Bruno Anastasia si occupa di analisi del mercato del lavoro. Ha diretto fino al 2019 l’Osservatorio sul mercato del lavoro regionale di Veneto Lavoro. Dal 1994 al 2001 è stato presidente del Coses di Venezia e dal 2001 al 2006 presidente dell’Ires Veneto. Dal 2000 al 2006 ha collaborato con il Gruppo nazionale di monitoraggio delle politiche del lavoro istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Ha insegnato Economia del lavoro all’Università di Trieste.

Gli ultimi dati sull’andamento del mercato del lavoro, in particolare sugli occupati, generano qualche speranza. Qual è la situazione?
La dinamica complessiva dell’occupazione, come emerge da tutte le fonti, ci dice che gli occupati stanno tendenzialmente aumentando. Tendenzialmente vuol dire a prescindere dalle oscillazioni di breve periodo le quali (nonostante tutti gli accorgimenti statistici dispiegabili, destagionalizzazione ecc.) possono sempre “velare” la tendenza di fondo. Quando diciamo che stanno aumentando gli occupati intendiamo dire che sta aumentando il numero di persone che lavora confrontando un dato periodo (mese, trimestre o anno) con il corrispondente periodo precedente.
La recente dinamica positiva degli occupati ha fatto molto rumore; quando sono usciti i dati di novembre si è parlato di massimo storico, ecc.; in realtà abbiamo poco più che recuperato la perdita di posti di lavoro che avevamo subìto con la grande recessione (2008-2013). Certo, siamo a un livello di occupazione complessiva, in termini di “teste” (persone), un po’ superiore a quella del 2008.
In termini di ore complessive, tuttavia, secondo i dati di contabilità nazionale, non siamo ancora al livello del 2008; rimaniamo su valori inferiori di alcuni punti percentuali. Questo risultato è largamente spiegabile con l’aumento del part-time: per questo ci troviamo a registrare, nel complesso, un incremento di lavoratori cui non corrisponde un pari incremento delle ore lavorate. Per questo si può affermare che c’è ancora, rispetto al 2008, meno lavoro nonostante il maggior numero di occupati. Stiamo procedendo -senza decisione politica alcuna- sulla strada del vecchio slogan “lavorare meno lavorare tutti” (ma si voleva anche senza perdite di reddito e questa è un’altra faccenda).
C’è pure da aggiungere che, secondo i dati di contabilità nazionale, nel recupero avviato dal 2014 la performance dell’occupazione irregolare (sia in termini di occupati-teste che di unità di lavoro) è stata migliore di quella dell’occupazione regolare, il che non è proprio una grande notizia.
Resta comunque il fatto che dal 2014 ad oggi la situazione è migliorata, pur nei limiti di cui si è detto.
Quali sono i problemi?
Nei dati si leggono i riflessi di due problemi belli grossi: c’è una questione economica perché l’occupazione sta ancora aumentando, ma la crescita del pil (prodotto interno lordo) è stentatissima; e c’è una questione demografica perché l’occupazione sta aumentando ma la popolazione in età lavorativa sta diminuendo. Ciò ci consente miglioramenti più che proporzionali nel tasso di occupazione, ma vela il grosso tema del declino demografico.
Come sappiamo, la crisi del 2008 si sviluppa in due onde, una nel 2008-2009 e la seconda tra il 2011 e il 2013. Poi nel 2014 comincia una fase di ripresa tutto sommato continua; nel 2018 c’è stato un breve break, ma poi il trend è ripreso, anche se con affanno.
Dal 2014 si data l’avvio del recupero post grande recessione. Bene, ma il 2014 è anche l’anno che segna la fine della crescita della popolazione italiana residente. Da allora la popolazione totale ha cominciato a diminuire. Nel giro di quattro anni abbiamo registrato un saldo negativo di mezzo milione di persone. Questo mezzo milione è il risultato della differenza, del saldo, tra un milione e mezzo di over cinquanta in più e due milioni di under cinquanta in meno. Il risultato è analogo se ci limitiamo a considerare la popolazione in età lavorativa tra i 20 e i 64 anni: oltre un milione in meno di under cinquanta e seicentomila over cinquanta in più, con un saldo negativo di quasi mezzo milione.
Di conseguenza, la quota di occupati sulla popolazione in età lavorativa (vale a dire il tasso di occupazione) sta aumentando più velocemente del volume di occupati in totale: migliora quindi la nostra posizione relativa rispetto all’obiettivo europeo indicato (tasso di occupazione al 70%) ma se ciò è ottenuto riducendo il denominatore non c’è molto da star allegri.
