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Lettere dalla Tunisia

di Micol Briziobello

Lettere dalla Cina
di Ilaria Maria Sala


"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.

internazionalismo

Ziad Majed, ricercatore e politologo libanese, insegna studi mediorientali a Parigi


  
UNA CITTÀ n. 222 / 2015 maggio

Intervista a Ziad Majed
realizzata da Bettina Foa, Barbara Bertoncin

I SIRIANI NON HANNO FAME
Le speranze, sorte alla morte di Assad padre, per quel giovane che aveva studiato all’estero, svanite nel giro di pochi mesi con la repressione della “primavera di Damasco”; il rapporto opaco con gli jihadisti, fin dai tempi della guerra in Iraq e una nuova generazione che in Siria, come in Tunisia ed Egitto, non ne può più di un regime corrotto e liberticida; la totale assurdità dell’idea che Assad possa essere la soluzione, quando invece è il problema. Intervista a Ziad Majed.

Ziad Majed, ricercatore e politologo libanese, insegna studi mediorientali all’American University di Parigi. Ha partecipato alla fondazione della Sinistra democratica nel suo paese e alle mobilitazioni nel marzo 2005 che chiedevano il ritiro delle truppe siriane dal territorio libanese. Vive in Francia. Ha scritto Syrie, la révolution orpheline, Sindbad/Actes Sud, 2014.

