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UNA CITTÀ n. 205 / 2013 Agosto-Settembre

Intervista a Andrea Ichino
realizzata da Giorgio Calderoni e Gianni Saporetti

LA POSSIBILITA' DELL'AUTONOMIA
La proposta di avviare un’esperienza di scuole pubbliche, del tutto finanziate dallo stato, ma gestite in piena autonomia da privati in stretto rapporto coi genitori; allo Stato il compito dell’informazione e degli esami di stato; l’esperienza delle free school e delle charter school; la libertà nell’assunzione degli insegnanti e la varietà degli indirizzi. Intervista ad Andrea Ichino.

Andrea Ichino è Professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato, tra l’altro, con Daniele Terlizzese, Facoltà di Scelta. L’università salvata dagli studenti. Una modesta proposta, Rizzoli, 2013. Il libro di cui si parla nell’intervista è Liberiamo la scuola, di Guido Tabellini e Andrea Ichino, edizione Corriere della Sera, 2013. Voi proponete di avviare in Italia una sperimentazione delle scuole autonome, quelle che in Inghilterra e altrove si chiamano "free school”, scuole, cioè, completamente autonome nella gestione dell’istruzione, ma pagate interamente dallo Stato. Intanto perché una sperimentazione? L’idea è che in generale in questo Paese, ma in particolare nel mondo della scuola, sia difficile fare riforme imposte dal centro alla totalità della popolazione e che sia preferibile, invece, percorrere una strada fondata sull’autonomia, consentendo a chi vuole provare modi diversi di fare scuola, di poterlo fare senza togliere risorse a chi, invece, preferisce il sistema tradizionale. Tutti pensiamo che la scuola italiana non funzioni bene, però su quale riforma fare non si trovano due persone con la stessa opinione. Quindi è inutile tentare di fare una riforma che vada bene a tutti. Meglio consentire alla gente di fare scuola in modo diversificato senza che questo debba significare il passaggio a un sistema privato nel senso tradizionale del termine. È questa, forse la cosa più difficile da far capire alla gente: si può separare la funzione "redistributiva” dello Stato, intesa come impegno a far sì che tutti possano avere accesso alle stesse opportunità educative, dalla funzione di "produrre” istruzione. La scuola può rimanere pubblica nel senso che è finanziata dallo Stato -e lo Stato ne garantisce l’accesso e la qualità- ma può al tempo stesso essere "prodotta” da privati o comunque da soggetti diversi dallo "Stato centrale”. Se questi altri soggetti riescono a produrre meglio i servizi educativi, non c’è niente di male, purché se ne garantisca a tutti l’accesso. Per esempio, molte aziende che offrono il servizio di trasporto pubblico urbano o extra-urbano sono private, ma lo Stato assicura attraverso sovvenzioni che l’accesso ai servizi sia ovviamente aperto a tutti. Quindi la regolazione e il finanziamento restano statali e però gli attori, quelli che gestiscono, possono essere sia statali che privati…
Sì, esattamente, è questa la rivoluzione, cioè togliere allo Stato centrale una delle tre funzioni, quella della "produzione” di istruzione. Regolazione e finanziamento rimangono. Quindi è chiaro che non vogliamo lasciare completamente libere le nuove scuole autonome: ci sono dei binari entro i quali devono stare, ma all’interno di quei binari c’è piena autonomia. In realtà il nostro sistema attuale è l’ibrido forse peggiore, perché abbiamo una scuola privata che, in teoria, doveva essere in grado di finanziarsi da sola e invece è finanziata dallo Stato, senza quasi alcun controllo sulla sua qualità. Quindi non stiamo parlando di privatizzazione, ma di un terzo modello di scuola…
Sì: la nostra proposta è diretta principalmente alle scuole statali, per offrire loro la possibilità di diventare autonome (su base volontaria) e uscire dal sistema tradizionale. Non puntiamo a introdurre in Italia un sistema privatistico puro. La scuola finanziata dai privati e gestita dai privati senza regolazioni ha dei difetti, perché crea sorting, cioè gli studenti migliori vanno nelle scuole migliori e si crea segregazione, il che è un male per una società, che ha bisogno, invece, di un sistema di istruzione che serva a tutti, non a pochi eletti. Un sistema che produca persone superskilled e abbandoni tutti gli altri a loro stessi non può funzionare bene; e in ogni caso è necessario che la selezione sia legata al merito, non al reddito, cosa tutt’altro che facile da farsi... [ continua ]

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