Fiorella Farinelli, assessore al Comune di Roma, si occupa di servizi all’educazione e politiche giovanili.

Il viaggio si è svolto in ottobre, proprio nei giorni dell’anniversario dei sessant’anni dall’emanazione delle leggi razziali in Italia, quando è iniziata anche la deportazione di centinaia di cittadini ebrei dal Ghetto di Roma verso Auschwitz e Birkenau.
Noi abbiamo organizzato questo viaggio con la comunità ebraica di Roma e con l’Associazione Nazionale dei Deportati, utilizzando delle risorse del Ministero della Pubblica Istruzione,

Il motivo per cui noi, come amministrazione comunale, abbiamo organizzato questa cosa è sicuramente il desiderio di far sperimentare agli studenti un rapporto inedito fra storia e memoria, attraverso la presenza di ex deportati che parlassero direttamente con loro. Volevamo inoltre far fare agli studenti un’esperienza che rafforzasse in qualche modo la loro identità di cittadini di questa città. Abbiamo infatti l’impressione che questa generazione incontri molti problemi a costruirsi una propria identità. Questo deriva da vari fattori, dal fatto che gli Stati nazionali nel processo di globalizzazione da una parte e di europeizzazione dall’altra perdono identità; dal fatto che i nostri ragazzi crescono con l’impatto di un’informazione mondiale, che arriva direttamente nelle case, tramite la televisione, continuando però ad avere difficoltà a trovare, invece, le proprie radici. Anche le famiglie, tutto sommato, si dedicano poco alla trasmissione della memoria. Forse questa è la prima generazione che non usufruisce del racconto dei genitori e dei nonni; vivono dentro una società adulta che è piuttosto afasica, che non si permette più di progettare il futuro, che naviga un po’ a vista che non racconta il passato e non prospetta un futuro.
Psicologi e sociologi parlano di una generazione ancorata in un presente mondializzato, in cui i contesti di riferimento per la costruzione dell’identità sono labili.
Questo è un problema e, per esempio, in Francia, ora si sta discutendo molto su quale sia il senso di cittadinanza in una situazione in cui è difficile costruire la propria identità di cittadino del mondo, del proprio Stato nazionale, della propria città. Senza parlare della crescente multietnicità delle nostre città.

Allora l’insegnamento della storia nella scuola è in grado di affrontare queste questioni? E’ in grado di far studiare il ’900, il presente, la contemporaneità, dando un contributo alla costruzione dell’identità?
Quando siamo partiti, chiacchierando con i ragazzi, con gli insegnanti che li accompagnavano, veniva fuori che ragazzi di diciott’anni, provenienti da scuole superiori di tutti i tipi, licei, istituti tecnici, istituti professionali sia del centro che della periferia, di tutta questa vicenda sapevano pochissimo. Se interpellati, mettevano insieme poche briciole, sintomaticamente di cultura cinematografica, perché alcuni di loro avevano visto il film di Spielberg, altri quello di Benigni, qualcuno ricordava delle pagine del Diario di Anna Frank, lette alla scuola media, ma tutto sommato poco più.
Addirittura, alla domanda: "Sai dov’è il Ghetto di Roma?", non sapevano proprio localizzarlo, nonostante la città di Roma conservi moltissime tracce di questa vicenda. E il paradosso è che se invece si chiede loro se riconoscono la svastica, naturalmente rispondono tutti di sì. Del resto, le svastiche sono sulle pareti delle scuole, sono sulle pagine dei libri scolastici, allo stadio si grida: "Ai forni!" contro la squadra avversaria. E in genere la maggioranza degli studenti che parlavano con noi sembravano sottovalutare questi segni: "Ma queste sono stupidaggini, sono un’abitudine, forse una cattiva abitudine, però non c’è niente di male...".
I ragazzi usano spesso anche la parola fascismo, però evidentemente senza una riflessione e senza un’adeguata conoscenza storica, spesso anche impropriamente. Qualcuno mi ha detto: "Ma, assessore, all’inizio della V, siamo ancora alla rivoluzione francese!".
L’insegnamento della storia in Italia è di tipo ancora sequenziale, storicistico e basato sulla convinzione che non si possa capire ciò che è più vicino a noi se non si è studiato dalla Preistoria ad oggi, col risultato che all’oggi non ci si arriva praticamente mai!
Mentre l’insegnamento della storia ha tra le sue missioni proprio la consapevolezza del perché siamo come siamo. E poi così le domande sul presente non vengono utilizzate come scandaglio per ricostruire il passa ...[continua]

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