Alessandro Caddeo, pedagogista, fa il permacultore a Milis.

Qualche anno fa, con la tua compagna, hai preso un terreno a Milis, in provincia di Oristano, per fare il permacultore. Puoi spiegarci intanto di cosa si tratta?
Fare Permacultura in teoria vuol dire progettare un insediamento umano il più possibile sostenibile. In pratica si tratta di un mutuo adattamento tra te, il tuo stile di vita e l’ambiente in cui ti trovi. Nel nostro caso specifico, permacultura significava costruire la nostra casa e produrre quello che ci serve in equilibrio con la terra, gli animali e le altre persone. Uno dei principi della permacultura è che il sistema deve autosostenersi, anche senza il nostro continuo intervento, senza troppa fatica e senza un grande consumo di energia. Ovviamente all’inizio bisogna lavorarci molto perché è un risultato che si raggiunge nel lungo periodo.
Comunque non è impossibile. Intanto tieni conto che in campagna si ha bisogno di meno cose. Ad esempio il frigorifero a noi non serve perché se vogliamo delle erbette basta che usciamo a raccoglierle, se ci serve un uovo, lo prendiamo di giornata e così via. Con una cantinetta o un posto fresco siamo a posto fino a maggio o giugno. Il frigorifero lo usiamo solo d’estate.
Il carico del pannello è stato tarato in base a quello che serve a noi, e a noi qui servono 800 W; usiamo un sistema misto, abbiamo sia l’eolico che il solare. Il vento c’è sempre, d’estate in più c’è il carico del sole, quindi con una batteria e un inverter si può tranquillamente tenere il frigorifero acceso. Poi c’è il sistema di areazione sotto la casa, che raffredda il motorino in continuazione.
Voi quindi non siete allacciati all’Enel?
L’Enel voleva 14.000 euro per l’allacciamento, anche se c’è il palo qui. Perché noi non siamo un’abitazione privata e l’allacciamento ha quel costo sia per avviare la Fiat che una piccola azienda. Per la corrente ce la facciamo senza problemi. La nostra grande preoccupazione erano le batterie perché effettivamente quando le dismetti diventano fonti di inquinamento, quindi volevamo stare proprio al minimo indispensabile.
Con l’acqua come siete organizzati?
Con l’acqua dobbiamo ancora lavorarci tanto, non siamo totalmente autosufficienti. Per gli animali c’è il fiume, il problema è l’uso domestico. Stiamo investendo sul recupero dell’acqua piovana. All’ingresso c’è una pozza da 30.000 litri per innaffiare, poi in giro per casa abbiamo delle cisternine. Stiamo ancora valutando come impostare il sistema. Abbiamo un progetto di massima come azienda agricola con la stalla, eccetera. Come cubatura potrei costruire molto di più, ci stiamo attenendo al minimo che ci serve, anche tenendo conto del dispendio energetico, e quindi stiamo sistemando le cisterne in base a dove dovremmo costruire quelle grandi, per valutare quali sono i percorsi migliori per l’acqua. Per ora fuori abbiamo quattro cisterne da 2500 litri. L’acqua da bere la portiamo dal paese: ci sono le fontanelle. Per l’acqua piovana, ho un filtro con ghiaia e sabbia. Se la vuoi anche senza batteri, è tutto un altro discorso, ma non so se è necessario; per lavare la verdura può andar bene, al limite ci metto l’amuchina.
Una volta che il tetto è stato lavato da un paio di piogge, basta che attacchi le cisterne ed è fatta. Poi, per lavarci stiamo usando il sapone che facciamo noi -lo fa mia mamma- quindi non è un problema. L’obiettivo è quello di essere autosufficienti.
Come è nata l’idea di lanciarsi in questa impresa?
