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UNA CITTÀ n. 77 / 1999 Maggio

Intervista a Settimia Spizzichino
realizzata da Barbara Bertoncin

QUELLA NOTTE DEL '43
L’arrivo improvviso dei tedeschi, la separazione della famiglia, la stazione, il treno, sei giorni di viaggio ammassati nel vagone, la Germania, la Polonia, il primo controllo, la madre che va da un’altra parte... Intervista a Settimia Spizzichino.

Settimia Spizzichino, pensionata all'epoca dell'intervista, è mancata il 3 luglio del 2000.

A Roma allora c’era il coprifuoco, come dappertutto, e un silenzio di tomba, anche perché di mezzi ce n’erano pochissimi, neanche biciclette, ed erano pochi quelli che potevano avere una macchina. Insomma, c’era il coprifuoco per tutta Roma, e una bella notte, eravamo a casa, saranno state le tre o le quattro del mattino, quando si cominciò a sentire un rumore, un vociare. Nel ghetto dove abitavamo, i palazzi si affacciavano su una via lunga e stretta, così sporgendosi dalla finestra mio padre vide molte famiglie ebree scendere in strada coi tedeschi. Venivano portati via. La gente usciva anche dal nostro portone, presto ci rendemmo conto di quello che stava succedendo: i tedeschi stavano portando via tutti.
La nostra casa era grandissima, c’erano quattro stanze, i soffitti alti, erano belle, bellissime case, e grandi, c’erano poi due stanze, delle quali una entrava dentro l’altra, per cui pensammo di metterci tutti in quest’ultima stanza, lasciando tutto aperto, così se i tedeschi entravano avrebbero visto una casa vuota, disabitata.
E così abbiamo fatto. Ma a quel punto mia sorella, la più piccola, mentre noi stavamo dietro le persiane a guardare quello che succedeva, presa dal panico è scappata, è scesa giù (abitavamo al terzo piano), e all’ultima rampa di scale, prima di uscire, trovandosi due tedeschi davanti, ha avuto paura ed è tornata indietro verso di noi. Questi l’hanno seguita, e così ci hanno trovato.

Era la mattina del 16 ottobre, giorno della prima deportazione. Ci hanno radunato a 200 metri da casa, c’erano tante famiglie ferme là, ci hanno caricato su un camion e ci hanno portato al Collegio militare, una scuola vicino alle carceri. Eravamo 1.090 persone, e siamo rimasti lì due giorni con tutti i disagi, seduti nei banchi di scuola. Ci avevano detto di portarci qualcosa da mangiare, i soldi, l’oro, anche se non avevamo niente; solo di fame ce n’era tanta. Dopo un paio di giorni sono ritornati gli stessi camion, e ci hanno portato alla stazione Tiburtina, la seconda stazione di Roma. Là ci hanno caricati in questi carri bestiame, e siamo partiti per Auschwitz.
C’era mamma che diceva: "Ma tanto che ci fanno? Ci porteranno a lavorare nei campi di lavoro". Non avevamo capito, tanto era lo spavento, la paura; neanche il fatto che portassero via pure vecchi e bambini ci ha insospettito. "Che vuoi che ci facciano, mica ci ammazzeranno", continuava a dire mia mamma.

