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c’è un numero crescente di individui, soprattutto giovani, che vogliono essere imprenditori di se stessi, come li rappresentiamo?
(Dall'intervista "Perché atipico?")


Perché atipico?
La difficoltà, per il sindacato, di rapportarsi al lavoro atipico e autonomo, senza cadere nella tentazione di assimilarlo al lavoro dipendente. Il modello danese non tutela il posto di lavoro, ma il lavoratore, in quanto cittadino. Il tabù del licenziamento che crea iniquità. Un forum tra tre sindacalisti e tre lavoratori autonomi.

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La presunzione dello Stato
L’assurdità e l’iniquità di un modo di procedere dello Stato verso il contribuente completamente basato sull’induzione, attraverso modelli matematici del tutto astratti, del reddito che un’azienda produce. Il costo del ricorso e la pratica poco civile degli sconti. Intervista a Giovanni Rigoni.

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Perché la sinistra non ha capito
Una sinistra che, malgrado la sua tradizionale attenzione alle forze produttive e alla composizione sociale, non ha capito nulla di cosa stava succedendo con la fine del fordismo e la globalizzazione. Una risposta sempre verticistica e "politica”. 24 milioni di persone vivono d’impresa, la maggior parte al Nord. La risposta semplicistica della destra. Il conflitto fra flussi e luoghi, il nodo fondamentale. Intervista a Aldo Bonomi.

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Il valore aggiunto della partita Iva
Il lavoro autonomo, pena anche l’uso di categorie obsolete, resta ‘invisibile’ nella sua specificità. Oggi la vulnerabilità non riguarda più gli ‘ultimi’, ma una parte consistente della società. L’autonomo è disposto a uno scambio tra l’ansia dell’incertezza e la possibilità di determinare le proprie scelte, il dipendente no. Gli enti minaccianti: ordini e università. Un dialogo tra Sergio Bevilacqua e Pietro Lembi.

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Il buon lavoro
La situazione, paradossale, dei lavoratori autonomi con partita Iva, equiparati quasi a dei dipendenti sul piano contributivo e alle imprese sul piano fiscale. L’assurdità degli studi di settore, misura vessatoria per i piccoli e facile strumento di evasione per i grandi. Un problema giuridico, prima ancora che culturale. L’inspiegabile simpatia della sinistra per il lavoro sotto padrone. Intervista ad Anna Soru.

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L’impresa
di lavorare
tanto e bene

La crescita tumultuosa dell’imprenditoria immigrata, che in parte è indotta certamente dal ricatto degli imprenditori italiani, che preferiscono avere un immigrato a partita Iva, ma in parte è frutto di una reale volontà di iniziativa e del desiderio di mettersi in proprio. L’immigrato sa che dare lavoro e pagare le tasse è una via sicura per radicarsi in un territorio. Imprese sempre su base etnica o familiare. Intervista ad Alberto Bordignon.

problemi di lavoro

Intervista a G.Virgili del Comitato Piccoli Imprenditori Invisibili


  
UNA CITTÀ n. 196 / 2012 Agosto-Settembre

Intervista a Giuseppina Virgili
realizzata da Joan Haim

INVISIBILI
Lasciare un posto sicuro per metter su una piccola azienda e dopo quasi 30 anni trovarsi con i clienti che non pagano, le banche che chiudono i rubinetti, le istituzioni che chiudono le porte... l’idea, anche per non disperarsi, di metter su un’associazione per dar voce ai piccoli imprenditori in crisi. Intervista a Giuseppina Virgili.

Giuseppina Virgili, piccola imprenditrice dell’abbigliamento, è presidente dell’associazione Copii, Comitato Piccoli Imprenditori Invisibili.