Io sono pedagogista e Silvia, la mia compagna, anche. Per un periodo siamo stati in Toscana dove Silvia ha fatto il dottorato. Alla fine però ci siamo accorti che là avevamo meno di quello che si poteva avere qui in Sardegna. Allora abbiamo deciso di tornare. Siamo entrambi sardi, anche se non di questo paese. Dovevamo decidere se comprarci una casa o continuare a vivere in affitto. Alla fine, anziché comprare una casa abbiamo deciso di investire in un terreno. La nostra idea era di metter su un’azienda agricola che fosse un luogo multifunzionale in cui fare anche attività didattiche e sociali. Cioè l’idea era di sostenerci con tante piccole attività, con tanti piccoli redditi, anche per avere la garanzia di rimanere comunque a galla. Ma su questo siamo subito incappati nella burocrazia. Quando si chiede l’iscrizione all’Inps come imprenditore agricolo, è previsto che tu segua una tabella (a livello di Comunità europea) con un minimo standard. L’assurdo è che io potrei accontentarmi di molto meno, ma non posso, perché il 51% del mio reddito deve essere quello dell’azienda agricola, l’altro 49% lo posso fare fuori. Ora, essendo noi nella prima fascia, con un reddito inferiore ai 7.000 euro, per l’attività didattica non potrei superare i 600 euro all’anno. Non solo, con il titolo di studio che ho non lo posso fare. Dovrei fare un corso regionale di 60 ore che peraltro può frequentare anche chi ha solo la licenza media. Insomma, adesso stiamo valutando se ne vale la pena. La cosa snervante è che sei costretto a questi continui equilibrismi. Devi sempre stare a fare i conti e per ogni cosa devi rivolgerti all’associazione di categoria e quindi devi pagare. Ecco, questo è un po’ frustrante, tanto più che a noi interessa solo andare in pari, cioè far sì che questo carrozzone possa sussistere da solo, non ci interessa fare profitti.
Dicevi che all’inizio c’è stato qualche momento di difficoltà...
Dico subito che noi non cercavamo la campagna per isolarci, per chiuderci da qualche parte. Il fatto è che, nostro malgrado, è proprio successo questo. Per un anno e mezzo in pratica io sono rimasto bloccato qui. La vita di campagna, finché te la raccontano è un conto, quando poi la fai davvero è un altro. Questa è stata la botta più grossa. Non tanto per l’isolamento ma per il fatto che tu qui devi esserci sempre, almeno finché non hai il reddito per prendere un’altra persona. All’inizio c’era mio suocero che mi seguiva per le pecore, perché non sapevo niente; questo ci permetteva di uscire. Da quando ho iniziato a farlo da solo, non mi sono mosso più.
Certo i vostri ritmi sono cambiati completamente...
Beh, la tua vita cambia radicalmente. Poi c’è da dire che Silvia e io abbiamo ritmi molto diversi: lei lavora molto fuori. È stata una novità e anche questo ci ha messo un po’ in crisi perché devi un po’ ricominciare daccapo. Di buono c’è che d’estate non lavori quasi niente. In questo segui il ciclo delle bestie, che forse hanno ragione. Quando arriva il caldo, dalle dieci e mezza alle cinque e mezza qui non fai niente. Il fatto è che se anche sono solo quattro o cinque ore, le devi fare tutti i giorni. Di lì non scappi e tutto questo naturalmente ti stravolge la vita. Davvero, è una cosa che ti massacra quando sei abituato ad avere i sabati, le domeniche, la settimana di ferie; qui non hai Pasqua, non hai Natale, non hai nulla. Ora sto allestendo un sistema di gestione degli animali che può essere seguito anche da uno che non ci capisce niente, proprio per avere la possibilità, in futuro, di staccarci ogni tanto.
Le vostre famiglie vi hanno appoggiato in questa scelta o vi hanno preso per pazzi?
Sai, la Sardegna ha questa nomea che tanto vivi di contributi, quindi questa cosa all’inizio non è stata molto osteggiata. In realtà noi non abbiamo chiesto niente, non abbiamo avuto soldi pubblici, tranne l’agevolazione fiscale al momento dell’acquisto del terreno. Infatti per loro è più difficile adesso capire la nostra scelta.
D’altra parte noi siamo contrari a questa modalità: ogni finanziamento ti butta in un rapporto di industrializzazione dell’azienda. Io non è che sia contrario all’industrializzazione però se non ti serve?
Hai allestito un sistema di cancelli grazie al quale gli animali sfruttano gli stessi pascoli, tenendo tra l’altro il terreno pulito e curato. Puoi raccontare?
Premetto che questa è un’azienda di otto ettari. Qui non usiamo il trattore, né diserbanti o concimi: fanno tutto gli animali. Per fare questa cosa intanto abbiamo scelto animali che non si contagiassero a vicenda. Questo è fondamentale e ci evita di dover usare i medicinali. Nello specifico ora abbiamo galline, asini, e pecore. Volevamo mettere anche le capre, ma sono problematiche proprio per via della trasmissione delle malattie e quindi abbiamo rinunciato. Comunque ci vuole un sacco di tempo per trovare il giusto mix tra animali.
