I fratelli Mimma e Marco Battisti sono gli unici nipoti ed eredi di Cesare Battisti. Mimma, insegnante, è stata per 10 anni assessore alle politiche sociali del Comune di Bolzano. Marco, economista, vive tra Trento e il Mozambico dove promuove da tempo attività di cooperazione. Nel 1983 hanno messo a disposizione del Museo Storico di Trento la biblioteca, l’archivio e l’arredo dello studio del nonno.

Potete raccontarci di vostro nonno, Cesare Battisti?
Marco. Noi non l’abbiamo mai conosciuto, per cui la figura di Cesare Battisti ci è stata trasmessa dalla nonna, da nostro padre, dalla zia Livia e da persone amiche di famiglia che frequentavano la casa. Potremmo incominciare proprio dalla casa di Cesare Battisti, beninteso in affitto...
Noi ci siamo entrati dopo la guerra, al rientro in Italia.
Mimma. Eravamo in Svizzera, fuor mandati, come diceva mia nonna, cioè non "fuor usciti”, ma proprio fuor mandati, o meglio scappati ai nazisti, il 10 settembre del ’43…
La casa è in corso 3 Novembre a Trento e all’epoca ci vivevano Cesare, la moglie Ernesta, i tre figli e una sorella della nonna, Rosa, che è stata molto vicina a questi bambini Battisti perché la nonna era molto impegnata nella vita politica e sociale di Cesare. In questa casa Marco e io siamo arrivati nell’estate del ’45. Il nostro papà, Gigino, figlio di Cesare, era diventato sindaco di Trento, nominato dal Comitato Nazionale di Liberazione. Purtroppo in questa casa siamo anche diventati presto orfani perché il nostro papà è morto nel dicembre del ’46. Questa casa era quindi segnata dal dolore di due lutti molto pesanti.
Il cognome Battisti noi l’abbiamo sentito subito con tanto orgoglio, ma abbiamo capito altrettanto presto che dovevamo averne rispetto, nel senso anche di non usarlo per trarne vantaggi personali. Ricordo che già da piccola, la zia Livia mi diceva: "Io sono la signorina Battisti senior, tu, Mimma, sei la signorina Battisti junior. È importante che tu ricordi che ti chiami Battisti, ma è importante per te, non per gli altri”. Perciò questo cognome l’ho sempre sentito come un impegno morale e civile.
Aggiungo che in questa casa eravamo liberi pensatori, non avevamo una religione, o meglio una chiesa dove inginocchiarsi. Questo era uno dei motivi per cui i trentini -tradizionalmente molto clericali, bigotti- ci tenevano lontani.
Marco. A me fu la nonna a dire: "Tu sei un Battisti per te, e non per gli altri”. E lo disse in un modo che me lo sono ricordato per tutta la vita.
Ma ci chiedevi chi era Cesare Battisti. Dai racconti emerge innanzitutto una straordinaria capacità di lavoro, una forza fisica, intellettuale…
Mimma. La nonna ci raccontava che lui guardava l’orologio e diceva: "C’è un quarto d’ora di tempo, riesco a dormire dodici minuti”. E si addormentava dodici minuti!
Marco. Capitava che si alzasse la mattina alle quattro, facesse venti chilometri in bicicletta per arrivare sotto una montagna, dove si trovava con i compagni socialisti, con delle guide alpine, per fare una scalata di mille metri solo per studiare una cosa di geografia… la sorgente di un torrente.
Era anche un geografo.
Marco. Era un geografo, un giornalista e un politico. Aveva cominciato giovanissimo, al liceo, a fare un giornaletto per i compagni pubblicando articoli di autori italiani di storia, letteratura e scienze, ignorati dalla scuola asburgica del Trentino. Da allora si era impegnato nella difesa dell’italianità del Trentino e, se non era possibile la sua unione all’Italia, rivendicava la sua piena autonomia nell’ambito del semi-feudale Impero asburgico. In seguito aveva compiuto studi geografici, ma anche antropologici, sociologici, sul Trentino. Si era laureato a Firenze con una tesi su geografia e antropologia del Trentino. E poi faceva gli studi delle valli.
