governi oppure a riviste scientifiche (una pubblicazione su una rivista internazionale dà sempre lustro agli autori). Ogni tanto me ne mandano qualcuna per esprimere un parere. Due anni fa mi è arrivato un lavoro di letteratura internazionale dal Brasile, quest’anno dall’India. Sono lavori che scientificamente non stanno in piedi.
Tu sei preoccupato anche dell’attenzione del mondo accademico alla suscettibilità genetica agli effetti dell’amianto. Puoi spiegare?
Certamente una componente individuale esiste: così come è vero che fra i forti fumatori mica tutti si ammalano di cancro del polmone. Per il cancro del polmone nei fumatori si comincia a sapere anche quali sono quei profili genetici che rendono meno a rischio o più a rischio. Lo stesso vale anche per le amine aromatiche e il tumore alla vescica. E’ molto probabile che anche nel rapporto fra esposizione ad amianto e tumore pleurico ci siano correlazioni simili. Nel milieu scientifico, soprattutto italiano, l’argomento suscettibilità genetica alla cancerogenesi pleurica da amianto piace molto. Se entri in una banca-dati come Medline, che è quella che noi usiamo più spesso, con le voci asbestos, genetic susceptibility e pleural cancer escono una cinquantina di citazioni di cui la metà sono italiane. E alcuni di questi lavori, scritti anche da persone che io rispetto enormemente, pur ammettendo che di dimostrato c’è molto poco, si concludono dicendo che questo filone di ricerca offre una nuova prospettiva per la prevenzione delle malattie da amianto. Questo mi turba. L’unica forma di prevenzione delle malattie da amianto è l’azzeramento delle esposizioni e francamente non so quale prevenzione sulle malattie da amianto puoi fare sulla base della conoscenza degli elementi della suscettibilità individuale. La proposta, poi, mi ricorda i sovietici che dicevano che se mettevi a lavorare con le amine aromatiche persone suscettibili, però con più di 60 anni, dati i tempi di latenza, l’effetto cancerogeno non si sarebbe mai verificato. Queste affermazioni del mondo scientifico sono preoccupanti ed è preoccupante che questo tipo di ricerca trovi consenso da parte degli enti erogatori di fondi per la ricerca.
Un altro argomento che viene espresso da parte del mondo scientifico è quello della trigger dose in cancerogenesi pleurica da amianto. Mi spiego in termini semplici. I modelli matematici che analizzano il rapporto dose-risposta concordano nel mettere in relazione l’entità del rischio alla quantità cumulativa di amianto inalato e a una certa potenza, all’incirca tre, dell’intervallo di tempo intercorso dall’inizio dell’esposizione. In termini matematici la seconda componente, una terza potenza, pesa di più della prima. Il ruolo della dose cumulativa è anche legato alla nota caratteristica del processo di cancerogenesi, per cui alla malattia conclamata si arriva attraverso una serie di tappe, biologicamente diverse tra di loro, che si verificano nel corso di tempi lunghi. Soltanto una piccola minoranza di casi di mesoteliomi si sviluppa dopo esposizioni ad amianto relativamente brevi. Eppure, nei tribunali da parte di consulenti della difesa si insiste sulla questione della latenza e si ignora letteralmente il ruolo della dose. Il gioco che immagino verrà fuori anche nel processo a Torino è questo: se quello che conta è soltanto il tempo intercorso dall’inizio dell’esposizione, e non la quantità dell’esposizione, allora tutte le fasi di sviluppo della malattia sono riconducibili ad un breve momento cruciale di esposizione, la cosiddetta trigger dose. Nella logica di questo ragionamento, tale momento non è determinabile nel calendario. Perciò, se tu hai lavorato in 4 o 5 fabbriche diverse o se hai lavorato in una fabbrica che ha cambiato ragione sociale -sto ripetendo quello che dice la difesa- dal momento che è una finestra molto breve quella che avvia il processo della cancerogenesi pleurica, io non so dirti se è stata la fabbrica A o la B, la fabbrica C o la fabbrica D quella in cui è insorta la tua malattia. Quindi, non puoi identificare la fabbrica "colpevole” e vanno tutte considerate innocenti.
A proposito di ricerca, si è parlato anche di risarcimenti offerti per costituire un fondo di studi sull’amianto.
è una proposta demagogica e inaccettabile per quelli di noi che -a partire dalla seconda guerra mondiale- ritengono che piuttosto che "la purezza della scienza”, quello che conta sono i rapporti tra scienza e società. Il comitato scientifico del Centro amianto del Piemonte ha accettato il mio invito e si è espresso per la totale inaccettabilità dell’offerta di soldi per la ricerca per diversi motivi.