Anche il pil pro capite va meglio del pil nazionale. Ora, il reddito pro capite dà la misura della situazione economica individuale (media), quindi se cresce è comunque una buona notizia. Ma la forza di una collettività non dipende dalla dinamica del pil pro capite ma dalla dinamica del pil complessivo, come del resto stiamo imparando a livello globale dal ruolo acquisito dalla Cina.
Questo per quanto riguarda il profilo demografico. E sotto l’aspetto economico?
Sotto il profilo economico la cartina di tornasole dei problemi italiani sta tutta nella dinamica della produttività per occupato che non cresce ormai da lungo tempo, anche da prima della crisi. Non so riassumere adeguatamente lo stato delle analisi a tale proposito: molti economisti sono alla ricerca di una spiegazione esauriente mentre la traduzione di questo dibattito nel contesto politico spesso si riduce all’individuazione del capro espiatorio (tipicamente esterno: euro, globalizzazione, immigrati, imprese che delocalizzano).
La spiegazione più semplice riconduce la bassa dinamica della produttività alle tendenze in corso di modifica della composizione settoriale della struttura produttiva. Il nostro sistema produttivo sta crescendo soprattutto in settori a bassa produttività. L’evoluzione dell’economia va verso il settore terziario, verso i servizi alla popolazione e alle imprese: è uno spostamento che ha a che fare con forze potenti, da un lato la demografia e l’invecchiamento, dall’altro la tecnologia e la globalizzazione. Nel caso italiano prevale uno spostamento verso settori a bassa produttività e quindi a bassi salari.
Fin qui è abbastanza semplice e intuitivo. Ci sono pure questioni più intricate, relative agli effetti delle variazioni del perimetro economico, che condizionano anche le dinamiche della produttività. Ad esempio se nel mercato del lavoro entrano molti occupati (per lo più stranieri) che fanno lavori a basso salario (lavori di cura ad esempio), si genera certamente occupazione, ma la produttività media ne risente. Molte attività, di cura della persona ma non solo, che in passato erano fuori mercato ora sono portate dentro il mercato, dentro il perimetro dello scambio economico: così la produttività non cresce, però i confini dell’attività economica sono mutati e quindi il confronto è, per certi aspetti, viziato. Su questi temi, come pure su altre possibili spiegazioni (burocrazia pesante, ritardi negli investimenti, inadeguatezza della classe imprenditoriale, problemi di capitale umano, ecc.) ci sono fior di economisti che si stanno scervellando: il problema non è fare questo elenco di cause possibili ma “pesarle”, gerarchizzarle, individuare l’ostacolo cruciale da rimuovere.
C’è un altro punto che va menzionato: ciò che conta è il confronto con gli altri paesi, segnatamente quelli comparabili per livello di sviluppo e dimensione: Germania, Francia, Spagna, Regno Unito. La domanda che non dobbiamo mai evitare è: stiamo perdendo terreno rispetto a questi paesi? Che tradotto vuol dire: l’italiano sta (mediamente) perdendo in potere d’acquisto rispetto agli abitanti dei paesi con cui ci confrontiamo usualmente? Non è certo facile rispondere perché di mezzo ci sono tante misure complesse: non contano solo le differenze in termini di prodotto interno lordo (che include il sommerso) pro capite ma anche le differenze quanto a dinamica dell’inflazione media e sua distribuzione tra i prodotti, livello dei prezzi, mutamenti nel paniere della spesa. Nelle statistiche ufficiali Eurostat il reddito italiano per abitante, in termini di potere d’acquisto, è inferiore alla media europea che pur sappiamo riflettere anche la presenza di paesi dell’Est con un livello di industrializzazione e di sviluppo storicamente inferiori al nostro.
Dicevi che sono aumentate le persone che lavorano, però sono diminuite le ore lavorate. Possiamo approfondire?
C’è più part-time, questo è certo. Lo sviluppo del part-time è legato ai servizi da un lato e alla femminilizzazione della manodopera (la quota di donne occupate sta ancora crescendo). In fondo dov’è che è aumentata l’occupazione? Nel terziario, non in quello pubblico -che nell’ultimo decennio è stato bloccato per controllare la dinamica della spesa pubblica- ma nel commercio e nella ristorazione, nei trasporti e nella logistica, che sono anche i settori dove i prezzi al consumo sono tendenzialmente diminuiti e quindi c’è più domanda.
