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L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi

Intervista a Giuseppina Longobardi e Letizia Bianchi sulle Madres De Plaza DeMajo


  
UNA CITTÀ n. 183 / 2011 Aprile

Intervista a Letizia Bianchi e Giannina Longobardi
realizzata da Paola Sabbatani

LE TOMBE VUOTE
La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

Letizia Bianchi è docente di sociologia della famiglia presso l’Università di Bologna e fa parte dell’Ass. Lavinia Fontana. Giannina Longobardi fa parte della comunità filosofica Diotima e presiede l’Associazione di donne italiane e straniere Ishtar di Verona.

Il movimento di lotta per i desaparecidos è composto da varie associazioni...
Giannina. Ci sono tre associazioni: le Madres de Plaza de Mayo, Linea Fundadora e Associazione Civile Abuelas (nonne) de Plaza de Mayo. La separazione tra le prime due risale al 1986, quando il Governo Alfonsin chiese che riconoscessero, da pochi frammenti di ossa rinvenute in fosse comuni, i corpi dei figli. Le Madres della prima associazione si sono rifiutate. Più in generale non vi è stato accordo sulla gestione della memoria degli scomparsi. Su questo punto è significativa la ricostruzione fatta nel libro di Daniela Padoan, Le pazze. Un incontro con le Madri di Plaza De Mayo (Bompiani 2005), un libro, basato su interviste, che racconta tutta la storia delle madri.
Letizia: I miei contatti sono sempre stati con l’Associazione delle Madres de Plaza de Mayo che sono state spesso in Italia, invitate anche dal movimento delle donne di Bologna. Da questi incontri è nata la proposta di conferire loro la laurea honoris causa. La cosa più straordinaria, il loro aspetto d’unicità, è che donne così potenti, con un’azione politica così incisiva, fossero donne che definiscono la loro azione a partire dal dirsi madri e dalla relazione con i loro figli. Mettevano e mettono nel mondo una modalità della maternità e della politica che non è presente da nessun’altra parte.
Perché "potenti”?
Letizia. Le Madres sono donne potentissime, sia per quello che hanno fatto e fanno, sia per l’azione che esercitano. La loro azione ti obbliga a metterti in contatto con chi sei, con quello che vuoi, con la tua disponibilità a metterti in una quotidianità della politica. Cosa dicono? "Si lotta, si può lottare e si può vincere”. Non danno spazio al lamento o all’impotenza: ti mettono di fronte al poco o al tanto che puoi fare.
Che tipo di vittoria è la loro?
Giannina. Hanno compiuto un’operazione simbolica e politica eccezionale: hanno assunto l’eredità politica dei figli. Durante la dittatura in Argentina le persone non volevano sapere -e in parte non sapevano- cosa stava accadendo; quelli che invece sapevano dicevano "per qualche cosa sarà, por algo sera, se li hanno presi, se li hanno torturati e ammazzati, qualcosa avranno fatto”. E le Madres cosa hanno risposto? "Certo, per qualcosa li hanno presi, erano dei rivoluzionari”. In questo, intendo, assumono direttamente la rivoluzione dei figli.
Letizia. Si sono assunte in prima persona l’impegno di sapere cosa fosse successo ai figli. Quello che hanno fatto rispetto alla stragrande maggioranza delle altre e degli altri -perché in questo sono madri e donne- è non smettere mai di chiedere dove fossero i figli. Non hanno mai smesso di pretendere di sapere. Non che i padri non lo abbiano fatto, ma alla fine non hanno retto. È in questa loro condotta che c’è qualcosa di rivoluzionario: les Madres hanno sempre compiuto personali atti di libertà in situazioni in cui gli altri commettevano degli umanissimi atti di paura o di sottomissione o, semplicemente, non ce la facevano.
Qual è la loro relazione con i figli?
Giannina. È una cosa straordinaria: questo trovare dentro di loro, in questo modo radicale, una fonte d’amore che li mantiene vivi. È vero che non hanno mai smesso di cercarli, però a un certo punto le manifestazioni sono cambiate...
Letizia. Ci sono stati dei passaggi: all’inizio sono andate in piazza con la foto e il nome del figlio; poi hanno cominciato a scambiarsi le foto dei figli l’una con l’altra, poi si sono dette che c’erano dei desaparecidos che non avevano nessuno che lottasse per loro e hanno tolto "i nostri”. C’è una progressione a un certo punto, data probabilmente dal fatto che sapevano che i figli non li avrebbero mai più rivisti.