Intanto si confondono due tematiche che sono completamente diverse: i processi servono per fare giustizia, non per raccogliere i fondi per la ricerca. Non è poi il caso di dare agli indagati (oggi imputati) una patina di legittimità alla vigilia di una valutazione da parte della magistratura. Infine si fa pensare che il riconoscimento a titolo di solidarietà umana sia adeguato, mentre per una vedova che riceve 50.000 o 100.000 euro adesso, il compenso non è certamente adeguato. E poi si mettono in imbarazzo le vittime, gli si dice indirettamente che se accettano la proposta di patteggiamento fanno un bene all’umanità contribuendo a potenziare la ricerca. Questo è un messaggio estremamente ambiguo. Ho in mente alcuni precedenti importanti nella storia dei rapporti tra scienza e grande industria degli ultimi anni. Ad esempio, il rifiuto di buona parte del mondo scientifico americano di accettare finanziamenti dai produttori di tabacco. Incidentalmente, quando la Philip Morris è stata condannata negli Stati Uniti per i casi di cancro del polmone che ha contribuito a produrre attraverso le sue reticenze sui danni dal fumo di tabacco, oltre ai rimborsi, è stata condannata a creare un archivio e rendere pubblici tutti i suoi documenti. Se la Eternit vuole veramente collaborare alla ricerca la prima cosa che dovrebbe fare è aprire i propri archivi e metterli a disposizione di ricercatori, politici, sociologi, economisti. Qualcosa sarà stato artatamente distrutto, ma probabilmente c’è ancora una documentazione interessante su quello che è stato il comportamento della grande industria dell’amianto nei confronti dei rischi per la salute.
Ovviamente né io né il comitato scientifico del Centro Amianto ci permettiamo di esprimere una opinione sulla liceità della eventuale scelta, da parte delle vittime, di accettare il risarcimento che viene loro offerto ora, ma questo non c’entra nulla con la questione del finanziamento per la ricerca.
Gli imputati al processo di Torino offrono fra 50.000 e 100.000 euro di compenso per persona a seconda della parentela, del danno, della gravità, però chiedono una documentazione medica molto serrata. E qui c’è un problema a cui abbiamo già accennato. I criteri di diagnosi del tumore della pleura oggi sono abbastanza stabiliti, assodati e vengono posti in opera correttamente, almeno credo. Andando indietro nel tempo, 15, 20 o 25 anni fa, molte analisi istologiche, che per tutti gli altri tumori sono considerate come prova dell’esistenza del cancro, uscivano con l’affermazione "quadro compatibile con una diagnosi di mesotelioma”. Una terminologia che nella logica degli imputati non corrisponde alle condizioni per avere accesso al riconoscimento finanziario.
C’è un’ultima cosa che va raccontata. La finanziaria del 2007 prevedeva in Italia la costituzione di un fondo per le vittime dell’amianto, una scelta già fatta da altri paesi, in particolare Olanda e Francia. L’idea, giusta, è che queste persone siano state vittime di un evento sociale incontrollabile, per cui la società le risarcisce. In Francia perfino rispetto a danni psicologici derivanti dalla consapevolezza del rischio cui sono soggette. La differenza è che il fondo francese, che funziona molto bene, mette in bilancio 500 milioni di euro all’anno.
Il fondo italiano -per un numero di vittime simile a quello che c’è stato in Francia- prevedeva fra i 20 e 25 milioni di euro l’anno e comunque non è mai stato reso operativo. I regolamenti per l’accesso a questo fondo non sono mai stati posti in essere. Inoltre, e questa cosa ha fatto molto arrabbiare le associazioni delle vittime a Casale, si prevede che la gestione del fondo sia affidata all’Inail, l’Istituto Nazionale per le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro. Ma i più deboli di tutti fra le vittime dell’amianto sono proprio quelli che si sono ammalati di mesotelioma per esposizione non lavorativa. Ai lavoratori un minimo di tutela dall’Inail, proprio per l’esposizione professionale, è garantita. Dei processi svolti in ambito militare -l’amianto era molto usato nei cantieri navali e nei sommergibili come isolante in caso di incendio- non conosciamo nulla perché sono coperti da segreto. Per quanto ne so, c’è stato un solo processo in Italia prima di questo in cui fra le parti civili c’era una vittima di esposizione ad amianto nell’ambiente in generale. Questa questione del fondo, insomma, è veramente una presa in giro.
(a cura di Enzo Ferrara)