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Intervista ad Hassen Chalghoumi, imam a Drancy


  
UNA CITTÀ n. 180 / 2011 Dicembre 2010-Gennaio 2011

Intervista a Hassen Chalghoumi
realizzata da Francesca Barca

UN ISLAM EUROPEO
A Drancy, dove convivono una forte comunità musulmana, ma anche piccole comunità ebraiche, cattoliche e protestanti, è in corso un esperimento di dialogo interreligioso; il problema dei finanziamenti delle moschee e quello, altrettanto cruciale, della formazione degli imam. Intervista a Hassen Chalghoumi.

Hassen Chalghoumi è il Presidente della Conferenza degli imam di Francia e imam a Drancy, comune della periferia nord-est di Parigi. Nato a Tunisi nel 1972, ha studiato in scuole di orientamento sufi in Siria e Pakistan e si è diplomato in teologia a Lahore. Sposato, cinque figli, vive in Francia dal 1996. Nel settembre 2010 è uscito il suo primo libro, Pour l’Islam de France, per le edizioni Le Cherche Midi.

Lei è imam a Drancy. Qual è stato il suo percorso?
Sono nato in Tunisia da un padre di origine algerina e da una madre tunisina. Ho studiato teologia in Tunisia, in Siria, in Iran (per conoscere un po’ l’Islam sciita), Turchia, Pakistan e India, in modo da poter familiarizzare con il mondo musulmano "non-arabo”, quello cioè che non parla l’arabo. Sono arrivato in Francia nel 1996 come imam a Bobigny (comune nella periferia nord-est di Parigi) e come rettore della moschea. Oggi sono rettore della moschea, imam a Drancy e Presidente della Conferenza degli imam di Francia, un’iniziativa nata nel giugno di quest’anno per promuovere un Islam aperto.
Lavoro molto sul dialogo interreligioso, soprattuto per quello che riguarda il riavvicinamento tra ebrei e musulmani, ma non solo. Drancy è un luogo molto particolare. E’ la "città delle deportazioni” in Francia. Tra il 1941 e il 1944 ospitò il maggior campo di internamento degli ebrei francesi in partenza verso Auschwitz.
Nel libro che ho scritto, Pour l’Islam de France, parlo di tutto questo e faccio appello per un Islam di Francia e, indirettamente per un Islam d’Europa. Con questa espressione intendo un Islam senza influenze, senza ingerenze dall’estero, senza sette e senza tendenze.
Com’è la situazione a Drancy?
A Drancy vivono circa 10.000 musulmani, qualcosa come 600 famiglie ebraiche e poi  delle comunità cattoliche e protestanti. C'è anche una grande comunità italiana. La mia aspirazione è quella di mostrare che l’Islam può convivere in armonia con tutti, restando lontano dalle influenze politiche.
I valori repubblicani e quelli dell’Islam non sono antagonisti. Il nostro messaggio è che stare assieme è possibile e noi siamo un esempio. Siamo una religione di pace. Qui a Drancy condivido la vita e partecipo alle feste delle altre comunità.
Ho rapporti con i portoghesi, con gli italiani, con con i serbi. Mi è anche capitato di partecipare ad una festa serba, dove si ballavano delle danze tradizionali. In quell’occasione sono stato anche un po’ criticato, alcuni mi hanno detto: "I serbi durante la guerra hanno ucciso dei musulmani in Bosnia”. In queste occasioni io rispondo: "No, ora siamo qui tutti insieme per esportare l’amicizia, non i conflitti”.
Quando si parla di un Islam indipendente è cruciale la questione dei finanziamenti per le attività della comunità, per la costruzione di moschee... In Francia la legge sulla laicità del 1905 vieta allo Stato di finanziare i culti e così i Paesi stranieri sono spesso la sola fonte di entrate per le comunità. Esiste un’alternativa?
Sì, un’alternativa è possibile. Le faccio ancora l’esempio di Drancy. La nostra moschea è stata finanziata dal Comune con un sistema che si chiama di "affitto-vendita”: sostanzialmente è un contratto che permette all’affittuario di diventare proprietario dell’immobile alla scadenza del contratto. La città ci ha dato il terreno a titolo "culturale” e poi noi lo abbiamo adibito a culto. Bisogna trovare degli stratagemmi che ci permettano di muoverci rimanendo all’interno delle regole.