I governi succeduti alla dittatura, tentavano di normalizzare, di chiudere.
La particolarità della storia argentina, rispetto ad altri colpi di stato, è dovuta a questa invenzione della "sparizione”. Non si voleva suscitare l’orrore dell’opinione pubblica internazionale, com’era avvenuto in Cile davanti ai campi di concentramento negli stadi. Lì facevano sparire gli oppositori: se non c’è il corpo, non c’è nemmeno morte. Le Madri, con la loro capacità di rovesciamento simbolico, riprendono la questione alla lettera: se non c’è corpo, non c’è morte e non c’è colpevole, allora li rivogliamo vivi. Apparition con vida, com’è scritto sui panuelos che portano sempre in testa. Alfonsin, con la Ley de Punto Final, voleva chiudere la questione, intendeva dire; "Ora è tutto finito, seppelliamo i corpi”. Ma senza ammettere il crimine e la responsabilità.
Tu parli di una "politica di madri”...
Letizia. Credo che il passaggio simbolico sia qui: farsi madri dei 30.000 desaparecidos - quello che loro hanno chiamato socializzazione della maternità- ma anche il costante contatto con i propri figli. Quando abbiamo dato la laurea honoris causa a Hebe a Bologna, come presidente delle Madres, prima di iniziare a parlare ha chiesto un momento per potersi mettere in contatto con i suoi "queridos hijos”. In quel momento io ho visto i suoi figli, Jorge e Raùl, ma anche tutti i 30.000. C’è un passaggio continuo, non confuso secondo me, fra i propri figli -che stanno all’origine di tutto- e una responsabilità nei confronti di tutti i desaparecidos. E una responsabilità nei confronti della gioventù argentina. Questo è quello che vedo e che chiamo "una politica di madri”, fondata sulla maternità e su una continua azione generativa. Ora ci sono storici che studiano il movimento, tesi di laurea, ecc.; c’è un tentativo di capirle e di studiarle, nella loro peculiarità.
Giannina. Le Madres dicono: "Noi mettiamo vita nella morte”. "L’essere pazze” è anche questo non volere elaborare il lutto. Nell’intervista a Daniela Padoan, Hebe dice: "Gli psicologi devono rivedere le loro teorie, noi non abbiamo elaborato il lutto. Non abbiamo voluto chiudere la questione e accettare la morte. Per noi sono vivi e sono vivi in noi”. Adesso ho capito il cristianesimo! Non credo che le madri avessero in mente il cristianesimo ma, a me, le madri spiegano il cristianesimo. È la tomba vuota che permette la risurrezione. Permette di dire: "Sono vivi, e sono vivi dentro di noi, e finché noi siamo vive, loro sono vivi. Ogni volta che noi siamo in piazza, siamo lì con loro”. Ed Hebe ogni volta che prende la parola in pubblico fa un riferimento ai "queridos hijos”, e prima di parlare ha una sua pratica, si ritira un momento in disparte per mettersi interiormente in contatto con loro. In questa relazione amorosa sta la fonte della sua forza.
Letizia. Sui loro striscioni c’è sempre la scritta "Hasta la victoria queridos hijos”, ma non li stanno commemorando. Io, in quei giorni, ho pensato spesso a mia madre a cui è morto un figlio: era una presenza mio fratello che, finché è stata viva lei, c’era. Quello che Giannina diceva è sostanziato dal fatto che le Madri non pensano che ci sarà "un erede” delle Madri. Quando muoiono le madri ci saranno i giovani che hanno lavorato con loro. Ma non ci si può sostituire a quella loro storia. Questo è importante per capire che ci sono delle storie e delle lotte assolutamente peculiari, non esportabili, che non puoi ri-rappresentare. Quindi finché loro sono vive, sono vivi i figli, chi viene dopo dovrà partire dalla propria lotta, trovare il suo modo. Quando saranno morte le Madres, Les Madres de Plaza de Mayo non esisteranno più. Esisterà la Cooperativa Suenos Compartidos, l’Università Popolare... Qui il passaggio, simbolico e politico, è stato quello tra la maternità come qualcosa che sì, è di corpo, ma che diventa anche una posizione generativa: si è madre dei 30.000, si è madre dei giovani. Su una cosa del genere a me viene semplicemente da dire che non c’è sufficiente pensiero. Altra cosa molto importante che riguarda l’apporto delle Madres ha a che fare con la memoria. Un’amica storica, che studia l’Olocausto e ha lavorato sulla memoria, ritiene che quello che hanno fatto le Madres per i loro figli è l’unica cosa fattibile per non cadere in una strumentalizzazione e in una mercificazione della memoria. Quando hanno avuto i locali della ex-Esma hanno detto: "Non facciamo un museo se no i nostri figli sono ridotti a vittime, se no i protagonisti diventano gli assassini, noi vogliamo vita”. Non hanno fatto monumenti ma luoghi di socialità, cultura, politica, nutrimento.