Nel 2011, dopo alcuni anni di gravi difficoltà, la sua ditta è fallita e da allora è impegnata in prima persona accanto ai piccoli imprenditori in crisi o falliti. Può raccontare?
Io avevo un’azienda che produceva abbigliamento con marchio proprio, prettamente made in Italy. Era il nostro vanto, pensavamo fosse il nostro valore aggiunto. Invece negli ultimi anni è diventato la nostra condanna perché facendo made in Italy "vero” ti vai a scontrare con un mercato parallelo, proprio qui sul nostro territorio, con cui è impossibile essere competitivi, soprattutto perché oggi anche i negozi tendono a spendere meno.
Facevamo un prodotto medio alto, piuttosto ricercato. I nostri clienti erano boutique. C’è anche da dire che nell’abbigliamento la crisi si era iniziata a sentire già prima del 2008, appunto con l’avvento dei cinesi. Oggi tutti parlano della delocalizzazione, ma esiste una sorta di "delocalizzazione” anche sul territorio nazionale, che rischia di essere la vera condanna a morte per noi artigiani.
La mia era un’azienda piccolina: eravamo cinque persone e poi mi avvalevo della collaborazione di un laboratorio esterno. Le dico che trovare donne italiane che ancora cucissero era come andare a cercare l’oro! Tra l’altro erano tutte persone di una certa età. Questo è triste: stiamo perdendo proprio il nostro know how. In futuro non ci sarà più nessuno in grado di fare questi mestieri, il panettiere, il calzolaio. Io credo che questo dovrebbe anche preoccuparci. Non si può essere tutti finanzieri e trader.
Diceva del fallimento...
Nel 2008 i miei clienti hanno iniziato a non pagare. Alcuni non ce la facevano davvero, altri un po’ hanno giocato sul fatto della crisi. Il fatto è che spesso ti trovavi ricattata. Mi spiego: magari ti avevano ordinato 100 capi e volevano restituirtene la metà accampando scuse, difetti. Ecco, tu eri costretto a riprenderli perché sennò rischiavi che non ti pagassero neanche gli altri.
Quindi intanto sono aumentati i mancati pagamenti. C’era anche chi ritardava, capitava che ti rimandassero indietro la ricevuta bancaria e ti facessero l’assegno quando volevano loro. Solo che quando succedono queste cose alla banca ovviamente si accende il campanello d’allarme. Poi con Basilea 2 è proprio una tragedia. È un attimo trovarsi segnalati al Crif, alla centrale dei rischi. Lo strano dell’Italia è questo: io che non incasso vengo segnalato, il cliente che non mi paga no! Non mi sembra tanto normale. Al limite tutti e due.
Poi c’era il fatto che così ci rimettevi due volte, perché sulla merce venduta comunque devi pagare le tasse, e pure anticipate, e poi l’Iva. Insomma era sempre più dura.
Poi è successo che sono stata consigliata male. Quando arrivano questi momenti perdi la lucidità. Infatti ora ai nostri associati dico sempre: "Fermi! Non fate niente”. Perché a volte cercare di mettere la toppa è peggio dello strappo.
Ecco in questa confusione mentale, abbandonata anche dai professionisti... Tra parentesi, anche loro hanno delle grosse responsabilità: alcuni imprenditori avrebbero potuto salvarsi e invece si sono ritrovati in mezzo alla strada a causa dell’incompetenza o mancanza di volontà di chi avrebbe dovuto seguirli.
Comunque a me è stato detto di far entrare nell’azienda mia figlia, che quindi è diventata amministratore, ha preso le quote.
Non l’ho ancora detto: a quel tempo mi servivano 30.000 euro, dovevo fare il campionario. Quindi mi hanno fatto mettere dentro lei così da poter accedere ai fondi per l’imprenditoria giovanile femminile. Beh, sa cos’abbiamo ottenuto con tutta questa operazione? Che ho rovinato mia figlia, che oggi ha 22 anni e un fallimento sulle spalle! E questo per una mamma... Beh, può immaginare come mi sento. Cioè, se il fallimento era su di me non importava niente, ma che pesi su di lei... Lei poverina si è fidata di me. Io sono una persona onesta. Molti prendono un prestanome e impacchettano un bel fallimento e poi salutano tutti. Io non ho fatto questo.
Comunque, a quel punto abbiamo cominciato a chiedere questi soldi, tra l’altro avevamo il consorzio fidi che garantiva all’80%. Purtroppo però le banche se non garantisci tutto... e comunque trovavano sempre diecimila cavilli.
