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UNA CITTÀ n. 179 / 2010 Novembre

Intervista a Marco Boato
realizzata da Massimo Tesei e Luciano Coluccia

LA PAROLA "ECOLOGIA"
Nella turbolenza persistente, iniziata col crollo del muro di Berlino, e alimentata poi dalla globalizzazione e dalla crisi economica, in tutta Europa vanno in crisi le socialdemocrazie e, salvo che in Italia, avanzano gli ecologisti; l’errore fatale dei Verdi italiani di associarsi alla sinistra neo o post-comunista. Intervista a Marco Boato.

Marco Boato, già deputato per diverse legislature, è impegnato per la ricomposizione di un movimento ecologista in Italia.

In Europa arrivano segnali sinistri, sia sul versante economico che su quello sociale. Anche dove i partiti socialdemocratici erano tradizionalmente forti, come in Svezia e in Germania, governa la destra…
Stiamo vivendo una fase storica di grandissimo cambiamento e di grandissima difficoltà, sia a livello europeo che, per molti aspetti, anche a livello mondiale. Il quadro in cui dobbiamo inserire la nostra riflessione è quello in cui, soltanto una quindicina di anni fa, la maggior parte dei paesi europei era guidata da governi che in Italia definiremmo di centro-sinistra -socialisti, socialdemocratici, laburisti, eccetera- mentre oggi la stragrande maggioranza dei paesi europei ha governi che definiremmo di centro-destra -conservatori, liberali, e così via. Oggi la Svezia, che era un po’ il fiore all’occhiello della socialdemocrazia europea, è governata dalla destra, questo ci fa capire quanto profonda sia stata la svolta iniziata con la caduta del muro di Berlino, e quanto forte sia l’ondata, crescente negli ultimi dieci anni, di quello che potremmo definire genericamente un populismo di destra.
In Europa, il populismo di destra ha avuto successo facendo leva su questioni che riguardano la crisi economica, la disoccupazione, la crisi del welfare, l’insicurezza, la paura suscitata dagli immigrati e dalla società multietnica. Poche settimane fa la Merkel ha dichiarato la fine della società multiculturale in Germania, eppure non è certo una leader populista di destra, è sì una leader conservatrice, ma ha una cultura politica diversa. Siamo di fronte al passaggio da un’Europa prevalentemente "socialdemocratica” a una prevalentemente "conservatrice”. Il termine conservatore è tuttavia inadeguato, perché in alcuni casi le forze di centro o di centro-destra hanno dimostrato di essere più innovative delle forze della sinistra, le quali sono diventate spesso conservatrici rispetto al mercato del lavoro e alla sicurezza sociale costruiti negli anni del secondo dopoguerra.
Ora, in questo quadro, ovviamente molto semplificato, io metto anche la sconfitta di Obama alle recenti elezioni di mid term. Obama è stato una grandissima speranza e una grandissima innovazione, ma si è trovato a gestire l’eredità di Bush e una crisi economica maturata prima, ma esplosa durante i suoi primi due anni di mandato. Il populismo di destra -in questo caso rappresentato dai cosiddetti tea party- è stato determinante in questa sconfitta, che forse non sarà definitiva, ma comunque non era più successo dal 1948 un tale spostamento di seggi dai democratici ai repubblicani. Se noi ci giriamo indietro a pensare cos’è stata la speranza che ha suscitato Obama in America e nel mondo, il tracollo recente è una cosa che lascia allibiti. In questo quadro, più nel nord Europa e molto meno nel Sud Europa (e cerco di non usare eccessiva enfasi propagandistica, ma guardando più da osservatore politico, sociale e culturale) l’unico elemento che vedo di innovazione, di cambiamento e anche di speranza rispetto al futuro, è questa crescita apparentemente inarrestabile dei vari soggetti ecologisti e verdi, sostanzialmente accomunati dai temi dell’ecologia politica e della maturazione di una nuova soggettività politica.
Penso che questo fenomeno dell’ecologismo politico, che si è sviluppato ed accresciuto negli ultimi anni, sia qualcosa di più dell’ambientalismo classico, che riguardi più l’ecologia culturale, della mente, ambientale, sociale. Cioè qualcosa che non riguarda più soltanto l’aspetto importantissimo, ma delimitato, dell’ambientalismo come l’abbiamo conosciuto fino a pochi anni fa. Questo nuovo ecologismo politico ha l’ambizione di essere una nuova visione culturale e un nuovo progetto politico capace di affrontare tutte le questioni della società contemporanea: da quelle ambientali a quelle economiche, sociali, culturali, istituzionali; perché c’è anche un’ecologia delle istituzioni. Temi come la partecipazione, la rappresentanza, la trasparenza e l’anti-casta, usando un termine che non mi piace molto, fanno parte di questa visione più generale dell’ecologia politica.