Il tutto con l’intento di far conoscere il Trentino ai trentini. Nella battaglia politica per l’autonomia del Trentino all’interno ­dell’Impero doveva dare a tutti i trentini delle valli una dimensione di comunità, di collettività, di coesione. Si trattava anche di spezzare la duplicità tra la città e la valle. In città c’era una borghesia, incominciava a esserci qualche fabbrica, c’era una classe operaia che iniziava a partecipare alla vita politica; le valli invece restavano di dominio clericale, del Partito Popolare di Degasperi. Ecco allora l’idea di organizzare delle gite in bicicletta da Trento a Predazzo, per esempio. Coinvolgeva i giovani studenti, i figli della piccola borghesia trentina, in queste uscite in cui poi si discuteva, si parlava con i contadini, si provava a intrecciare le culture.
Mimma. Battisti, nel 1894, fondò la Società degli Studenti Trentini, il cui motto era "Libertà vo’ cercando”. Con l’intento di far conoscere il Trentino e il mondo ai trentini fondò il settimanale illustrato "Vita Trentina”, la rivista scientifica "Tridentum”, il periodico "Il Rododendro”, e poi, soprattutto, il giornale "Il Popolo” e diede vita alla "Pro Cultura”…
Marco. Un centro dove venivano oratori italiani a fare conferenze….
E poi c’erano gli opuscoli per gli emigranti che andavano in Svizzera, o in Cecoslovacchia, eccetera. Erano proprio delle guide, degli aiuti molto pratici.
Era il socialismo di Battisti. Lui fondò il Partito Socialista di Trento nel 1895, ma anche la Camera del Lavoro del Trentino. E nel 1911 la Lega dei Contadini.
Dicevate del socialismo di Battisti.
Marco. Lui frequentava i dirigenti socialisti italiani, austriaci, ungheresi e francesi, ma il suo era un socialismo non dottrinario, che vedeva in continuità con il Risorgimento; il socialismo era emancipazione dei proletari, delle masse, e allora anche i giornali che faceva parlavano con un linguaggio diretto alla popolazione, al popolo.
Mimma. Lui parlava proprio di un "impegno spicciolo, continuo e incessante, portato avanti non sulle ali del successo, ma attraverso sacrifici, entusiasmo e dedizione”. Questa, se vuoi, è proprio la sua vita. Voglio leggere il brano di una lettera a Ernesta, quando erano fidanzati: "Il domani non mi spaventa, quella pazza fiducia che fin da piccino ho sempre avuto in me stesso, quel desiderio di affidarmi all’ignoto, sicuro della mia forza d’adattamento nelle contingenze della vita, non mi ha punto abbandonato”.
Marco. Nel corso di questa sua attività politica a Trento ha avuto più di sessanta processi e ventinove condanne per reati d’opinione. Faceva un paio di giorni di prigione, poi usciva e subito lo arrestavano di nuovo.
Nel 1900 fonda il giornale socialista "Il Popolo”.
Marco. "Il Popolo” lo scrivevano lui ed Ernesta, poi c’erano gli amici socialisti di statura, come il Piscel, l’Avancini e gli altri dirigenti del Partito socialista. Poi c’era qualcuno nelle valli. Era un giornale di educazione e di lotta, e di difesa dell’italianità… Il suo impegno comunque non si esprimeva solo tramite scritti e studi sul territorio, c’erano anche i tanti comizi. Nelle valli veniva raffigurato dai preti come il diavolo.
Mimma. Quando arrivava in un paese per fare un comizio, mettevano nella piazza un carro e lui si metteva lì e cominciava a parlare. I parroci dicevano alle mogli: "Alle cinque arriva Battisti! Nascondete le braghe dei vostri uomini per far sì che non vadano al comizio”.
Marco. Oppure le campane a stormo per disturbarlo… In Val di Fassa c’era una guida alpina molto brava, di profonde convinzioni socialiste, che portava il re del Belgio a fare le cime. Si chiamava Tita Piaz. A un certo punto Tita Piaz organizza per Battisti un comizio a Pera di Fassa. Battisti raggiunge questo luogo in bicicletta, in corriera, ecc., e viene accolto da dei ragazzini, sobillati dai genitori, che gli lanciano le pietre, al che se ne torna a Trento molto contrariato. Tita Piaz si reca allora a Trento in motocicletta -aveva una Guzzi- lo recupera e alla fine Battisti riesce a fare il comizio. Un altro comizio che veniva ricordato in casa è quello di Lavis. Battisti lì trovò della gente ostile che lo fischiò. Tornato a casa, scrisse un volumetto dal titolo "I nostri fischi”, in cui si interrogava su quanto avvenuto.
