Guido Viale da tempo si occupa di rifiuti e mobilità. Recentemente ha pubblicato Azzerare i rifiuti. Vecchie e nuove soluzioni per una produzione e un consumo sostenibili, Bollati Boringhieri 2008. Il libro di cui si parla nell’intervista è Prove di un mondo diverso. Itinerari di lavoro dentro la crisi, Nda Editore 2009.

Da più parti si sente dire che dalla crisi attuale non si uscirà uguali a prima perché è una crisi che coinvolge il "modello” economico. Nel tuo libro affronti anche tu questo tema da un punto di vista simile, ma assegni un ruolo di primo piano a quanto accaduto nel 68 in tutto il mondo, quasi uno spartiacque.
Sì, c’è un’analisi della fase storica che attraversiamo, in particolare del modo in cui è esplosa la crisi che stiamo vivendo, che la vede come punto finale del crollo di 30 anni di dominio di quello che correntemente si chiama il pensiero unico, che poi in realtà è il liberismo sfrenato, e la consegna a meccanismi di mercato, veri o presunti, di ciò che una volta costituiva la politica e il governo della società. Questo trentennio è venuto dopo un altro trentennio, quello che è andato dalla fine della seconda guerra mondiale a metà degli anni ’70, e che ormai nella pubblicistica ufficiale viene chiamato dei "trenta gloriosi”. In realtà di gloria ce n’era veramente poca, però sicuramente c’erano delle aspettative e delle attese molto più sostenute di quelle di adesso: c’erano la decolonizzazione, l’espansione, il miracolo economico, l’accesso al benessere, l’avvento della scuola di massa, cioè la speranza di un’emancipazione e di un miglioramento attraverso l’istruzione passando da una generazione all’altra; con tutto il bene e il male che queste cose hanno comportato. Il 68 ha messo in crisi questi meccanismi, perché i protagonisti del 68 dicevano sostanzialmente: "Non ci basta, vogliamo di più, cioè vogliamo libertà, vogliamo realizzazione personale, vogliamo autonomia”. I 30 anni che sono seguiti, che definisco i "trenta vergognosi”, in cui prima gradualmente, poi in maniera sempre più forte ed esclusiva, si è affermato il pensiero unico, li interpreto come una reazione alle istanze di libertà e liberazione che erano il segno distintivo del 68.
Per 68 cosa intendi? Perché in Italia è stato un anno lungo un decennio... E in tutto il mondo è stato diverso da paese a paese...
Da questo punto di vista, parlando di 68 intendo riferirmi a quell’insieme di movimenti sociali che vanno dall’inizio della rivoluzione culturale (nata all’insegna del motto "fuoco sul quartier generale” come rivolta antiautoritaria contro un modello di sviluppo consolidatosi in Unione Sovietica e ripreso pari pari in Cina) al maggio francese, alla "lunga marcia attraverso le istituzioni” di Rudi Dutschke, all’autunno caldo italiano, al movimento di Danzica e Stettino in Polonia, alla primavera di Praga, all’esperienza dei Provos in Olanda, alla rivolta della Columbia University, a quella degli studenti a Città del Messico, ai Montoneros in Argentina, al governo Allende in Cile, agli Zengakuren giapponesi; insomma a un fenomeno che è stato grosso modo il primo grande movimento a carattere globale che si è presentato nel mondo moderno. Quali sono state le caratteristiche di questa reazione al 68? Da un lato il fatto di avere in qualche modo raccolto e dato spazio a quello che era il programma del 68, cioè la realizzazione personale.