Davvero le ho provate tutte, non ho lasciato indietro alcun provvedimento; che arrivasse dal comune, dalla regione, dalla provincia, dallo Stato, non ho lasciato nulla di intentato. Su questo ho la coscienza a posto. Il fatto è che mi sembrava impossibile. Non ci volevo credere. Ho creduto nelle istituzioni fino in fondo sempre, e forse ci credo anche ora, o almeno ci voglio credere. La realtà, però, è che ho sempre trovato le porte sbattute in faccia.
Sono andata anche all’associazione antiusura, ma vogliono o una busta paga a garanzia o una casa. Io dico: ma stiamo scherzando? Siamo fuori dal mondo. Anche con Banca Etica, mi dispiace dirlo, ma è stato ridicolo. Loro finanziano tanti progetti in Africa. Come se anche qui non ci fosse l’Africa...
Sembra che ti costringano a rivolgerti allo strozzino. Io dico: ma guarda la storia della persona, vedi che cosa ha fatto. Se gente come me per trent’anni ha camminato sulle proprie gambe forse tanto incapace non è.
Io sono figlia di operai. Mi sono fatta tutta la mia bella gavetta: ho fatto le scuole, sono andata a lavorare gratis, mi sono sacrificata e a 26 anni avevo un posto di lavoro tranquillo dove guadagnavo anche bene. Però solo chi lo prova la capisce: la voglia di fare, di crescere, di esprimersi. Ho pensato: vabbé, provo, tanto sono giovane, se mi va male sono sempre in tempo a tornare indietro. Così da sola piano piano mi sono costruita la mia attività ed è andata bene quasi trent’anni. Il mio lavoro mi ha dato tantissime soddisfazioni. Al di là del ritorno economico, proprio come emozione: per me vedere un capo indossato in una vetrina, se ci penso, ancora adesso mi viene la pelle d’oca. Perché di ogni capo conoscevo la storia, so cosa c’era dietro: le notti in bianco, le preoccupazioni quando usciva la collezione, piacerà non piacerà...
Io disegnavo e facevo ricerca di tessuti. Essendo un’azienda piccola dovevo fare un po’ di tutto. Avevo poi i rappresentanti che andavano a vendere. Però, anche lì, siccome io amavo i miei capi, proprio li sentivo miei, mi rendevo conto della differenza di entusiasmo tra me e un agente di commercio. D’altra parte credo sia sempre così: un artigiano ama quello che fa. Questo è un lavoro che si fa solo per amore, per passione, perché se si dovesse pensare al guadagno andremmo tutti a fare i dipendenti. Saremmo più tranquilli, più sereni.
Comunque, io ho fatto di tutto e alla fine sono arrivata a un punto... Ero davvero disperata, perché poi vieni abbandonata da tutti, sei sola, completamente sola. Avrei forse dovuto rivolgermi a un consulente legale, ma non avendo soldi, non essendoci quindi dei benefici per loro, i professionisti ti mollano. E così ho fatto tutto da sola, sbagliando. All’inizio poi non avevamo i requisiti per il fallimento. Ho scoperto che il consulente non aveva presentato il bilancio dei due anni precedenti. In tutto sto marasma uno non riesce a star dietro a tutto. Considera che in quei mesi io non avevo più niente. Ma proprio niente: sono andata alla Caritas e non me ne vergogno.
Comunque il fallimento alla fine l’hanno dichiarato nel 2011. Anche lì l’ho appreso perché m’è arrivata la lettera del curatore fallimentare. Non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione del tribunale perché la sede era dal commercialista che, nonostante gli fossero arrivate le notifiche, si era limitato a respingerle, senza nemmeno avvisarmi.
Quando non hai soldi non puoi nemmeno difenderti. Il gratuito patrocinio l’ho cercato per mari e per monti, ma quasi nessuno lo applica perché lo Stato non riconosce tutte le spese. È tutto talmente ingarbugliato che solo chi ci va a sbattere la testa...
Molti non arrivano in fondo a tutto; alcuni decidono di ammazzarsi strada facendo. Altri mollano perché "tanto è tutto inutile”. Io no, io sono testarda e quindi sono arrivata in fondo a tutto perché volevo poter parlare con cognizione di causa, non per sentito dire. Se dico una cosa è perché l’ho provata sulla mia pelle.
Il rapporto con le banche è stato particolarmente difficile.
Le banche, che prima erano nostre alleate, oggi sono diventate dei nemici. Un tempo parlavi col direttore di banca, che intanto era una persona che conosceva il territorio, che conosceva la tua attività, che magari conosceva anche te. Oggi tutto si riduce a un bottone. Premono un tasto e in base all’esito decidono della tua vita e della tua morte; morte aziendale ovviamente. Beh, ripensandoci, non solo...
Uno s’è ammazzato ieri, uno l’altro ieri. Nel mese di maggio 2012 ci sono stati 54 suicidi, quasi tre al giorno.