Che carattere aveva?
Marco. Le memorie di casa ci dicono che era dolcissimo con i figli e provava un amore enorme per la moglie, che chiamava "mia angiolella”, "la mia santa”. L’attività politica di Battisti ed Ernestina era sincronica, fusa. Uno era la spalla dell’altro.
Battisti ha fondato il giornale e lo dirigeva perché aveva più occhio alla politica austriaca e italiana e alle valli, ma chi faceva concretamente il giornale era Ernesta, era lei la redattrice. Ogni giorno componeva un giornale fatto di due pagine, cioè quattro facciate.
Era un impegno mostruoso che tra l’altro assorbiva le loro finanze. Per fare "Il Popolo”, la famiglia si era impoverita.
Mimma. Gli amici intimi, soprattutto Salvemini, hanno aiutato anche finanziariamente la famiglia Battisti perché soldi non ce n’erano.
Come si erano conosciuti Cesare Battisti ed Ernesta Bittanti?
Marco. Si erano conosciuti a Firenze. Abbiamo compreso che la passione socialista di Battisti gli venisse dalle letture del Risorgimento italiano. A Torino aveva conosciuto il Partito socialista, la sua organizzazione, gli operai, la propaganda, il modo di parlare. Poi era andato a Graz, in Austria, a studiare e lavorare, perché lì c’era il massimo della concentrazione dei migranti trentini e italiani. Dopodiché si era laureato a Firenze, dove appunto aveva conosciuto Ernestina e il gruppo di via Lungo il Mugnone.
Mimma. La "chiesuola” di via Lungo il Mugnone.
Marco. In questo gruppo c’erano anche i fratelli Mondolfo, Assunto Mori, Gaetano Salvemini; Salvemini, in un suo scritto, racconta che a dirigere la "chiesuola” di via Lungo il Mugnone era proprio Ernestina "assai più colta di me. Fu lei che mi rivelò i romanzieri russi. Fu lei che mi fece conoscere la ‘Rivista di filosofia scientifica’...”.
Battisti ed Ernesta si sposarono a Firenze in modo laico. Un affronto per l’establishment clericale trentino, che continuò a chiamarla "la signorina Bittanti”.
Nel 1911 Battisti viene eletto deputato alla Dieta di Innsbruck e nel ’14, prima della guerra, diventa deputato al Parlamento di Vienna.
Marco. Lui è stato eletto deputato, sia a Innsbruck che a Vienna, nel collegio di Trento, battendo il partito di Degasperi.
Mimma. La parola che salta sempre fuori è "traditore”, perché Battisti era un suddito dell’Impero asburgico ma è andato a combattere con gli italiani...
Marco. Per spiegare l’interventismo di Battisti bisogna parlare del suo legame con l’austro-socialismo. L’Austria è stata una delle grandi culle culturali del socialismo europeo. L’Impero aveva nove minoranze nazionali e linguistiche. Nove patrie diverse, insomma. Ecco, con i socialisti dell’Impero austriaco si era stabilito l’obiettivo di smantellare l’Impero feudale e assolutistico e fondare una Confederazione delle nove nazionalità. Questo era il disegno.
Dopo l’attentato di Sarajevo e l’ultimatum austriaco alla Serbia, era chiaro che sarebbe scoppiata una guerra mondiale. Quando il Partito socialista austriaco vota i crediti di guerra per l’intervento contro la Serbia, e quindi scoppia il conflitto internazionale, la situazione precipita. Battisti e l’Ernesta parlavano dell’Europa dei popoli, dell’ideale mazziniano, parlavano anche di sentimento nazionale che unisce la gente, ma non di nazionalismo, che invece è un’affermazione di superiorità, e quindi di dominio, sugli altri. Contro il nazionalismo per lo spirito nazionale. Ecco, la grande sofferenza e frustrazione di fronte a ciò che sta succedendo, porta Battisti a prendere la decisione di andare in Italia.