Le avete incontrate più volte?
Letizia. Kabawil aveva fatto un programma molto bello e intenso e ci siamo incontrate con loro praticamente tutti i giorni. Io le conoscevo già, erano venute più volte a Bologna, anche prima che le proponessi per la laurea honoris causa. Les Madres hanno sempre cercato e curato le relazioni internazionali, fin dai momenti in cui avevano meno visibilità ed erano a maggior rischio. Le prime ad aiutarle sono state le donne olandesi, che hanno finanziato l’acquisto della prima sede. Hanno sempre detto che senza quei contatti internazionali sarebbero state eliminate. Questo è il motivo per il quale hanno viaggiato molto: sono state in tutta l’America Latina, dai governanti europei, dalle associazioni, dal Papa Giovanni Paolo II, per chiedere che prendesse una posizione…
Giannina. Sono andate dal Papa, che non le ha ricevute, perché la gerarchia ecclesiastica era profondamente compromessa. Ci sono stati preti e monache torturati e ammazzati, ma la gerarchia è stata terribile nella copertura e nell’appoggio alla dittatura.
Qual è l’insegnamento che danno?
Giannina. Secondo me l’insegnamento è che la politica si fa in prima persona, con nome e cognome. Nessuno può essere Madres se non ha un figlio scomparso; nessuno che appartiene a un partito o a un’organizzazione. È anche per questo che non si preoccupano che con loro muoia l’associazione, perché non è qualche cosa che possa durare oltre la loro personale storia. Hebe disse, durante la sua laurea a Bologna, di essere una rivoluzionaria e che la rivoluzione si fa tutti i giorni. È la condizione dell’essere vivi, cambiare il mondo cambiando se stessi, momento per momento. Questo è l’insegnamento più grande, che permette di interrogarsi sulle pratiche politiche che adottiamo.
Letizia. È l’antitesi della rappresentanza e dell’esportazione dei modelli. Si sono trovate in una situazione e hanno agito. Quello che dice Giannina è importante perché c’è nella loro azione politica, in loro, qualcosa del ritmo della vita e dell’umano. La vita è qualcosa che inizia e finisce: "Quando noi moriamo questo è morto, voi pensate a fare la vostra storia”. Il punto più potente e il meno semplice, mi sembra, è poi il passaggio da mio figlio a tutti i desaparecidos.
L’essere madre di tutti?
Letizia. È il "farsi” madri di tutti, la socializzazione della maternità. La loro è una maternità generativa, che riesce ad andare oltre…
Giannina. Hanno una grande autorità in Argentina. Naturalmente hanno anche molti avversari. Si sono fatte in qualche modo "madri del popolo”. Nella marcia che continuano a fare il giovedì -alla quale partecipano i lavoratori, le cooperative e la gente comune- lo slogan che si sente è: "Madres de la plaza, el pueblo las abraza”(madri della piazza e il popolo vi abbraccia). C’è questa relazione: sono le madri del popolo.
Questo passaggio è stato fatto attraverso l’atto di accogliere, di assumersi, tutto il gruppo dei desaparecidos. Hanno creato una relazione diretta, senza mediazioni politiche.
Letizia. Mettere insieme le madri e la politica è qualcosa che per me è la sintesi dell’autorità che riconosco nel mondo. Nel caso delle Madres c’è una co-presenza. Un giovedì, mentre eravamo là, è venuto un uomo a esporre un suo problema e Hebe ne ha parlato, dicendo: "Se lo dici alle madri lo dici all’Argentina”.
Giannina. Danno la parola al popolo.
Letizia. Come le madri danno la parola ai figli.
Questa è una differenza con le Abuelas?