Dal 2008 sono oltre duemila gli imprenditori che si sono tolti la vita. All’inizio non se ne parlava perché le notizie uscivano solo nella cronaca locale. Anche per questo a marzo abbiamo fatto una fiaccolata per commemorarli. Siccome l’associazione è apolitica e apartitica abbiamo detto ai sindacati, ai politici, e alle varie associazioni di categoria: "Se volete partecipare bene, ma senza bandiere di appartenenza, senza stemmi e senza niente”. Non è venuto nessuno.
La cosa che mi fa più male è che per tanto tempo tutto questo è passato nell’indifferenza più assoluta. Ma io dico: per arrivare ad ammazzarsi vi rendete conto di quello che ha sofferto una persona? Arrivare a togliersi la vita vuol dire proprio... Io lo so.
Credo che i più non si rendano conto di quel che c’è dietro un’azienda piccola: gente che si è sacrificata, che ha sacrificato la famiglia. Spesso poi in queste imprese vengono coinvolti i parenti, un fratello, la moglie, i figli, quindi quando chiude è davvero un dramma.
La gente non capisce che il fallimento di un’azienda è il fallimento di una vita. Non si fallisce così con leggerezza. Anche perché poi sei marchiata a fuoco per tutta la vita, non sei più niente. Non puoi più avere un conto corrente.
Se poi aggiungi che per noi non è prevista alcuna tutela... Noi piccoli imprenditori non abbiamo cassa integrazione, non abbiamo ammortizzatori sociali, non abbiamo niente. Quando perdiamo la nostra fonte di lavoro e di guadagno, che è la nostra ditta, noi rimaniamo senza niente. E se uno arriva a farsi pignorare la casa, a farsi pignorare l’azienda non è perché ha evaso e ha i soldi da parte, è perché non li ha, è perché ha lavorato onestamente.
Gli imprenditori -quelli che pagano- pagano quasi il 70% di tasse. E li devono dare anticipati e lo Stato non conosce perdite. Li vuole, punto. Molti fanno la dichiarazione dei redditi dichiarando quello che dovrebbero pagare, ma poi non pagano perché non ce li hanno. Se volessero fare i furbi, evaderebbero. E poi bisognerebbe capire che un piccolo imprenditore, davanti alla scelta se pagare i dipendenti, le utenze, i fornitori o le tasse, cosa fa? Se non paga gli stipendi chiude il mese dopo. Allora magari uno ritarda a pagare le tasse, sperando che il lavoro riprenda e così entra in un vortice da cui non esce più.
Si rende conto? Noi facciamo i debiti per lavorare e i debiti per pagare le tasse. Ma nel mio poter lavorare io creo ricchezza per un paese. Ormai c’è gente che va in banca a chiedere un mutuo per pagare le tredicesime. Non è normale.
Ma parlavamo delle banche. All’epoca Tremonti aveva indetto l’osservatorio economico presso le prefetture. Un’iniziativa voluta per monitorare il comportamento delle banche. Una bufala pazzesca. Funziona così: tu segnali tre banche alle quali ti sei rivolta per chiedere finanziamenti e ti hanno risposto di no. L’osservatorio riscrive a queste tre banche chiedendo di rivedere la tua posizione. La banca risponde: "L’abbiamo riguardata ed è no”. E qui finisce.
Purtroppo la televisione non è interattiva perché mi viene un nervoso quando sento questi che si vantano... L’osservatorio economico è l’ennesimo esempio del fatto che davanti alle banche nessuno ha potere. Ci dicono che sono aziende private... finché c’è da prendere i soldi. Poi però non si capisce come mai quando sono in crisi arriva lo Stato.
Devo anche dire che dopo aver difeso la mia attività con le unghie e con i denti, dopo aver tentato di tutto, esasperata -cosa che non rifarei, anche perché non serve a niente- per richiamare l’attenzione ho fatto uno sciopero della fame e della sete. Ho fatto anche altre azioni eclatanti.
Comunque, dopo due giorni di questo sciopero, mi ha chiamato il prefetto per dirmi che c’era una banca che si era proposta di venirmi incontro. Il prefetto è colui che rappresenta il ministro in loco quindi ho pensato: "Cavolo se ha interpellato una banca...”. Il lunedì ci presentiamo io, mia figlia, il prefetto e l’entourage della banca. Porto il business plan, perché le banche lo vogliono, anche se mi chiedo se poi lo leggano, e parliamo col direttore. Loro si sono presi una settimana.
Era il novembre del 2009. Avevo già fatto tutti i giri: la Sace, la Cassa deposito e prestiti, non mi ricordo neanche più tutti quelli che ho interpellato. Tutto quello che usciva sul "Sole 24 ore” lo prendevo in considerazione; ero sempre a guardare la gazzetta ufficiale.