Mentre ci portavano via, mio padre riuscì a prendere una via traversa, mia madre lo vide e cercò di fermarlo, ma lui gridò qualcosa a proposito di mio fratello.
Voleva avvisare mio fratello, quello che non abitava con noi, perché era già sposato. Ma non ci riuscì, poco tempo dopo fu preso anche lui, era venuto a Roma per prendere un po’ di cose. Una sorella riuscimmo a farla passare per una cameriera, un’altra invece si salvò perché stava in un paese col marito. Si erano già nascosti, non dai tedeschi, ma per paura dei bombardamenti. Quel giorno, il 16 ottobre, lei però era venuta a Roma a trovarci, perché ci aveva rimediato un pezzo di abbacchio, un po’ di farina, aveva un fagottello per noi. Dalla stazione si era diretta verso casa, ma mentre era sul tram vide una famiglia di ebrei, che conosceva di vista, che piangevano. Così mia sorella si chiese che cosa potesse essere successo. Mia sorella guardava loro, e loro guardavano mia sorella, però non parlavano. Poi, a un certo momento questa famiglia notò che mia sorella aveva un fagotto, e le chiesero dove stesse andando: "Vado a trovare mamma. Le ho portato qualcosa", disse, e loro: "Non ti avvicinare al ghetto, stanno portando via tutti gli ebrei". Così quel giorno lei rimase sola, con questo fagotto, a girare per Roma chiedendo notizie, ma tutto quello che le dicevano era che avevano preso gli ebrei, nient’altro. Poi si fece notte, e tornò a casa, al paese.
A partire fummo mamma, mia sorella Ada, che era più grande di me, io, la sorella più giovane di me, poi mio fratello, e la bambina. Oltre a questi intimi della famiglia, partirono anche degli zii, dei cugini, parenti. Infatti quando arrivammo ad Auschwitz, scesi dai carri bestiame, vedemmo anche una sorella di mia mamma, che abitava lontanissimo, in campagna, ma erano andati a prenderla anche là, avevano l’indirizzo; in un altro carro c’era poi il fratello di mamma, che abitava vicino a noi nel ghetto, e la sorella.

Bruttissimo il viaggio. Un uomo cercò di fare un buco con il coltello nel legno, dentro il vagone, perché eravamo in cinquanta dentro questo carro bestiame. Avevamo messo una specie di tenda per fare un angolino dove fare i nostri bisogni, perché i tedeschi ci aprivano solo una volta al giorno, e anche quando ci aprivano in aperta campagna stavano lì col mitra, dovevamo farlo davanti a loro. Così, quest’uomo aveva fatto questo buco... Sei giorni così.
Ma noi non avevamo capito, neanche all’arrivo. Pensavamo ancora a un campo di lavoro.
All’arrivo ci hanno diviso subito tra uomini e donne. Quella è stata la prima divisione, poi è arrivato Mengele, che ha fatto la prima selezione e io, mia sorella, quella più giovane e le altre ragazze del ghetto fummo portate al campo di lavoro. Mamma e l’altra mia sorella più grande andarono subito alle camere a gas.
Lì per lì noi non sapevamo niente di quello che stava succedendo, eravamo storditi: due giorni al collegio militare, sei giorni di viaggio, la fame, la sporcizia, la miseria, la sozzeria che ci si era formata addosso, il numero, la tosatura dei capelli, la doccia, il vestiario, perché ci avevano spogliate nude appena arrivate...
La sera poi arrivarono in baracca delle prigioniere scheletrite, tutte senza capelli, pensavamo fossero uomini, e vennero a informarsi da dove venivamo. Loro erano polacche, francesi, tedesche, di tutto. Mi ricordo che vennero queste donne e ci chiesero chi eravamo. Quando seppero che venivamo da Roma vollero sapere se Roma era libera; dicemmo che non era stata ancora liberata: "Ma gli americani sono a Cassino" dissero, "Sì, ma Cassino non è Roma". Erano molto informate, sapevano le lingue, di politica, sapevano tutto sull’andamento della guerra. Ci raccontarono tutto, delle camere a gas... ma noi ancora non volevamo crederci. Ce ne siamo però rese conto subito, dopo pochi giorni...
Avevamo una ciotola di ferro smaltato, ma alla mattina, quando ci svegliavamo, c’era prima di tutto l’appello. Tutta la baracca fuori, in ogni baracca c’erano più di mille persone, anche 1.500, dieci in ogni tavolaccio. Tornando indietro, dopo l’appello, distribuivano una specie di minestra che pareva proprio acqua, ma noi i primi giorni non avevamo niente dove poterla mettere, allora la capò ci diede una ciotola che poteva contenere due litri di acqua, e ci disse che era per dieci. Solo che non avevamo il cucchiaio, come facevamo a dividere? Allora, ci siamo messe in circolo e abbiamo preso un sorso ciascuna. I primi giorni è andata così. Poi ci siamo vendute la razione del pane per rimediare prima la ciotola, poi il cucchiaio.