Con l’avanzata dell’Isis in Siria, il regime di Assad ha assunto il ruolo di baluardo contro il fondamentalismo. Tu sei contrario a questa versione.
Credo che, per capire la situazione attuale in Siria, sia necessario tornare indietro agli anni del regime di Assad padre. Assad ha instaurato un modello di dittatura fondato sul partito unico, il partito Baath, e su una rete al contempo mafiosa, familiare e comunitaria. Infine ha imposto lo stato d’emergenza, che implica l’assenza del diritto di assemblea, di manifestazione e, in generale, della libertà di stampa. Questo per quanto riguarda la politica interna. Per quanto riguarda la politica estera, invece, Assad si è presentato come "il capo arabo” in grado di sfidare gli israeliani e grande sostenitore della causa palestinese, che ha sfruttato per autolegittimarsi e per inviare le sue truppe in Libano dove, per molti anni, ha controllato la vita politica. Si è servito del Libano anche per inviare dei messaggi all’Occidente. Ugualmente ha sfruttato la questione curda per inviare dei messaggi ai turchi. Ha giocato con le contraddizioni interne alla regione, alleandosi con l’Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979, pur mantenendo l’alleanza con l’Arabia Saudita che sosteneva il suo regime finanziariamente. Ha quindi giocato su più fronti: era in buoni rapporti con l’amministrazione americana e allo stesso tempo era alleato dell’Unione Sovietica; ha saputo approfittare di ogni alleanza per restare al potere. La sua strategia politica era volta anche a far sparire, in qualche modo, la società siriana. Dagli anni Settanta-Ottanta si è smesso di parlare delle donne e degli uomini siriani, delle loro condizioni di vita, dei prigionieri politici, della povertà, delle condizioni di lavoro.
Non si è saputo niente neanche di Hama, dove nel febbraio 1982 il regime ha massacrato circa 30.000 persone; non si sono viste le immagini delle rovine della città e non sappiamo cosa sia successo alle 17.000 persone scomparse.
Nel 2000 ha passato il potere al figlio.
Sì, come in Corea del Nord. All’epoca, il figlio non aveva neanche l’età costituzionale per la presidenza: la costituzione è stata quindi modificata. Qualcuno sperava che avesse una mentalità diversa e che, essendosi formato all’estero, avrebbe permesso una certa apertura, come se il solo vivere per qualche anno in Europa potesse rendere una persona democratica o progressista. Purtroppo, all’epoca anche certi politici europei la pensavano così.
La sua presa di potere ha coinciso con la cosiddetta "primavera di Damasco” tra il 2000 e il 2001, quando alcuni intellettuali siriani hanno scritto delle petizioni, hanno firmato delle dichiarazioni, hanno organizzato forum, incontri privati e nei circoli culturali per chiedere la fine dello stato d’emergenza, la liberazione dei prigionieri politici e il ritorno degli esiliati. Il regime ha risposto con l’arresto della maggior parte dei membri di questi gruppi. Nel 2001 le illusioni erano finite.
Nel frattempo era cominciata la privatizzazione di buona parte del settore pubblico con il trasferimento della proprietà di molte grosse aziende statali a uomini d’affari vicini ad Assad; il più famoso è il cugino di primo grado Rami Makhlouf, il quale, secondo le stime, possiede circa il 40% dell’economia siriana; ha infatti ottenuto il monopolio in diversi settori, tra cui il gas, il turismo, la telefonia mobile e le carte di credito. Il regime si è orientato verso il terziario e le banche, tagliando i sussidi all’agricoltura. Queste politiche, assieme a lunghi periodi di siccità, si sono rivelate una catastrofe per il mondo rurale, con il conseguente esodo della popolazione verso la città e un forte aumento della povertà. Già nel 2007-2008, le Nazioni Unite stimavano che il 30% della popolazione vivesse in povertà.
Il rapporto tra Assad e gli jihadisti è sempre stato opaco.
È stato nel corso della guerra in Iraq che il regime ha iniziato a flirtare con gli jihadisti, lasciando passare coloro che si dirigevano in Iraq per combattere gli americani. Questo gli ha fornito un potere di scambio con gli americani: "Voi mi minacciate e io vi mando gli jihadisti. Se mi lasciate in pace, li blocco e ve ne libero”. E in effetti in alcuni casi ha collaborato con gli americani fornendo loro informazioni utili per scovare alcuni jihadisti. Altre volte invece li ha lasciati entrare.
Possiamo dire che a partire dagli anni 2000 il regime ha cercato di giocare la carta jihadista nella sua politica regionale, consolidando contestualmente un’alleanza con l’Iran per proteggersi a vicenda dagli americani che occupavano militarmente l’Iraq.
Nel 2011 anche la Siria è stata coinvolta dai fermenti della Primavera araba.
Quando è cominciata la Primavera araba, Assad ha dichiarato che la Siria sarebbe rimasta estranea a questo fenomeno. Queste popolazioni si sentivano umiliate, non ne potevano più di regimi corrotti e liberticidi: Mubarak era al potere dal 1981, Gheddafi dal 1969, Ben Ali dal 1987, ’Ali ’Abd Allah Saleh, nello Yemen, dal 1978. Una giovane generazione più consapevole dei propri diritti, che conosce le lingue, accede ai media e alle rete sociali ha detto: "Basta”. Tuttavia, Assad sosteneva che la Siria avrebbe rappresentato l’eccezione, che nulla sarebbe accaduto in Siria, perché "le persone mi amano, perché sono un presidente giovane, vicino alla mia gente”. A marzo 2011 abbiamo invece assistito alla più grande rivoluzione del mondo arabo e alla più grande repressione.
In quei giorni alcuni attivisti stavano organizzando delle manifestazioni. C’erano militanti di sinistra, figli di prigionieri politici, avvocati, c’erano anche molte donne. Il 15 marzo sono scesi in strada e, davanti ai palazzi del potere, hanno intonato degli slogan che dicevano: "Rifiutiamo l’umiliazione”, ecc. Il ministro degli Interni si è avvicinato per calmarli, ma i presenti hanno continuato e lui li ha minacciati: "Considererò questo evento come una manifestazione”. In Siria, in caso di manifestazione, la polizia ha il diritto di arrestare chiunque, per via dello stato di emergenza. Gli attivisti sono comunque scesi per strada, alcuni sono stati arrestati, picchiati. Tutti pensavano che sarebbe finita lì e che non ci sarebbero state altre mobilitazioni.