Per quanto riguarda il rapporto con lo Stato io un’idea ce l’avrei: potremmo creare una Fondazione, una sorta di grande contenitore, che permetta di riunire tutti i soldi dei donatori, tutto il denaro che arriva dalla tassazione dei prodotti halal, dei pellegrinaggi, ad esempio.
Sa a quanto ammonta il giro di affari dell’halal in Francia? A nove miliardi di euro. Recentemente ho letto di una società francese che vende carne halal all’Arabia saudita per un giro di affari di 650 milioni di euro. Penso che i musulmani, organizzandosi, potrebbero avere una parte di questo denaro per finanziare i luoghi di culto e per formare degli imam. Credo che la possibilità di essere indipendenti sia reale. Con entrate come quelle di cui sopra possiamo iniziare a trovare delle soluzioni: già con l’esempio di Drancy -che altre città stanno replicando- stiamo vedendo che è possibile.
Noi comunque non vogliamo affatto aggirare la sovranità dello Stato. Penso, anzi, che lo Stato ci potrebbe aiutare: sia per quanto riguarda il problema degli spazi, sia per quello che riguarda le associazioni culturali. Tutto questo è necessario per evitare il pericolo dell’influenza dei Paesi esteri. Se poi gli stati esteri vogliono aiutare l’Islam francese, tanto meglio: una volta che esiste una fondazione che filtra le donazioni, tutto sarà fatto con chiarezza e trasparenza, con un contabile che può gestire il tutto. Questo denaro poi potrà essere girato alle comunità o alle moschee che sono in difficoltà.
La formazione degli imam, come diceva, è una questione cruciale...
Il problema è che oggi gli imam sono inviati spesso delle comunità di origine e quando arrivano hanno grosse difficoltà, a partire dalla lingua. Questa della formazione è la priorità. L’Islam di Francia, d’Europa, d’Italia, o di qualunque altro Stato, ha la necessità di formare i suoi imam sul luogo. Questo permetterebbe di avere degli imam che parlano la lingua del posto in cui vivono, che conoscono la cultura, condividono i valori, che hanno gli stessi problemi e lo stessa quotidianità, che mandano i figli nelle stesse scuole, che conoscono le leggi e la storia del Paese. E’ importante che l’imam sia del posto, che non sia in contraddizione con la storia e i valori nei quali è inserito.
A me sembra che questa oggi sia una condizione imprescindibile: bisogna formare gli imam, non ci sono altre vie per avere un Islam europeo. Per capirci le faccio un esempio: ho un amico che è imam a Washington, lì è nato (da una famiglia di origine palestinese) e lì si è formato in una scuola religiosa e lavora, oggi, come "cappellano militare” nell’esercito americano. L’esercito Usa investe qualcosa come tre o quattro milioni di dollari per formare degli imam, questo perché ci sono anche dei contesti particolari, come l’Afganistan e l’Iraq...
Nel dicembre del 2008 questa persona è venuta qui a Drancy e ci ha onorato con la predica (facendola in arabo e in inglese): una cosa che era evidente e sentitissima nel suo discorso era l’amore per la patria, per la sua patria. Abbiamo sentito che questa persona difendeva dei valori. Gli Stati Uniti non erano la terra d’asilo o la terra ospite: stava parlando della sua terra. Quello che vogliamo qui è lo stesso tipo di armonia: vogliamo che si condividano gli stessi valori, gli stessi discorsi e lo stesso dialogo.
Nel 2004, in Francia è passato il decreto che vieta l’esposizione dei segni religiosi a scuola.
Io ho preso posizione contro l’uso del velo integrale, il burqa, in Francia. Ma non sono mai stato per la legge del 2004. La pratico e la rispetto, ma non la sostengo.