A quel punto ero piena di fiducia, ero contenta: ricominciamo a vivere. Anche mia figlia mi incoraggiava: "Hai visto mamma? Dai, ce l’abbiamo fatta”.
Dopo una settimana la banca mi chiama. Una doccia fredda: "Vede signora non possiamo darle niente perché lei sa che l’abbigliamento in questo momento non va bene. È vero, ha 46.000 euro di magazzino, ma lei mi insegna che il magazzino delle stoffe non vale niente”. Lì mi sono ribellata: "Lei è venuto a vedere il mio magazzino? Sa che esiste il cachemire da tingere, la seta da tingere? Che sono eterni. Sa che ci sono tagli di cappotti che non hanno tempo... per dire, uno spigato è un evergreen”. Insisto: "Almeno venga a vederlo”. Non ha voluto sentire ragioni. Mi ha consigliato di chiudere e di riaprire tra sette-otto anni oppure di trovare qualcuno che mi prestasse soldi. Ripeto, parliamo di 30.000 garantiti all’80% da un consorzio fidi. Niente da fare.
Richiamo in prefettura, ma a quel punto il prefetto mi dice: "E noi che possiamo fare? Qui finisce il nostro ruolo”.
Com’è nata l’associazione?
L’idea dell’associazione è nata un po’ per caso, parlando con mia figlia. Lei mi ha aiutato proprio psicologicamente. È lei che mi dà la spinta, riesce anche a ironizzare. Direi che è stato proprio pensando alle nuove generazioni, che abbiamo creato l’associazione.
La sfida era di convincersi che comunque il mondo non finisce con noi. Certo, è difficile perché siamo tutti molto egoisti e individualisti. Fino a che non tocca a noi, i problemi non ci sono, quando ci investono in prima persona allora ce ne accorgiamo. Io porto sempre questo esempio: se il mio giardino prende fuoco e tu, che sei il mio vicino, non mi aiuti, il fuoco arriva anche a te e poi al tuo vicino ecc. Perché dobbiamo aspettare di avere tutti i giardini bruciati? Diamoci da fare prima! Invece c’è sempre questo orgoglio, e la vergogna.
Anche mentre facevo le mie proteste, le mie battaglie, la gente mi diceva: "Ah, fai bene!”, "Beh, venite assieme a me”, "Eh, ma sai...”.
Molti non si vogliono esporre perché pensano che, se li vede, la banca gli toglie il fido, o il cliente si impaurisce e non gli dà più lavoro. Alcuni imprenditori addirittura, finche possono, lasciano le loro famiglie all’oscuro di quello che sta succedendo. Io li capisco e però...
Voglio dire un’associazione è anche un momento di forza. Se ci fosse stata quando ho iniziato a aver problemi io...
Io ero proprio caduta in depressione. A salvarmi dal fare follie è stata mia figlia. Se non avessi avuto lei forse non sarei qui a parlare, perché hai dei momenti veramente tragici. Avevo già più di 50 anni: che facevo? Ho mandato curriculum a iosa: niente. Primo perché hai troppa esperienza, poi l’età... Mi sono resa disponibile anche per i lavori più umili, ma niente da fare. Quando senti dire che i lavori umili li fanno gli extracomunitari, cioè quando dicono che gli italiani non vogliono lavorare, mi viene un’arrabbiatura: datemelo questo lavoro umile e vedrete se non ci vado! Mi basterebbero quattrocento-cinquecento euro al mese, non ho bisogno di chissà che cosa. Mi sono adattata tranquillamente a questa nuova vita. Il mio sconforto non è che prima potevo farmi le vacanze e ora no, non mi interessa, è che prima mangiavo e ora faccio fatica, e non per modo di dire. Molti dicono: "Non ho i soldi per mangiare” e poi vedi che partono per le vacanze. Beh, stiamo attenti quando parliamo perché c’è veramente chi non ha i soldi per mangiare. E, ripeto, io sono anche fortunata. C’è chi sta messo peggio.
Diceva che avete perso tutto...
Io non ho più niente, vivo in casa di mio padre. E in tutto questo -lo ripeto- mi ritengo pure fortunata perché comunque ho un tetto sulla testa, altrimenti rischiavamo di finire veramente sotto i ponti. Il nostro welfare è la pensione di mio padre, che ha 80 anni. E quando lui non ci sarà più? Che facciamo? E poi sembra giusto che la pensione di una persona di 80 anni che ha lavorato una vita spaccandosi la schiena debba servire per far vivere me e mia figlia? Beh, è triste.
Come dicevo, mi sono rivolta anche alla Caritas che comunque c’ha dato una mano. Ci hanno dato questi pacchi per mangiare. Anche se sono scatolette di tonno, pasta, beh intanto vai avanti.
Che tipo di aziende si rivolgono a voi?
Un po’ tutti i tipi. Andiamo da nord al profondo sud, dall’agricoltore al commerciante, all’artigiano, alle partite Iva.