Contemporaneamente, nel sud del paese, a Daraa, zona pesantemente colpita dalla crisi dell’agricoltura, così come da un taglio ai salari dei funzionari, particolarmente numerosi in questa regione, e da una riduzione delle attività commerciali lungo la strada che va da Damasco ad Amman (in Giordania), la popolazione era già al limite della frustrazione. Il limite è stato superato dopo che un gruppo di giovani sono stati arrestati e torturati per aver scritto degli slogan politici sui muri. I padri hanno formato una delegazione per incontrare il cugino di Bashar al-Assad, il capo militare di questa regione. Quest’ultimo ha risposto ai padri: "Dimenticate i vostri figli e andate a farne degli altri; se non sapete come farne, mandateci le vostre mogli così li facciamo noi dei buoni siriani”.
La rabbia è esplosa incontenibile: il 18 marzo, tre giorni dopo la manifestazione di Damasco, c’è stata un’altra grande manifestazione davanti alla moschea al-Omari di Daraa. La popolazione ha chiesto che il capo militare venisse portato davanti al tribunale e quei ragazzi liberati. Il regime li ha accusati di essere manipolati e la manifestazione è finita con una repressione violenta che ha portato alla morte di tre giovani. Il 21 marzo, giorno dei funerali, si sono susseguite grandi manifestazioni. A quel punto la rivolta si è politicizzata: i dimostranti hanno attaccato Siriatel, la compagnia telefonica di Rami Makhlouf, e la sede del partito Baath e hanno iniziato a strappare le immagini di Assad e di suo padre, hanno anche distrutto una statua di Assad padre.
A Homs, Damasco, Deir el-Zor, Idlib, Latakia, dappertutto la gente è scesa a manifestare. Il regime ha infine mandato l’esercito ed è cominciata un’escalation per cui, dopo ogni funerale, il movimento cresceva fino a quando, a giugno 2011, una serie di manifestazioni hanno riunito più di un milione di manifestanti in tutta la Siria. Un milione di persone su una popolazione di ventidue milioni rappresenta una partecipazione molto importante per un paese in cui manifestare può significare perdere la vita.
Dicevi che le manifestazioni hanno interessato in particolar modo i quartieri poveri, le periferie. Puoi spiegare?
La mobilitazione ha riguardato più le zone rurali che i centri urbani. Ci sono varie ragioni, non ultima il fatto che il regime voleva a tutti costi evitare che si ripetessero scene come quella viste in piazza Tahrir a Il Cairo o nelle grandi Avenue in Tunisia e quindi è stato brutale fin dall’inizio.
Il 18 aprile 2011, la repressione dei manifestanti raccoltisi a Piazza dell’Orologio, a Homs, è stata terribile: ci sono stati oltre cento morti e i cadaveri sono stati lasciati sulla piazza per alcune ore proprio perché la gente vedesse. I cadaveri sono stati infine portati via dai camion della spazzatura. La stessa scena si è ripetuta di lì a qualche giorno quando la gente è arrivata dalle periferie di Damasco per occupare la piazza Abbassyin, la seconda piazza più grande della città. È qui che oggi si svolgono i combattimenti più violenti, oltre che nel quartiere di Jobar. Da mesi i combattenti vivono nei tunnel di questo quartiere e continuano a controllarlo. È l’unico fronte vicino alla città e più volte in questa zona sono state usate armi chimiche.
Il regime, come dicevo, vuol far vedere che la rivoluzione è portata avanti da abitanti delle zone rurali, della periferia e quindi non rappresenta il popolo siriano: le classi medie, la borghesia, la gente civilizzata sostiene il regime, a dimostrazione che la rivoluzione è economica e non politica, non riguarda la libertà.
Il 24 marzo, Bouthaina Sha’ban, portavoce del governo, annunciò alla tv al-Manar, un taglio delle tasse e un aumento dei salari. L’annuncio però non solo non ha sedato gli animi, ma li ha fomentati. A quel punto lo slogan è diventato: "Ya Bouthaina, wa ha Sha’ban, al-sha’b al-suri mu ju’an”, cioè "O Bouthaina, o Sha’ban, il popolo siriano non è affamato”; non vuole cibo, ma dignità e libertà!
Quando poi le manifestazioni hanno raggiunto anche la piazza centrale di Hama, riunendo circa 300.000 persone per quattro settimane di fila, il regime ha reagito con una violenza ancora maggiore: la piazza è stata occupata dai carri armati, impedendo così alle persone di circolare, e ci sono stati un centinaio di morti e migliaia di arresti.
Intanto, già da maggio si registravano le prime defezioni dell’esercito. A giugno si è formato un gruppo di "ufficiali liberi” che non volevano sparare sui dimostranti. All’indomani di una manifestazione, alcuni soldati e ufficiali sono stati trovati morti con una pallottola in testa, colpiti da dietro: avevano ricevuto l’ordine di sparare sulla folla, ma si erano rifiutati, quindi sono stati giustiziati per spaventare gli altri. È un caso ben documentato.
Quando è cominciata la militarizzazione della resistenza?
L’uso di armi da parte dei giovani manifestanti è cominciato solo a partire da settembre. Il dibattito è stato molto acceso: alcuni erano a favore della militarizzazione, perché credevano che il regime non sarebbe crollato a colpi di pacifismo; altri erano contrari, dicevano: "Se ci armiamo, cadiamo in trappola: ci serviranno munizioni e supporto. Chi ce li fornirà? Quelli che ce li forniranno inizieranno a imporci la loro volontà; non possiamo perdere la superiorità morale che abbiamo rispetto al regime, proviamo a organizzarci altrimenti”.
I primi mesi del nuovo anno, con un’intensificazione delle repressioni e migliaia di persone arrestate, torturate, uccise, è aumentato il numero dei giovani che sostava ai check-point, nelle baracche isolate, munito di kalashnikov.
Nel quartiere popolare Bab Amro, a Homs, la resistenza è stata leggendaria.
A Bab Amro è stato allestito un ospedale da campo clandestino, ma anche un centro per accogliere i giornalisti stranieri che arrivavano attraverso la frontiera libanese. Le persone filmavano con i cellulari quello che succedeva e condividevano i video su YouTube, li mandavano ad Al-Jazeera, a volte vendevano delle foto. Anche i soldati del regime talvolta vendevano dei video di tortura agli attivisti. Si è costituito un gruppo di volontari per stabilire la veridicità del materiale, per evitare che girassero dei falsi.
Purtroppo la resistenza è durata poco: il regime ha presto iniziato a bombardare il quartiere distruggendolo e uccidendo buona parte della popolazione; sono stati uccisi anche alcuni giornalisti stranieri, come l’americana Marie Colvin e il fotografo francese Rémi Ochlik.