Letizia. Nelle Abuelas c’è qualcosa di umanissimo, ma che non ha la potenza della socializzazione della maternità. È una forza, ma più circoscritta.
Giannina. Parlano sì del figlio e del nipote, ma non c’è stata questa "adozione” di tutti gli scomparsi.
Letizia. È come potrebbe succedere da noi. Si lotta per il proprio figlio. E si ottiene autorità ma circoscritta alla propria personale vicenda. Il trasferimento che avviene nelle Madres è quello che va dal proprio figlio a tutti... È qui la grande potenza. Quella delle Abuelas è una narrazione più semplice, anche più comprensibile, più appetibile per la stampa. Delle nonne che cercano i nipoti dati in adozione agli aguzzini dei loro genitori. Una cosa straziante, immediata. La narrazione delle Madres ti chiama ad andare più a fondo ed è meno digeribile. Non tutti digeriscono la rivoluzione.
Giannina. Le Madres sono tutt’ora una presenza scandalosa in Argentina.
Letizia. Sono donne dagli ottant’anni in su che dovrebbero stare tranquille e, invece, vanno in piazza, a muso duro e pretendono di essere trattate come una, se non l’unica, forza che ha salvato l’onore dell’Argentina. Loro pretendono e si pongono ovunque come una forza politica viva.
Quante sono?
Letizia. Non sono più in molte, ma sono ancora presenti in tutte le città dell’Argentina. A Buenos Aires sono una ventina. Molte sono ormai morte.
Giannina. E poi ancora viaggiano. Hebe viene in Italia ogni due anni, è andata all’Aquila terremotata... sono sempre in giro, vanno ai social forum, sono state da Marcos e da Morales...
Letizia. Ci hanno fatto vedere un video sull’incontro con Marcos e la cosa che mi ha colpito è vedere queste donne con il loro fazzoletto bianco a viso scoperto e lui tutto incappucciato con il mitra. C’era una discrasia totale. Loro li abbracciavano perché pensano che abbiano fatto qualcosa per l’America Latina. Nelle Madres io vedo la tradizione politica delle donne: la politica io l’ho incontrata lì. Non sta nella rappresentanza, ma nel cominciare da sé, partendo da un personale che loro, altro che politico, hanno fatto diventare! Le Madres sono persone assolutamente inafferrabili rispetto a certi tipi di strutture, molto difficili da inquadrare. Pensa all’"uso”, anche buono, che l’apparato politico della sinistra ha fatto della rivoluzione cilena. La sinistra, invece, le Madres, non sapeva dove metterle.
Che organizzazione sono riuscite a creare?
Giannina. Le Madres sono una presenza politica che interviene puntualmente su quello che sta accadendo nel Paese. Da un lato rispondendo alle persone che si rivolgono a loro. Può capitare, ad esempio, che alle cinque di mattina un gruppo telefoni da qualche città del Paese a Hebe dicendo: "Ci vogliono distruggere le baracche e ci mandano via”. Lei prende il primo aereo -ha ottantatré anni- va lì e impedisce che buttino giù le baracche, dicendo: "Adesso verranno le Madri, faremo il risanamento”.
Il suo principio è: prima si agisce e poi si mettono a posto le carte. Un altro esempio sono "i processi” in piazza. Organizzano dei processi su questioni che la giustizia non affronta. Noi ne abbiamo seguito uno sulla libertà di stampa. In quel momento la "Presidenta” Cristina de Kirchner era riuscita a far passare una legge sulla democratizzazione della stampa che, però, era stata bloccata dalla Corte Costituzionale. Loro hanno ripreso la questione in piazza (quindi, se una cosa importante si blocca nel suo iter istituzionale, loro la riprendono dalla piazza, secondo le loro motivazioni e le loro modalità) giungendo fino a denunciare la continuità della stampa col regime. Al processo popolare cui abbiamo partecipato avevano raccolto prove, anche inedite, sulla compromissione di giornali molto diffusi e giornalisti molto noti.