Lo sviluppo dell’e-commerce, di Amazon, ecc. vuol dire più addetti alla logistica, dai facchini agli autisti. Nel commercio, come pure nella ricettività-ristorazione, si assiste a una sperimentazione infinita, alla ricerca di nuovi consumi (vacanze, auto, nuovi oggetti per la casa ecc.). C’è una quota robusta della popolazione italiana (una quota maggioritaria che, come mostra Ricolfi, costituisce la società signorile di massa) che alimenta la dinamica dei consumi. Può darsi che ci sia un apporto derivante da scelte di depatrimonializzazione: sappiamo che la propensione al risparmio è calata in maniera notevole rispetto agli standard italiani del secolo scorso, ma rimane comunque elevata. Dato che il pil cresce poco è evidente che siamo in una fase in cui la gestione delle risorse economiche deve essere oculata. Stiamo convivendo con una quasi-stagnazione, con quasi la crescita zero. Questo è un problema in sé, che si aggrava se gli altri, Germania, Francia, Spagna, crescono.
Qual è l’aspetto problematico della stagnazione? In fondo la crescita è fatta anche di sprechi, di consumi eccessivi delle risorse naturali…
La stagnazione rappresenta un problema sotto tanti aspetti. Innanzitutto non può essere duratura: più di tanto non si può star fermi e quindi dopo la stagnazione c’è il declino, non esattamente ciò che le persone si augurano. Inoltre la stagnazione identifica una situazione in cui l’inevitabile mobilità sociale rappresenta un gioco a somma zero: non tutti i redditi sono stagnanti e perciò se l’effetto aggregato è stagnazione vuol dire che alla crescita di qualcuno corrisponde l’arretramento di qualcun altro e questo genera tensioni, problemi sociali eccetera.
Però dicevo prima che, per fortuna, siamo in quasi-stagnazione, vuol dire che riusciamo ancora a esprimere una crescita seppur lenta. Vuol dire che i progressi devo misurarli su tempi più lunghi. In fondo è vero che negli ultimi anni non abbiamo mai raggiunto il 2% di variazione del pil, ma se guardiamo a un periodo pluriennale (ad esempio dal 2014 ad oggi) registriamo comunque una dinamica di un qualche spessore (+5-6%). Certo, non in un anno, ma in un quadriennio. Forse dobbiamo rivedere la tempistica delle nostre aspettative, dobbiamo governarci e tararci su tempi meno sincopati. Possiamo fare politiche adeguate in questo senso? Possiamo raccontare che i “miracoli” (economici) non sono più realistici? Sono domande grandi come una casa.
La crescita lenta ovviamente non è priva di effetti sul versante politico e pubblico: la coperta è corta e in più ci portiamo il peso del debito accumulato in passato -il macigno, come lo chiama Cottarelli- e perciò la gestione della spesa pubblica, che vuol dire essenzialmente il sistema di welfare, deve essere necessariamente oculata. Non si possono fare contemporaneamente troppe spese: se decidi di aprire la pensione per centocinquantamila over 62enni che in larga parte potevano continuare a lavorare ancora un anno o due, dopo non ti resta più molto altro da mettere in campo.
Ora si parla di mega riforme dell’Irpef, ma sappiamo tutti che l’intervento dovrà rispettare importanti vincoli di finanza pubblica. C’è bisogno di un modo di governare molto attento e per nulla incline al sensazionalismo.
La nostra competitività però sembra tenere...
L’Italia ha un sacco di problemi però dal punto di vista dell’avanzo commerciale -che riflette quindi la nostra capacità di pagare le importazioni con le esportazioni- non siamo affatto messi male. Le importazioni di cui abbiamo bisogno non ce le regalano, né ce le assicuriamo grazie alla nostra potenza militare, come capita agli Stati Uniti. Le paghiamo con i beni che esportiamo e i beni che esportiamo non sono certo frutto di accordi che impegnano altri paesi a comprare la roba nostra; se riusciamo a vendere i nostri prodotti è perché sono fatti bene e il prezzo è congruo. In giro per il mondo le cose che produciamo piacciono ancora e quindi possiamo tranquillamente pagarci le importazioni. Non è poco. Certo, c’è stata una profonda selezione delle imprese dopo la crisi del 2008. Quelle che si sono ristrutturate e che riescono a competere sui mercati internazionali e a esportare evidenziano un buon livello di produttività e ampie capacità di utilizzo delle nuove tecnologie. Sono sopravvissute le imprese che hanno saputo e potuto investire sul futuro, come si suol dire.