Il sistema funziona così: per primi pascolano le pecore (o gli agnelli, a seconda del periodo) che mangiano le prime erbe. Poi vengono gli animali più grossi come gli asini che invece prediligono i rovi, i cardi: tutto quello che fa il diserbante, l’asino lo fa di suo. L’importante è non mettere questi animali in competizione, cioè farli convivere con qualcuno che mangia le stesse cose. Quindi prima le pecore, poi gli asini, e infine usi le galline per fresare il terreno e per ripulirlo. Dopo si fa un periodo di pausa perché le galline hanno problemi di batteri.
Ecco, alla fine ti trovi con un prato inglese! Non solo: l’erba cresce meglio. E in tutto questo il mio lavoro consiste nell’aprire e chiudere i cancelli, spronando gli animali a seguire il loro percorso. In America c’è Polyfarm che adotta questa metodologia con gli animali. Il problema è che qui il loro modello non era applicabile tout court, perché il clima è diverso, abbiamo a che fare con periodi di siccità, con il pascolo pestato, quindi abbiamo dovuto un po’ personalizzare il sistema.
Il ciclo infatti dipende da come cresce l’erba, dall’annata, da tante cose. All’inizio abbiamo seguito il modello classico. È stato un disastro. Perché il ciclo non è qualcosa di fisso, varia a seconda dei luoghi e delle stagioni perché gli animali in certi periodi producono e in altri no. Quando gli animali non producono bisogna dare la metà del cibo; in estate si accontentano di roba secca, non hanno bisogno di tante proteine rispetto a quando iniziano a produrre latte e altro.
Ora c’è ancora un disequilibrio tra asini e pecore, mi servirebbero più asini e meno pecore, ma ci sto lavorando. Io poi sogno sempre di mettere i maiali perché mi servono per arare, ma per ora aspetto.
Dicevi che bisogna in qualche modo reinsegnare agli animali a seguire i loro cicli.
È paradossale: bisogna forzarli a tornare al loro ciclo "naturale”. Qui entra anche tutto il discorso dell’alimentazione: bisogna evitare di comprare mangimi preconfezionati che sono tutti Ogm e pieni di medicine. Devi continuamente cercare quello che va bene per loro.
Si tratta proprio di far tornare indietro tutto il ciclo, di riadattare gli animali. Questo comporta che all’inizio ne perdi molti, perché sono abituati in un altro modo. D’altra parte le selezioni del bestiame sono iniziate negli anni 20, 30 in Italia, con la successiva igienizzazione dei locali e degli ambienti, che ha provocato problemi a livello di anticorpi. Poi sono subentrati tutti gli obblighi di vaccinazione, così oggi gli animali non resistono più a niente. Ci sono voluti settant’anni per peggiorarli, ci vorranno altri settant’anni per farli tornare com’erano prima.
Ormai le pecore sono abituate a molto più cibo rispetto a quello che avevano prima, tant’è che quelle di adesso hanno la stazza doppia rispetto a un tempo. Poi c’è tutta la selezione genetica... quello che mi fa arrabbiare è che non è che facciano interventi ponderati. Ti dicono: "Se facciamo questo arrivano questi soldi, se facciamo quest’altro arrivano questi altri”. Tutto all’interno di una cornice per cui poi diventa obbligatorio dargli medicinali, mangimi e fieno di un certo tipo.
Dicevi delle galline rosse e degli occhiali...
La gallina rossa fa un sacco di uova quindi è diffusissima. Il boom risale agli anni 70. Si può anche capire: tra una gallina che fa un uovo al giorno e una che sta ferma sei mesi, tu cosa prendi? Ovvio: la gallina rossa. Bene, la gallina rossa ha bisogno di quattrocento grammi di mangime al giorno, se no non ti fa l’uovo. Non solo, le galline rosse non coveranno mai quindi non puoi mai chiudere il ciclo, devi sempre comperare nuovi pulcini. Non coveranno mai perché hanno perso l’attitudine alla cova, infatti quando hanno poca roba da mangiare beccano l’uovo; cosa che altre galline non farebbero mai perché ancora riconoscono l’uovo come parte del ciclo. Per la gallina rossa l’uovo è diventato cibo. E allora sai cosa fanno? Ti vendono gli occhialini da mettergli sul becco, perché non vedano dritto, così non riescono a beccare le uova. Oppure le metti in gabbia, perché sono diventate galline da gabbia…
Come fai a tornare indietro da cose così? È un’impresa. C’è una distorsione incredibile. Queste bestie in natura non esisterebbero: una pecora di queste se la metti fuori non sopravvive per più di dieci giorni. Ecco, si tratta allora di fare un passo indietro e ripartire. Questo comporta quasi una rivoluzione e un grande investimento di tempo ed energie.