Dopo l’appello si tornava in baracca, stavamo tutto il giorno lì, e poi di nuovo l’appello al pomeriggio. Gli appelli duravano ore, perché contavano tutto il campo, migliaia e migliaia di persone.
Siamo arrivate che era la fine di ottobre e una mattina ci siamo svegliate trovandoci sommerse dalla neve, non ci eravamo accorte di niente. Eravamo sempre rasate, vestite poco, e cominciavano i primi raffreddamenti, bronchiti, polmoniti. Siamo andate avanti così. Poi ci portarono a lavorare. Erano lavoracci, lavori per farci morire: spalare la neve dalle rotaie, costruire baracche, non erano lavori di rendimento. Era un inverno tremendo, e si moriva, noi italiane specialmente, perché sovente ci menavano perché non sapevamo la lingua. In più continuavano le selezioni, e si cominciava a perdere molte compagne. Mia sorella a un certo punto si sentì impazzire. Aveva 19 anni, era una bella ragazza. Una volta volle andare all’ospedale, noi la avvertimmo: "Non andarci, perché ti portano alla camera a gas", ma lei, ormai, voleva lasciarsi morire. Allora andai con lei, per non lasciarla sola. Però ci misero in posti diversi, così la persi di vista, e non ho saputo più niente di lei. E’ stata l’ultima volta che l’ho vista.

Rapporti umani non ne esistevano con nessuno, perché c’era il fattore sopravvivenza. Innanzitutto, c’era la necessità di sopravvivere, c’erano delle capò che erano tremende, menavano, rubavano, ci facevano rigare dritto, ci facevano fare i lavori peggiori, le cose peggiori, perché pure là c’erano i clan, le capò avevano la loro cerchia. Che poi le capò erano a stretto contatto con le Ss, e allora dovevano far vedere loro che erano brave a menare, colpire. Le capò erano tremende e io per anni le ho odiate, poi ho pensato che mica c’erano nate capò, le hanno fatte diventare, perché era gente che veniva da anni di ghetto, da anni di galera, e la sopravvivenza fa fare di tutto. Purtroppo è così.

Senza saperlo, io ero finita in un blocco dove facevano gli esperimenti. Fui sperimentata per la scabbia: mi iniettarono qualcosa e mi curarono, e poi dovevo ritornare dove mi avevano preso, a Birkenau. Io allora mi disperai, perché non ci volevo ritornare, preferivo subire gli esperimenti perché almeno stavo al coperto, era pulito. Insomma, mi volevano rimandare là, allora l’assistente del dottore mi propose di presentarmi agli esperimenti di ginecologia, e io ci andai, anche perché sapevo che non me li avrebbero fatti subito: il medico era in viaggio in Europa, i russi erano vicini, e forse sarebbero arrivati prima loro. Infatti andò così. Mentre aspettavo là ci fu l’evacuazione; i russi stavano veramente arrivando, e i tedeschi allora ci presero e ci fecero fare la lunga marcia della morte, fino in Germania a piedi, in gennaio.

Ormai ero sola. Molte mie compagne erano morte. Se rimanevi indietro, se cadevi, ti davano una botta con il calcio del fucile, e via. Attraversammo questi paesi della Polonia, della Germania con la neve, vestiti di stracci, affamati, ma la popolazione che incontravamo non ci dava nessun aiuto, anzi ci insultavano. Siamo arrivati a Bergen Belsen. Là non c’erano le camere a gas, né i forni crematori, perché avevano distrutto tutto; sapevano che ormai la guerra era persa, e non volevano lasciare le prove. Ma a Bergen Belsen era peggio di Auschwitz, perché non c’era da mangiare, eravamo in balia di noi stessi, non avevamo niente, le baracche erano di legno, tutte rotte, e si moriva soltanto.
Un giorno, alle prime ore del pomeriggio vidi arrivare una donna greca che mi disse che erano arrivati gli alleati, che erano arrivati gli inglesi. Il giorno dopo vedemmo gli americani, i primi aiuti, i primi soccorsi, e ci fu la liberazione. Ma la gente moriva ancora, c’erano migliaia e migliaia di morti. Forse lei ha visto quel documentario che è stato girato lì, perché c’era Alfred Hitchcock, che era un inviato delle truppe inglesi, un reporter, e che ha filmato tutto sulla liberazione di Bergen Belsen. Il comando di questi inglesi andò alla città di Bergen Belsen, prese il sindaco, tutto l’assessorato e li portò al campo per fargli vedere quello che era successo lì, e poi gli diedero gli attrezzi per scavare le fosse e seppellire tutti i morti. Io li ho ancora in mente, rivedo tutto. Il governo tedesco ha nascosto questo documentario; è soltanto da pochi anni che è pubblico. L’hanno fatto vedere anche in televisione.