Però, invece che attraverso l’azione collettiva, lo ha proposto attraverso il suo contrario, cioè la competizione individuale, in cui ci sono i perdenti e i vincenti. I vincenti si realizzano, i perdenti non sono meritevoli di realizzarsi, e vengono penalizzati o addirittura criminalizzati. Quello che è andato perso in questa reinterpretazione dell’autonomia e della realizzazione personale, è la parte più corposa e più ricca del 68, che era la comunità, il vivere insieme, le relazioni di amicizia e di affetto che si creavano nell’ambito del movimento, e che costituivano la parte più sostanziosa della realizzazione personale, cioè il vivere, anziché isolatamente, in un clima di solidarietà e di scambio effettivo. Per non idealizzare troppo, lo dico per quelli che non c’erano, non erano solo rose e fiori; basti pensare ai rapporti uomo-donna. Però, sul movimento di liberazione della donna posso dire che non avrebbe assunto i caratteri e la forza che ha avuto negli anni ’70, se non ci fosse stato prima il 68. Cioè il movimento delle donne è stato reso possibile, sebbene fosse completamente differente, e in molti casi direttamente antagonistico a quello che avevamo portato avanti nel 68, dal clima di liberazione e di emancipazione, promosso nel 68. Quello che ha costituito la debolezza culturale, poi politica, e poi effettuale del 68, è stata la mancanza di punti di applicazione, cioè il fatto che questa smania e volontà di autonomia e di libertà non ha poi saputo concretizzarsi in proposte positive, è stata tutta contestazione delle forme di potere consolidate, e questo è il lato positivo, perché le ha smantellate o trasformate in buona parte, non soltanto nella scuola, nell’università o nella fabbrica, ma anche nel pubblico impiego, nei tribunali, nelle caserme, nei manicomi, negli ospedali. Però poi l’ignoranza, la mancanza di saperi concreti sul funzionamento effettivo non tanto della società quanto dei meccanismi produttivi, la carenza di conoscenze che si son potute acquisire soltanto col tempo, hanno fatto sì che, passato il momento di liberazione, di emancipazione, di scoperta della novità e dei benefici dello stare insieme, non si sia poi riusciti a costruire granché.
Ma quando un movimento di contestazione delle forme di potere esistenti ha la pretesa di diventare rivoluzionario, ci sono poi necessarie conseguenze, come la trasformazione in partito, la lotta contro lo stato, un certo burocratismo e la fine dell’emancipazione...
Sicuramente questo è l’aspetto non libertario del 68... Secondo l’interpretazione che avevo già dato 30 anni fa in un libro sul 68 che è stato riedito l’anno scorso (Il Sessantotto, NdA editore) c’erano in quel movimento due anime: quella libertaria e antiautoritaria di cui si è detto, e quella autoritaria, partitica, che altro non era se non la manifestazione di un senso di insufficienza delle persone, che avevano bisogno di ricostituirsi una mamma, un padre, un’autorità da cui dipendere, diversi da quelli contro cui si ribellavano. In fondo, non sentivamo d’avere la capacità di agire in prima persona e avevamo bisogno di questo riferimento. Sicuramente questo ha pesato tantissimo. Oggi si capisce meglio ciò che è mancato allora, riflettendo su una grande novità, emersa negli ultimi anni nei movimenti che si sono sviluppati, fra Seattle e Genova, nell’altromondismo e nelle esperienze di costruzione di nuove pratiche, di nuovi modi di lavorare e di vivere: la grande novità è che ci sono dei contenuti scientifici, tecnici e di saperi applicati, che rappresentano un patrimonio di grande ricchezza, costruito in maniera quasi sotterranea nel corso di questi anni. Sto parlando di alimentazione, di agricoltura biologica, di salute e di medicina, di commercio equo, di finanza etica, di riciclaggio, di energie rinnovabili, di mobilità. Anche se in questo campo specifico, di cui mi sono occupato, ci sono molte idee e poche esperienze pratiche, qualche car sharing e altre piccole cose. Quello su cui insisto è che montare un pannello solare per una casa richiede un’organizzazione produttiva, poi di manutenzione, di analisi del territorio, di analisi dei fabbisogni, eccetera; cioè una serie di technicalities che racchiudono in sé dei saperi tecnici e scientifici molto importanti. In particolare, siccome le fonti rinnovabili sono tante, saperle distribuire e organizzare tutte comporta un patrimonio di conoscenze di tutto rispetto. Sono tutte cose nuove, sono un patrimonio pratico di una parte ancora piccola di movimento, di organizzazioni di base, di imprese alternative, sociali o individuali, che hanno lavorato su un terreno compatibile con una conversione ecologica dell’economia, e che secondo me rappresentano la novità più grossa rispetto al 68. Certo, oggi non c’è più il movimento di