Secondo me questo dovrebbe essere un obbligo imposto solo ai funzionari (professori, direttori...), lasciando liberi gli studenti e i bambini. Quello che mi chiedo è: cosa vogliamo? Vogliamo creare una generazione senza fede e senza legge? No, i bambini, i ragazzi hanno bisogno di riferimenti. Purtroppo oggi vediamo le conseguenze di tutto questo perché abbiamo delle generazione che non rispettano né la legge né la fede.
L’Islam è compatibile con la laicità?
La separazione dello Stato e della Chiesa è possibile. La Tunisia e la Turchia ne sono un esempio. La religione per me è l’umanesimo e mi pare che la laicità protegga l’essere umano, qualunque origine abbia. La laicità tutela le minoranze religiose e protegge i valori. Questo è lo scopo della laicità, questo lo spirito della legge. La laicità non è una guerra contro la religione, ma è la condivisione dei valori. E’ grazie alla laicità che in Francia siamo protetti.
Le faccio un esempio pratico: è molto difficile trovare e costruire delle sinagoghe o delle Chiese in Iran. Perché? A causa degli Ayatollah, questo gruppo religioso che sta manipolando la religione. Invece se si vive in un contesto in cui la laicità dello Stato è un valore, ogni uomo di fede può praticare in libertà la sua religione.
Chi mette la laicità in contrapposizione alla religione? Sono i Fratelli Musulmani con la loro ideologia: hanno il califfo, hanno bisogno, come hanno fatto in Egitto, di governare e quindi sono diventati un partito politico in nome della religione. Quello che fanno è cercare di recuperare dei voti attraverso la sensibilità dei musulmani per fare dei programmi politici ed entrare nel Governo. E’ chiaro che queste persone sono contrarie alla laicità perché è nel loro interesse.
Lei manda i suoi figli in una scuola cattolica. Ci può spiegare le ragioni di questa scelta?
Per quanto mi riguarda, io mando i miei figli in una scuola privata perché il livello di istruzione dell’istituto è particolarmente elevato. Un’altra ragione è data dal fatto che questo istituto mi è stato consigliato da diverse persone. Un terzo motivo è il messaggio che con questa scelta voglio dare sulla possibilità di una relazione tra musulmani e cristiani. E’ ancora più importante nel mio caso perché io sono rappresentato come "l’imam degli ebrei”.
Si tratta quindi di un messaggio di amicizia con il cattolicesimo, per dimostrare che l’integrazione, l’apertura e la tolleranza sono possibili. Inoltre la scuola cattolica mantiene il programma della scuola pubblica e garantisce la diversità di valori e il rispetto. L’unica materia che si rivolge solo ai cattolici è il catechismo, e i miei figli non lo seguono. Ma allo steso tempo hanno la possibilità di conoscere la religione cattolica. E io non sono contrario a tutto questo.
Recentemente il rettorato dell’Istruzione cattolica ha emanato un documento, "Musulmani nella scuola cattolica”, per dare degli strumenti agli insegnanti alle prese con il forte afflusso di studenti di religione islamica nella scuole cattoliche private francesi...
Sì, si tratta di un documento per aiutare i professori a conoscere l’Islam e per sapere gestire alcune determinate situazioni. Mi capita anche che quando aiuto i miei figli a fare i compiti li trovi con libri che parlano dell’Islam. E’ importante saper affrontare adeguatamente certe tematiche.
So che la scelta di mandare i figli in una scuola cattolica può stupire. D’altra parte la scuola pubblica, soprattuto nelle zone dette "sensibili”, dove la violenza la fa da padrone, è in difficoltà. I genitori hanno paura e si interrogano sulle conseguenze che questo ambiente può portare. Mi pare che ci sia una nuova tendenza, una volontà dei genitori di voler vedere i loro figli riuscire nella vita. E’ una questione decisiva.
Alcuni genitori mandano i figli nelle scuole cattoliche perché, non essendo scuole pubbliche, non è vietato esporre segni religiosi...
Non credo che i ragazzini di origine araba che sono nelle scuole cattoliche siano necessariamente figli di musulmani praticanti. Sicuramente nella scuola dove mando i miei non è così. Sono persone che vogliono che i loro figli abbiano un’istruzione di qualità e che riescano. Ovviamente ci sono anche casi di praticanti musulmani, ma la mia impressione è che questa affluenza non abbia a che fare solo con il fatto che hanno vietato l’uso del velo nella scuola pubblica.