Letizia. Il processo era a tutti i giornali e ai giornalisti che hanno appoggiato e che sono stati correi con la dittatura. Non è una cosa che riguarda solo il passato, parlano anche dei giornalisti oggi e riescono a mostrare la continuità tra il comportamento di allora e l’attualità. Riescono a essere fedeli alla loro lotta e a metterla anche in collegamento con qualcosa che è fondamentale, in quel dato momento, per l’Argentina. Anche le loro "marce di resistenza” avevano un tema che legava la lotta per i desaparecidos a un problema di attualità rilevante per tutta l’Argentina. L’ultima era contro la proprietà terriera. In questo momento c’è un tentativo, come dappertutto, di vendere la terra alle grandi multinazionali americane che fanno soia, mentre la gente muore di fame. A me quello che ha colpito è che, pur partendo dalla loro lotta specifica, abbiano la capacità di farsi promotrici e di allearsi per lottare su cose che riguardano tutta l’Argentina. Sono passate dalla loro lotta all’assunzione degli ideali dei loro figli: dai "figli” al "mondo”.
Si fanno aiutare per trovare le informazioni?
Letizia. Hanno un ufficio stampa e molte persone che collaborano con loro. Quello che possiamo raccontare, che abbiamo visto nei giorni in cui eravamo lì, mentre preparavano questo "giudizio etico”, è che un gruppo di almeno una decina di persone, che fanno parte anche della radio e della rivista delle Madres, lavoravano su questa cosa da mesi. Ma il motore sono le Madres, che sono un gruppo molto unito: le vedi insieme tutti i giorni, lavorano, discutono, si divertono, si piacciono. Direi quasi che passa fra loro un qualche cosa che ha a che fare con la sessualità. Discutono tutto e verificano tutto.
Giannina. Fanno le feste di compleanno, mangiano insieme, comprano i pasticcini. E il posto dove discutono è una cucina. Si vestono con cura. Hebe si trucca.
Letizia. Credo che Hebe sia una delle donne più amate del mondo: ha una vitalità incredibile.
Quali sono queste attività delle Madres?
Letizia. Le Madres hanno una rivista, una radio, una libreria con caffè, un’università popolare con tre facoltà ormai riconosciute dal Governo, una casa editrice, una fabbrica e una cooperativa di autocostruzione, Suenos Compartidos (sogni condivisi). Hanno aperto un centro sociale in uno dei padiglioni dell’Esma che Nestor Kirchner ha dato alle associazioni dei diritti umani. Era uno dei luoghi dove i loro figli sono stati torturati. Nei giorni in cui eravamo là, c’è stata la visita della Presidenta Cristina de Kirchner al centro sociale.
Le Madres sono molto interessate alla comunicazione -questo Hebe lo ha detto più di una volta- quindi a fare passare la loro esperienza, a dire la verità sulla politica argentina. Hanno tentato in tutti i modi di farlo anche quando c’era la dittatura, e lo facevano nei modi più fantasiosi. Daniela Padoan racconta che visto che all’epoca non si poteva fare volantinaggio, loro scrivevano "i nostri figli sono scomparsi ” sulle banconote, oppure lo scrivevano su cartoline che mettevano in chiesa nei messali, alla pagina della liturgia del giorno. La cosa importante è comunicare, dire la tua verità. Sono dei geni della comunicazione.
Capisco il fatto di avere una rivista o il fare comunicazione. Ma la cooperativa edile?
Giannina. Dicono: "I disoccupati sono oggi i nuovi desaparecidos”, oppure "La falta de trabajo es un crimen” (la mancanza di lavoro è un crimine).
Letizia. Rileggono il passato dell’Argentina come la storia di un genocidio attraverso la povertà. Secondo loro in Argentina c’è stato l’impoverimento colposo delle masse attraverso una forma politica progettata e programmata. Loro fanno un’analisi sui disoccupati come "nuovi desaparecidos”.
Giannina. Per quanto riguarda la cooperativa è semplice: hanno preso un brevetto italiano per muri divisori prefabbricati, che in Italia si usano sopratutto per i capannoni. Con questa cosa che costa poco vincono gli appalti di risanamento delle "villas miserias”, le baraccopoli argentine. Fanno dei progetti con il Governo: prendono in appalto delle zone da risanare. Hanno una cooperativa di operai che hanno tanto di caschetto giallo e tuta con lo stemma delle madri. Gli operai sono pagati a contratto, sindacalizzati, formati, sono coperti dal punto di vista della sicurezza sul lavoro. Ci sono anche moltissime donne. Tutta gente che lavora per la prima volta nella vita e che costruisce sia le case che abiterà, sia quelle per gli altri. Quando risanano un complesso degradato innanzitutto fanno l’asilo e la mensa per gli operai, e poi si lavora.