Mimma. Nell’agosto del ’14 spedisce una cartolina a Ernesta. Nascosto sotto il francobollo c’è scritto: "La guerra è sicura, per questo insisto cessazione ‘Popolo’ e tua venuta nel Regno”. La nonna chiude "Il Popolo” e partono.
Marco. Prima vanno a Padova, poi a Cremona, la città natale di Ernesta. Con il passaggio in Italia, Battisti dà inizio alla sua campagna interventista. Fa più di settanta comizi in giro per l’Italia.
Mimma. C’è una fotografia di Battisti a Cagliari con questa schiera di socialisti sardi…
Marco. Il Partito socialista però era neutralista o anti-interventista. A un comizio a Reggio Emilia nel ’14 c’è una contro-manifestazione operaia contro la guerra, i carabinieri sparano e fanno due morti. Per lui è un dramma.
Battisti si arruola quindi nell’esercito italiano come volontario.
Marco. Si arruolano come volontari anche 700 trentini, tutti giovani, suoi amici, quasi tutti morti… Insistentemente Battisti chiede di andare in prima linea e fa il Montozzo, l’Adamello, il Monte Baldo, Loppio e poi in Vallarsa, dove conosce i soldati italiani venuti da altre regioni con cui fraternizza.
Ha scritto una cosa molto bella, "Gli alpini”, un volumetto sulla vita con gli alpini, una vita di ammazzamenti reciproci e di difficoltà estreme, ma dove si forma uno spirito di cameratismo, di amicizia. E sullo sfondo un grande amore per la montagna.
Mimma. Nelle lettere si avverte la sofferenza di quest’uomo lontano dalla famiglia, che per i suoi ideali deve rinunciare a veder crescere i figli, deve lasciare la moglie in balia dei debiti. È stato un grande tormento per lui. Lui aborriva la guerra. Il suo pensiero era quello di Turati: "La guerra è come una malattia: può uccidere, può indebolire, nient’altro. Non ci fa né più ricchi, né più saggi, né più produttivi, né più liberi, né più felici di quel che siamo”.
Marco. Ma davanti a un conflitto lui si schiera. C’è quest’idea di un’Italia risorgimentale, liberale, laica, per la quale bisogna schierarsi, bisogna accettare la sfida. Era viva in Battisti la memoria delle battaglie risorgimentali per l’unità d’Italia. E infatti, erano passati solo 45 anni dalle battaglie di Garibaldi a Bezzecca, in Trentino, e dalla discesa delle truppe italiane lungo la Valsugana fino ad arrivare a 20 chilometri da Trento.
Battisti la guerra l’ha presa quindi molto seriamente. A un certo punto commenta amaramente: "Se morirò mi faranno una lapide, se vivrò mi lapideranno”.
Già durante la campagna interventista emerge il problema del confine.
Marco. Si diceva: se vinciamo la guerra, dove poniamo il confine? I nazionalisti volevano fare il confine al Brennero. Battisti invece insistette fino all’ultimo che il confine avrebbe dovuto farsi a Salorno perché doveva essere rispettata l’etnia tedesca. Lui lo chiamava "il confine etnico”: a ciascuno la sua patria. A un certo punto, a Salvemini che gli chiedeva lumi sull’argomento, rispondeva: "Militarmente il confine al Brennero è formidabile. Il confine napoleonico piuttosto debole... Il confine linguistico puro a Salorno assai buono. Credo che la difesa del territorio qualora si andasse nell’Alto Adige, si dovrebbe farla da questo confine interno, a Salorno, abbandonando Bolzano, ma il giudizio è molto arrischiato”.
Come viene catturato?
Marco. In quei giorni guidava come tenente una compagnia del Battaglione Vicenza. Dovevano assaltare Monte Corno, sopra Rovereto, una postazione che permetteva agli austriaci il controllo di tutta la valle. La notte prima era andato in avanscoperta con alcuni compagni; al passaggio di una pattuglia austriaca, si erano buttati a terra accorgendosi di avere sotto dei cadaveri!