Diceva di aver preso posizione a favore della legge che vieta l’uso del burqa in Francia negli spazi pubblici. Cosa pensa dell’uso del velo integrale, al di là della legislazione?
Il burqa non è un obbligo religioso islamico. Si tratta di una tradizione che è stata diffusa dalle sette, soprattuto dai salafisti. Non fa parte della legge e veicola un’immagine oscurantista dell’Islam come religione che discrimina la donna.
Francamente trovo discutibile che una persona decida di esprimere la sua fede in questo modo: se vuoi vivere la tua fede puoi aiutare le persone anziane in difficoltà, puoi aiutare i ragazzini con problemi scolastici o le famiglie in stato di disagio...
Questi sono i modi per vivere l’Islam. Mostrare la tua fede con un pezzo di stoffa sul viso non mi pare sia una bandiera dell’Islam, non corrisponde alla sua immagine né a quindici secoli di sapere, lumi e umanesimo.
Oltre ad essere una cosa discutibile, è in contraddizione con la Francia e con i suoi valori. La donna francese ha lottato per avere il diritto di voto e, nel 2010, ci sono donne che lottano per portare il velo integrale! E’ evidente che c’è qualcosa che non va.
All’origine di una scelta del genere ci sono due ragioni a mio avviso: o la persona fa parte di una setta o ci sono dei gravi problemi sociali. La povertà può portare a molti problemi e può condurre verso l’integralismo e la delinquenza. Se a questo aggiungi l’ignoranza, è facile che le persone si facciano trascinare.
Purtroppo la generazione dei musulmani nati qui ha dei problemi. Ci sono poi i convertiti, francesi, italiani o tedeschi che siano, che arrivano all’Islam senza conoscerlo e che si fanno facilmente manipolare.
Penso che il burqa sia triste per tutte queste ragioni e credo che una legge come quella che è stata votata in Francia permetta di proteggere queste donne.
Poi c’è chi dice che la legge è inutile perché ci sono pochissime donne che usano il velo integrale. Io dico che è assurdo contare le donne come se fossero automobili. Una Repubblica può decidere di fare una legge anche per una sola donna, anche per un solo bambino. Può fare una legge anche solo per il principio. Nel momento in cui si proteggono queste donne si protegge una generazione di bambini.
In Francia la legge è stata votata. Il Belgio ha tentato, ma poi il Governo è caduto; in Italia se ne discute... Visto il numero esiguo di donne col burqa, queste leggi non rischiano di essere interpretate come un ennesimo attacco all’Islam?
Guardi, dipende dalle zone. A Parigi non vedrà delle donne con il burqa in centro. Ma se andate alla Courneuve, a Bondy, a Saint Denis, tutte periferie nel nord-est parigino, ne vedrete tante. Ovvio che una cosa del genere va di pari passo con dei problemi sociali e con delle scelte politiche, come quella, infelice, di mettere tutti gli immigrati e i figli di immigrati nelle stesse zone e negli stessi quartieri: ovviamente è terribile e ha delle conseguenze.
Ritengo comunque che quello che hanno cercato di fare in Belgio sia più intelligente: far passare una legge del genere mettendola in rapporto alla sicurezza e alla necessità di essere riconoscibili. E’ preferibile perché prende in considerazione tutti: quelli che hanno un casco, un passamontagna... non prende di mira direttamente l’Islam e non dà voce agli estremisti. Ora con questa legge in Francia è facile attirare le ire degli estremisti e dei pazzi (come Al Qaeda). Era molto più facile fare una legge che vietasse di nascondere il volto in generale: in questo modo si sarebbe protetta la donna, i bambini e ci sarebbe stato un messaggio contro la delinquenza.
Lei parla della necessità di adattare il Corano e la legge religiosa ai Paesi nei quali i musulmani vivono...
Il Corano dice che il colui che governa -che sia un re o un califfo- deve rispettare e proteggere i suoi cittadini, qualunque sia la loro confessione, ebrei, musulmani, cristiani, ortodossi, o anche atei. Deve tutelare i loro diritti, la loro esistenza, il loro diritto alla vita... Questo non ha nulla a che fare con quello che succede in Iran ad esempio, dove regnano la forza e la tortura. Questa non è la religione per me.
