










c’è un numero crescente di individui, soprattutto giovani, che vogliono essere imprenditori di se stessi, come li rappresentiamo?
(Dall'intervista "Perché atipico?")
Perché atipico?

Perché la sinistra non ha capito

Il valore aggiunto della partita Iva

Il buon lavoro

L’impresa
di lavorare
tanto e bene

UNA CITTÀ n. 190 / 2012 dicembre 2011- gennaio 2012Intervista a Bruno Anastasia
realizzata da Barbara Bertoncin
UN MALE INCURABILE?
Altri 13.000 posti persi in Veneto, dopo i 53.000 del 2009; disoccupazione, male incurabile? Indurre l’obbligo a darsi da fare insieme all’introduzione del reddito di ultima istanza; l’importanza della settimana di vendemmia per tutti i giovani; il lusso, che non potrà durare, di una badante a testa. Intervista a Bruno Anastasia.
Bruno Anastasia, Veneto Lavoro, responsabile dell’Osservatorio sul mercato del lavoro (i cui prodotti sono disponibili sul sito www.venetolavoro.it), si occupa da tempo dell’economia e del mercato del lavoro veneto, cui ha dedicato numerose ricerche.
Vorremmo tornare a fare il punto sulla situazione del Veneto rispetto alla crisi. Gli ultimi dati pubblicati da Veneto Lavoro restano preoccupanti...
Nella primavera del 2011 pensavamo di essere arrivati in fondo alla caduta occupazionale cominciata nel 2008. Speravamo che ci si arrestasse lì e che magari si riprendesse a crescere. E invece i primi dati disponibili sulla seconda parte dell’anno, quelli aggiornati a settembre, hanno messo in evidenza che l’occupazione è ritornata a diminuire: su base annua a fine settembre in Veneto c’erano circa 13.000 posti di lavoro in meno rispetto alla stesso periodo dell’anno precedente. Quando dico "occupazione” mi riferisco all’occupazione dipendente e ai contratti sia a tempo determinato che indeterminato.
Questa nuova flessione dell’occupazione preoccupa perché si aggiunge a tutto ciò che è successo negli ultimi tre anni. È una flessione cumulativa, è questo il problema principale: ai posti di lavoro in meno registrati nel 2009 (-53.000 a settembre 2009 su settembre 2008), si sono aggiunti i saldi negativi del 2010 (-7.000, sempre a settembre) e ora anche quelli del 2011 (-13.000). In totale fa circa 73.000 posti di lavoro in meno. Siamo dunque dentro una situazione di riduzione continua, seppur con velocità variabile, dei posti di lavoro. E per fortuna che la crisi è arrivata in un momento di massimo occupazionale: questo ha un po’ facilitato l’assorbimento delle difficoltà. Ma non possiamo dimenticare mai che siamo una popolazione che nella fascia d’età 20-70 anni continua leggermente a crescere e perciò ci sarebbe bisogno che i posti di lavoro aumentassero, solo per mantenere costante il tasso di occupazione, vale a dire la probabilità per ciascuno di trovare o ritrovare lavoro. Questo non sta accadendo e le previsioni non sono buone per i prossimi due anni.
Se si avverano le ipotesi di scenario di Confindustria, nel 2012 dovremo scontare una caduta del prodotto interno lordo italiano assai consistente (-1,6%) e quindi l’effetto occupazionale che ci attendiamo non potrà che essere preoccupante. Questo è il quadro.
Quali sono i settori che risultano più sofferenti e quali quelli che tengono? Si è detto che la crisi avrebbe operato una selezione...
Nella prima fase chi ha subito di più il calo della domanda sono stati i settori esportatori perché è venuta meno la domanda mondiale. Ora però questi settori si sono lentamente ripresi: le esportazioni del Veneto sono tornate a crescere, nel 2011 non dovremmo concludere molto lontano dal valore di 50 miliardi, vale a dire il livello raggiunto nel 2007-2008.