Letizia. E non solo danno le case alla gente, ma le arredano anche. Hebe ci diceva: "Non hanno niente, solo roba brutta e sporca; se mettono in case nuove roba brutta e sporca diventa tutto brutto e sporco”. C’è una grande intelligenza. Noi abbiamo perso l’idea che la povertà possa esistere ed essere dignitosa. La differenza tra povertà e miseria c’è, è enorme.
Giannina. Ci può essere anche la bellezza nella povertà. La pulizia, l’ordine, la dignità. La miseria invece è l’intristimento dell’animo, ti mangia l’anima.
Letizia. Danno molta importanza anche al fatto che prima si formino professionalmente. Questi operai e operaie vengono formati per sei mesi e costruiscono le case, compresa la loro. E poi diventano muratori a tutti gli effetti.
Giannina. È richiesta disciplina: se ritardi più di tre giorni di seguito ti mandano via.
Letizia. Ci ha raccontato Hebe che, siccome sono persone che non hanno mai lavorato, è molto difficile farle abituare ai ritmi del lavoro. C’è un minimo di comprensione su questo, ma se sorpassano un certo limite devono andarsene. Uno che era stato mandato via ha telefonato alle Madres dicendo: "Ma una madre mi fa questo?”. Loro hanno risposto: "Le madri ti hanno dato il lavoro, tu cosa ne hai fatto?”.
Letizia. Noi siamo andate anche a visitare la fabbrica in cui costruiscono i pannelli divisori. E ci siamo chieste anche economicamente come fanno. Le Madres ci hanno risposto che il metodo di fabbricazione costa pochissimo e che possono proporre al Governo prezzi bassi perché loro non guadagnano niente. Questa fabbrica adesso non solo produce i pannelli per le loro costruzioni, ma vende i pannelli, non li usa solo, ed è riuscita a comprarsi il brevetto. Questo stupore, amore e ammirazione che ho per loro deriva anche dal fatto che, insomma, le fabbriche sono fabbriche, ma vedendo quello che queste donne hanno fatto ti rendi conto di quello che si potrebbe fare.
Sono riconosciute a livello politico?
Letizia. Le Madres hanno una grande autorità. La "Presidenta” Kirchner nel suo discorso di insediamento ha detto che l’Argentina ha un onore grazie a loro. È come dire: la resistenza delle Madres è alla base della rinascita dell’Argentina.
Cristina de Kirchner è venuta a L’EcuNHi, in questo centro sociale delle Madres e, in quell’occasione, non ha fatto solo un discorso celebrativo. Ha detto che la dittatura argentina è caduta sui morti, ma che sarebbero stati morti inerti se non ci fossero state le Madres.
Giannina. Sì, la Presidenta ha detto che alcune dittature sono cadute sulla Resistenza. Ma quella Argentina è caduta sui morti. Hebe ha ringraziato e la Presidenta ha aggiunto: "Non c’è nessun grazie. Siamo io e l’Argentina a ringraziare le Madres”. È una cosa fortissima.
Letizia. In quel momento c’erano due mondi. Vedi, in Argentina se sei donna e vuoi fare politica devi vestirti bene e avere anche qualche gioiello. E la Presidente Kirchner è così. Hebe invece è una donna del popolo... Lì c’erano due mondi, due classi sociali...
Giannina. Però anche due donne e due madri. La Presidente ha detto: "Io non so cosa farei se facessero ai miei figli quello che hanno fatto ai vostri”.
Che tipi di rapporti hanno con la figura del maschio. I padri, dove sono andati a finire?
Letizia. Hebe del marito ha sempre detto: "Un grande amante, un grande amore, la persona della mia vita”.
Giannina. Si sono sposati ragazzini. Lui è morto. Hebe dice: "La rivoluzione dei padri è stata che loro sono rimasti a casa mentre noi andavamo fuori. Ci hanno aspettato, ci hanno sostenuto, mentre noi non eravamo più a casa”. Dice anche che tra il 1976 e il 1978 ne sono morti tantissimi per infarto, cancro e malattia. I padri non hanno saputo inventare un’azione, quello che era successo li ha distrutti, sono rimasti lì, chiusi in casa, sono morti di dolore. Il dolore li ha uccisi.
Letizia. Non hanno trovato un’invenzione che tenesse conto di ciò che a loro era successo e che fosse trasformativa. C’è un patimento da parte degli uomini quando lo Stato li tradisce. C’è un legame, secondo me, tra l’istituzione paterna e l’istituzione statale che è molto forte: o ne fanno parte o la combattono, ma quando devi "inventare”, uscire a lato, per loro è più difficile.