Nel frattempo, però, altri villaggi si stavano liberando dal controllo del regime; aumentavano i soldati che disertavano e si univano ai manifestanti. Buona parte della campagna siriana si era liberata dal controllo del regime. Tuttavia, quando l’Esercito libero ha cercato di prendere Damasco e Aleppo, con un’operazione militare fallimentare, il regime ha contrattaccato, riprendendosi tutta quell’area.
Nel frattempo, l’opposizione aveva conquistato il controllo di Aleppo, capitale economica del paese e seconda città più importante, riuscendo a liberare la regione fino alla frontiera turca, agevolando l’arrivo di armi. Parliamo però di armi leggere: kalashnikov, lanciarazzi, non la contraerea, che i ribelli reclamavano.
A fornire le armi sono Qatar, Arabia Saudita, Turchia e, secondo me, la Francia. Con qualche contributo britannico e americano, le "non-lethal weapons” di Obama, cioè giubbotti antiproiettile, occhiali a raggi infrarossi, dispositivi per comunicare e non quelle armi contraeree che davvero sarebbero potute essere decisive. Capisco che il fatto che gli alleati dei ribelli fossero paesi che certo non si distinguono per l’amore della libertà e della democrazia crei un problema; d’altra parte, i paesi che avrebbero potuto e dovuto aiutare i siriani democratici, se non militarmente, almeno imponendo una zona d’interdizione al volo, non l’hanno fatto. Non hanno neanche negoziato seriamente con i russi e gli iraniani perché non sostenessero Assad. Ad ogni modo, tra luglio 2012 e aprile 2013 più del 60% del territorio siriano era libero dal controllo del regime.
Nello stesso periodo assistiamo all’ascesa della componente islamista tra i rivoluzionari. Quali sono in questa fase le forze in campo?
Si tratta di combattenti islamisti che costituiranno diverse brigate e si raggrupperanno sotto il nome di Fronte Islamista. Ci sono i Fratelli musulmani e salafiti siriani. A questi si uniscono musulmani che non considerano l’Islam un progetto politico, ma che sono stati attratti da questi gruppi perché più organizzati e meglio equipaggiati degli altri. Contemporaneamente emerge Al-Nusra, un gruppo islamista che attira prevalentemente gli stranieri che arrivano attraverso la frontiera turca dall’Iraq, dove avevano già combattuto contro gli americani. Al-Nusra ha dei legami con Al-Queda.
Va detto che alcuni capi di Al-Nusra erano nelle prigioni del regime e sono stati liberati da Assad a giugno 2011, assieme ad alcuni capi del Fronte islamista (a proposito del rapporto tra Assad e gli jihadisti).
Dell’Isis non si parlava ancora. Tutte le forze che ho nominato, a eccezione di al-Nusra, vogliono la caduta del regime. Alcuni vogliono uno stato islamico, altri uno stato democratico, e poi c’è la componente laica, civile della rivoluzione che aspira appunto a uno stato laico e democratico. Al-Nusra in questo senso si distingue perché non usa mai la parola Siria, parla invece di Bilad al-Sham, cioè il Levante, la Grande Siria.
Ad aprile 2013 la regione di Raqqa viene strappata al regime. È allora che un certo Abu Bakr al-Baghdadi, dall’Iraq, annuncia la creazione dello "Stato Islamico dell’Iraq e del Levante”. Neanche lui parla di Siria ma di Bilad al-Sham e fa appello ad al-Nusra perché si unisca a lui. Al-Nusra rivendica la relazione con al-Zawahiri di Al-Queda. È a questo punto che matura il "divorzio” tra Zawahiri e Baghdadi. Gli stranieri, cioè i non siriani, di al-Nusra che corrispondevano a più della metà dei membri, disertano e si proclamano fedeli a Baghdadi, che intensifica l’invio in Siria di combattenti estremamente formati e preparati militarmente, la maggior parte dei quali è di origine irachena, cecena, alcuni del Caucaso, e poi sauditi, tunisini, giordani, libici, marocchini ed europei. Gli europei sono quelli militarmente meno formati, e al contempo i più frustrati, quelli che più di altri vogliono farsi riprendere mentre uccidono e massacrano.
Tu sostieni che c’è stata una grave sottovalutazione del fenomeno Daesh o Stato islamico.
Secondo me, tutti hanno sottovalutato quello che Daesh stava preparando. Tra maggio e ottobre 2013, Daesh controllava già buona parte di Deir el-Zor, che gli permetteva l’accesso all’Iraq e il controllo dei pozzi di petrolio, precedentemente controllati da al-Nusra e altre tribù. A chi vendeva il petrolio? Al regime siriano a 25-30 dollari al barile.
Mentre al-Nusra e il Fronte Islamico non hanno voluto ingaggiare un conflitto con Daesh perché già impegnati contro il regime, le brigate non islamiste dell’Esercito siriano libero hanno invece subito iniziato a combattere Daesh perché hanno capito qual era la posta in gioco. Daesh comunque, nel giro di pochi mesi, ha eliminato le forze islamiste e al-Nusra nelle aree occupate. In poco tempo ha ottenuto il controllo di un territorio pari al 30% della Siria: dalla frontiera irachena fino alla frontiera turca con tutti i pozzi di petrolio. Nei conflitti tra Daesh, Fronte Islamico e al-Nusra si contano 4.000 morti. Settecento uomini della tribù Al Cheitaat, che aveva osato ribellarsi, sono stati catturati, decapitati in piazza e filmati dallo Stato islamico. Erano tutti musulmani sunniti.
Come vengono amministrati i territori occupati da Daesh?
Daesh mantiene ordine e pulizia con grande rigore. Per esempio fa sì che il mercato si svolga in una strada precisa, ma soprattutto ha calmierato il prezzo del pane, fornisce l’elettricità (compatibilmente con la sua disponibilità energetica), vende la benzina e il cherosene a prezzi ragionevoli e impone le tasse, che tutti devono versare allo Stato Islamico; ha anche organizzato dei luoghi dove si possono fare petizioni e denunciare le azioni di qualcuno; ha creato una "polizia religiosa” per costringere la gente a rispettare la preghiera del venerdì. Se, durante l’ora di preghiera, qualcuno è per strada, viene picchiato. Ha confiscato le case dei siriani per offrirle agli jihadisti che arrivavano da fuori. La casa di un amico di Raqqa è attualmente abitata da una famiglia del Daghestan. Daesh invita le persone e promette loro un alloggio, e anche un matrimonio, casomai con le figlie dei capi-tribù che sperano di ottenere così la protezione dello Stato Islamico.
Che ne è stato dell’opposizione democratica?
Si trova tra due fuochi: i gruppi non islamisti dell’opposizione sono stati completamente emarginati, perché i capi della regione del Golfo preferivano lavorare con gli islamisti, anche perché sono più disciplinati. L’"opposizione moderata”, a cui da più parti era stato promesso aiuto, è stata abbandonata e ora è sotto l’attacco di al-Nusra, perché è in competizione con lo Stato Islamico e vuole dimostrare di poter imporre l’ordine nelle regioni sotto il suo controllo. Per questo motivo ha già eliminato due gruppi della frangia civile e laica nella regione di Idlib, e adesso è in guerra con molti altri gruppi in altre aree del paese.