La crisi occupazionale ha riguardato principalmente i settori manifatturieri nel primo momento, poi ha coinvolto largamente il settore delle costruzioni e, nei settori del terziario, soprattutto quelli collegati alle attività industriali, quindi l’ingrosso, la logistica. Da ultimo, per ragioni diverse, ha interessato la pubblica amministrazione che, all’interno del terziario, è il comparto che più continuativamente sta mettendo in evidenza la contrazione dei livelli occupazionali.
Quest’ultimo è un fatto assolutamente nuovo nella storia italiana: la pubblica amministrazione nelle fasi di crisi ha sempre avuto un comportamento anti-ciclico; ora ha assunto invece un comportamento pro-ciclico, nel senso che contribuisce alla riduzione dell’occupazione.
È una novità e sappiamo a cos’è dovuta: al fatto che, tra tutte le aziende in difficoltà, lo Stato è quella più in difficoltà di tutte. Anche se ovviamente ha armi particolari con cui difendersi. Pur con le specificità settoriali che abbiamo ricordato, la crisi comunque sembra aver determinato più una selezione delle imprese che dei settori.
In che senso?
Intendo dire che in ogni settore ci sono aziende che hanno beneficiato della riduzione della capacità produttiva: la chiusura di qualche azienda lascia, a chi rimane, quote maggiori di mercato. Del resto non risulta ci siano settori che, come tali, evidenzino una sicura crescita. A differenza che in altre congiunture, siamo in una fase in cui si fatica a individuare il motore di una ripresa. In altri periodi abbiamo assistito a una sorta di chiara compensazione: negli anni Cinquanta e Sessanta quando c’è stata la crisi dell’occupazione in agricoltura, c’era l’industria che tirava; quando, a più riprese, c’è stata la crisi del sistema della moda, c’era il metalmeccanico che tirava; e quando ci sono state difficoltà generali nei settori manifatturieri, comunque la pubblica amministrazione cresceva, il turismo si sviluppava, i settori del terziario di servizio si espandevano.
Oggi risulta difficile individuare filiere nuove e rilevanti, sotto il profilo occupazionale. In alcuni ambiti dei servizi qualcosa si vede, ma non in modo così chiaro, aggregato, tale da poter riconoscere che in un dato comparto, quasi a prescindere dalle capacità del singolo imprenditore, c’è una domanda che cresce, per cui chi è presente in quel comparto viene automaticamente beneficiato e riesce a sviluppare un po’ di produzione e a incrementare gli occupati.
Il comparto della salute e del benessere è quello che anche in questa fase di crisi ha patito di meno dal punto di vista occupazionale. La domanda di salute, ancorché compressa dalle norme che disincentivano i consumi sanitari, è cresciuta. Anche questo è curioso, cioè mentre tutti fanno pubblicità perché i consumi aumentino, sul fronte della sanità l’orientamento generale è quello di razionalizzare i consumi, ridurli: devi stare in ospedale il meno possibile, non devi prendere troppi farmaci né fare esami inutili, i medici devono essere controllati affinché non prescrivano troppi esami, ecc. C’è tutta un’enfasi volta a limitare i consumi sanitari inutili, ma quanti consumi inutili si fanno in viaggi, in turismo, in cultura? Eppure non c’è nessuno che dice: "Non andate in vacanza, tanto non vi serve”, oppure: "Non andate nei musei, tanto capite poco”, "Non continuate a studiare, tanto non troverete lavoro”. Ecco, il mondo si è orientato in modo tale che tutti i consumi vanno incentivati tranne quelli sanitari, che vanno scoraggiati.
La sanità però la paga lo Stato.
Cioè i contribuenti. Ma se è per quello anche la cultura la paga lo Stato. Il contributo del singolo studente ai costi dell’istruzione universitaria è modesto: con le tasse si paga all’incirca il 20% del costo effettivo, il resto lo mette lo Stato. Eppure nessuno dice: "Dobbiamo ridurre gli accessi all’Università”.
Comunque la domanda di sanità si è sviluppata ugualmente perché siamo un paese che invecchia, abbiamo più cura del nostro corpo e aumenta l’attenzione alla prevenzione.