allora; ma anche prima del 68 pochissimi lo prevedevano, per lo meno nelle dimensioni e con l’importanza che ha avuto, e ci è arrivato addosso quasi come un colpo di fulmine. Quindi non è detto che non succeda di nuovo: non si ripeterà sicuramente nelle stesse forme né con gli stessi contenuti, ma mi conforta pensare che una qualsiasi ripresa forte di un movimento e di una reazione alla crisi, e al disastro che essa comporterà, avrà come suo patrimonio, ricchezza e punto di forza il fatto che ci sono ormai tanti saperi diffusi nel territorio e nella società. Per esempio, io mi sono occupato l’anno scorso dei rifiuti in Campania e una delle cose che più mi ha colpito è stata l’estrema diffusione di conoscenze tecniche in questo campo. Cioè ormai lì tutti sanno che cos’è un inceneritore, come funziona, quali inconvenienti ha, quali rendimenti energetici, che cos’è un Cdr, cosa sono le frazioni e i costi della raccolta differenziata, le sue modalità, eccetera. Sono saperi cresciuti dentro una crisi spaventosa, dove da 15-20 anni la gente è tormentata da questo problema drammatico dei rifiuti. Cioè la crisi ha promosso dei saperi che, per fare un esempio, nelle regioni dove le amministrazioni si comportano meglio, sono molto meno diffusi. Tutto questo è importante.
Quella che stiamo attraversando non è soltanto una crisi finanziaria ed economica, come tutti sanno, ma è anche una crisi ambientale (e questo la renderà molto lunga nel tempo e destinata a riproporsi anche in presenza di parziali e momentanee riprese) e soprattutto una crisi culturale (perché per fortuna è crollato il pensiero unico, anche se non si vede in giro qualcos’altro che lo possa sostituire) quindi destinata a stimolare lo sviluppo e la diffusione di saperi alternativi alle tecnologie e alle pratiche in vigore.
Proprio a proposito di questo, nel tuo libro c’è un recupero dei pensieri di Alex Langer...
Certo, Alex, parlando di riconversione ecologica, pensava a un movimento culturale capace di toccare la coscienza di ciascuno, indirizzando a una vita più sobria e a una maggiore giustizia e, soprattutto, ad una vita di relazione non fondata sulla competizione ma sulla solidarietà. D’altro canto, però, una riconversione ecologica esige anche delle trasformazioni strutturali e sociali grandissime. I settori su cui è necessario operare per promuovere e attuare questa riconversione sono tutti ambiti in cui gli interventi hanno carattere decentrato, diffuso, distribuito, cioè fondato anche su reciprocità e integrazione, e con peculiarità differenti da un territorio all’altro. Per questo non possono essere governati in maniera centralistica, con programmi di rilancio generico della domanda, o attraverso gli incentivi all’acquisto delle automobili, o attraverso le grandi opere, cioè con le misure che costituivano i perni delle politiche keynesiane, a cui molti oggi pensano di tornare per ovviare ai disastri fatti dal liberismo.
Per dare corpo a quella concretezza di cui parlavi tu, quali sono questi settori?
Ne elenco cinque o sei, che sono innanzitutto quelli delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, poi quello del risparmio e dell’aumento della produttività delle risorse, quello di un’agricoltura e alimentazione più ecologiche e sostenibili, la mobilità sostenibile, la manutenzione del territorio e del patrimonio edilizio, l’istruzione e l’educazione: l’ultimo in ordine di elencazione, ma il primo in ordine di importanza. Cito soltanto un paio di concetti per esemplificare. Prendiamo l’energia rinnovabile: non sto qua a dire che è preferibile al nucleare perché è naturale e perché rappresenta l’unica alternativa praticabile all’economia fondata sui combustibili fossili.
La ragione fondamentale è che non c’è più uranio a disposizione: anche l’estrazione dell’uranio ha un picco in vista, con molte più difficoltà di trovare ulteriori riserve, perché l’uranio è facile da scoprire, attraverso la radiazione, ma è molto difficile da estrarre, perché si estrae in superficie; non si può andare a 5.000 metri di profondità. Inoltre l’estrazione dell’uranio comporta forti emissioni di anidride carbonica e rappresenta una movimentazione di materiali gigantesca. Ci sono poi i rischi, particolarmente pesanti in Italia, dove pare che la sicurezza sia già irraggiungibile con un treno merci... E infine c’è una questione di tempo, ovviamente, perché se a livello internazionale il minimo previsto per una centrale nucleare, dalla progettazione alla realizzazione, è 10 anni (ma in Finlandia sono già indietro di due anni) in Italia meno di 20 anni non ci si metterà, e quando saranno pronte le centrali nucleari non ci sarà sicuramente più uranio, soprattutto se vanno avanti i programmi degli altri paesi... Venendo invece alle fonti rinnovabili, sono tante.
