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Bianca Guidetti Serra, avvocatessa torinese, per anni ha difeso gratuitamente operai, studenti...


  
UNA CITTÀ n. 36 / 1994 Novembre

Intervista a Bianca Guidetti Serra
realizzata da Gianni Saporetti

SAPERE DI CAPIRSI
Un gruppo di amici di scuola che nelle leggi razziali del ’38 ebbero l’iniziazione alla politica. Le cartoline da Auschwitz di Primo Levi. La delusione del comunismo, un impegno che è continuato e, al di là della politica, lo straordinario valore, nella vita, dell’amicizia. Intervista a Bianca Guidetti Serra.

Bianca Guidetti Serra, avvocatessa torinese, per tanti anni ha difeso gratuitamente operai, studenti e associazioni.

Quello delle cartoline è solo un episodio un po’ curioso perché credo avvenisse raramente di ricevere posta dai campi.

Primo Levi fu preso con altre due nostre amiche, Luciana Nissim e Vanda Maestro, mentre, subito dopo l’8 settembre, stavano in montagna, a Brusson, in Val d’Aosta, dove si erano recati per vedere di unirsi alle prime bande. E dopo essere stati portati a Fossoli, il campo di smistamento italiano, sono stati tutti deportati in Germania, dove la Vanda è morta. La Nissim, fortunatamente, è ancora viva e fa la psicanalista da tanti anni a Milano... Allora, quando in treno, tutti e tre, stavano andando in Germania, sono riusciti a scrivermi una cartolina. Sapevano che, non essendo ebrea, non correvo determinati rischi ed ero un indirizzo di riferimento perché molti dei loro parenti erano nascosti. E’ successo poi che al campo, dopo un certo periodo, Primo ha avuto a che fare, sia pure in modo non costante, con un operaio piemontese che era lì per lavorare, uno di quelli presi non per ragioni politiche, che, per lo meno in teoria, non era un prigioniero, ma che, comunque, aveva dei rapporti con l’esterno. E questo operaio non solo gli lasciava un certo nascondiglio ogni tanto, cosa che lo salvò, ma scrisse anche a nome di Primo due o tre cartoline postali in cui diceva che Primo stava bene. Cartoline che feci in modo di trasmettere alla famiglia che era nascosta e con cui ero in contatto. Fra l’altro ogni tanto vedevo la sorella, che era un’attivista della Resistenza, e sapevamo, quindi, dove trovarli. Tutto qui, non c’è niente di più di questo. Credo che ora una o due di queste cartoline siano a Milano al museo della Resistenza, o a un museo civico, non so bene, perché poi io appena le ricevevo le portavo alla famiglia.

Noi eravamo amici da prima, eravamo coetanei, eravamo un gruppo di giovani che si trovavano come tutti i giovani: grandi gite in bicicletta, gite in montagna, le cose che, a quell’età, facevano tutti. E a parte chi aveva una famiglia di antifascisti, molti di noi erano inseriti in quel contesto generale che è noto: senza avere atteggiamenti di impegno particolare con le attività fasciste, però non c’era neanche un distacco, si andava a scuola, si era iscritti. Si discuteva molto, si leggeva quello che era possibile. E non è che fosse così facile avere libri, certi libri per lo meno. Avevi la grande letteratura in edizioni standard, che era già molto, comunque si leggeva molto e ci scambiavamo le idee sulle letture. Ma fu soprattutto nel ’38, in conseguenza delle leggi razziali, che abbiamo cominciato a prendere contatto con la realtà, a guardarci intorno, a discutere seriamente di politica. In quegli anni lì è maturata una scelta. Su altre cose, non avendo strumenti e neanche qualcuno vicino che ti dicesse delle cose, era più difficile capire, ma su quello invece la scelta divenne chiara.