Siamo nati il 3 gennaio e oggi siamo circa novecento associati e tutti i giorni cresciamo. La Toscana è un po’ la nostra regione guida, ma in ogni regione stiamo mettendo le bandierine, per così dire. Stiamo girando un po’ in tutta Italia per far conoscere la nostra realtà. Siamo presenti in Emilia Romagna, Lombardia, un po’ in Liguria. In Umbria stanno arrivando degli associati; anche il vescovo di Perugia si è interessato. Attualmente il sud è il territorio più latente. Nelle Marche abbiamo un riscontro; in Puglia stiamo cominciando ora. In Sicilia e in Calabria siamo indietro; in Campania non abbiamo neanche un associato.
L’associazione è sorta per dare voce alle persone che fanno piccola impresa in questo paese, che sono purtroppo i protagonisti di questa crisi. L’obiettivo è di mettere assieme le persone in difficoltà: che sia un professionista o uno che fa sedie, non ha importanza. Diamo voce a tutti indistintamente anche perché su questo c’è un vuoto. Del piccolo imprenditore, nessuno si occupa. Noi siamo invisibili. È come se non esistessimo. E quando uno si ammazza "è morto un evasore”, come ho sentito dire da qualcuno. Insomma, l’indifferenza totale. Eppure siamo il tessuto economico di questo paese. Senza contare che quando una piccola ditta chiude si trascina dietro anche alcune famiglie. Oggi i dati ci dicono che ogni ora chiudono tre micro aziende. È un dato che dovrebbe far riflettere. Quanto possiamo andare avanti con la cassa integrazione e gli ammortizzatori sociali? Che poi sulla cassa integrazione io avrei una mia idea. I soldi della cassa integrazione sono dati a pioggia e a fondo perduto. Al dipendente permettono a mala pena di vivere e certo, in un contesto di incertezza, quella persona si guarderà bene dallo spenderli. Io allora mi chiedo: se una parte di quei soldi li avessero dati a noi piccoli imprenditori forse avremmo potuto continuare a produrre e quindi a mantenere qualche posto di lavoro. I nostri lavoratori avrebbero continuato a vedere un futuro e forse sarebbero anche stati più propensi a spendere, a uscire per una pizza, a comprarsi una casa... Non lo so. Io la penso così.
Ad ogni modo, per tornare all’associazione, noi siamo aperti a tutti: aziende a rischio e anche già fallite, perché anche il fallito deve ritrovare la sua dignità. Bisognerebbe infatti andare a vedere perché è fallito. Qui c’è gente che manda avanti aziende da decenni. Non siamo degli incapaci.
Il fatto è che il nostro paese è veramente congelato, inchiodato perché nessuno va a spendere. I negozi chiudono tutti i giorni. Ci dicono che dalla crisi siamo quasi fuori. Ma su quale progetto?
Ma poi ci sono tante cose che andrebbero cambiate. Prendiamo il credito. Io ho problemi con la banca, la banca cosa fa? Mi chiede di rientrare. Siccome non rientro, mi viene a pignorare i macchinari. Ma se tu mi impedisci di lavorare io come faccio a ridarti i soldi? Io dico: lasciami continuare a produrre, troviamo un accordo, così intanto mantengo anche dei posti di lavoro. Niente da fare.
Diceva che c’è anche un problema di ignoranza tra i piccoli imprenditori.
Come associazione offriamo assistenza legale e commerciale. Abbiamo un commercialista, un avvocato e ora anche uno psicologo, che offrono la loro professionalità gratuitamente a tutti gli associati. Sono tutte persone molto in gamba che hanno sposato la nostra causa.
Ecco, in effetti il piccolo imprenditore è spesso di un’ignoranza incredibile in materia finanziaria, e purtroppo più uno è ignorante e più può essere raggirato.
Per questo ora stiamo pensando a dei corsi di formazione proprio per dare l’abc. Molti di noi non sanno leggere un estratto conto. Molti non sanno che anche se non paghi il commercialista, lui è obbligato a ridarti la documentazione, così come l’avvocato; poi magari è utile insegnare un minimo di marketing. Insomma, le basi. Un consigliere della Regione Toscana ha preso a cuore la nostra associazione e a settembre proveremo a fare dei moduli.
Lo psicologo ci ha dato la sua disponibilità a fare degli incontri collettivi. Molti di noi pensano di essere gli unici a trovarsi in questa condizione, credono che la loro sia la situazione peggiore, ecc. Anche nel male, vogliamo essere individualisti. Quindi pensiamo a dei momenti di scambio, con uno psicologo che ci fa da guida.