Cadorna era un generale di tipo bonapartista, di quelli che mandano all’attacco quarantamila persone; se restano sul campo, se ne mandano altre quarantamila e poi altrettante. La guerra raccontata da Lussu ne Un anno sull’altipiano è questa: la gente veniva mandata al macello. E poi le fucilazioni: chi si ritirava veniva fucilato, chi non usciva dalla trincea veniva fucilato dagli ufficiali. Terribile. E ancora mancanza di cibo, mancanza di medicine, di vestiti, di scarpe. Quando venne destituito Cadorna, Diaz,  l’intero esercito e il governo italiano avevano ben chiaro che la guerra era perduta se non si faceva qualcosa.
Comunque, il giorno dopo parte l’offensiva, i soldati arrivano fin lassù, espugnano questa fortezza scavata nella roccia e vanno oltre. Una volta conquistato il pianoro sovrastante il monte Corno, arriva l’alba, la nebbia si dirada e le mitragliatrici cominciano a sparare, facendo una strage. Il battaglione di appoggio che sarebbe dovuto arrivare non arriva. Gli italiani allora si buttano giù a capofitto, a rotoloni. L’attendente di Battisti urla: "Andiamo, andiamo giù!”, ma lui non si muove. Forse non voleva volgere le spalle al nemico, non voleva essere colpito alla schiena, o forse pensava che quello fosse il suo destino.
Battisti viene catturato con la pistola in mano. Gli chiedono: "Lei è Battisti?”. Lui risponde: "Sì”.
Viene preso insieme a Fabio Filzi.
Mimma. Era il 10 luglio del 1916. Viene portato su una carretta fino a Trento; lungo la strada viene fischiato, sputato.
Marco. Teniamo presente che il Trentino era in una condizione disastrosa e secondo la propaganda austriaca era colpa di Battisti e dell’Italia. Il traditore era lui. Dei trecentomila abitanti del Trentino, cento-centocinquantamila erano qui, sessantamila erano al fronte e gli altri fuggiti o nei campi di concentramento. Il fratello di Battisti, Giuliano, era in un campo di concentramento per renitenti alla leva o soldati dubbi, traditori… È poi morto di tisi. Il Trentino si era svuotato. Le valli erano state completamente distrutte dai bombardamenti. La gente scappava… Ecco, tutta questa sofferenza veniva diretta su Battisti.
Mimma. Battisti viene portato fino al Castello del Buon Consiglio. Qui viene processato. Il processo è una farsa. Il boia era stato chiamato da Vienna il giorno prima che il processo avesse inizio.
Marco. Dura due ore. L’avvocato nominato dagli austriaci, al posto del capestro, chiede la fucilazione come massimo sconto. Sconto che non gli viene concesso. L’impiccagione viene ripresa con centinaia di fotografie, suscitando ribrezzo anche in Austria. Un Presidente della Repubblica austriaca ha avuto a riconoscere: "Questa è la pagina più brutta dell’Austria”.
Anche da noi queste fotografie sollevarono un’eco fortissima e un moto patriottico tra i soldati. In Italia, nel giro di un anno furono intitolate a Cesare Battisti un migliaio tra piazze, scuole, ecc.
Mimma. Battisti scrive un’ultima lettera al fratello: "Caro fratello, mi hanno condannato a morte. La sentenza sarà subito eseguita. Mando a te il saluto estremo che non posso indirizzare direttamente alla mia famiglia. Portalo tu quando potrai alla mia Ernesta che fu per me una santa e ai miei dolcissimi figli, Gigino, Livietta e Camillo, al nonno, alle zie, allo zio e alle sorelle, e alle loro famiglie. Io vado incontro alla mia sorte con animo sereno e tranquillo. Ai miei figli: siate buoni e vogliate bene alla mamma e consolate il suo dolore”.
In seguito l’intera vicenda è stata raccolta dal fascismo per fare di Battisti un protofascista, con grande dolore della vostra famiglia.
Marco. Mussolini volle fare della figura di Battisti l’eroe, l’emblema, il mito. I monumenti dedicati a Battisti in giro per l’Italia hanno fisionomia fascista, del littorio. Puoi immaginare il dolore della mia famiglia.
La nonna Ernesta difese in tutti i modi la figura e il pensiero di Cesare Battisti.