C’è il solare, che ha tre forme: termico, fotovoltaico e termodinamico; l’eolico, che ha due forme, quella macro e quella mini; l’idrico, che non significa solo grandi dighe, ma è il mini idrico, cioè i piccoli salti d’acqua, e addirittura la nuova frontiera della tecnologia: diffondere migliaia e migliaia di piccoli generatori ovunque ci sia scorrimento di acqua, per esempio sugli scarichi e sulle condutture della propria abitazione, perché messe tutte insieme possono raggiungere una potenza generatrice consistente. E poi c’è il moto ondoso, lo sfruttamento delle maree, il geotermico, le bio masse...
Naturalmente su ciascuna di queste fonti ci sarebbero da dire molte cose specifiche. Qui posso solo limitarmi a qualche considerazione generale: intanto che tutte queste fonti hanno bisogno di essere utilizzate in base alla loro effettiva consistenza nei singoli territori; poi in base ai carichi energetici che devono alimentare, perché in molti casi certe fonti sono adatte a certi carichi energetici e non ad altri. Devono integrarsi fra di loro, quindi bilanciarsi. Molte di queste sono fonti intermittenti, ad esempio sia l’eolico che il solare funzionano solo quando c’è il vento e c’è il sole, e quindi devono avere una rete che sia in grado di far rientrare in circolazione energia elettrica quando c’è, e sopperire alla sua mancanza quando non c’è. L’ultima cosa è che comunque non potranno mai fornire una potenza analoga a quella che è stata fornita negli ultimi due secoli dai combustibili fossili, e quindi sono inscindibili da programmi (una volta si diceva di risparmio energetico, adesso si dice di efficienza energetica) che devono assolutamente ridurre certi carichi eccessivi. L’esempio più immediato è che sostituendo le lampadine a incandescenza con leds in tutta Italia, si risparmierebbe la potenza di due centrali nucleari! E al confronto, è un intervento dal costo irrisorio. La legislazione europea, e quindi recepita dall’Italia, prevede che entro due anni non vengano più messe in vendita, o comunque fabbricate, lampadine a incandescenza; è una cosa che si potrebbe fare già domani, nel giro di poco tempo, se non ci fossero dietro degli interessi a mantenere le cose come stanno.
Anche la riduzione dei carichi energetici va commisurata alle caratteristiche del territorio, e quindi, proprio per questo, una riconversione energetica del territorio, del paese, dell’economia mondiale, non potrà mai essere governata centralmente; deve essere programmata, addirittura tetto per tetto, strada per strada, perché in molti casi si tratta di vedere qual è lo spazio utilizzabile, l’esposizione migliore e il carico a cui va abbinata la fonte per renderla efficiente al massimo.
Ovviamente, più l’utilizzo è contiguo alla fonte, meno dispersione c’è.
La forma ideale per un programma di questo tipo è ovviamente il federalismo...
Certo. Faccio soltanto un altro esempio di decentramento, cioè la produttività delle risorse, che ha sostanzialmente tre strade di fronte a sé: una è la durata dei beni prodotti in modo che si ponga fine ai mercati di sostituzione, per cui i prodotti vengono programmati a termine per poterli rottamare e produrre a ritmi sempre più serrati; la seconda è il riciclaggio, cioè il recupero della materia di cui sono composti i beni dismessi; la terza è la sostituzione del possesso dei beni con l’accesso ai servizi.
L’esempio più immediato è il car sharing o il trasporto a domanda, invece del possesso dell’automobile. Ma gli esempi sono tanti: la musica si scarica da internet, non si comprano più i cd o se ne comprano meno; i software sempre di più si scaricheranno da internet e non si compreranno; il computer, dopo esser cresciuto in potenza diventerà di nuovo cretino, perché i programmi risiederanno nel server e non più nel computer, eccetera. E poi ci sono altre varie forme, tipo il co-housing, dove la lavatrice, il freezer e altro sono in comune.