Negli ultimi dieci anni si sono susseguite varie riforme del mercato del lavoro. È possibile fare un bilancio?
Da ormai vent’anni e più in Europa circola la parola d’ordine “flexicurity”. E se ne parla a volte come fosse un’opzione tra le altre. In realtà, a mio giudizio, non c’è alternativa, non ci sono altre soluzioni (solo flessibilità, modello mercato interamente deregolato oppure solo sicurezza, modello lavoro garantito dallo Stato, a prescindere). C’è piuttosto un problema di dosi: quanta flessibilità? Quanta sicurezza? quanto e come dev’essere premiata/compensata la flessibilità? Quanta tutela dev’essere assicurata? Le altre opzioni sono da un lato il comunismo statalistico, che vuol dire che il posto di lavoro te lo garantisce lo Stato (che però non sa e non può garantire la produttività), dall’altro il puro mercato, che non esiste da nessuna parte, meno che mai da noi. Forse, come ipotesi radicalmente alternativa, si può gettare il cuore oltre l’ostacolo, ipotizzare un reddito a prescindere dal lavoro, il reddito di cittadinanza nella sua versione originaria, finanziato con qualche nuova forma di prelievo del dividendo tecnologico (web tax ecc.). All’atto pratico e concreto oggi pura utopia.
Dunque resta solo la flexicurity. La cui efficacia è, ripeto, un problema di dosi.
Cosa si è fatto in questi vent’anni? Con molta fatica, si è cercato di rafforzare gli schemi che si rifacevano alla flexicurity già presenti anche negli anni Novanta nel nostro paese. Soprattutto è stata ridotta la componente corporativa implicita in molte politiche del lavoro. Per componente corporativa intendo il fatto che le tutele com’erano state disegnate nella seconda metà del secolo scorso erano fortemente differenziate per settore e per classe dimensionale delle imprese. Questa è una caratteristica basilare del nostro mercato del lavoro: i lavoratori della grande impresa avevano un determinato trattamento, profondamente diverso da quello che spettava ai dipendenti della piccola impresa.
Un lavoratore over 50 anni della grande impresa poteva subire un licenziamento collettivo ed essere sostenuto con l’indennità di mobilità per tre anni (quattro anni al Sud); un analogo lavoratore della piccola impresa, ugualmente incappato in un licenziamento per ragioni economiche, non beneficiava nemmeno di un anno di indennità di disoccupazione, per di più a cifre significativamente inferiori a quelle corrisposte ai lavoratori delle maggiori imprese. Il lavoratore della grande impresa era inoltre tutelato con la cassa integrazione guadagni (al 75-80% dello stipendio) rispetto a periodi di crisi o di ristrutturazioni; il lavoratore della piccola impresa no. E ricordiamo sempre che i dipendenti della piccola impresa (fino a 15 dipendenti) rappresentano e hanno rappresentato circa la metà dell’occupazione dipendente complessiva nel settore privato.
Ora, rispetto a questa situazione ereditata dal secolo scorso, l’evoluzione della regolazione del mercato del lavoro ha esteso e uniformato le indennità previste in caso di disoccupazione e con ciò ha ridotto alcune tipologie di protezioni riservate ai dipendenti delle grandi imprese.
In particolare sul fronte dell’indennità di disoccupazione la costruzione di un assetto omogeneo per tutti i dipendenti è stata avviata con la riforma Fornero del 2012 e poi perfezionata con il Jobs Act del 2015. Si è andati verso trattamenti sempre più egualitari, riducendo gli interventi discrezionali contrattati di volta in volta. Certo, la domanda di discrezionalità ritorna sempre. Oggi ad esempio si sono identificate le aree che subiscono “crisi complesse”. Ma alla fin fine cosa significa? Vuol dire che si chiedono trattamenti particolari, in deroga alle norme generali. Trattamenti particolari vuol dire trattamenti migliori della media. Vuol dire che per gestire la crisi di un distretto diffuso bastano gli strumenti in essere, mentre per gestire la crisi di un singolo grosso insediamento commerciale o industriale, ad alta visibilità, servono maggiori risorse e interventi specifici.
A volte pare proprio che il mercato del lavoro non riesca a funzionare con uniformi regole generali. Qual è il ruolo dello Stato negli interventi sulle singole situazioni di crisi? Lo Stato o le sue articolazioni istituzionali in genere non sono chiamate in causa per facilitare il dialogo tra proprietà e sindacato/lavoratori ma per mettere o trovare i soldi aggiuntivi che servono a gestire una crisi occupazionale. È inevitabile che sia così? L’obiettivo di evitare tensioni sociali giustifica qualsiasi intervento?
