Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri

L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi

UNA CITTÀ n. 80 / 1999 Ottobre

Intervista a Fiorella Farinelli
realizzata da Barbara Bertoncin

IL QUOTIDIANO DI ALLORA
Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi. Intervista a Fiorella Farinelli.

Fiorella Farinelli, assessore al Comune di Roma, si occupa di servizi all’educazione e politiche giovanili. Il viaggio si è svolto in ottobre, proprio nei giorni dell’anniversario dei sessant’anni dall’emanazione delle leggi razziali in Italia, quando è iniziata anche la deportazione di centinaia di cittadini ebrei dal Ghetto di Roma verso Auschwitz e Birkenau. Noi abbiamo organizzato questo viaggio con la comunità ebraica di Roma e con l’Associazione Nazionale dei Deportati, utilizzando delle risorse del Ministero della Pubblica Istruzione, Il motivo per cui noi, come amministrazione comunale, abbiamo organizzato questa cosa è sicuramente il desiderio di far sperimentare agli studenti un rapporto inedito fra storia e memoria, attraverso la presenza di ex deportati che parlassero direttamente con loro. Volevamo inoltre far fare agli studenti un’esperienza che rafforzasse in qualche modo la loro identità di cittadini di questa città. Abbiamo infatti l’impressione che questa generazione incontri molti problemi a costruirsi una propria identità. Questo deriva da vari fattori, dal fatto che gli Stati nazionali nel processo di globalizzazione da una parte e di europeizzazione dall’altra perdono identità; dal fatto che i nostri ragazzi crescono con l’impatto di un’informazione mondiale, che arriva direttamente nelle case, tramite la televisione, continuando però ad avere difficoltà a trovare, invece, le proprie radici. Anche le famiglie, tutto sommato, si dedicano poco alla trasmissione della memoria. Forse questa è la prima generazione che non usufruisce del racconto dei genitori e dei nonni; vivono dentro una società adulta che è piuttosto afasica, che non si permette più di progettare il futuro, che naviga un po’ a vista che non racconta il passato e non prospetta un futuro. Psicologi e sociologi parlano di una generazione ancorata in un presente mondializzato, in cui i contesti di riferimento per la costruzione dell’identità sono labili. Questo è un problema e, per esempio, in Francia, ora si sta discutendo molto su quale sia il senso di cittadinanza in una situazione in cui è difficile costruire la propria identità di cittadino del mondo, del proprio Stato nazionale, della propria città. Senza parlare della crescente multietnicità delle nostre città. Allora l’insegnamento della storia nella scuola è in grado di affrontare queste questioni? E’ in grado di far studiare il ’900, il presente, la contemporaneità, dando un contributo alla costruzione dell’identità? Quando siamo partiti, chiacchierando con i ragazzi, con gli insegnanti che li accompagnavano, veniva fuori che ragazzi di diciott’anni, provenienti da scuole superiori di tutti i tipi, licei, istituti tecnici, istituti professionali sia del centro che della periferia, di tutta questa vicenda sapevano pochissimo. Se interpellati, mettevano insieme poche briciole, sintomaticamente di cultura cinematografica, perché alcuni di loro avevano visto il film di Spielberg, altri quello di Benigni, qualcuno ricordava delle pagine del Diario di Anna Frank, lette alla scuola media, ma tutto sommato poco più. Addirittura, alla domanda: "Sai dov’è il Ghetto di Roma? ", non sapevano proprio localizzarlo, nonostante la città di Roma conservi moltissime tracce di questa vicenda. E il paradosso è che se invece si chiede loro se riconoscono la svastica, naturalmente rispondono tutti di sì. Del resto, le svastiche sono sulle pareti delle scuole, sono sulle pagine dei libri scolastici, allo stadio si grida: "Ai forni! " contro la squadra avversaria. E in genere la maggioranza degli studenti che parlavano con noi sembravano sottovalutare questi segni: "Ma queste sono stupidaggini, sono un’abitudine, forse una cattiva abitudine, però non c’è niente di male…
". I ragazzi usano spesso anche la parola fascismo, però evidentemente senza una riflessione e senza un’adeguata conoscenza... [ continua ]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.Se sei un abbonato on-line, o hai acquistato un Pacchetto di interviste o articoli clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento on-line o il Pacchetto di interviste.

Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento on-line gratuito!



archivio
Le tombe vuote

La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

La buccia delle mele

L’odissea di un giovane ebreo belga, di famiglia sefardita turca, nell’Europa delle deportazioni e "l’assurdo” di Auschwitz; la voglia di vivere e la diffidenza per i ricordi che demoralizzano; le difficoltà, dopo la liberazione, per ritrovarsi e l’indifferenza delle autorità turche; la questione del ladino. Intervista a Haïm Vidal Séphiha.

8 maggio 1945

Una data sulla quale si incrociano memorie diverse: l’inizio di un periodo di pace per l’Europa occidentale, l’inizio dell’occupazione sovietica per quella orientale, il massacro di Setif per i magrebini; l’istituzionalizzazione della memoria crea anche conflitti; la necessità di un’attualizzazione della memoria.
Intervista a Enzo Traverso.
Arrivarono a Auschwitz a piedi

Un interesse, quello per gli zingari, nato per caso, e proseguito nella frequentazione del campo. La scarsa copertura storiografica dello sterminio nazista. Il difficile rapporto con la memoria di una cultura orale. Un pregiudizio diffuso anche a sinistra.
Intervista a Paolo Finzi.

I rituali inutili

La memoria che oggi sembra perdersi nell’attualità, nel consumo degli oggetti, nel non aver più tempo per prendersi una pausa; il ruolo anche positivo dell’oblio che si intreccia con quello del ricordo. La funzione di un di gesto, o di un oggetto mediatore, che sposta, spiazza, apre al ricordo e al dialogo. La pena può essere proprio nello sguardo dell’altro che sa; la scoperta delle complicità.
Intervista ad Andrea Canevaro.


Ruanda
Un gruppo di scrittori africani ha vissuto per due mesi in Rwanda per poi raccontare il genocidio. Il problema che pone l’uso della fantasia letteraria e di lingue leggibili da pochissime persone. Le responsabilità storiche gravissime delle potenze coloniali e quelle politiche, altrettanto gravi, della Francia rispetto al genocidio. Il pregiudizio razzista che l’Africa sia un problema in sé, che sia diversa.
Intervista a Boubacar Boris Diop.

La vergogna
della tortura

Le ferite riportate dalle torture non si cancellano, restano, continuano a riaprirsi in un silenzio dovuto, spesso, alla vergogna per aver abbandonato i cari o per aver subìto violenze psicologicamente devastanti. Un fardello di cui non ci si potrà mai liberare del tutto. E’ lo psicoanalista a dover avvicinarsi alle barriere. L’importanza di far venire alla luce la storia.
Intervista a Anna Sabatini Scalmati.

Non provavo colpa, vergogna sì

L’intervento-intervista di Hans Koschnik al convegno di Sarajevo sulla memoria.
La cospirazione del silenzio

Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".
Lo sgabuzzino buio

Cosa sanno della shoà i ventenni di oggi? Una ricerca svolta all’Università di Torino con un gruppo di liceali offre una traccia preziosa di lavoro. Perché bisogna evitare di colpevolizzare in partenza i ragazzi. L’importanza delle nozioni e la lotta al pregiudizio, che non è mai vinta per sempre.
Interventi di Anna Bravo e Fabio Levi.

Il quotidiano di allora

Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi.
Intervista a Fiorella Farinelli.
Piccoli pezzi di vita

Il problema drammatico di una memoria che non passa più nell’esperienza quotidiana e familiare. Lo spettacolo dell’orrore che rischia di suscitare rimozione e banalizzazione. Il surrogato dei film usati dalla scuola per consegnare la verità ai giovani. Arrivederci Ragazzi e Schindler’s list.
Di Andrea Canevaro.







chiudi