Mimma. Scrisse anche al Duce. Una lettera terribile: "Io sentii anticivile, antiliberale, antitaliano il bolscevismo, io avevo sognato e sperato in una riscossa che avesse altra ispirazione, altro scheletro, altra forma che il fascismo. Io avevo sperato che la nostra struttura costituzionale avesse organi e mezzi a risaldarsi e svilupparsi, a rifiorire sul tronco stesso della Libertà. Non si ebbe in Italia l’uomo politico, il santo capace di tanta opera. Purtroppo la struttura costituzionale liberale non era più sorretta da forza e da fede... Della Libertà parve si fosse smarrito il profondo ricco concetto e che nessuno ne fosse più degno e capace. Non so quanti dei rappresentanti del popolo italiano che voi schiaffeggiaste con il vostro disprezzo, non so quanti e come abbiano misurato lo sdegno e lo schianto, ma ebbero brividi sottoterra i costruttori di quest’Italia, pensatori, martiri e soldati di un secolo intero. Alla storia non si dettano leggi, ma essa vi ha scelto espressione di un ben terribile destino, quello di reggere e sorreggere forse l’Italia, incatenandola e umiliando il suo spirito vitale. Dove ci avviamo, o meglio, dove ci conducete?”.
Marco. Nel giugno del ’24 venne organizzata una manifestazione fascista a Trento che prevedeva pure una visita con la posa di una corona sul luogo dell’impiccagione. La nonna Ernesta li precedette, si inginocchiò sulla lapide per terra e vi poggiò un velo nero di lutto.
I fascisti non si fecero più vedere.
Mimma. Dirà la nonna: "Il mio non fu un gesto espiatorio, l’espressione della mia fiera angoscia di italiana. Il programma del corteo fascista non poteva sostare al Castello; dove egli subì il martirio per l’Italia ci doveva essere il segno di lutto, ci doveva essere chi piangeva, mentre altri chiamava osannando il suo nome a sostegno di una fazione da cui uscirono gli assassini dei cittadini e della patria. Non ho pensato a cose eroiche, ho voluto che il mio pianto coprisse gli ‘Evviva!’ dei traditori”. L’espressione "assassino dei cittadini” si riferiva al delitto Matteotti.
Nel ’35 infine viene inaugurato a Trento il monumento a  Battisti, il mausoleo, così come era stato proposto nel 1916 dal primo ministro italiano Boselli. Invitano l’Ernesta all’inaugurazione, ma lei pone delle condizioni e alla fine non ci sta a salire sul Doss Trento assieme agli alti gerarchi del Fascio e al Re loro complice.
Ernesta Battisti, fin dal ’38, è molto impegnata anche a difesa degli ebrei.
Marco. Ernesta era amica della famiglia Morpurgo, in particolare di Salomone e della moglie Laura. La famiglia aveva perso uno dei due figli, Giacomo, soldato volontario nella Prima guerra mondiale. Ecco, quando nel ’39, in piena epoca di leggi razziali, muore l’altro figlio, Augusto, la nonna Ernesta prepara un necrologio in cui ricorda la figura del padre e del fratello Giacomo, e pretende che sia pubblicato sul "Corriere della Sera”.
Mimma. Gli ebrei non avevano la possibilità di scrivere sui giornali, perciò la nonna si è sostituita e l’ha scritto lei: "La vedova di Cesare Battisti annuncia in pianto ai superstiti amici dell’eroica vigilia di Trento e Trieste la morte del figlio di Salomone Morpurgo e Laura Franchetti, l’ingegner Augusto Morpurgo, volontario e decorato dalla guerra come l’unico fratello caduto ventenne sulle Alpi trentine”. Il necrologio viene ridotto dalla censura però viene pubblicato.
Anche vostro padre Gigino ha vissuto una vita di resistenza e impegno.
Marco. Nostro padre incomincia fin da giovanissimo a organizzare l’opposizione. Il 12 luglio del ’24, nell’anniversario dell’impiccagione di Battisti, e il mese dopo l’assassinio di Matteotti, alcune centinaia di antifascisti, tra cui Salvemini, i fratelli Rosselli, Calamandrei, Gobetti, Leone Ginzburg, mio padre Gigino, Manci ed altri costituiscono, a Firenze, "Italia Libera”, primo nucleo antifascista in Italia. Dopo l’assemblea, in un teatro, depositano una corona di fiori al busto di Battisti presso l’Università, poi corrono per le strade gridando "Viva l’Italia libera, viva Battisti, viva Matteotti” e scappano via. Fu questo il segnale forte di inizio della Resistenza.