Anche l’introduzione con il Jobs Act del contratto a tutele crescenti è stato un modo per equiparare (avvicinare) le regole del licenziamento, riducendo profondamente le differenze tra piccola e grande impresa e riducendo quindi la convenienza delle imprese a rimanere piccole, a guardarsi bene dal superare la soglia dei quindici dipendenti, oltre i quali scattava appunto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori con la famosa “tutela reale”, vale a dire la possibilità di essere reintegrati nel posto di lavoro. Boeri e Garibaldi, in uno studio di un paio di anni fa, hanno documentato che dopo il 2015 i passaggi della fatidica soglia sono stati più numerosi di quanto avveniva in precedenza. Si tratta di evidenze colte da studi molto dettagliati; a livello macro non si registrano finora conseguenze ampiamente percepibili, vale a dire un significativo incremento della taglia media delle imprese italiane. Ma non si può certo attendersi che questo tipo di cambiamenti abbia effetti immediati.
L’equiparazione c’è stata, ma al ribasso…
Sì, la contestazione è questa. Ma l’alternativa qual era? Far valere la tutela reale anche nelle piccole imprese? Già in passato erano stati fatti tentativi in tal senso ma senza risultati: al referendum del 2003, voluto da Rifondazione Comunista, votò il 26% degli aventi diritto (86% a favore dell’estensione dell’art. 18 alle piccole imprese, 14% contro) e quindi non si raggiunse il quorum. Nel 2017, inoltre, la Consulta bocciò la proposta di un nuovo referendum sull’argomento che di fatto aveva l’obiettivo di reintrodurre l’art. 18 nella versione ante Jobs Act estendendolo fino ai cinque dipendenti.
Certo, dietro il dibattito sull’art. 18 c’è il problema della concezione del posto di lavoro. Ci sono delle analogie col dibattito sul divorzio. Chi non voleva il divorzio sosteneva che in tal modo si tutelava la donna, ritenuta -nella visione contrattualistica del matrimonio- la parte debole. Ora, in una società “liquida” -come Bauman l’ha definita- possiamo sul serio immaginare che il legame che si crea con un’assunzione -evento con molti aspetti di casualità e di fortuna, soprattutto nelle grandi imprese e con durate del fidanzamento (periodi di prova) in genere molto brevi- è più indissolubile del matrimonio?
Resta il problema della deterrenza: siccome parliamo di licenziamenti illegittimi, al di là del reintegro, le misure previste dal Jobs Act sono state considerate poco scoraggianti...
La congruità di una sanzione è sempre materia opinabile. Per quanto ne so le sanzioni previste dal Jobs Act erano allineate con livelli analoghi in altri paesi europei. E comunque il recente intervento della Corte costituzionale ha reintrodotto la discrezionalità del giudice, pur entro il tetto prefissato (tre anni di stipendio).
In realtà dietro il dibattito sull’art. 18 spesso sembra che ci sia una visione del mercato del lavoro totalmente negativa, dove l’intento principale delle imprese è liberarsi della manodopera che incautamente o casualmente hanno assunto. E l’unica arma di difesa dei lavoratori è la norma che li protegge: “Hai sbagliato ad assumermi? Mi tieni ugualmente”. Ne discende che quanto più forte è questa protezione, tanto più caute e riottose saranno le imprese ad assumere. E tale riottosità si esprimerà in tante maniere: non solo dimensione media delle imprese tendenzialmente bassa ma anche ricorso ad appalti e subappalti, decentramento, delocalizzazione ecc. Per non dire poi che la deterrenza vera (alle assunzioni a tempo indeterminato) non veniva dall’art. 18 in sé ma dal funzionamento della giustizia civile che poteva generare, in maniera imprevedibile, incertezze e costi insostenibili per le imprese.