Molti degli ingredienti che l’industria usa nei processi produttivi, e sono reagenti o catalizzatori o lubrificanti o solventi, possono essere rigenerati e possono essere forniti in uso dall’industria che li produce e li rigenera, invece di far parte dello stock da acquistare e poi gettare. Anche molti macchinari possono diventare un servizio piuttosto che una proprietà e il leasing può diffondersi molto più di ora. Un altro esempio classico: per le feste, tipo quelle dell’Unità, io sono contrario ovviamente ai piatti e alle posate, non solo in plastica, ma anche biodegradabili, perché sono fatti col mais e qui vale lo stesso discorso dei biocombustibili: per fare un prodotto usa e getta stiamo consumando risorse alimentari, il che vuol dire suolo e acqua, oltre a tutto il resto, che potrebbero essere destinati all’alimentazione umana o animale. Così non ci liberiamo certo di questa abitudine tremenda di buttare via le cose appena usate distruggendo risorse... Anche in questo caso ci sono le lavastoviglie mobili, con le stoviglie a noleggio: te le portano, te le lavano, tu servi le tue cose, e alla fine della festa... vanno a un’altra festa.
E’ lo stesso concetto della raccolta differenziata...
Esatto. La raccolta differenziata, sia dei rifiuti urbani, cioè del consumatore finale, sia dei rifiuti speciali, cioè delle imprese, fa parte di questa politica della produttività delle risorse ed è l’esempio maggiore di politica decentrata e articolata sul territorio che si possa immaginare. Primo, perché richiede la collaborazione delle parti, sia di chi raccoglie sia di chi conferisce; secondo, perché ogni casa, ogni fabbrica produce rifiuti diversi, ha esigenze di spazio e di autonomia differenti e senza una conoscenza specifica del territorio -che poi si prolunghi nel tempo, perché il territorio è anche modificato dai nuovi insediamenti, dai cambiamenti delle abitazioni, eccetera- non la si può fare come dio comanda.
Tra l’altro gli scarti e i rifiuti saranno le miniere di domani, mano a mano che le risorse si esauriranno, e questo è un altro esempio molto importante per spiegare perché queste politiche devono essere decentrate e articolate sul territorio e non possono essere programmate a livello centrale.
Si può programmare una nuova miniera di uranio a livello centralizzato, ma la raccolta differenziata della carta e della plastica va articolata a livello locale. Questo vale per la mobilità, vale per l’agricoltura biologica, e in particolare per il cosiddetto "chilometro zero”. Per ridurre l’impatto ambientale del trasporto, e poi dei fertilizzanti, e poi della motorizzazione spinta, l’agricoltura va ricondotta a delle dimensioni il più possibile locali. E’ ovvio che è un programma di lunghissima durata e organizzare una città come Milano con un’agricoltura di prossimità non è una bazzecola. Tuttavia è uno dei settori dove c’è più sperimentazione e si registrano maggiori successi: i Gas (gruppi d’acquisto solidale) stanno diffondendosi in tutta Italia in maniera vorticosa; però riguarda sempre una frazione minima della nostra alimentazione. Quindi, per programmare politiche del genere, è chiaro che ci vogliono risorse che soltanto gli Stati possono mettere in circolazione: ma poi non possono venir applicate e tradursi in interventi concreti, se non ci sono programmazione, controllo e addirittura gestioni decentrate sul territorio in tutti i settori: dall’installazione di impianti energetici da fonti rinnovabili, alla mobilità sostenibile, all’agricoltura biologica e di prossimità, al recupero dei rifiuti e degli scarti della produzione e del consumo, all’istruzione e all’educazione; perché la formazione deve essere permanente e adattarsi alle caratteristiche e alle esigenze della popolazione di ogni territorio, compreso il recupero delle sue tradizioni e dei saper fare locali (non sto parlando ovviamente del dialetto, che può essere al massimo una disciplina facoltativa per amateurs). L’ultimo punto del discorso è che per promuovere uno scenario di questo tipo è necessario mettere insieme tre categorie fondamentali di attori: l’associazionismo, le istituzioni locali e l’imprenditoria, perché non c’è dubbio che, per esempio, per produrre energia rinnovabile, per fare mobilità alternativa, per fare agricoltura ecologica, ci vogliono imprese. E queste imprese non è pregiudiziale che siano private, pubbliche o cooperative sociali, purché su di esse e sulla loro attività si eserciti un controllo pubblico.