Poi sono cresciuti un po’ i servizi di vigilanza perché la gente, le aziende ci tengono molto alla sicurezza e ritengono -a torto o a ragione- che essa sia più minacciata che in passato.
Che altro c’è? Qualcuno confida sulla green economy. Il guaio è che la green economy è una cosa un po’ complicata da definire: è trasversale ai settori così come attualmente individuati, non è nemmeno identificata nelle classificazioni che si utilizzano normalmente. Poi ci sono le biotecnologie... attendiamo che da qualche parte arrivino input nuovi. Per ora però ancora non si vede il coagularsi di un forte impiego di lavoro, di capitali, di investimenti, di competenze in queste direzioni, tale da compensare le cadute occupazionali nei settori tradizionali.
La manifattura, così importante per questa regione, che chance ha? Da tempo si dice che le imprese che hanno puntato solo sul costo del lavoro sono destinate a reinventarsi o a soccombere...
La manifattura, come dicevamo, dopo il durissimo 2009 si è ripresa. Ci sono anche in Veneto molte imprese interessanti. Le ricerche hanno messo in evidenza il ruolo dei Kibs (Knowledge Intensive Business Services), imprese fondate sull’uso intensivo della conoscenza. Ma esse non risultano ancora, per diffusione, tali da innervare e dare una spinta all’intero sistema manifatturiero, all’intero sistema economico. Il punto è quello che enunciavo: a livello di sistema non bastano le singole eccezioni, serve un tessuto intero che giri in modo efficace, innovativo. Oggi come oggi sembrano mancare non gli innovatori (comunque veniamo da una storia rilevante di innovazioni, apprendimenti, diffusione di nuove competenze) ma la loro massa critica.
Quanto al costo del lavoro, negli ultimi anni è cresciuto relativamente poco. Certo, c’è sempre un problema di confronto con i competitor internazionali, ma il costo del lavoro nei paesi occidentali è più alto rispetto ai Paesi emergenti per definizione, perché c’è una storia che lo giustifica così. D’altro canto il costo del lavoro è un elemento di costo per le imprese, ma è anche la fonte di reddito, esprime il livello dei consumi possibili in un paese. Quindi anche tenerlo basso, per consentire la competitività, si riflette negativamente sulle condizioni macroeconomiche complessive: bassi salari significa bassi consumi, bassi introiti per lo Stato, bassi investimenti sociali.
Oggi l’interrogativo più preoccupante è se le difficoltà che l’Italia e il Veneto stanno attraversando derivano da insufficienze istituzionali, per cui servono riforme strutturali (difficili certo ma non impossibili), oppure -in una visione più pessimista- discendono da qualche baco di fondo, da un’insufficienza collettiva (mentalità e culture profondamente inadeguate) all’appuntamento con il postfordismo.
In un vecchio articolo, Ronald Dore leggeva la moderna e futura disoccupazione come "male incurabile” alla luce del fatto che per "curare” tale malessere servono investimenti (e risultati) sotto il profilo della formazione che richiedono più tempo di quello effettivamente a disposizione. È un interrogativo che forse è meglio non porsi. Ci conviene credere che abbiamo bisogno di alcune riforme strutturali -come è senz’altro vero- e che quelle possono rimettere in moto tutto.
Gli ammortizzatori sociali fino a qui hanno consentito di gestire in qualche modo la situazione, soprattutto rinviando nel tempo i licenziamenti. Se però continua il trend occupazionale attuale, la situazione è destinata ad aggravarsi, non solo per le difficoltà a reperire le risorse necessarie al sistema degli ammortizzatori: non è comunque una situazione sociale sana quella di un paese che (pur avendo bisogno di molti servizi e di molte attività) sostiene il reddito di un numero rilevante di persone inattive.
Molti lamentano un’eccessiva difformità tra i vari ammortizzatori e poi c’è il problema di chi resta scoperto...