Qualcosa di concreto, comunque, su questo punto può venire dall’analisi dei dati. I sostenitori della reintegra sostenevano che, liberate dalla minaccia della reintegra, le imprese avrebbero aumentato a dismisura i licenziamenti. In realtà non è affatto accaduto. I licenziamenti non sono aumentati ma diminuiti. Evidentemente conta più il ciclo (positivo dopo il 2015) che la norma. Per essere più precisi: nel 2016, cioè nell’anno immediatamente successivo al Jobs Act, i licenziamenti erano aumentati per effetto dell’introduzione dell’obbligo delle dimissioni on line. La complicazione così introdotta, soprattutto per datori di lavoro e lavoratori stranieri, ha transitoriamente indotto a ricorrere a licenziamenti piuttosto che dimissioni (che implicavano procedure particolari, ricorsi ai patronati ecc.): l’Inps ha documentato nei suoi rapporti questo spostamento, che ha riguardato soprattutto la manodopera straniera e cinese in particolare. Ma passato il 2016 e realizzato l’adattamento al nuovo modo di dare le dimissioni (che sono sempre la causale maggioritaria di conclusione dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato) vediamo che non c’è stato alcun incremento dei licenziamenti per ragioni economiche (che sono la gran parte dei licenziamenti). E non c’è stato nemmeno alcun significativo incremento alla fine del triennio della decontribuzione: alcuni avevano finito con l’ipotizzare che alla fine del triennio della decontribuzione ci sarebbe stato una sorta di licenziamento di massa dei nuovi assunti perché il loro costo, finiti gli incentivi, aumentava improvvisamente. Ampi studi dell’Inps e analisi dettagliatissime di Veneto Lavoro (che si trovano sul sito venetolavoro.it) hanno dimostrato che così non è stato.
Il che non significava escludere singoli casi: non c’è incentivo di cui alcuni italiani, tanto imprese quanto cittadini, non provino ad approfittarne strumentalmente.
Per quanto riguarda i licenziamenti disciplinari (che coinvolgono molto spesso lavoratori stranieri) essi hanno evidenziato invece una sicura tendenza all’incremento, maggiore nelle imprese over 15 rispetto a quello osservato nelle imprese piccole, e ciò può essere messo in relazione con le modifiche intervenute nell’art. 18. Questa tendenza dev’essere ancora adeguatamente investigata. L’interrogativo è: il ricorso al licenziamento per motivi disciplinari è aumentato perché il Jobs Act ha facilitato, reso trasparenti, processi che prima erano “nascosti” (magari sotto forma di dimissioni incentivate), perché ora l’impresa si sente “più tranquilla” nel procedere al licenziamento disciplinare? O ci sono altri cambiamenti che magari non riusciamo a identificare o identifichiamo solo in parte? In altre parole, siamo di fronte all’abuso temuto dei poteri dell’impresa o solo alla registrazione, esplicitata diversamente, di situazioni comuni anche ante Jobs Act? E se di abuso si tratta, perché le imprese hanno incrementato il ricorso ai licenziamenti per ragioni disciplinari e non a quelli per ragioni economiche? Come è noto il licenziamento disciplinare prevede una procedura complessa, richiami ecc.
L’obiettivo essenziale del Jobs Act -quello di rendere calcolabile il costo per l’impresa di una scelta le cui motivazioni possono non esser ritenute valide dal giudice in sede di ricorso da parte del lavoratore- mi sembra del tutto condivisibile. Poteva essere raggiunto in altro modo? Che ne so, obbligando il giudice a pronunciarsi in un termine perentorio (tre o sei mesi)?
Si può aggiungere che la situazione pre-Jobs Act era alquanto ipocrita, perché la reintegra non avveniva praticamente mai (tranne rari casi “politici” -discriminazioni di vario tipo- per i quali però è tuttora prevista dall’ordinamento) e il finale era costituito in genere da dimissioni incentivate al termine di iter giudiziari lunghissimi.
Il fatto che ci sia stato un incremento dei licenziamenti disciplinari e non di quelli economici suggerisce che il ricorso al licenziamento da parte dell’impresa non avviene per il semplice obiettivo di flessibilizzare l’uso della manodopera. Anche perché va ricordato che il licenziamento comporta, oltre che i costi diretti (ticket Naspi) altre conseguenze, ad esempio in materia di incentivi alle successive assunzioni. Certo c’è un’area di problemi difficili: se, ad esempio, riteniamo che il lavoratore non sia un mero erogatore di tempo di lavoro e di forza fisica ma partecipi al processo produttivo con le sue caratteristiche personali, qualora non si integri adeguatamente -senza colpa di nessuno, solo per ragioni caratteriali- in un team di lavoro, può essere licenziato, come accade ai giocatori di calcio che “non legano nello spogliatoio”? Problemi che non si ponevano certo nel mondo del lavoro fordista, dove l’operaio era inchiodato alla catena di montaggio e doveva eseguire semplici, noiose e spesso faticose, operazioni meccaniche. Ma era un bel mondo quello?