Nella regione di Aleppo e di Idlib restano comunque dei gruppi dell’opposizione laica, composta da migliaia di combattenti, che però sono meno equipaggiati e meno addestrati degli islamisti. Anche nel sud del paese, cioè a Daraa e Quneitra, c’è una presenza consistente di combattenti non islamisti, perlopiù giovani dei villaggi dell’area.
Non sono necessariamente laici, magari sono credenti ma non islamisti e usano la bandiera della Siria libera, cioè la bandiera della rivoluzione. Al contrario, la maggior parte dei combattenti islamisti, al-Nusra compresa, hanno bandiere nere o con slogan islamisti. Al-Nusra non tollera la bandiera della rivoluzione e arresta le persone che ce l’hanno; Daesh uccide le persone che ce l’hanno; il Fronte Islamico la tollera, ma non la usa. Sono solo i combattenti non islamisti ad usarla.
Chiedevi che ne è stato dell’opposizione laica. Buona parte degli attivisti siriani che hanno iniziato la rivoluzione a Raqqa e a Deir el-Zor sono ora nelle prigioni di Daesh; ci sono anche giornalisti stranieri, attivisti, medici, donne… Abbiamo visto le barbarie cui sono sottoposti i prigionieri. Come non bastasse si tratta di una barbarie filmata in modo professionale, hollywoodiano, così che i media ne parlino. A quanto pare non dicono all’ostaggio che sta per morire, ma gli fanno credere che lo stanno filmando solo per inviare dei messaggi. È per questo che nei filmati si vedono gli ostaggi seduti, che ascoltano passivamente e poi all’improvviso vengono decapitati.
Comunque, per rispondere alla domanda, purtroppo l’opposizione è molto debole ora.
Ciononostante, il regime non è riuscito da gennaio 2013 a riprendere il controllo di nessuna città, a eccezione di qualche quartiere della città di Homs, una città strategica. Recuperando Homs, il regime può stabilire una linea tra Damasco, fortezza e capitale, e il litorale che è la sua base di mobilitazione per ragioni comunitarie e storiche. Sono stati gli iraniani a promuovere questa strategia; i russi avevano consigliato ad Assad la strategia cecena, ovvero distruggere la base sociale della rivoluzione. Gli iraniani hanno voluto concentrare le energie militari su un asse strategico invece di disperderle. Quest’asse va da Daraa, passando per Damasco e Homs, fino al litorale. Mantenendo il controllo di questa regione, si previene la caduta del regime. Quest’area corrisponde a ciò che alcuni propagandisti del regime anche in Francia chiamano la "Siria utile”.
Dicevi che è del tutto falso il dilemma per cui si tratta di scegliere tra Assad e l’Isis.
Dalla creazione dello Stato Islamico ad oggi, c’è stato un solo scontro importante tra l’Isis, o, più propriamente, Daesh, e l’esercito siriano, che si è verificato nei pressi dell’aeroporto militare di Menagh, nella regione di Aleppo,  ad agosto 2013. Qui lo Stato Islamico ha mandato un gruppo di kamikaze, provenienti perlopiù dall’Arabia Saudita, per far saltare le barriere davanti all’aeroporto e così sono riusciti a prenderne il controllo. Poi non c’è stato più nulla.
Dall’estate del 2014, quando Baghdadi ha dichiarato la nascita del Califfato, Daesh ha eliminato le basi che Assad aveva mantenuto a Raqqa -l’aeroporto e la base militare- ne ha preso il controllo e ha assassinato tutti i prigionieri, circa duecento soldati del regime.
Solo allora l’aviazione del regime ha iniziato a bombardare le regioni sotto il controllo di Daesh, uccidendo perlopiù dei civili.
Per venire al punto, non si può dire che il regime e lo Stato Islamico siano alleati e però tutto ciò che lo Stato Islamico ha fatto ha portato dei benefici al regime: dal punto di vista militare ha indebolito tutte le fazioni dell’opposizione; dal punto di vista politico ha offerto al regime l’argomento per cui la scelta oggi sarebbe tra Assad e i barbari.
Eppure finora lo Daesh ha ucciso dai 2.000 ai 3.000 civili siriani, oltre a migliaia di combattenti, mentre il regime siriano ha ucciso più di 150.000 civili siriani e decine di migliaia di combattenti. Francamente, a me pare che la "barbarie” del regime superi considerevolmente quella di Daesh: nelle prigioni del regime ci sono 250.000 detenuti, mentre nelle prigioni dello Stato Islamico ce ne sono poche migliaia, anche in questo caso il paragone non regge. Il fatto è che i crimini di Daesh vengono filmati scatenando reazioni di orrore, mentre i crimini di Assad sono commessi da un "laico, progressista” che sta combattendo il terrorismo.
Tu hai definito quella degli oppositori siriani una "rivoluzione orfana”. Puoi spiegare?
Perché tutti coloro che in genere si mobilitano per le cause di liberazione, d’emancipazione, di libertà, la gente di sinistra, gli intellettuali, i movimenti sociali, i sindacati, davanti alla Siria tacciono. C’è una minoranza che supporta la rivoluzione, ma una buona parte parla solo di complotto, di imperialismo, di monarchie del Golfo. Vedono l’Arabia Saudita, il Qatar, i piani americani, ma non i siriani. Kerry qualche tempo fa ha affermato di essere pronto a dialogare con Assad. La sinistra ha rifiutato l’intervento militare anche quando Assad ha usato il gas sarin nell’area del Ghouta, nei pressi di Damasco; di nuovo l’argomentazione era che si trattava di un complotto per giustificare l’intervento militare. Tra parentesi, Assad prima ha negato di essere in possesso di armi chimiche, poi ha consegnato migliaia di tonnellate di gas sarin.
Oltretutto, anche chi era contrario all’intervento militare poi all’improvviso si è messo a sostenere i curdi che tenevano testa agli islamisti a Kobane, senza considerare che i curdi sono riusciti a difendere Kobane solo grazie all’aviazione americana. Senza l’intervento americano, Daesh sarebbe riuscito a impossessarsi non solo di Kobane, ma dell’intera regione curda in un fine settimana.
I siriani oggi stentano a comprendere come mai Daesh sia così pesantemente bombardato dagli americani e dai paesi occidentali, mentre il regime, nonostante i crimini commessi, riceve al massimo qualche condanna e promesse di normalizzazione. Temo anche che questa strategia finisca per fare il gioco di al-Nusra da un lato e di Daesh dall’altro, perché sentirsi vittime di un trattamento differenziato non fa che alimentare frustrazione, collera e radicalizzazione.