Ma non per tutti fu così, ovviamente. Anzi. Adesso lei riderà, ma io che vado per le scuole a raccontare queste cose, mi faccio delle fotocopie da distribuire, le ho date anche a dei miei conoscenti, coetanei o quasi, perché nessuno si ricorda che cosa erano quelle leggi, che cosa prevedevano. E se inconfutabile fu la responsabilità e la volontà dei fascisti -ma questo lo dicono gli storici e non c’è bisogno che lo dica io-, dalla maggioranza furono vissute nell’ignoranza e nell’indifferenza, perché non c’erano grandi comunicazioni. I giornali erano prestabiliti, davano le notizie, ma non c’era il testo, non c’era l’elenco delle limitazioni a cui gli ebrei venivano sottoposti, dei mestieri da cui venivano esclusi. Non si capiva che praticamente erano esclusi da tutto e che riuscire a vivere per loro diventava un problema. Poi in molte città non c’erano tanti ebrei e quei pochi spesso non erano conosciuti, per cui non ci si rappresentava bene il significato della cosa. Fu più evidente per qualche gruppo di studenti perché erano compagni di scuola o di studi. All’improvviso si vide che nessuno si poteva più iscrivere all’università e che, fra gli studenti ebrei, potevano finire l’università soltanto quelli della mia generazione, quelli, cioè, del ’18, del ’19, perché già iscritti. Ma dopo di loro nessuno poteva andarci più. Sono cose di cui ti accorgi perché non hai più vicino una certa persona. E stiamo parlando di Torino, di una città provinciale, relativamente piccola e di un ambiente piccolo e medio borghese in cui ci si conosceva quasi tutti. Così come all’università, allora molto meno numerosa come allievi, ci si conosceva anche tra persone di facoltà diverse. E tutto questo creò anche un tipo di disagio, di chiusura sia da parte dei giovani ebrei che si sentivano esclusi sia da parte degli altri che non sapevano bene, che non capivano. E si creavano anche delle incomprensioni. Altri invece erano proprio fascisti che stupidamente -dico stupidamente perché proprio delle cose feroci non ne ho mai viste- facevano qualche irrisione all’università. Ad una di queste ho assistito personalmente. Quello che sarebbe poi divenuto mio marito, ebreo, era venuto ad aspettarmi all’università e uscendo lo vidi attorniato da un gruppetto che lo stava apostrofando dicendo che aveva i piedi piatti, eccetera... E quelli erano forse i fascistelli più stupidi, come sempre c’è quello che fa solo dell’esibizionismo, i più pericolosi magari erano altri. Comunque era piuttosto sgradevole, anche perché non c’era possibilità di reazione. Allora tutto ciò ha spinto gli ebrei a rinchiudersi dentro la comunità: hanno costituito la scuola ebraica, formato un coro, facevano lì le iniziative culturali. Il che li isolava sempre di più, per cui diventava difficile mantenere dei contatti se non avevi dei rapporti di amicizia.

Però il segnale era stato inequivoco perché giovani della mia generazione capissero com’era la situazione, cos’era il razzismo. La mia famiglia, per esempio, era una famiglia non fascista, ma in cui non si era mai andati oltre l’irrisione della grossolanità del fascismo. Forse mia madre, che era di origine proletaria, aveva un tono un po’ più aggressivo nel senso che ricordava i tempi antecedenti alla prima guerra mondiale e ci raccontava degli scioperi, che ora erano vietati... La questione razziale, invece, capitò nell’età in cui si incominciava a capire: studiavo giurisprudenza, una delle materie era diritto coloniale, dove ti spiegavano che c’erano delle norme diverse di trattamento verso questi che erano cittadini italiani, ma cittadini di un certo tipo, o diritto corporativo in cui ti spiegavano che la collaborazione degli imprenditori coi lavoratori era il modo migliore per far funzionare l’economia del paese...