Gli asini, da questo punto di vista, vanno meglio: siccome non fanno mercato, non producono, non se li fila nessuno, sono sempre stati così e continueranno a stare così, mangiano quello che trovano e non devi dargli niente. Per la verità, adesso che c’è il latte d’asina che imperversa, so che stanno già selezionando mammelle più grosse, però l’asino non è un animale da latte, non ha la sacca come le pecore, come le capre, come le mucche…
Quindi un adeguato ciclo degli animali potrebbe sostituire quello che fanno le macchine agricole?
Io penso di sì. È quello che stiamo cercando di fare qui. Si tratta di un ciclo che necessita di alcuni accorgimenti da parte dell’uomo perché l’erbivoro continuerebbe a spostarsi, in quanto se sta fermo nello stesso posto mangia dove ci sono i suoi escrementi e si ammala.
Questo sistema comunque ci permette di lavorare meno e di risparmiare in carburante e inquinamento. Se poi ci serve il trattore lo noleggiamo. L’importante è trovare gli animali giusti. I maiali, ad esempio, che hanno l’inclinazione a cercare sotto, li puoi forzare mettendogli roba da mangiare nel terreno che vuoi liberare dai sassi e loro tirano su le pietre. Non inventi niente perché loro lo fanno di natura. Dopodiché vanno guidati, perché è vero che il maiale fa questo lavoro qui, che è prezioso, ma se tu lo lasci per un anno nello stesso ettaro ti rovina tutto, quindi lo devi spostare.
Dal punto di vista della vostra alimentazione c’è una situazione di autosufficienza?
Parziale, non siamo così autarchici. Certo è che quando produci qualcosa, ti accorgi di tutto quel che c’è dietro, e allora ti viene meno voglia di comprare formaggio da un altro, perché non sai come l’ha fatto. Visto che eticamente scelgo una strada, preferibilmente mangio quello che faccio io. Dopodiché qui c’è molta economia di scambio con le persone che la pensano come te. E poi c’è sempre da imparare: quest’anno d’inverno non abbiamo coltivato niente: ho scoperto le erbe selvatiche, ce ne sono decine di varietà, basta passare e raccogliere prima che passino le pecore, così non abbiamo comprato niente.
L’anno scorso invece, che avevo fatto l’orto, ho avuto un attacco di cavolaie che mi hanno distrutto tutto, perché poi per ammazzare le cavolaie ho tolto tutto. Alla fine è andata bene così: abbiamo capito che non faremo più l’orto d’inverno, perché realmente abbiamo mangiato le verdure tutto l’inverno. L’orto qui lo inizi a fare a marzo, aprile fino ad agosto o settembre, appena ci sono le prime piogge ricomincia spontaneo e non hai bisogno di fare altro. Ci sono persone che vivono di erbe spontanee raccolte e vendute al mercatino.
Per noi poi abbiamo le uova, abbiamo il formaggio; la carne di pollo la mangi quando ce l’hai, agnello e pecora lo stesso. A livello di carne siamo a posto.
La tua compagna ha comunque un altro reddito...
Sì, abbiamo un altro reddito. D’altra parte l’obiettivo non era di sganciarsi da attività esterne. Avere la possibilità di un altro lavoro è importante, anche per avere qualche garanzia in più. Ma non solo: a me ad esempio piace fare l’educatore, quindi non è solo una questione economica.
Diciamo che l’ideale sarebbe fare solo quello che ci piace. Nei nostri obiettivi l’azienda deve vivere dei soldi che frutta. Ancora non ci siamo. Dobbiamo sistemare diverse cose, soprattutto l’acqua, dopodiché a me basterebbe che uscissero i soldi per mantenere gli animali, e coprire le altre spese, ma proprio i costi vivi. A quel punto quello che puoi fare all’esterno è tutto guadagnato, perché non hai spese all’interno. In questo senso, più che sullo sviluppo, stiamo ragionando sul chiudere il ciclo a livello economico e quindi spendere il meno possibile. In questo rientrano gli accorgimenti per il risparmio energetico, un certo utilizzo degli animali, ecc.