Basta guardare all’Iraq: Daesh è prima di tutto un fenomeno iracheno e in Iraq il suo successo è legato alla frustrazione della popolazione arabo-sunnita che è stata esclusa da tutte le istituzioni. Continuiamo a commettere gli stessi errori e poi ci chiediamo come mai le persone si radicalizzino.
Cosa si può fare?
Credo ci siano due cose da fare. In primo luogo, bisogna continuare la pressione sul regime Assad per indebolirlo e per mostrare ai suoi alleati che non ci possono essere accordi con questo criminale. E la pressione si fa sfruttando i numerosi dossier che provano l’esistenza di una macchina della morte in Siria. Oltre 30.000 civili siriani sono stati uccisi da raid aerei del regime. Non si tratta più solo di un crimine di guerra, ma di un crimine contro l’umanità. Ci sono 11.000 cadaveri documentati; 55.000 foto ritraggono le torture inflitte nelle prigioni del regime siriano solo a Damasco, senza considerare le altre prigioni. Ripeto: 11.000 cadaveri. Fa tutto parte del cosiddetto "Dossier Cesare”. Queste foto sono state dichiarate autentiche e sono considerate delle prove da parte di importanti giudici e procuratori internazionali. Questo dossier può portare all’arresto di Assad, deve solo essere approvato dal Consiglio di Sicurezza. I russi e i cinesi porranno il veto, ma esistono altri mezzi: se, per esempio, dimostriamo che dei siriani con nazionalità belga sono stati uccisi, c’è una legge belga che permette di fare indagini. Analoghe possibilità riguardano la Spagna e la Gran Bretagna. Ad esempio, un medico inglese, il dottor Abbas Khan, 32 anni, partito per la Siria per prestare aiuto umanitario, è stato arrestato dal regime ed è morto per le torture subite. La sua famiglia, in questo momento, si sta muovendo a livello legale.
Quello che non mi stanco di ripetere è che Assad non può essere la soluzione, perché Assad è il problema.
Mi chiedo anche come un occidentale possa considerare Assad, un uomo che ha ucciso 150.000 persone, la soluzione per i siriani. È difficile non pensare che ci sia sotto una forma di razzismo o quanto meno di disprezzo per questa popolazione. Un europeo potrebbe accettare di avere per presidente qualcuno che ha ucciso dieci persone? Bene, se per lui è uno scenario inaccettabile dovrebbe considerarlo tale anche per i siriani.
Ripeto, Assad è un criminale di guerra e ci sono dei dossier che possono consegnarlo alla giustizia.
Cosa si può fare? Intanto, alcune fazioni dell’Esercito libero meritano di essere armate militarmente; gli Stati Uniti che oggi bombardano Daesh in Siria e Iraq potrebbero imporre, almeno nella loro area d’azione, che il regime siriano smetta di bombardare la popolazione civile. Si potrebbero avviare dei negoziati con iraniani e russi; è una strada che è stata intrapresa ma troppo lentamente. Bisogna convincerli che è necessaria una soluzione politica.
Quale soluzione politica?
Un governo d’unione nazionale a cui possono prender parte persone del regime, ma non la famiglia Assad. Si possono individuare dei tecnocrati che attualmente appartengono al governo siriano, così come degli ufficiali e dei generali dell’esercito andati in pensione nel 2010, che quindi facciano parte della comunità alauita, ma che non si sono macchiati le mani di sangue. Questo per garantire a questa comunità che dopo la caduta del regime non succeda quanto visto in Iraq con i sunniti. Si possono contattare queste persone e dir loro di prepararsi a far parte di un governo di unione nazionale per voltare pagina in Siria. Possiamo poi coinvolgere delle persone dell’opposizione siriana che erano contrarie alla militarizzazione e altre persone credibili sul piano culturale, intellettuale, non necessariamente schierate politicamente.
Questo percorso non è impossibile. Quello che manca è volontà politica. Evidentemente trovare una soluzione politica in Siria non è prioritario.
Per gli Stati Uniti, oggi la priorità in Medio Oriente è un accordo con l’Iran sul nucleare. Cacciando il regime siriano, si dichiarerebbe guerra all’Iran apertamente, e questo non è il momento.
L’Europa, purtroppo, è divisa: la Francia ha la posizione più ferma contro Assad, seguita in parte dalla Gran Bretagna; gli italiani e gli spagnoli sono politicamente poco chiari e a livello di servizi segreti hanno contatti con il regime siriano; i tedeschi, gli austriaci e gli svedesi sono da sempre contrari a ogni misura anti-regime siriano.
Le monarchie del Golfo, pur non rispettando i diritti umani, sono preoccupate dalla crescita dell’Iran nella regione. La Turchia ha un peso fondamentale, ma non vuole essere direttamente coinvolta; non vuole che Assad resti o che gli iraniani diventino più forti, ma, in quanto membro della Nato, non può fare molto. L’atteggiamento generale rispetto alla Siria è quindi passivo, esitante, non c’è aggressività diplomatica.
Ma non è affatto vero che in ambito politico non ci sono soluzioni o alternative.
Ora si cita la Libia per dire "Abbiamo fatto crollare un regime e ora guardate il risultato, era meglio non intervenire”. Si è detto lo stesso dell’Iraq: Saddam Hussein era un criminale, ma quello che è successo dopo è stato un disastro. Ma questo non significa che il criminale non debba essere cacciato, significa che la transizione deve essere condotta in maniera diversa. In Iraq, dopo la caduta di Saddam non bisognava -e bisogna evitarlo anche in Siria- cacciare tutti i funzionari di stato e gli ufficiali dell’esercito. La maggior parte dei generali dello Stato Islamico in Iraq sono quei generali dell’esercito iracheno con esperienza e buona preparazione che Paul Bremer, il governatore americano dell’Iraq, ha cacciato via. È anche vero cha li ha cacciati dietro pressione di Al-Sistani, ma c’erano altri modi di giocare sulle contraddizioni e di incoraggiare un processo politico che coinvolgesse tutti, invece di escludere.
In Siria, si può, si deve fare qualcosa di diverso. E poi servirà un piano Marshall: bisogna ricostruire il paese. Ci sono oltre tre milioni di sfollati all’esterno del paese, e sei milioni all’interno del paese, circa il 45% della popolazione. Se li sommiamo alle vittime e ai prigionieri, possiamo dire che metà della popolazione siriana è stata uccisa o è detenuta o è sfollata. È una tragedia di proporzioni inimmaginabili. Non possiamo continuare a non fare nulla.
(a cura di Bettina Foa e Barbara Bertoncin.
Traduzione di Daniela Guenda Regano)