Cos’è per lei la religione?
La religione sono i valori che si condividono. Il centro della terra non è Gerusalemme, non è Roma, non è la Mecca: i centro della terra è l’uomo. E la Grande Jihad non è quello che vogliono farci credere i fanatici: non si tratta di uccidere, di diffondere l’Islam, di convertire la gente o redimere una terra. La Grande Jihan è l’educazione: proteggere le proprie generazioni dalla deriva settaria.
Praticare il Corano e i suoi valori vuol dire qualcos’altro. Cosa dice il Corano rispetto ai vicini? Cosa dice rispetto alla madre? Rispetto ai parenti? Parla di amore.
Anche riguardo lo status della donna, alla poligamia, ad esempio, non è certo il Corano ad averla introdotta: preesisteva presso le popolazioni arabe. Quando l’Islam è arrivato -così com’è accaduto con il cattolicesimo e l’ebraismo- si è insediato nella quotidianità delle persone. Ha cercato di eliminare la poligamia, di fatto inquadrandola. Il testo infatti dice che si possono avere più mogli "se siete capaci di essere giusti con più donne, ma non più di quattro” aggiungendo che comunque "non è possibile essere giusti allo stesso modo con più di una donna”. Perché è evidentemente impossibile salvaguardare una situazione di equità, sia moralmente sia fisicamente. Chiunque avesse letto questo versetto con un po’ di saggezza, l’avrebbe interpretato come un divieto. Purtroppo le sette e i fanatici stanno cercando di far prevalere un Islam oscurantista.
Secondo lei un Islam europeo è possibile?
Sta arrivando. Ma bisogna che anche l’Europa investa in questo: che investa per organizzare le moschee, per combattere i talebani, per lottare contro l’estremismo. Ora non ci sono i mezzi per formare gli imam che difendano questi valori: questa è la priorità insieme alla liberazione dei luoghi di preghiera che sono ostaggio dell’ingerenza straniera e degli estremisti.
L’Europa oggi si sente minacciata. Anche noi imam abbiamo lanciato l’allarme: "Svegliatevi”, perché se si profila un pericolo di fanatismo è anche dovuto al fatto che hanno trascurato l’Islam. Certo, anche se c’è islamofobia e razzismo, non si può per questo dire che l’Europa è razzista. Però bisogna intervenire. La maggior parte dei musulmani non sono dei fanatici, sono dei cittadini che condividono i valori dei loro concittadini, che non vogliono altro che garantire l’avvenire dei loro figli.
Lo sente il razzismo?
Sì, e sta aumentando. I francesi stessi rischiano di farsi trascinare da un concetto di identità molto settario. L’idea di proibire il velo integrale era nata anche per tutelare i musulmani, ma poi il tema è stato recuperato dal Fronte nazionale.
Prima dell’11 settembre eravamo le vittime degli estremismi: i terroristi di Bin Laden avevano ucciso dei musulmani prima che degli americani. Dopo l’11 settembre siamo diventati noi i terroristi e siamo obbligati a giustificarci tutto il tempo: che non abbiamo bombe, che non abbiamo cattive intenzioni, che siamo qui per vivere con voi...
In questi anni abbiamo molto sofferto di questa cosa. Non dimentichiamoci che ad alimentare il terrorismo è anche il razzismo. In America hanno cercato di bruciare il Corano qualche mese fa. A cosa portano iniziative come queste? Sono persone malate e casi isolati.. un uomo di fede non desidera certo bruciare un libro. Noi siamo contro gli estremismi. I fondamentalisti convincono i nostri figli a farsi saltare in aria. Chi può sopportare o appoggiare una cosa del genere? Credo che l’Europa dovrebbe prendere in mano la situazione.
Lei vive con le guardie del corpo?
Sì, mi seguono ovunque, da più di un anno. Da quando mi sono avvicinato alla comunità ebraica. Alcuni fanatici non lo hanno apprezzato.
(a cura di Francesca Barca)

  
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