Questa è anche una scelta anti sistemica, diciamo, il sistema in realtà sta un po’ andando dall’altra parte. Ci sono stati anche momenti di sconforto?
L’importante è non stare troppo da soli, nel senso che muori. Questo ce lo siamo un po’ imposto: anche se siamo stanchi cerchiamo comunque di uscire, di fare delle cose.
Come dicevo, a noi non piaceva l’idea di stare lontani, infatti abbiamo scelto un posto vicino al paese. Non volevamo prendere ed abbandonare tutto, anche perché secondo me non ha molto senso, cioè non volevamo diventare un’isola nell’isola, volevamo semplicemente costruire un’azienda agricola facendo una vita più o meno normale. Poi contro il sistema ci vai perché quella che cercano di costruirti attorno non è una vita normale. In realtà è più normale questa, io sto molto meglio adesso di prima. Ho anche più tempo. Certo, i momenti di sconforto ci sono stati, soprattutto i primi due anni, però se ci credi vai avanti. Non lo so, è che crediamo molto in questa strada.
Come siete stati accolti dai vicini?
Allora, è evidente che questo è un posto dove non è che uno arriva e mette su un’azienda, questo è impossibile. Gli altri infatti te lo devono lasciar fare, quindi c’è anche tutta una sorta di lavoro sociale che devi fare prima. Va proprio investito del tempo. Devi intanto presentarti ai tuoi vicini e in generale c’è un sistema di relazioni molto differente rispetto alla città: tutti sanno che ci sei ma nessuno si avvicina. Oppure ti chiedono qualcosa… è una modalità di approccio molto interessante a livello sociologico, ed è anche difficile da decodificare se non la conosci. Fortunatamente all’inizio c’era mio suocero che, essendo uomo di campagna, conosceva i riti, i codici non scritti che, piano piano, abbiamo imparato anche noi.
Per esempio, se devi comprare un terreno non è così semplice. O meglio, se tu arrivi da fuori e lo compri senza aver seguito le regole, ti perdonano anche; ma se sei sardo e compri un terreno senza dire niente a nessuno è grave, perché il continentale può non saperlo, ma il sardo no!
Allora è tutta una questione di tempi lunghi, di contrattazioni a sfinimento, perché nessuno ti vende niente subito... Anche andare a comprare il bestiame è stato pazzesco, perché ci devi andare tre, quattro, cinque volte, e li devi vedere, e li devi rivedere: "Ma sei sicuro?”, "Meglio andarci di nuovo...”.
Probabilmente sono i tempi reali e noi non siamo più abituati. Oggi uno va al supermercato, compra, e finisce lì. Qui vieni trasportato in un mondo in cui una cosa che si fa in un giorno richiede sei mesi, perché prima devono informarsi se, ad esempio, puoi pagare, ma non lo chiedono a te, si informano da altri, capito? C’è tutto questo sistema di ingranaggi che in una certa misura devi assecondare. E poi se uno vuole farti un torto o un dispetto lo fa. Se vuoi è anche divertente. In fondo le comunità locali che tutti rimpiangono sono questo!
Alla fine hai meno libertà, però hai anche più garanzie da un certo punto di vista. Qui qualche giorno fa era scoppiato un fuoco, mi hanno chiamato in cinque. La comunità da un lato ti limita e dall’altro ti aiuta. Anche la "cura” della gente che ti sta attorno è un altro concetto della permacultura. Non c’è soltanto la terra, ci sono anche le persone, gli animali e tutto l’ambiente che ci circonda.
Dicevi che, all’inizio, seguire il modello classico della permacultura è stato drammatico...