  

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L’aumento delle truppe in Iraq e l’apertura ai Sunniti sono mosse ormai tardive. Il rischio di una disfatta peggiore del Vietnam. La rinuncia ai sogni imperiali ed egemonici dell’America. L’Iraq deciderà chi sarà il prossimo presidente. L’inevitabile scelta di sedersi a un tavolo con l’Iran. Intervista a Andrew Arato.

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Un sito nato per offrire alle donne uno spazio di discussione libera; il rischio che la reazione al "femminismo di stato” di Ben Alì, imposto dall'alto, porti ora a una islamizzazione dei maschi e al ritorno al velo per tante giovani donne; i cambiamenti del costume inarrestabili; il tabù dell'ateismo, che resta. Intervista a Khalil Gdoura e Bayrem Zouari.

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L’errore, all’indomani della Liberazione, di imputare tutti i problemi alla colonizzazione e l’incapacità di far fruttare il capitale della lingua francese; una laicità che stenta ad affermarsi e la convinzione che la questione decisiva, anche per la democrazia, sia l’emancipazione femminile; intervista a Mohammed Harbi.

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Quando è scoppiata la rivoluzione, in strada, a manifestare contro Ben Ali, c’erano anche giudici e avvocati; un sistema, quello della giustizia tunisina, da riformare profondamente, in tutte le sue articolazioni, a cominciare dai poliziotti; la fase della giustizia, a cui deve seguire la riconciliazione. Intervista a Wahid Ferchichi.

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Una dinamica profonda, con al centro il conflitto fra ortodossia e modernizzazione, preesistente alla stretta del 2009, ha bisogno di tempo per svilupparsi; il 70% della popolazione sotto i trent’anni; a scanso di effetti boomerang la questione nucleare deve essere ispirata a valori universali e di equità. Intervista a Pietro Marcenaro.

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Il valore inestimabile della chirurgia di base in situazioni di povertà; piccoli ospedali dove più che le attrezzature conta l’esperienza del personale maturata sul campo; situazioni di estrema necessità che aumentano l’”acume clinico” e il concetto fondamentale di "costruzione di capacità”. Intervista a Giuseppe "Pino” Meo.

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A Drancy, dove convivono una forte comunità musulmana, ma anche piccole comunità ebraiche, cattoliche e protestanti, è in corso un esperimento di dialogo interreligioso; il problema dei finanziamenti delle moschee e quello, altrettanto cruciale, della formazione degli imam. Intervista a Hassen Chalghoumi.

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Il mostruoso deficit commerciale Usa e l’aumento della mortalità infantile sono solo alcuni degli indicatori del declino americano. L’Europa sta salendo al vertice delle preoccupazioni americane. Dopo la catastrofe irachena la razionalità spingerebbe a miti consigli, ma nella storia, e nell’uomo, esiste l’irrazionalità e questa spinge verso l’Iran. Un’oligarchia che non ha quasi più nulla di democratico. Intervista a Emmanuel Todd.
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La fallimentare avventura irachena, tutt’ora senza sbocchi, ideata e decisa ben prima dell’11 settembre, quando la destra americana si convinse che, con la fine della Guerra Fredda, all’America si presentava un’occasione irripetibile per affermare anche territorialmente l’impero. La convinzione americana che l’Europa non fa paura. La novità della legalizzazione della tortura. Intervista a Philip Golub.
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Dopo l’11 settembre una parte della sinistra americana s’è fatta contagiare dalla febbre patriottica. L’impossibilità di inseguire la destra, di far compromessi, sul terreno dei valori dominanti negli stati del sud: "God, Guns, Gays”. La necessità di tornare ai valori pragmatici della giustizia sociale. Un cosmopolitismo che oggi può trovare in internet uno strumento straordinario. Intervista a Stephen Eric Bronner.
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Una sinistra che è stata incapace di simpatizzare con le vittime dell’11 settembre e che poi di fronte al Patriot Act che rompeva il quadro dei diritti costituzionali non ha saputo che gridare al fascismo. La sottovalutazione del problema della sicurezza. Col rigetto della guerra in Iraq la sinistra rischia di rigettare ogni possibile uso della forza. Il rischio di elezioni libere in Egitto. Intervista a Michael Walzer.
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Perché trent’anni di occupazione ingiusta dei Territori palestinesi hanno favorito il progresso economico e sociale dei palestinesi. La possibilità di lavorare in Israele, di esportare e importare i prodotti locali, l’inizio degli investimenti dei palestinesi in diaspora e degli stranieri. Il disastro della seconda Intifada. Il problema della sicurezza, che per Israele viene prima di tutto, e che rischia di far naufragare ogni progetto di sviluppo. I nuovi imprenditori palestinesi, giovani dei Territori che si sono guardati in giro... Intervista a Ephraim Kleiman.
Il funzionario dell'Ohio