Là ci disinfettarono perché c’erano i pidocchi. Vennero con queste bombole, tipo le bombole del gas che si azionavano con un pedale, e in due minuti nessuno aveva più un pidocchio. Poi organizzarono delle docce e ci portarono dei vestiti. Ci si incominciava a muovere, si andava alla ricerca dei familiari. C’era questa libertà di girare, di camminare in cerca di qualcuno. Purtroppo io non trovai nessuno.
Poi ci portarono via, noi donne, da quel campo, in una scuola di ufficiali a pochi chilometri, una scuola in muratura, con stanze, camerate, bagni, tutto nuovo e pulito, e ci sistemarono là. Noi avevamo conosciuto certi militari italiani, non ebrei, che si erano organizzati per andare a rubare nelle campagne, nelle fattorie. Ci avevano preso a cuore perché eravamo cinque ragazze italiane e ci davano da mangiare. Siamo state benissimo con questi militari. Ci hanno aiutato, ci hanno protetto, sono stati non amici, ma proprio fratelli, avevano un enorme rispetto per noi. I capelli ricrescevano, non ero stempiata, però avevo solo un cucuzzoletto qua di capelli, era il denutrimento, pesavo meno di 30 chili. Man mano che si mangiava i capelli ricominciavano a crescere. Cominciavano i primi rimpatri, ma a noi non toccava mai. I capelli crescevano, ma erano sempre corti, così un giorno uno di questi mi disse: "Adesso l’aggiusto io", e mi fece la sfumatura. A casa sarei arrivata così, coi capelli cortissimi e la sfumatura.

Il ritorno fu sempre sui carri bestiame, però eravamo in dolce compagnia, perché con noi viaggiarono dei militari italiani di cui due erano romani, gli altri piemontesi, napoletani, toscani, e anche dentro il carro bestiame ci hanno tenuto con loro, con rispetto. Appena la tradotta passò la frontiera e si videro le bandiere italiane la tradotta si fermò, e c’erano degli altoparlanti che dicevano che tutti gli ebrei che si trovavano sulla tradotta erano pregati di recarsi in un dato posto, ma noi facemmo le orecchie da mercante, tanto che un signore piemontese, di quelli che stava con noi, ci chiese perché non andavamo, di che cosa avevamo paura, pensava che non avessimo capito e ci volle accompagnare. Andammo, e trovammo una tendopoli grandissima della Croce rossa. Ci presero una per una e ci misero ognuna in una tenda; mi fecero sedere, c’era una scrivania, e incominciarono a interrogarmi su quando eravamo stati presi, con chi, in che campo eravamo stati, chi avevamo visto morire, eccetera. Poi basta. Siamo tornati a Roma, ma la Croce rossa non si è mai fatta viva su questi racconti. Ma questo doveva far parte della storia, si sa che la storia, su questa faccenda, non è stata mai fatta. Adesso forse qualcosa è venuto fuori, con la speranza che venga fatta bene...
Quando siamo entrati in Italia, chi arrivava man mano scendeva e ci si salutava: prima sono scesi i piemontesi, poi i toscani. Mi ricordo che siamo stati parecchie ore fermi a Bologna, passeggiavamo lungo la stazione di Bologna tutte e quattro, e un signore giovane, avrà avuto 35 anni -ho ancora presente la figura di questo uomo- ci guardava, e poi si avvicinò e ci chiese se ci poteva offrire qualcosa al bar. "No, grazie", rispondemmo. Ma la più giovane fra noi, una trasteverina che aveva 15 anni, che si era fatta prendere al posto della sorella, disse: "Parla per te, se questo ci vuole offrire qualcosa...". Lei aveva adocchiato subito i gelati, e disse che avrebbe preso il gelato. Così lo abbiamo preso tutte. E ricordo ancora benissimo che pagò 200 lire per quattro gelati, e ci spaventammo. Pensammo: "Ma quanti soldi gli abbiamo fatto spendere?".

