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Mario Trudu, pastore, arrestato con l’accusa di sequestro di persona, è "Fine pena mai"


UNA CITTÀ n. 218 / 2015 dicembre-gennaio

Intervista a Mario Trudu
realizzata da Francesca de Carolis

I NOMI IN SARDO
Una vita trascorsa in carcere prima per una condanna da cui da sempre si dichiara innocente e poi per un sequestro effettuato da latitante; il trasferimento nel “continente” e la perdita dei contatti con i propri cari, specie i più giovani che al compimento della maggiore età non hanno più diritto alle visite; la nostalgia per la terra tanto amata e per la lingua sarda; la scelta di non collaborare perché il pentimento è un’altra cosa; il peso delle azioni commesse, gravoso come il carcere. Intervista a Mario Trudu.

Mario Trudu, pastore, nel 1979 viene arrestato con l’accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione. Condannato per un delitto del quale da sempre si dichiara innocente, durante una breve latitanza è responsabile del sequestro dell’ingegner Gazzotti. Condannato all’ergastolo, ostativo ("fine pena mai” effettivo) , in carcere, a Spoleto, si diploma all’Istituto d’Arte. Attualmente è nel carcere di San Gimignano. La sua vicenda è raccontata nell’autobiografia "Totu sa beridadi” (tutta la verità) pubblicata da Stradebianche, e ora in uscita con Stampa Alternativa. Lei è in carcere da 35 anni, come raccontarli? Questa carcerazione infinita…
è impossibile raccontarla, anche se alle volte ci proviamo, e per quel poco che riusciamo a esprimere non è sempre facile trovare le parole giuste, adatte, a far capire alla gente cosa si pensa, cosa si è provato, cosa sono stati per me questi 35 anni di carcere; le parole alle volte sono limitanti, ci vorrebbero parole nuove e tanto forti che non esistono. È meglio così, altrimenti le persone che leggessero la mia storia con tutte le sue ingiustizie, ne uscirebbero con il corpo ustionato. Lei è stato condannato per un sequestro di cui si è sempre dichiarato innocente e per un secondo di cui si assume piena responsabilità…
Fossi solo io a protestare la mia innocenza! La mia parola non ha mai contato niente ed è molto probabile che non conterà mai nulla, ma sono le carte a gridare, a urlare la mia innocenza insieme ai miei coimputati…
Il secondo sequestro, invece, è stata conseguenza della prima ingiustizia compiuta, ma la responsabilità di quel sequestro è solo mia, e nella mia autobiografia spiego come sono andate realmente le cose. A volte la vita prende direzioni impreviste. La direzione è sempre il destino a deciderla, frutto di combinazioni, di fatti successi senza che uno li provochi, e per me è accaduto lo stesso. È il frutto avvelenato di cinque maledetti minuti. Un incontro in un lontanissimo giorno del 1978, l’inizio dei miei guai, con una persona che poi è stato il mio accusatore…
Ero pastore, ma posso dire che non svolgevo nessun lavoro, perché io ero una persona innamorata di ciò che facevo, e uno l’amore non lo vive mai come lavoro. È solo gioia che si vive minuto dopo minuto. Sì, amavo fare quel lavoro, pensavo che non esistesse altro che potesse sostituirlo, mi permetteva di sognare, di fare progetti, come crearmi una famiglia, che poi era la cosa che desideravo di più. Pensavo che solo la morte avrebbe potuto averla vinta su quel mio stare bene. Poi ho scoperto che c’è qualcosa di più forte della morte, ed è l’ingiustizia, quella sì, che è potente e invincibile, e io ho dovuto sperimentarla sulla mia pelle. Io ho avuto a che fare con la morte, ma da quello scontro ne sono uscito vincitore. Con l’ingiustizia combatto da 35 anni e da allora sono sempre stato un perdente. L’ingiustizia non si ammala mai, quindi non puoi sperare che abbia almeno un momento di debolezza da poterla sopraffare. Come ha cominciato a scrivere la sua storia? L’idea iniziale era solo di prendere degli appunti affinché rimanesse qualcosa scritto su di me, sulla mia disastrata esistenza. Prendevo questi appunti su dei quaderni. Nell’inverno del 2000 mi fu concesso, per un paio d’ore al giorno, di poter accedere a un vecchio computer, residuato bellico di un corso d’informatica fatto dieci anni prima. Presi la decisone di scrivere la mia autobiografia, spinto anche dalla mia carissima nipote Rosa, che mi ha dato una grossa mano nella trascrizione degli appunti. Man mano che scrivevo della mia attività di allevatore e della natura che mi circondava, della quale ero innamorato fin da bambino, mi veniva voglia di abbandonare il resto della storia, con tutti i suoi fatti scabrosi e pieni di paura di cui non riuscivo a liberarmi. Mi veniva voglia di descrivere solo la bellezza, la grandezza... [ continua ]

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