Il tasso di persone "scoperte” rispetto all’intervento degli ammortizzatori è spesso enfatizzato senza cognizione di causa. Chi non è "coperto”, cioè non può accedere all’indennità di disoccupazione o di mobilità? Sostanzialmente non è coperto dagli ammortizzatori solo chi è appena entrato (o rientrato) nel sistema dell’occupazione e quindi, dopo esser stato licenziato o aver concluso un contratto di lavoro a tempo determinato, non ha il requisito contributivo (12 mesi di lavoro nel corso degli ultimi 24) o il requisito assicurativo (almeno una settimana di contribuzione antecedente agli ultimi 24 mesi: è il caso della settimana di vendemmia che tutti a 16 anni dovrebbero fare per mettersi a posto per tutta la vita con il requisito assicurativo). Aggiungiamo inoltre che anche in caso di assenza del requisito contributivo così come definito, una copertura minima è assicurata dall’istituto della indennità di disoccupazione a requisiti ridotti. Possiamo dire che oggi sostanzialmente solo chi non ha il requisito assicurativo resta quasi sicuramente scoperto. Si possono rimuovere contestualmente i requisiti descritti per consentire a tutti coloro che si dichiarano disoccupati l’accesso agli ammortizzatori sociali? Sembra assai difficile, del resto quasi nessuno propone tale soluzione.
Una questione analoga si pone per i lavoratori autonomi e parasubordinati, oggi di fatto per niente o scarsamente tutelati. Infatti le iniziative a tutela dei parasubordinati, attivate sia dal Ministero del lavoro che dalle Regioni, hanno avuto un impatto assai modesto. Sicuramente i requisiti richiesti erano assai stringenti; ed è senz’altro difficile, anche volendolo, disegnare un adeguato ammortizzatore sociale sul parasubordinato perché si presterebbe ad usi impropri molto spinti (sulle date di inizio e fine del rapporto di lavoro si può ampiamente manovrare). Ma il vero problema resta la problematicità di fondo: occorre decidere se il lavoro parasubordinato è una forma (agevolata burocraticamente) di lavoro autonomo o se è una variante del lavoro dipendente (senza contratto collettivo). Se ricade nel secondo caso, tanto vale abolire la fattispecie contrattuale; se ricade nel primo caso, il trattamento anche previdenziale dev’essere analogo a quello del lavoro autonomo.
Al netto del problema della platea, è noto che per gli altri aspetti -adeguatezza ed equità dei trattamenti previsti- il sistema attuale degli ammortizzatori sociali è sicuramente farraginoso, con forti e ingiustificate differenze tra i vari tipi di istituto. L’unificazione dei trattamenti non sarà però affatto un’operazione semplice perché si sono generate prassi sociali, abitudini non facili da rimuovere, soprattutto nei mercati di lavoro stagionali (pensiamo all’agricoltura o al turismo) dove il ricorso all’ammortizzatore è pratica consolidata.
Sull’attuale massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali lei vede un problema di fondo...
Considerando che tutti gli osservatori dicono che dobbiamo attenderci un segno meno nella dinamica del Pil del prossimo anno, è evidente che dobbiamo mettere in conto che l’occupazione non crescerà (a meno che non immaginiamo forme nuove di redistribuzione del lavoro, ma non mi sembra ci siano sul tappeto strumenti, procedure e consenso sociale per far questo) e quindi nemmeno la disoccupazione diminuirà.
Qui vedo un nodo su cui forse vale la pena riflettere: mi riferisco a tutta la tematica dell’utilizzo delle persone disoccupate il cui reddito viene sostenuto dagli ammortizzatori sociali.
Il Veneto spende circa due miliardi all’anno tra cassa integrazione, mobilità, indennità di disoccupazione; l’Italia circa venti miliardi. Venti miliardi (facendo conto di un costo del lavoro medio annuo intorno ai 30.000 euro) corrispondono a circa 600.000 posti di lavoro. Oggi dunque ci sono 600.000 stipendi pieni che vengono erogati in cambio di nulla. È razionale tutto questo? Si potrebbe organizzarsi meglio? Può aver senso impegnare in qualche attività le persone alle quali comunque un reddito viene assicurato? In fondo, se c’è una cosa chiara, è che il sistema sociale ha bisogno di manutenzione, ha bisogno di infrastrutture e di servizi. Sappiamo tutti che le nostre infrastrutture sociali stanno deperendo.