Già a partire dal ’22 nostro padre Gigino aveva incominciato a esser picchiato, isolato, ad aver difficoltà sul lavoro per via dell’obbligo di prendere la tessera fascista…
Voglio raccontare questo episodio. Dopo che si sono sposati, mio padre e mia madre hanno preso la corriera e si sono recati in un paesino sotto la Paganella. Era il loro viaggio di nozze. Alla corriera, però, hanno trovato ad aspettarli due carabinieri con le scarpe da città. I carabinieri sono saliti con loro fino a destinazione. Arrivati alla pensione, i nostri genitori sono entrati in stanza e i carabinieri si sono messi su due sedie fuori dalla porta. Il giorno dopo gli sposini si sono avviati verso la Paganella. C’era la neve e i carabinieri non ce la facevano, così papà e mamma a un certo punto gli hanno detto: "Sentite, noi andiamo fin lassù, ritorneremo tra tre ore, aspettateci, che ripassiamo di qui”.
Gigino si era impegnato in tante organizzazioni antifasciste, Italia Libera, Giustizia e Libertà, Partito d’Azione… Con Gian Antonio Manci avevano fondato a Trento il primo nucleo antifascista. Manci fu poi torturato dai nazisti e si buttò dalla finestra della caserma della Gestapo a Bolzano. Poi c’è stata la Val d’Ossola, la militanza partigiana. Quella di Gigino è stata una vita di opposizione al fascismo.
Durante il fascismo, assieme alla guida Tita Piaz, ha organizzato la fuga, l’espatrio degli antifascisti dal Trentino verso l’Austria e la Svizzera; c’era proprio una catena di solidarietà e di guide alpine. Nel corso di una di queste fughe, Odoardo Masini, anarchico repubblicano romagnolo, si era rifugiato sul Passo del Pordoi. Gigino è andato su per dargli delle istruzioni, ma scendendo dal Passo gli si sono rotti gli sci; ha proseguito a piedi, rotolando con le mani, è arrivato giù con le mani e i piedi congelati. I piedi glieli hanno salvati, ma gli hanno dovuto amputare otto dita delle mani. La nonna ci parlava spesso di lui e della terribile operazione che aveva subìto, ma anche della mortificazione…
Mimma. Perché nostro padre suonava il pianoforte.
Dopo l’8 settembre del ’43 scappate tutti in Svizzera.
Marco. Ricordo che papà arrivò a casa e disse: "Fate le valigie, tempo dieci minuti e si va via!”.
Mimma. La nonna non voleva.
Marco. Ma il papà le disse: "Io sono partigiano antifascista, possono ricattarmi con la tua vita”. Allora partimmo.
Mimma. All’epoca eravamo a San Pellegrino, sopra Bergamo, perché lì c’era la Montecatini dove lavorava nostro padre. La mamma fece i bagagli in pochi minuti…
Marco. Partimmo a rotta di collo, con passaporti falsi. In macchina eravamo stipatissimi e con noi c’era anche la nonna Ernesta. L’autista, un partigiano, ci fece passare solo per vie sterrate di campagna. La rete dei partigiani funzionava: a mio padre avevano dato l’indicazione dell’ufficiale di polizia di frontiera italiano che ci doveva far entrare in Svizzera.
Mimma. Costeggiammo il lago di Como, io stavo imparando a leggere, e sul lago c’era un salice piangente, lo vedo ancora, e dissi: "Guarda, nonna, il ramo del lago di Como!”. Poi arrivammo alla frontiera, dove non ci volevano far passare. Il papà allora disse: "Se non mi lasciate passare, spacco un vetro, così mi mettete in galera, ma in Svizzera”. Alla fine ci misero in una cantina e la mattina dopo ci fecero entrare. Siamo rimasti in Svizzera fino alla fine della guerra. Il papà nel frattempo era andato partigiano in Val d’Ossola…
Marco. A costituire la Repubblica partigiana della Val d’Ossola.