Lo stesso vale per le pubbliche amministrazioni: sono indispensabili perché per fare economia sostenibile ci vuole un quadro istituzionale, oltre che canali di finanziamento che soltanto le pubbliche istituzioni possono garantire. Ma ci vuole anche un controllo diretto da parte di quella che una volta si chiamava la società civile, perché i saperi diffusi e necessari per la riconversione nel territorio richiedono l’attivazione, la mobilitazione e la partecipazione dei cittadini, che possono essere incanalate soltanto attraverso l’associazionismo: cioè attraverso comitati, organizzazioni di base, strutture del volontariato. Da tempo è in corso una discussione sulle modalità della partecipazione organizzata dei cittadini alle decisioni.
Una delle cose su cui dissento profondamente da Luigi Bobbio è la sua adesione al metodo del sorteggio (far esprimere sulle questioni controverse un campione rappresentativo della popolazione coinvolta, estraendola a sorte, dopo averlo ovviamente informato e fatto discutere della cosa).
Tempo fa abbiamo ospitato una tavola rotonda con Luigi Bobbio, Pino Ferraris e Nadia Urbinati proprio su questo tema della partecipazione dei cittadini attraverso metodi partecipativi come appunto il sorteggio. Perché lo ritieni sbagliato?
Sostanzialmente perché in questo metodo c’è la negazione della possibilità di un’accumulazione del sapere. Tutte le volte si ricomincia da capo con un campione differente di persone. Il risultato non è molto diverso da quello di un sondaggio di Berlusconi: non fa che rispecchiare quelle che sono le opinioni del momento, anche se la metodologia del sorteggio prevede un momento di riflessione e un lavoro di educazione che il sondaggio esclude.
Poi la responsabilizzazione dei partecipanti si ferma all’espressione di un parere: non si prevede alcun altro impegno nei confronti degli altri. Viceversa, per fare un esempio, nel Forum Rifiuti della Campania, di cui sono stato coordinatore per alcuni mesi, avevo proposto e ottenuto che non vi potessero partecipare singoli individui in quanto tali, ma solo persone in rappresentanza di un’impresa o di un’amministrazione locale o di un comitato, perché questa era la garanzia di un loro impegno sulle cose condivise nei confronti di qualcun altro o qualcos’altro.
Ovviamente, chi partecipa alla consulta agisce a nome e per conto dell’organismo che rappresenta. Non servono individui che partecipano esclusivamente per esprimere un parere; i pareri si attingono in altro modo: se c’è uno che sa tante cose, gliele si va a chiedere e, se è possibile, ce ne si appropria.
Quello che interessa, nella democrazia partecipata o deliberativa, non è il fatto che sono rappresentati tutti. Non è una forma diversa di democrazia rappresentativa; vengono coinvolte soltanto le persone attive che si assumono degli oneri, dei compiti; per lo meno quello di riportare i risultati del lavoro che è stato fatto e di portarlo avanti nel rispetto degli indirizzi condivisi... Per questo secondo me in una consulta non si dovrebbe votare; se no cominciano i giochi di maggioranza e minoranza tra partecipanti che non sono rappresentativi della categoria, ma soltanto di strutture attive o già mobilitate; quindi, o si trova un accordo, oppure ci si limita a discutere il problema, a chiarirsi le idee e poi ciascuno si regola di conseguenza; con la possibilità che, se gli interessi sono così contrapposti che non si riesce a trovare un punto di mediazione, si apra un conflitto.
Ovviamente il potere ultimo di decidere resta in capo agli organi della democrazia rappresentativa; ma con la differenza che questi devono misurarsi con un’opinione pubblica e un contesto organizzato sempre più informato e agguerrito. Questo punto mi sembra fondamentale, e fa la differenza anche con il modo in cui viene affrontato il problema della partecipazione, sia in Toscana che in Liguria, dove i processi partecipativi sono stati regolati per legge, ma in modo puntuale, su singoli temi, ogni volta ricominciando da capo con interlocutori differenti.