Nel periodo in cui ho cercato di seguire il sistema classico, stavo malissimo, intanto perché mi alzavo prestissimo di mattina e già questo mi metteva di pessimo umore…
Insomma a un certo punto, mi sono detto: "Basta, proviamo a fare come pare a me”. In fondo la permacultura si fonda su un concetto di sostenibilità in cui sei incluso anche tu e le tue abitudini. Così a un certo punto ho preso e ho modificato tutto. Non mi alzo più all’alba e se perdo mezzo litro di latte chi se ne frega, alla fine ci sto guadagnando io. Non ero venuto qui per diventare schiavo della campagna. Quello è stato il momento più difficile. Ero proprio in crisi perché le cose non mi tornavano più. Mi dicevo: ma io perché ho fatto questa scelta? Per fare una vita che non mi piace? Tra l’altro quando stai male, diventi scostante, tratti male i vicini, anche gli animali se ne accorgono...
Lì ho proprio fatto un salto, e le cose piano piano hanno iniziato a girare. Oggi dedico più tempo alle persone che vengono a trovarmi che al lavoro fisico.
Il fatto è che in questa impresa siamo entrati un po’ da autodidatti, perché esistono poche realtà come la nostra, quindi non puoi prendere le misure prima, devi provare e sbagliare.
La casa come l’avete costruita?
Abbiamo usato quasi esclusivamente materiale riciclato: le pietre erano già tutte quante sparse nel terreno, quindi ci siamo limitati a raccoglierle; abbiamo trovato uno con la ruspa che sapeva fare queste cose e ci ha fatto la struttura. Volevamo una casa che respirasse un po’.
Abbiamo fatto un tetto da venti centimetri coibentato perché tenesse bene la temperatura, il pavimento di legno è semplicemente chiodato come una palafitta su cinquanta centimetri d’aria, non c’è niente sotto. La casa comunque è fatta solo di calce, non c’è cemento.
Ho avuto la fortuna di trovare un muratore bravo e grazie a lui siamo riusciti ad usare perlopiù cose che avevamo già, come piastrelle, lavelli, piani, ecc. Abbiamo comprato solo una finestra perché avevamo un vincolo di un ottavo di superficie aperta, luminosa, per cui abbiamo dovuto farla su misura.
Qui non ci manca niente: abbiamo Internet, la radio, non il televisore, ma non ce l’avevamo neanche prima. Usiamo luci a basso consumo, non abbiamo messo i led perché costano troppo, vedremo più avanti. La linea della 220 W è completamente sezionata: invece di avere la centralina con le stanze abbiamo la centralina con gli elettrodomestici.
Resta fuori il phon perché non abbiamo trovato alternativa, ma basterebbe tagliarsi i capelli! Quando ci serve attacchiamo il generatore, noi abbiamo il commutatore e l’energia o viene dal generatore o viene dall’inverter. Abbiamo fatto anche questa scelta perché è inutile che tu carichi 3 kW per usare un elettrodomestico che consuma 1900 W una volta alla settimana. Allora accendi il generatore due minuti, va bene, stai usando petrolio, ma solo per due minuti. È sempre meglio che avere 3 kW che non ti servono a niente. Per il riscaldamento usiamo il legno, l’abbiamo comprato dai boscaioli. Ormai i boscaioli sardi sono fermi perché tra pallet e legno che viene dal continente... la legna che arriva dalla Toscana, il castagno, costa meno della legna comprata qua.
A Milis ti danno un tot di oliveto comunale da pulire, tu vai lì, tagli la legna e te la porti via, c’è la forestale che controlla. Qui quasi non serve comunque. Accendiamo poco. Abbiamo cercato di fare una casa con un buon isolamento e orientata in modo da essere protetta dai venti.
Ovviamente io non sapevo fare niente, qualcosa l’abbiamo imparata al corso di pratiche sostenibili che abbiamo fatto a Milano, i principi, poi mi sono messo a studiare e mi sono affidato a chi fa questi lavori. Sono tutte cose che i vari tecnici sanno fare, è che magari nessuno glielo chiede. Le persone che sono venute qui, a parte che molti erano amici, però alcuni alla fine non si sono neanche fatti pagare perché l’idea gli piaceva, era una sfida. Lo stesso muratore è venuto qua dicendo: "Io non ho mai usato solo la calce, ci metto sempre il cemento, comunque proviamo tanto c’è scritto che regge”; anche il mio amico architetto mi rassicurava: "Vai tranquillo che regge”, così il muratore è stato contento, ha imparato qualcosa anche lui. Spesso è più la pigrizia, e poi c’è sempre la tendenza a fare le cose come si sono sempre fatte: "No, mettilo, perché non si sa mai”, sempre questo "non si sa mai”.
Adesso dobbiamo uscire a spostare gli animali, io mi devo cambiare...