Mimma. Nella casa di Lugano che avevamo in prestito da un’amica generosa passavano tutti, antifascisti, esuli, c’era sempre gente, sempre riunioni.
Mi vengono in mente tanti nomi: Facchinetti, Vigorelli, Ernesto Rossi, Dino Roberto, Malvestiti… si ammassavano a casa. La mia mamma ci mandava su nei prati a prendere erbe per fare i minestroni.
Vostro padre è morto subito dopo la guerra. Questi due lutti hanno segnato profondamente la vostra famiglia.
Marco. Papà è morto in un incidente ferroviario nel ’46. Dopo essere stato sindaco di Trento, era diventato deputato della Costituente. In casa il dolore si avvertiva. C’era un ambiente di austerità. Lo studio di Cesare Battisti era rimasto intatto, con tutti i libri. Ricordo un tavolone che incuteva un po’ di timore. Noi bambini si tendeva a tenere chiusa quella porta. Ma accanto a questo senso di dolore, di lutto, c’era anche molta gentilezza e un grande affetto ci legava.
Mimma. Dovevamo vivere con fierezza, ma senza arroganza.
Marco. Con dignità, responsabilità, rettitudine e solidarietà. La nostra casa dopo la guerra si era trasformata in un centro di aiuto e soccorso per chiunque. Tant’è vero che la porta principale, quella che dava sulle scale, restava aperta. Non bisognava neppure suonare: la gente entrava e la mamma, la zia, assieme ad altri, prestavano soccorso a chi tornava dalla prigionia, alla vedova, a chi aveva un problema… La lezione era: "Ci sono anche gli altri”. "Ci siamo noi, ci siete voi, ma ci sono anche gli altri”. E gli altri non erano solo le singole persone, era proprio uno sguardo rivolto all’umanità e al mondo.
Volete raccontare dell’incontro tra Degasperi ed Ernesta?
Mimma. Dopo la guerra eravamo tornati a vivere a Trento e trascorrevamo l’estate a Bellamonte, tutta la famiglia. Dovete sapere che per noi Degasperi era l’acerrimo avversario, così come lo erano i preti che portavano i voti alla Democrazia Cristiana. Con Degasperi poi c’era stato quel brutto episodio ai tempi del terremoto di Messina. Nel 1908 in quel terribile terremoto, Salvemini aveva perso tutta la famiglia, cinque figli, la moglie Maria e la sorella.
Marco. Allora l’Ernestina si era messa in viaggio per prestare aiuto e per raccogliere notizie. Una volta arrivata a Roma, però, aveva trovato tutto bloccato, non funzionava più niente, le ferrovie erano interrotte... e allora era tornata su. Sul giornale di Degasperi era uscito un trafiletto: "La signorina Ernesta Bittanti s’è fatta un viaggio a Roma”. Una cosa senza senso. La metteva in ridicolo. La nonna era rimasta sconcertata. Cesare Battisti invece aveva preso su e dalla sede de "Il Popolo” era andato alla sede del giornale per parlare con Degasperi. Non trovandolo, aveva diretto la sua furia verso il redattore capo a cui aveva detto quel che aveva da dire e poi gli aveva dato due schiaffi. E se c’era Degasperi li avrebbe dati a lui! È sicuro!
Comunque, quell’estate eravamo a Bellamonte. Noi bambini giocavamo nel prato, la nonna era sul terrazzino, seduta in poltrona sotto l’ombrellone a scrivere, come faceva sempre. La zia Livia si aggirava. A un certo punto si vede salire sulla strada bianca una grande macchina, bella, che entra nel vialetto e si ferma al nostro cancello. Scendono tre persone, una con un gran mazzo di fiori…
Mimma. Erano gladioli.
Marco. Erano l’autista, il segretario di Degasperi e il Presidente del Consiglio. Il segretario si fa avanti e viene alla scaletta, Degasperi si ferma un po’ dietro…
La nonna alza la testa, l’abbassa immediatamente e si rivolge alla zia con voce tranquilla: "Livietta! Livietta! Dispensa i signori”. Il segretario riprende i fiori, tornano indietro, si mettono in macchina e se ne vanno. Lo vedo ancora con questo doppiopetto nero...
(a cura di Bettina Foa
e Barbara Bertoncin)