Comunque mi levo tanto di cappello di fronte allo sforzo che loro hanno fatto.
Mi sembra che sia forte il rischio di perdere di vista il bene comune generale...
Per questo secondo me la strada da seguire è quella di allargare o di restringere l’ambito degli organismi che partecipano alla consultazione, delle tematiche affrontate, del territorio interessato, a seconda di come si presenta la situazione. Quando si creano delle impasse, per esempio nel caso in cui la gente difenda esclusivamente il proprio territorio fregandosene di quello degli altri, l’unica maniera per sbloccare le situazioni, è allargare il giro.
Ovviamente sono processi lunghi, complessi, e dall’esito molto incerto; però se lo vedi come un percorso, è una strada che promuove una maggiore partecipazione. Questo ce lo ha insegnato anche Luigi Bobbio, che quando si occupava dell’inceneritore di Torino, cercava di portare a un confronto -e anche a una contrapposizione- le localizzazioni alternative, dicendo: dite voi le ragioni per cui non lo volete. Se sono esclusivamente in difesa dei vostri interessi personali, mettetevi in rapporto con quelli degli altri, che magari hanno, o accampano, delle ragioni più generali. Cercate di universalizzare le vostre ragioni, e poi le mettiamo a confronto... Non ha concluso granché neanche così, però questa era una maniera giusta di procedere, mentre il sorteggio o la consultazione una tantum sono cose dispersive perché non sono molto rappresentative e, se lo sono, rappresentano solo lo stato di cose presenti, perché, come ho detto, la volta dopo devi ricominciare da capo con degli interlocutori altrettanto casuali. Invece è bene creare continuità; continuità anche fra chi si occupa dell’acqua e chi si occupa dei rifiuti o chi si occupa della mobilità, perché in questo modo tutti capiscono che non esistono solo loro, e che non esiste solo il "loro” problema.
Si forma gradualmente una visione più generale, che non è semplicemente "non voglio l’inceneritore o la discarica di fronte a casa mia”. La costruzione di una consapevolezza necessaria a promuovere una riconversione ecologica richiede che ci si renda conto della gamma molto ampia dei problemi in campo, che si abbia una percezione il più possibile precisa che i problemi sono tanti e interferiscono fra di loro.
La partecipazione comporta un cospicuo dispiego di tempo, nello specifico la partecipazione della gente ha dei costi anche personali...
Ci sono due problemi: uno è quello immediato. Per questo occorre che la partecipazione sia mediata: per esempio, i piccoli artigiani in genere non riescono a partecipare a questo tipo di consulte, possono però incontrarsi ogni tanto in qualche sede, proprio per la definizione dei loro interessi, e delegare qualcuno a rappresentarli. E’ un processo lungo e complicato, ma non c’è alternativa.
Il secondo, invece, si potrebbe chiamare elogio della lentezza. Ricordo molto bene Giovanni Arrighi che diceva: nelle tribù africane -tra le quali aveva lavorato come economista e come antropologo- si passa metà del tempo non a lavorare, ma a discutere. Sembra che perdano tempo, in realtà loro tengono insieme la comunità attraverso queste discussioni. Tra l’altro, per ritornare al 68, la partecipazione a un processo collettivo è fonte, non diciamo di felicità, ma di benessere, se la cosa avviene in maniera costruttiva, con finalità di miglioramento, di emancipazione, di autonomia.
Per questo la costruzione di una democrazia partecipata viaggia contestualmente al processo di riappropriazione del tempo. Quindi ritorniamo al problema della riduzione degli orari di lavoro.
E’ tutto molto utopistico, ma dobbiamo avere il coraggio dell’utopia, perché con quello che stiamo facendo ora si va incontro alla catastrofe; bisogna che tutti quanti ci rendiamo conto che o si fa così, oppure si muore.
Costruire una strada diversa richiede questa dimensione utopica, di lungo periodo, che però ha anche un’urgenza, una razionalità e una ragion d’essere molto forti nel presente.