Era il settembre del ’45. Ero stata via due anni giusti giusti. A casa ritrovai mio padre e le mie due sorelle. Avevo 22 anni. Il primo pensiero fu quello di cercare un lavoro. Malgrado avessi i capelli molto corti, ero molto carina, ero bionda, sembravo un’inglese, così mi dicevano.
Il primo lavoro che feci fu la commessa in un negozio. Io avevo in casa la sorella più grande che si era ammalata di cuore, doveva avere sempre l’ossigeno a portata di mano. Un giorno venne una sua amica a trovarla, e mi chiese cosa facessi, le dissi che facevo la commessa ma non mi davano niente, che avevo fatto tante domande di lavoro, al Monopolio, alla Banca d’Italia, alle Poste, ma niente. Allora questa signora mi disse di rivolgermi a suo cugino, un certo Ettore, che era un funzionario delle Poste, e aiutava molta gente. Telefonai, questo Ettore mi fissò un appuntamento, e dopo pochi mesi entrai al Ministero delle Poste.
E’ stato il destino, tutto perché io ero a casa quando era venuta questa amica di mia sorella, se no non sarebbe successo niente, perché nessuno ha fatto niente per me, nessuno ha fatto niente per la gente che è tornata dai campi. Io ce l’ho con i governanti sia di allora che di oggi. Adesso il senatore De Luca, il presidente della Camera Violante, il senatore Mancino presentano una legge per fare in Italia il giorno della Shoah, dopo oltre 50 anni... Ma allora nessuno ci è mai venuto a chiedere se ci serviva una vitamina, qualcosa... Era questa l’Italia.

Sono tornata più di trenta volte ad Auschwitz, sono tornata anche pochi anni dopo, quando ancora non si poteva entrare, c’era la Cortina di ferro, e i visti non li davano, ma il presidente dell’associazione riuscì ad averlo, e facemmo un viaggio.
Sono andata io e un’altra signora che però non era stata deportata, e poi c’erano tutti uomini politici. Era il ’60. Il viaggio fu un macello, perché andammo in treno, Roma-Venezia, a Venezia prendemmo le cuccette letto, fino a Vienna, dove salimmo su un pullman che ci portò in Polonia. Però non è che ci potessimo muovere, eravamo controllati a vista, siamo dovuti andare negli alberghi che dicevano loro, sempre accompagnati dai polacchi. Io ero andata là con la speranza di poter vedere ospedali, manicomi, perché c’era gente che aveva perso pure la memoria, ma non ci fu permesso, non fu possibile. Sono storie difficili perché poi il dopoguerra fu molto brutto, con questa cosa della destra e della sinistra, e l’ambizione della poltrona, per cui si sono trascurate molte cose...
Vado più che altro nei licei, ma anche alle medie, e vedo che i ragazzi sono attenti, ma lo sono perché non conoscono niente della guerra e del fascismo. Quando parlo c’è un silenzio di tomba, e mica sono classi, sono scuole intere, sono centinaia di ragazzi.
Sono andata in un istituto di ragioneria e in un liceo la settimana scorsa; i ragazzi erano da poco tornati da un viaggio ad Auschwitz, e avevano allestito una mostra meravigliosa con le foto fatte da loro, coi documenti, la storia. C’era il preside, il rabbino Toaff, è stato molto bello! Ma io li trovo meravigliosi ogni volta che vado in una scuola. Sono stata pure in Sardegna, in Piemonte, in Toscana, in Calabria, in Campania, sono stata in tante scuole, mi invitano sempre, ma ormai non ce la faccio. Mi hanno invitato anche in una scuola vicino a Frosinone, ma avrei dovuto andare col treno... Mi hanno detto che mi avrebbero dato il rimborso spese, ma non si tratta di quello, si tratta che all’andata va bene, è giorno, ma alla sera chi mi riporta a casa? E d’inverno le giornate sono corte... Ormai devo essere forte e rifiutare qualcosa.

D’altra parte io avevo sempre raccontato tutto, appena tornata avevo parlato, testimoniato. L’unico con cui non ho mai parlato di tutto quello che mi è successo è stato mio padre. Ma lui aspettava ancora che arrivassero gli altri, soprattutto mio fratello che era l’unico maschio. Sapevamo che era stato messo a lavorare nelle miniere di carbone ad Auschwitz, e molta gente che era con lui aveva detto che era stato liberato, che era vivo, che stava bene, che lo dovevamo aspettare, invece non è mai tornato.


  



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