Allora servirebbe forse un po’ di fantasia e di disponibilità anche ad assumersi dei rischi. Invece siamo bloccati. Dato che i lavori socialmente utili alimentavano delle aspettative di assunzione nella pubblica amministrazione, si è deciso di fatto di interrompere questo canale di utilizzo dei disoccupati. (Mentre è una strada che la Germania ha praticato in modo molto consistente nella prima fase della crisi). Anche se, soprattutto nei piccoli comuni, ci sono state molte esperienze utili, positive.
In una fase eccezionale di crisi occupazionale protratta, queste forme di redistribuzione del lavoro andrebbero viste con meno diffidenza. Dopodiché resta indubbiamente la sacca del lavoro nero da far emergere. E poi il sistema, per ripartire, ha bisogno di nuovi imprenditori, di nuovi organizzatori del lavoro, di nuove modalità di gestione collettiva del rischio imprenditoriale.
Ma c’è anche una carenza culturale nel mondo imprenditoriale...
È innegabile che ci siano dei limiti. Ma da cosa derivano i limiti dell’imprenditore? O dal suo eccesso di ingordigia o dal suo deficit di intelligenza strategico/organizzativa o, ancora, da vincoli oggettivi del mercato.
Occorre riconoscere che oggi ci sono (piccole) imprese che, pur muovendosi con grande sforzo di intelligenza e senza alcuna ingordigia, stanno comunque in piedi per miracolo, perché i margini sono ridottissimi. Alle imprese che sono in queste condizioni è difficile chiedere molto di più di quello che già danno. Molto di più si dovrebbe pretendere e chiedere alle imprese e agli imprenditori (soprattutto se presenti in settori di fatto protetti) che hanno margini più ampi.
Sulla cassa integrazione da tempo è in atto una discussione tra chi ne denuncia un uso esasperato, che alla fine dilaziona licenziamenti comunque inevitabili, e chi la sostiene perché tiene il lavoratore in qualche modo agganciato al mondo del lavoro...
È certo che le sospensioni devono avere un limite temporale. Questo limite temporale, che pure nelle norme c’è, in alcuni casi viene di fatto rimosso per esigenze di pace sociale, di ordine pubblico, eccetera. Sostegni al reddito troppo prolungati generano però una distorsione nei comportamenti e nelle aspettative; generano una duplice economia in quanto sono un incentivo di fatto al lavoro nero (anche perché l’intervento della cassa integrazione non basta a sostenere una famiglia). La logica dovrebbe essere un’altra: se accettiamo che un sistema economico cambia continuamente, è evidente che le imprese decotte devono essere chiuse (e sostituite da imprese nuove). È inutile tenere agganciata forza lavoro a imprese che non hanno futuro. Molte proposte di riforma degli ammortizzatori sociali prevedono un utilizzo della cassa integrazione più contenuto rispetto a quello attualmente praticato. Il passaggio a forme diverse di regolazione, con un percorso di arrivo alla chiusura del rapporto meno lungo, rappresenterebbe senz’altro un’innovazione significativa: si renderebbe visibile che lavoratore e impresa non devono contare troppo sull’ombrello dello Stato; sarebbe un obbligo a darsi da fare in tempi più ravvicinati. A quel punto il problema è quanto l’obbligo a darsi da fare induce effetti positivi perché si genera una più forte attivazione, e quanto invece l’obbligo a darsi da fare non porta comunque a nulla per cause soggettive del lavoratore o per contesti occupazionali particolarmente difficili. Per queste situazioni la soluzione è il reddito di ultima istanza, non l’artificioso prolungamento della cassa integrazione.
Molte piccole e medie imprese sono strozzate anche dalla mancata erogazione di fondi da parte delle banche.
La situazione del credito è oggi molto difficile. Le aziende bancarie sono di fronte a un costo crescente della raccolta che tendono a scaricare sia sulla dimensione che sui tassi degli impieghi. Questo sta mettendo a durissima prova il sistema delle piccole imprese.
Si dice: se però le banche non finanziano a cosa servono?