America mostro imperialista o forza complicata? Le due sinistre americane che non si parlano più. L’errore grave di non condannare Saddam Hussein. Il problema di un partito democratico che in tante zone del paese non è presente sul territorio. L’attacco della destra alle istituzioni ‘ancora democratiche’ come le università attraverso la denuncia di presunte discriminazioni. Intervista a Todd Gitlin.
La neo-umma

Una rivoluzione silenziosa che ha visto crescere in Europa una presenza musulmana sempre più consistente. Il senso di esclusione dei giovani e la radicalizzazione jiadista di una parte, per ora esigua, di loro. L’immaginario di una neo-umma minacciata da un Occidente demonizzato. Il senso di umiliazione vissuto tramite la tv. Immolarsi, non già per il paradiso, ma per una causa sacra. Intervento di Farhad Khosrokhavar.
Teocrazia
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La teologia del "dominionismo”, che nega ogni separazione fra stato e religione e che sulla base di una lettura letterale della Bibbia vorrebbe che il Dio cristiano dominasse la vita degli uomini, pur non dichiarando apertamente i propri scopi, è sempre più diffusa negli Stati Uniti. Il pericolo di un aumento delle prerogative presidenziali. Un dialogo sulla destra religiosa fra Riccardo Gori-Montanelli e Aaron Thomas.


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Le donne palestinesi stanno discutendo di come far valere i loro diritti nella futura costituzione. Il problema dell’inter-pretazione della legge islamica, finora al maschile. L’esempio illuminato tunisino e la beffa subita dalle donne algerine. La tradizione inventata del velo e il rischio che la donna diventi oggetto di negoziato fra islamici e Olp. Il grande realismo della donna araba. La possibile delusione sugli accordi. Intervista a Ruba Salih.
Colei che vede chiaro

Le donne algerine, dopo aver sfidato in questi anni il terrorismo integralista difendendo la vita quotidiana delle donne, dopo essere andate a votare in massa dimostrando quanto fossero false le analisi che prevedevano un bagno di sangue, ora si stanno organizzando per la lotta politica contro quell’infame codice della famiglia che le condanna ad essere minorenni a vita. Intervista a Khalida Messaoudi.
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Sosteniamo la lotta di Khalida Messaoudi e delle altre femministe algerine.
La madre, Chicago, Harvard...

L’originalità di politiche e gesti di Barack Obama non si esaurisce nel suo carisma e nell’uso della rete, ma affonda nell’infanzia segnata dalla madre antropologa, nell’esperienza di organizzatore di comunità e ad Harvard. La figura e il ruolo di Saul Alinsky e l’importanza dell’arte di ascoltare. Intervista a Marianella Sclavi.

Il potenziale
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L’Amministrazione di Obama si sta dimostrando aperta al dialogo, non islamofoba e capace di criticare Israele. La questione, intricata, di Pakistan e Afghanistan. L’importanza di tenere alta l’attenzione in Iran, senza però interferire. L’impegno del ritiro dall’Iraq, ormai improrogabile.
Intervista a Stephen Bronner.
La guida turistica
del Kosovo

Appunti di viaggio.
Di Paolo Bergamaschi
Presidente Obama: invictus?

lettera dall'America
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La nostra casa

Quella mattina, poco dopo la fine della guerra, in cui si presentarono tre palestinesi e chiesero di dare un’occhiata alla "loro” casa, la difficile scelta di farli entrare e poi la nascita di un’amicizia e la decisione di fare della propria casa una "open house” per israeliani e palestinesi.
intervista a Dalia Landau.
Due sarte togolesi

Un’associazione, Seniores, che mette insieme professionisti prossimi alla pensione disponibili a viaggiare e a trasmettere gratuitamente l’esperienza accumulata nel corso della vita e l’idea di due sarte di fare un corso di alfabetizzazione femminile nel mercato principale di Lomé...
Intervista a Paola Piva.
Posso sempre
andare in Ecuador!

All’indomani delle elezioni locali, in cui questa volta hanno votato anche i serbi, il Kosovo si presenta come un paese "quasi normale”; il paradosso di un paese al centro dell’Europa i cui abitanti non possono andare da nessuna parte e i problemi di un’economia che stenta a partire.
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Madre di Yakub

L’esperienza di un’associazione, Humans Without Borders, che cerca di far curare bambini palestinesi ammalati in ospedali israeliani, facendoli passare fra i tanti posti di blocco; l’imperativo morale che spinge tanti israeliani a far qualcosa per i palestinesi pur in un contesto politico di disperazione.
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Il 20% della popolazione uccisa, il 50% profuga. Un terrorismo di Stato circondato dal silenzio di una stampa imbavagliata. La disperazione dei ceceni. L’indifferenza colpevole dell’Europa. Intervista a Olivier Dupuis.

Bob Dylan a Teheran

Democrazia in Iran, difesa dei diritti umani, dare voce a chi vuol diffondere le proprie idee, sono gli obiettivi di una radio fondata da iraniani emigrati che trasmette dall’Olanda; un sito con un milione e mezzo di passaggi al mese, molti dei quali dall’Iran dove sono attivi 62.000 blogger... Intervista a Kamran Ashtary.





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