Dei campi non sapevamo quasi niente.
Non ho conosciuto nessuno che mi raccontasse qualcosa di più. Sui giornali non c’era proprio niente. Quello che sapevi era dell’arresto e vagamente dei campi, perché, a un certo momento, si è saputo che c’erano i campi di smistamento, poi si sapeva dei campi dei militari, dove erano finiti alcuni soldati, poi certo quando cominciò la caccia agli ebrei... Ma, tutto sommato, se ne parlava, appunto, come dei campi di concentramento che c’erano stati nella prima guerra mondiale, campi, cioè, dove la gente stava male, mangiava poco, e dove magari si ammalava di più. Ma della gravità, della eccezionalità rappresentata da quei campi, di quella metodicità di eliminazione, non ricordo che qualcuno ne parlasse. Quando ricevetti la prima cartolina di Primo ero contentissima, era una notizia ed ero felice di riuscire a consegnarla alla mamma di Primo perché pensavo che anche lei sarebbe stata molto contenta. Invece lei guardò la data e disse: "Ma adesso è passato un mese da quando è stata spedita...". Aveva immediatamente colto questa cosa a cui io superficialmente non avevo pensato. Quindi una preoccupazione per i rischi di vita c’era, ma credo fosse comunque legata alla paura che nel campo si stesse male, si prendessero delle malattie, che non potessero essere curati adeguatamente... Solo molto più avanti forse si è saputo qualcosa di più, verso la fine della guerra, quando arrivava qualcuno che era fuggito o qualcuno che era stato prigioniero militare o qualche figlio di personaggi compromessi col regime di Salò ma che era stato deportato in quanto militare e poi rilasciato... Ecco qualche notizia era arrivata, ma che non dava comunque il senso della gravità di ciò che era successo.

Il ritorno? Telefonò la sorella e mi disse che Primo era ritornato. Allora io e mio marito siamo andati a casa sua, che era poi la stessa di corso Umberto dove abitava prima e dove poi ha abitato tutta la vita. Siamo arrivati lì e ci siamo dati la mano: "Ciao, come stai?", e lui mi ha detto "grazie", perché c’era stata questa storia delle cartoline. Era il nostro modo. C’era un grossissimo affetto tra noi, intensissimo, tant’è che due o tre giorni prima che lui morisse ci siamo incontrati, siamo andati a spasso insieme, e lo facevamo da quarant’anni, però era quello il nostro modo di fare e forse era più caratteristico allora. L’idea di darsi un bacio, un abbraccio, proprio non veniva, ma non perché non ci fosse il desiderio di esprimersi anche affettuosamente. Poi sempre in casa sua abbiamo ricominciato a chiacchierare, a rivederci. Lui ha cominciato a raccontare subito. Ammesso che si possa teorizzare, fra i deportati, lo sapete, ci sono stati due atteggiamenti, due reazioni: quella di cadere nel silenzio, di non poter più dire nulla, e quella invece di volere, di sentire di dover raccontare. Primo Levi era certamente fra i secondi. Le cose che poi ha scritto aveva cominciato a raccontarle nell’immediatezza del ritorno, naturalmente un poco per volta perché il racconto era molto abbondante di notizie e complesso. Ma anche a distanza di tanti anni, nelle nostre conversazioni, era frequentissimo il riferimento a qualche episodio e a qualcuno di quei personaggi, in parte diventati personaggi dei libri e in parte no, ma ormai divenuti familiari a me e agli altri amici.

Prima di scrivere "I sommersi e i salvati", che per me resta il suo grande messaggio, questo suo grande sforzo per capire la collocazione delle persone, ne aveva parlato per 10 o 15 anni. Penso che l’ansia di capire le persone, del perché certe persone si comportano in un determinato modo, di capire gli indifferenti, ce l’avesse dentro, era una cosa che, come si dice, gli urgeva dentro. E ne parlava sempre. Ma non vorrei farlo passare per un maniacale, si parlava di tante cose, ma era un tema presente, che non ha mai abbandonato e che condivideva con molti amici.