L’associazione è una cosa seria, io ci credo molto. Lo faccio davvero con il cuore. È qualcosa che mi gratifica molto. Ormai trascorro le giornate tra decine di mail, telefonate e devo dire che quando qualcuno mi dice: "Grazie, la situazione ovviamente non è cambiata, ma ora non mi sento solo”, beh, è una soddisfazione enorme. Magari non mi fossi sentita sola quando è successo a me! Forse non avrei fatto tanti sbagli.
Negli ultimi mesi si è discusso molto dell’articolo 18. Come la vede?
È incredibile: abbiamo mobilitato un paese travolto da problemi gravissimi e urgenti sull’articolo 18! Ma come si fa? Non esiste un imprenditore che abbia un buon lavoratore e lo licenzi così, perché la mattina decide di fargli un dispetto. Tirar su un dipendente, nel senso di insegnargli il mestiere e renderlo autonomo, ha un costo per l’azienda, non è gratis, perché all’inizio questo non sa fare e però tu lo paghi lo stesso con i contributi e tutto.
Per me questa battaglia assurda, inutile segnala ancora una volta come si continui a non capire cosa significhi il dipendente per un imprenditore. Evidentemente i sindacati proprio non sanno, non riescono a vedere le cose dal nostro punto di vista. Perché il dipendente vuol dire qualità, soprattutto nell’artigianato. Per noi il dipendente è un bene prezioso, anche perché noi ce li prendiamo da zero e ce li tiriamo su. Però, ripeto, all’inizio è un costo. Allora, che faccio, nel più bello che è arrivato a darmi quello che serve, lo mando via? Mi sembra che i problemi siano ben altri: la giustizia che non funziona, le banche che fanno quel che vogliono, la politica che non esiste, un sindacato che ci chiama ancora "padroni”, quando a volte sembrano loro i padroni delle aziende, e poi la burocrazia, la corruzione, la mafia...
Se ritardi di pochi giorni un pagamento, in banca si accende il pallino rosso. Dopo tre ritardati pagamenti viene fatta la segnalazione. Poi ci sono i ritardi della giustizia. Cioè se vengo dichiarato fallito e faccio ricorso, io nel frattempo non produco e non lavoro. Solo che se la sentenza arriva dopo tre o quattro anni, e magari vinco, in quei quattro anni ho perso tutto. Sono fuori.
Poi quando hai a che fare coi tribunali ne senti di tutti i colori. Il fascicolo del mio ricorso a un certo punto era andato perso. A qualcuno è andata pure peggio: a uno gli è morto il giudice e ha dovuto ricominciare tutto daccapo. E comunque non mi puoi mettere la lite condominiale col mio fallimento, tutto nello stesso calderone. In tutta questa lentezza a guadagnarci è il disonesto.
Poi noi piccoli abbiamo il problema dei mancati incassi. Cioè se io devo incassare 10.000 euro, devo pagare un avvocato.
Alla fine se mi va bene ne prendo la metà e magari sono quelli che ho speso per ottenerli, senza parlare dei tempi. E allora uno lascia stare. Cioè se è un unico debito grosso, allora vale la pena. Ma noi abbiamo tanti piccoli crediti con tante persone, e non li incassi, perché costa. Mica puoi impiantare una causa per ognuno. Altro che articolo 18, chi è quel matto che viene a investire in Italia?! Solo un masochista può farlo.
Diceva che tra i vostri associati c’è gente che pur non essendo più giovane sta pensando di lasciare il paese...
È proprio così. Qui abbiamo gente di 50-60 anni che sta emigrando! Chi nei paesi dell’Est, chi nei paesi arabi. Un signore che faceva l’autotrasportatore è stato costretto a chiudere perché, tra Equitalia e le banche, non ce la faceva più. Bene, questo è andato in Romania e con poche centinaia di euro s’è pagato il viaggio, ha aperto un conto corrente, ha aperto una società, e s’è pure pagato il commercialista. Un altro sta andando in Polonia. Ha 62 anni ed è fallito con 400.000 euro di crediti verso la sanità. Sai quanti ce ne sono, di casi così?
Poi adesso c’è il Durc, il documento che attesta la regolarità contributiva. Cosa succede, che se non hai pagato regolarmente le tasse, perché non ce la fai, e però sei al contempo creditore dello Stato, beh, siccome non hai il Durc a posto, la Pubblica Amministrazione non ti paga. Come si esce da questa spirale?
Ora tutti parlano dei giovani e nessuno si rende conto che c’è una fascia d’età dai 55-60 anni che quando perdono il lavoro sono morti. Nessuno li vuole. Ormai i giovani vivono coi soldi dei genitori o viceversa. Quanto può durare questo giochino? Ci vorrebbe un atto di coraggio. Tirare una bella riga e fare una moratoria. Ne hanno fatte tante per gli abusi edilizi. Facciamone una anche qua. Sennò non ne usciamo.
(a cura di Joan Haim)