Però il rapporto di forza è tuttora a favore dell’imprenditore, quindi c’è bisogno di un intervento di riequilibrio, di tutela...
Certamente, ma mi sembra del tutto ingiustificato sostenere che l’ordinamento è stato stravolto dalla modifica dell’art. 18. Tieni conto anche di un altro risvolto, paradossale se vuoi: non pochi licenziamenti sono falsi, in realtà sono dimissioni concordate per consentire l’accesso all’indennità di disoccupazione (la Naspi). In alcuni casi (es. persone in difficoltà che con un paio di anni di Naspi possono traghettare verso la pensione) ci può essere anche una logica, non cristallina ma comprensibile. In altri casi no, si tratta di un semplice “sfruttamento” di ciò che offre un determinato assetto istituzionale pensato, però, per un diverso tipo di situazione.
Fin qui abbiamo parlato dei contratti a tempo indeterminato. Ma da tempo si tenta di intervenire anche sul lavoro a termine. Qui com’è la situazione?
Gli interventi del 2015 (Jobs act più decontribuzione per i nuovi tempi indeterminati) hanno fatto decollare le assunzioni e soprattutto le trasformazioni a tempo indeterminato, comprimendo il lavoro a termine, come ben si vede soprattutto nei dati amministrativi, che sono i più reattivi all’impatto delle politiche. Finiti gli incentivi, a partire dal 2016 gli occupati a tempo indeterminato si stabilizzano: le imprese hanno anticipato assunzioni che altrimenti sarebbero avvenute successivamente, in parallelo con la dinamica del ciclo economico.
A partire dal 2017, continuando il momento positivo del mercato del lavoro, abbiamo assistito a un grande sviluppo dei contratti a tempo determinato. I motivi sono diversi. Da un lato sono stati chiusi i voucher (che comunque avevano fatto emergere nuove quote di domanda di lavoro, in precedenza sommersa o inesistente), dall’altro le imprese -dopo aver fatto il pieno di lavoratori a tempo indeterminato con la decontribuzione- hanno ricostituito lo stock di tempo determinato. Inoltre c’è stato il successo crescente del lavoro somministrato, con la preferenza per l’esternalizzazione di cui esso è indicatore. (Del resto ormai si esternalizza anche l’esercito: leggiamo che i turchi hanno mandato in Libia i mercenari, Putin pure, gli americani anche… Insomma, se esternalizzi anche l’esercito, il “core business” di uno Stato, figurati se un’impresa non può pensare a esternalizzare i dipendenti).
Questo successo dei lavori a termine pone un problema: come mai le imprese continuano a rivolgersi al lavoro a termine pur esistendo il nuovo contratto a tempo indeterminato (“a tutele crescenti”)? La risposta va cercata sia in un elemento culturale (meglio il lavoro a termine piuttosto che dover interrompere un rapporto di lavoro con un licenziamento che, per quanto ri-regolato, rimane comunque nel nostro contesto culturale un episodio da evitare) sia in un’evidenza economica: molte produzioni sono effettivamente caratterizzate da stagionalità e temporaneità.
Nel 2018 il Decreto dignità interviene in questo contesto, con l’idea che ostacolando il tempo determinato si generi un incremento del tempo indeterminato. Qual è stato l’effetto? È stato ridotto il contratto a tempo determinato lungo (oltre un anno) e sono stati disincentivati i rinnovi e le proroghe, così come il lavoro somministrato. L’adattamento delle imprese al nuovo contesto ha seguito varie strade: sono aumentate significativamente le trasformazioni a tempo indeterminato, in gran parte anticipate nei tempi (le trasformazioni stavano comunque aumentando per effetto dei nuovi incentivi introdotti nel 2018 dal governo Gentiloni e per l’indotto fisiologico dovuto alla grande crescita avvenuta nel 2017); è aumentato il lavoro intermittente; è aumentato il lavoro somministrato nella sua versione a tempo indeterminato (anche sotto le vesti di staff leasing); forse delle ricadute si potranno registrare anche nell’incremento del lavoro autonomo, che agli inizi del 2019 ha fortemente beneficiato della cosiddetta flat tax per i redditi fino a 65.000 euro.
Il maggior disincentivo per le imprese è stato determinato senz’altro dalla (re)introduzione della causale sia per i rinnovi sia per qualsivoglia forma di superamento dell’anno di durata. Ma nonostante tutto, secondo i dati Istat, la quota del tempo determinato sul totale del lavoro dipendente resta fissa al 17%, non si schioda da quella cifra. È come se il Decreto dignità avesse bloccato la crescita del tempo determinato, non invertito la tendenza.