Certo, ma se devono finanziare il debito pubblico come possono finanziare le imprese? I problemi delle banche hanno senz’altro base oggettiva, seria. Di certo in questo momento l’economia reale sta soffrendo anche della restrizione del credito, della frequente domanda che le banche rivolgono alle imprese di rientrare, spesso senza guardare troppo al merito: le banche adottano, nei rapporti con le imprese, lo stesso atteggiamento che ha lo Stato rispetto alla propria spesa, vale a dire il ricorso ai tagli lineari piuttosto che alla spending review.
Poi c’è il grave problema dei tempi dei pagamenti. Noi Italia (e anche Veneto) siamo in un circuito di pagamenti lenti e l’amministrazione pubblica è il peggior pagatore. Lo Stato è lento non sempre o non solo perché i soldi mancano, ma anche perché le procedure sono eccessivamente burocratizzate o scarsamente informatizzate o scarsamente efficienti. Nel settore privato c’è la tendenza da parte delle imprese maggiori (quelle capofila) -anche in tal caso un po’ per inefficienza, un po’ per gioco di potere- a ritardare il pagamento alle minori, alle fornitrici.
è sicuramente un problema di norme ma anche di mentalità e di legalità (rispetto dei contratti).
E questo ci riporta al tema dell’adeguatezza complessiva del nostro sistema paese a un’economia più civile...
Gli immigrati fino a che punto sono stati colpiti dalla crisi?
Gli immigrati hanno pagato duramente la prima fase della crisi, successivamente hanno ritrovato degli spazi, che però non sono assimilabili a quelli del passato. Si è generata una compressione delle possibilità occupazionali anche per loro. Molti hanno rivisto il loro progetto migratorio, diversi hanno fatto ritorno al Paese di origine, altri si sono riuniti in appartamenti comuni. Quando parliamo di revisione del progetto migratorio, occorre sapere che in molti casi non può trattarsi di una revisione serena: è riconoscere un fallimento. Alcuni poi avevano contratto impegni (mutui ecc.) È stato ed è dunque un contesto difficile anche per gli immigrati. In questa fase hanno potuto contare un po’ sulla solidarietà comunitaria, un po’ sugli ammortizzatori sociali. Certo è che gli spazi si sono ristretti.
Ci sono dati rispetto a un calo degli ingressi o a un aumento dei ritorni nei loro paesi?
Sul tasso di ritorno non ci sono evidenze statistiche significative, tanto più che se uno torna a casa non è che necessariamente ne informi il comune dove aveva la residenza.
La dinamica degli ingressi è difficile da valutare. Da un lato i flussi regolari di arrivo sono chiusi da anni; però le iscrizioni anagrafiche sono continuate, anche se con numeri meno significativi che in passato, legate alla sanatoria per le badanti, ai ricongiungimenti familiari che continuano, ai movimenti degli stranieri comunitari. Almeno per quanto riguarda gli ingressi regolari possiamo certamente riconoscere un trend di diminuzione.
Continua ad essere forte la domanda delle famiglie per il lavoro di assistenza, per quanto in questo momento ci sia anche forza lavoro italiana che si offre. Nel settore dell’assistenza si stanno avviando esperimenti nuovi. Non possiamo pensare che nel futuro a ogni anziano sia assicurata la sua badante, perché non ci saranno più né le pensioni né i patrimoni di oggi. Solo un paese straricco si può permettere un’assistente full time per ogni persona minimamente non autosufficiente! È una fase della storia, difficilmente ripetibile. E quindi andranno riconsiderate le forme organizzative, pubbliche e private, in cui l’assistenza viene svolta.
Se si va a Bruges o ad Amsterdam si può visitare il Begijnhof, una sorta di cittadella che nel Medioevo ospitava le vedove: comunità di donne (anziane) che prestavano dei servizi e venivano in qualche modo protette. Dovremo ripensare a forme organizzative analoghe, per quanto aggiornate, per vivere in modo adeguato la lunga terza età che pare spettare alle popolazioni occidentali.













ci si saluta...

appena laureati...




del taylorimo




