  

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Giovane con esperienza

Una preferenza dei giovani alla flessibilità, alla possibilità di far esperienza, a cui corrisponde un’offerta molto povera, ridotta a mero sfruttamento occasionale. La giungla dei lavori a progetto, la maggior parte dei quali non va a buon fine. Un mercato del lavoro che non offre più relazioni forti mentre è ormai l’agenzia educativa più importante. Il rifugio nel consumo. Intervista a Stefano Laffi.

Per otto minuti!

Un’indagine sul perché tante donne decidono di lasciare il lavoro entro il primo anno di vita del bambino; l’inadeguatezza del sindacato e l’incomprensibile ostilità di tante aziende disposte a perdere risorse pur di non concedere il part time; la tenacia delle nuove mamme nel loro "doppio sì”; intervista a Marina Piazza.

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L’assurdità di trattare l’immigrazione solo come problema di sicurezza, quando è principalmente una questione di mobilità umana; qualsiasi riforma pensionistica non potrà evitare di far venire tantissimi immigrati; la pericolosità del linguaggio quando si tratta di pericoli di xenofobia. Intervista a Patrick Taran.

Il fattore riposo

Il dispotismo toyotista del mercato, che pretende la massima flessibilità all’operaio, può essere peggiore della rigidità fordista; la grande omissione: i fattori di riposo; l’esempio partecipativo dell’Olivetti; il disinteresse del sindacato italiano per cosa succede in Serbia e in Polonia. Intervista a Vittorio Rieser e Gianni Marchetto.

Il Fumista

L'arte di costruire stufe su disegno si fonda su un'approfondita conoscenza dei materiali, della sicurezza e della dinamica dei fumi; l'invenzione di quella "porticina" che ha rivoluzionato. Intervista a Bartolomeo Cerio.


Papà non dormiva...

Una fabbrica d’eccellenza in un territorio desolato, un rapporto molto buono con i dipendenti, il sindacato che c’è, le banche che ora ti tengono in considerazione, la fatica tantissima, il periodo buio quando ti dicevano: "fallisci”. Intervista a Angelo Punzi.

Chiamo e nessuno che parli inglese

Metter su un’azienda che fa le cose imparate nei tanti lavori precedenti. Una struttura flessibile, snella, presente in tanti mercati con prodotti diversi, che fa del distretto locale un vantaggio competitivo. Una vita stancante ma appassionante, fatta di viaggi e incontri in giro per il mondo. Intervista a Riccardo Bortolaso.

Il pacchettino

Un ricercatore italiano, ingegnere, ma appassionato alla ricerca di base, specializzato in radioastronomia, a cui, come a tanti colleghi, non resta che andare all’estero dove i ricercatori valenti sono benvoluti; la pratica italiana dei concorsi, aperti a tutti, ma col vincitore sempre già deciso. Intervista a Claudio Abbondanza.


Sempre più centralismo

L’apparato produttivo italiano, sottoposto dalla crisi comunque a una selezione darwiniana, resterà in piedi; il ruolo dell’innovazione che per le piccole e medie imprese non può prescindere da un rapporto con l’università; l’incapacità di una classe politica, sempre più accentratrice e lontana dal territorio. Intervista a Giuseppe Berta.
Tra pescatori
ci si saluta...

Andare a fare il pescatore a sette anni, col padre, uscire tutte le notti, alla mattina il mercato, e poi lo zio che ripara una rete di 500 metri, la solidarietà fra i pescatori... Intervista a Biagio.

Quattro amici
appena laureati...

Una laurea in fisica e il desiderio di tenere assieme gli studi compiuti e la passione politica. Un centro sociale in cui trovarsi a far progetti sulle energie rinnovabili, un rapporto ancora discutibile con le istituzioni, le difficoltà economiche della cooperativa, ma anche la soddisfazione di fare un lavoro che piace. Intervista a Andrea Marcucci.
Quattro ettari

Dopo aver studiato e viaggiato, l’idea di ritornare in una regione, la Calabria, che molti continuano ad abbandonare. Un sodalizio familiare fatto di gesti di grande generosità, ma anche di visioni opposte su come si coltiva la terra. Gli infiniti adempimenti burocratici e la difficoltà di produrre un reddito dignitoso rimanendo piccoli. La scelta di non comparire sulle guide. Intervista a Francesco Colace.
Giovane con esperienza

Una preferenza dei giovani alla flessibilità, alla possibilità di far esperienza, a cui corrisponde un’offerta molto povera, ridotta a mero sfruttamento occasionale. La giungla dei lavori a progetto, la maggior parte dei quali non va a buon fine. Un mercato del lavoro che non offre più relazioni forti mentre è ormai l’agenzia educativa più importante. Il rifugio nel consumo. Intervista a Stefano Laffi.

Cose belle per i più

La scommessa di un gruppo di architetti, per produrre oggetti belli, funzionali, a cui potersi affezionare, con una grande attenzione alla storia e al territorio. Il product oriented che deve precedere sempre il market oriented. Una tradizione familiare che ha fatto dell’aggancio dell’artigianato locale alle correnti della architettura contemporanea il suo punto di forza. Intervista a Riccardo Sarfatti.


La quintessenza
del taylorimo

Il fordismo Fiat, introdotto in periodo fascista, fu autoritario, parcellizzò il lavoro senza contropartite salariali, e durò fino agli anni ‘50. L’incomprensione verso esperienze come quella della Volvo. Il modello giapponese, un taylorismo mascherato, che ha portato allo smembramento della fabbrica. La diffidenza sindacale verso chi voleva discutere il modo di lavorare. Intervista a Matteo Rollier.

I requisiti

Un sistema di ammortizzatori esteso a pezzi e bocconi, che lascia regolarmente fuori qualcuno; l’assenza, grave, di un reddito minimo garantito; il "triangolo d’oro” dei paesi della flexicurity; il dubbio che gli interventi sui cassaintegrati servano a contenere la "visibilità” della disoccupazione. Intervista a Ugo Trivellato.





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