Giannina. Hebe dice anche che i padri hanno provato a trovarsi tra loro, ma che subito si sono divisi sulle appartenenze politiche. Hanno incominciato a litigare e si sono bloccati lì: per loro la collocazione politica veniva prima di tutto. Le madri, sul fatto d’essere madri, sono riuscite a trovare subito un pensiero comune. Per i padri il fatto di essere padri non è sufficiente.
Letizia. Però tutte le Madres parlano di questi uomini con grande amore.
Giannina. Io, abituata al femminismo italiano, ho sentito questa spontanea incarnazione della differenza sessuale. Né enfatizzata, né problematizzata più di tanto. Data, fattuale, assunta. Sono donne che non hanno vissuto l’emancipazione, sono nate alla politica quasi tutte da casalinghe, anche se il termine è "riduttivo”. Molte di loro erano donne povere che si sono inventate dei modi per sopravvivere. Hebe, prima di inventare le sue pratiche politiche, si era arrabattata per integrare il reddito familiare con invenzioni, anche commerciali, o produttive. Per questo è ridicolo dire casalinghe.
Letizia. E poi i figli le hanno "partorite” alla politica.
Giannina. È molto diverso dal percorso del femminismo italiano, che è partito dall’insufficienza dell’emancipazione e ha tematizzato la differenza. Noi siamo partite dall’uguaglianza. Mentre loro, secondo me, non hanno mai vissuto la cancellazione della differenza.
Letizia. Questa è l’America Latina, e anche l’Africa. È un altro sistema, un altro modo di riconoscere la loro autorità di madri. Anche da noi c’è stato. Mi viene in mente la mia tata che aveva ben chiaro che c’era l’autorità di un padre, ma che ce n’erano anche altre, anche la sua. Si faceva rispettare anche da mio padre sulle sue competenze.
Cosa vi è rimasto di Hebe?
Letizia. Le Madres, come ho già detto, esercitano un’azione che ti obbliga continuamente a confrontarti con quello che sei, che fai, ti mettono di fronte al fatto che si può lottare e vincere e quindi ti invitano a non stare al gioco dell’impotenza. Quanto a Hebe, è una donna con cui devi continuamente fare quello che io chiamo "esercizi di libertà”. È una donna dalle idee così chiare, con una forte personalità, che se vuoi stare con lei nell’ammirazione per quello che fa, le devi dire anche di no quando non sei d’accordo. Ed è un esercizio grande. Quando è venuta qui aveva un’idea molto precisa di come doveva essere condotta la cerimonia della laurea, le ho dovuto dire dei sì e dei no.
Giannina. La cosa che mi ha colpito moltissimo di Hebe -perché corrisponde alla percezione che hai della persona- è che alla domanda: "Hebe sei felice?”, lei risponde: "Sono molto felice”. La felicità deriva dall’azione politica, dall’essere vivi nel mondo. Questa è la potenza che permette di esprimere questa creatività simbolica, piena, a partire dagli affetti primari. La felicità è il frutto dell’agire politico, dell’essere presente totalmente, personalmente, con tutte le tue possibilità. Essere lì, interamente, come persona.
Letizia. Le Madres dicono: "El dolor en lucha, la lucha en allegria”, e lo vedi, anche quando marciano, quando si guardano tra di loro. Una sera le abbiamo viste ballare il tango in piazza...
Giannina. Ho visto Hebe, a 83 anni, farsi invitare dal più bell’uomo del pubblico e ballare, vestita di rosso, con la figlia che le dice: "Mamma sei stanca, vai a dormire”. E lei: "Ma no, ancora un po’”.
(a cura di Paola Sabbatani)

  

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Interventi di Anna Bravo e Fabio Levi.

Il quotidiano di allora

Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi.
Intervista a Fiorella Farinelli.
Piccoli pezzi di vita

Il problema drammatico di una memoria che non passa più nell’esperienza quotidiana e familiare. Lo spettacolo dell’orrore che rischia di suscitare rimozione e banalizzazione. Il surrogato dei film usati dalla scuola per consegnare la verità ai giovani. Arrivederci Ragazzi e Schindler’s list.
Di Andrea Canevaro.







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