Insomma una fatica infinita per risultati a livello macro quasi impercettibili. Con alcune conseguenze, per ora senza evidenze esplicite, potenzialmente poco interessanti, come la ripresa del contenzioso generato dalle causali. Per limitare il tempo determinato è sicuramente più semplice e più efficiente rafforzare i parametri quantitativi (quota di occupati a tempo determinato su occupati totali ecc.).
Con “Veneto Lavoro” avevate fatto delle ricerche per cercare di capire quale fosse la quota di “finto” lavoro a termine.
Sì, abbiamo cercato di capire quanti posti fissi possono nascondersi dietro i contratti temporanei, con la rotazione di diversi lavoratori sulla medesima posizione. Per dire che un posto è fisso devo verificare che un’impresa abbia continuamente alle sue dipendenze un lavoratore a tempo determinato, non necessariamente il medesimo. La continuità di presenza dei lavoratori a termine (anche diversi tra loro) può indicare che si stanno alternando persone diverse sul medesimo posto. Ovviamente questo non è sufficiente per individuare il presunto posto fisso: all’interno di una grande impresa ci può essere continuità di presenza di lavoratori a termini, ma non necessariamente nelle medesime funzioni ecc.
Quindi la nostra indagine serviva a delimitare un perimetro, a indicare un tetto massimo di (presunti) posti fissi.
Il risultato della ricerca (cfr. in venetolavoro.it la misura n. 74, “Posti fissi e lavoratori a termine?”, novembre 2017) è stato che questo tetto si posizionava all’incirca a un terzo del totale del lavoro a tempo determinato.
Occorre aggiungere che ogni intervento che introduce nuovi vincoli rischia effetti paradossali, anche controproducenti per i lavoratori, come ad esempio l’incremento del turnover per evitare i rinnovi e quindi la causale e i costi crescenti a essi associati. La nuova normativa infatti incentiva a non utilizzare il medesimo dipendente (ad es. per impieghi a termine a distanza di tempo in occasioni speciali tipo festività natalizie) perché oltre alla causale scatta un aggravio previsto a ogni rinnovo sotto forma di contributo Naspi. La repressione degli abusi dovrebbe essere perseguita più con le ispezioni e soprattutto potenziando i controlli (l’amministrazione dispone già di molte informazioni che non usa) più che introducendo di continuo nuove norme, che rischiano anche di far male alle imprese che rispettano le regole.
Abbiamo parlato delle tutele dei dipendenti; ha senso parlare di forme di tutela per i lavoratori autonomi? Mi sembra tu abbia delle perplessità...
Alcune tutele è indubbiamente complicato riportarle al lavoro autonomo. Cosa vuol dire in tal caso “perdita involontaria del lavoro” (che è la premessa attuale per l’accesso all’indennità di disoccupazione)?
Se vuoi, una tutela importante sarebbe prevedere una sorta di “pensionamento” per le aziende. Non di rado il vero problema di un lavoratore autonomo è come disfarsi di un’azienda, tanto più in assenza di eredi. Mentre il dipendente sa che, al raggiungimento di una certa età, andrà comunque in pensione, l’azienda ha come suo presupposto “naturale” la vita eterna.
Le alternative sono il fallimento o l’acquisto da parte di qualche altro operatore (in una delle varie forme in cui ciò può avvenire). Chiudere un’impresa è spesso impossibile: ci vorrebbe tanta liquidità, di fatto indisponibile. Ma se, soprattutto nelle fasi di forti innovazioni, il mercato delle aziende è asfittico (è più facile cominciare da zero che rilevando un’impresa esistente) che fai?
Alla fine il fallimento diventa la necessaria conclusione di un’azienda, se ha asset valorizzati nel bilancio ma non facilmente nel mercato, perché nel momento in cui decidi di chiudere devi mobilizzare asset immobilizzati (normalmente il brand dell’azienda e il magazzino), in sostanza devi trovare qualcuno che te li compri, magari un cinese di passaggio. Ma se non passa nessuno?
Non conosco evidenze in materia ma azzardo che una quota significativa di imprese (20-30%?) resta aperto solo perché non può chiudere (e non vuole fallire), ciò vale soprattutto per quelle a bassa redditività o semplicemente per quelle che sono gestite da un imprenditore anziano o sulla strada per diventarlo. Sono problemi seri. E altrettanto difficili da sbrogliare.
(a cura di Barbara Bertoncin)