Primo vedeva il rischio che si ripetesse. Ricordo infatti che lui aveva molta attenzione per tutti i fenomeni di strage, di genocidio, che si sono verificati, come la Cambogia per esempio. Mi ricordo che cercava di informarsi per riuscire a capire se era la stessa cosa, che affinità c’erano con Auschwitz, quali rischi potevano riproporsi. Ed è importante vedere anche le differenze, bisogna fare attenzione: una strage bellica fatta in un contesto, anche ingiusto, di conflitto tra le parti e anche di abuso da parte di una forza rispetto a un’altra più debole, è una cosa tremenda ma è diversa dallo sterminio organizzato, determinato. Ecco, Primo era molto attento a questo. Ricordo proprio che della Cambogia cercava di leggere tutto perché là, in un primo periodo, c’erano state queste grandi stragi fatte proprio per distruggere le persone e quindi le affinità c’erano.

Noi non siamo mai diventati un gruppo omogeneo politicamente o addirittura un gruppo politico. Infatti ciascuno, politicamente, ha preso una strada abbastanza diversa, anche se tutti con un certo impegno... Io, ad esempio, diventai comunista, Primo Levi non lo fu mai neanche in avvicinamento, lui era di visioni democratiche, socialiste in un certo senso, ma certamente non comuniste. Una parte del gruppo si è dispersa andando in qualche altra città, ma il legame è rimasto abbastanza, infatti ci si ritrova ancora... Adesso sono due anni che non ci vediamo perché siamo vecchi, però il rapporto di amicizia è rimasto sempre. C’era forse un’affinità politica, forse in un senso più ampio, perché certamente nessuno era fascista, nessuno era filofascista, nessuno era conservatore... alcuni minimi comuni denominatori c’erano.

Io poi, dopo la Resistenza, per un certo periodo ho fatto la funzionaria sindacale, la funzionaria di partito fino al ’49, poi ho deciso di fare l’avvocato perché già mi sentivo in dissenso con il partito comunista, poi nel ’56 sono uscita e non mi sono più iscritta a nessun partito. Però ho continuato anche nel mio mestiere a impegnarmi, mi sono occupata di 4, 5, 2O, 30 associazioni, non ricordo neanche più, nel ’68 ho fatto l’avvocato veramente per centinaia di ragazzi... Ho fatto una scelta, cioè, che mi permettesse di restare fedele al mio modo di pensare senza legarmi però a una situazione politica che non condividevo più. Insomma, quella del ’56 era stata una rottura importante. Per me il comunismo voleva dire proprio solidarietà, rispetto dei compagni, amore, quando ho letto e saputo alcune delle cose che erano successe mi è sembrato doveroso dare un segnale a quelli che sapevano: queste cose non si possono accettare. Io sono rimasta lì, non le dimentico: l’eliminazione dei compagni, l’inganno, l’uso sistematico della violenza... Così continuai a inseguire i miei ideali svolgendo la mia attività di avvocato, e lo faccio ancora oggi, entro certi limiti naturalmente, per quel che posso.

Le amicizie nate nella politica furono diverse. Io stessa le ho vissute. Sono esperienze che possono essere anche esaltanti perché c’è una grande comunione, però quando uno si distacca diventa immediatamente un eretico. Sottoposte, cioè, alle tensioni della ragione politica a volte si rompono, e infatti, quando queste cessano, a distanza di tempo, si può ritornare abbastanza amici. Con molte persone con cui i rapporti si ruppero quando uscii dal Pci, a distanza, da vecchi, quando ci si reincontra ci si racconta come è andata "quella volta" e c’è di nuovo una cordialità e una comprensione reciproca dei propri errori e limiti. Mi ricordo uno che mi aveva attaccata moltissimo al congresso del partito perché avevo firmato un certo manifesto, ha scritto un pezzo dicendo che allora doveva aver sbagliato e che doveva usare un altro sistema, mentre io, pressoché contemporaneamente, avevo scritto un pezzo in cui dicevo: "devo aver sbagliato allora ma sono convinta di aver sbagliato nel modo, nella forma, non nella sostanza"...

E, allora, ritrovi magari quell’affinità da cui certamente le scelte politiche nascono e che possono, poi, farla smarrire. Nell’avvenimento politico, nella lotta politica, ci sono tensioni che, a volte, diventano fortissime e possono portare all’inimicizia totale...
Altre volte, purtroppo, questo non succede. Nel ’68 per esempio, anche se dall’esterno, vivendolo da spettatrice, mi è capitato di seguire le storie di molti e ho visto dei grossissimi antagonismi spesso ingiustificati. Una cosa molto brutta è stata la divisione che si è creata tra operai e studenti dopo aver raggiunto, pareva almeno, un punto di fusione. Oggi non c’è più un operaio che parli bene dell’epoca e che abbia conservato dei rapporti con gli studenti di allora. Questo secondo me è molto triste. Perlomeno io parlo di Torino, ma l’ho visto in qualche altro posto. E’ un legame che si è rotto. Quelli che si ritrovano ancora sono tutte persone che hanno fatto l’università, intellettuali, ma con gli operai non è rimasto nulla. Un’altra grande rottura è stata quella del terrorismo. Tanti giovanissimi, che nel ’68 avevano 16-17 anni, finirono in carcere per terrorismo, alcuni lo erano, altri meno, altri per niente. E non dico che i loro ex compagni più grandi dovessero solidarizzare, per carità, ognuno si doveva assumere la propria responsabilità, però non mi è mai capitato che venisse qualcuno a chiedermi: "Riceve i pacchi dai parenti?". Ecco, questo, qualche volta, me lo sarei aspettato.

Per temperamento non sono pessimista, cerco sempre di vedere cosa si può fare, questo anche nelle piccole cose, o, in generale, tento di inserirmi nei canali pensando appunto alla storia. Ho passato una sera con Margherita Hack, una volta che è venuta a Torino a fare una conferenza. Avevo assistito a questa sua conferenza in cui alla fine, come usa, si fanno le domande, e uno aveva chiesto: "Gli scienziati quante stelle ipotizzano che ci siano?", e lei ha risposto: "Sono numeri non quantificabili, però di massima si parla di 20 miliardi di galassie". A me queste 20 miliardi di galassie hanno molto colpito perché mi sono detta "che diavolo stiamo a fare noi qui?". Allora quando le cose mi vanno proprio male penso ai 20 miliardi di galassie, alle cose che stanno succedendo nell’universo che non raggiungeremo mai, non solo fisicamente. Se la dimensione è questa... Io ho un tipo di ottimismo fatto di rassegnazione rispetto a questo panorama che ci sfugge, nel senso che se non posso sapere, pazienza, non lo saprò, ma allora vediamo se vicino a me posso dare una mano a qualcuno che viene a chiedermi aiuto. E’ una compensazione...

L’amicizia è stata importante, per me moltissimo, ma credo anche per gli altri. Ritrovarsi con persone con cui, dopo un giorno, o dopo vent’anni magari, puoi ricominciare immediatamente un discorso e sapere che ci si capisce, cercarsi a distanza con una telefonata e l’altro dice una cosa e tu sai cosa vuol dire, è una grande ricchezza, una grande fortuna. Io metto l’amicizia alla pari degli affetti familiari più sublimi, forse in certi casi di più. Purtroppo non è così frequente perché è favorita da coincidenze, da esperienze personali, da affinità culturali. Io sono del ’19, quindi nel ’38 avevamo un po’ meno di vent’anni, oggi alcuni, purtroppo, sono morti, perché la nostra è una generazione in estinzione, come è naturale che sia, ma quell’amicizia, quell’accordo, sono sempre rimasti.



  



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