"L’anti-casta” è in realtà il titolo di un libro curato da Marco Boschini e Michele Dotti, una raccolta di saggi di vari autori, che in qualche modo attraversano questa nuova ecologia politica in Italia. Per ora l’attraversano soprattutto sul piano culturale e su alcuni aspetti amministrativi a livello locale.
Questo libro è nato per rispondere al fenomeno provocato da La casta di Stella e Rizzo: doveva essere una demolizione della casta, e invece paradossalmente ha rappresentato un’ulteriore incentivazione all’antipolitica, un ulteriore distacco dei cittadini non dalla casta, ma dalla politica, e una ulteriore disillusione, un "riflusso”, si sarebbe detto in altri tempi.
Invece "L’anti-casta” è l’Italia che funziona, ed è attraversato dai temi della nuova ecologia politica.
Quando parli di ecologia politica viene immediato il collegamento all’esperienza di Cohn Bendit in Francia…
Sì, in Francia e non solo. Questo fenomeno ha portato recentemente gli ecologisti della Lettonia al 20% dei voti, così come Marina Silva ha avuto il 20% in Brasile (tenendo presente che lei ha avuto il 20% sulla sua figura, ma il corrispettivo per il partito dei Verdi brasiliani è attorno al 3-4%). Questa donna ha catalizzato uno straordinario consenso, dovuto in gran parte alle delusioni che il governo di Lula, di cui lei era stata il Ministro dell’ambiente, aveva provocato sui temi ambientali ed ecologici.
Nel resto dell’Europa, i Verdi hanno avuto un grande successo con percentuali oltre il 10%. Lo si è visto in paesi come l’Inghilterra, dove il sistema elettorale rende quasi impossibile per un piccolo partito eleggere un parlamentare. Però adesso c’è una verde nella Camera dei Comuni, perché nel suo collegio ha vinto, quindi avrà preso ben oltre il 30%. In paesi come la Danimarca, il Belgio, l’Olanda, e soprattutto la Germania e l’Austria, i Verdi sono andati ormai a percentuali superiori al 10%, arrivando anche al 12%. In Germania hanno fatto due tornate elettorali, le europee e il Bundestag, che è la Camera bassa tedesca, l’unica eletta direttamente, e hanno ottenuto percentuali enormemente superiori in alcuni lander. E in alcune città hanno vinto.
Oggi i sondaggi (che non sono voti reali, però sono quanto meno segni di tendenza) stanno dando i Verdi intorno al 20-25%, cioè più del doppio di quello che finora hanno realmente avuto, e in città come Berlino arrivano a percentuali del 40%, cioè numeri incredibili.
Ho detto del Centro-Nord Europa, ma c’è un’eccezione, che è appunto la Francia, che è un paese mediterraneo, come la Spagna, come l’Italia, come la Grecia, come il Portogallo, che non è un paese mediterraneo, ma comunque è un paese del Sud Europa. In questi paesi i Verdi storicamente hanno sempre fatto enorme fatica a decollare, non raggiungendo mai percentuali al di sopra del 2-3%, anche se poi i primi Verdi europei a entrare al governo sono stati paradossalmente i Verdi italiani, nel ‘96 con Prodi.
Il Cohn Bendit di oggi, che ha un enorme prestigio a livello politico e anche culturale, ha dovuto riprendere l’iniziativa in Francia avendo come primo interlocutore i Verdi francesi, che nelle presidenziali del 2007 vinte da Sarkozy, elezioni dove è difficile avere grandi consensi, hanno preso il 2,7%, cioè percentuali analoghe a quelle italiane.
Cohn Bendit, che non è un estremista, ma un riformatore, un innovatore, che ha una cultura di governo, e la capacità di sondare il terremoto sociale che è in corso in Europa, è riuscito a mettere in atto un fenomeno un po’ simile a quello di Marina Silva in Brasile, Europe Ècologie, con l’aggiunta però che, attorno alla sua figura e al suo progetto, è riuscito a raccogliere i filoni più diversi dell’ecologismo politico francese, inteso nel senso che ho detto prima: ecologia ambientale, sociale, urbana, politica, delle istituzioni…
E’ così riuscito a tenere assieme Bovè, più volte finito anche in carcere, movimentista fondamentalista ma autentico, legato alle questioni dell’agricoltura, degli Ogm, dell’agricoltura biologica, della lotta contro i grandi padroni delle multinazionali, con il fondatore di Greenpeace in Francia, con Eva Joly ex magistrato, probabile candidata alle presidenziali del 2012, con le varie anime dell’ecologismo francese, che soltanto in piccola parte avevano avuto finora uno sbocco nei Verdi francesi, che pure adesso hanno una leader di un certo carisma, Cécile Duflor, una donna molto giovane che ha saputo aggrapparsi a questo ponte che le è stato gettato.
Non dimentichiamo poi che Cohn Bendit è un verde, è il co-presidente dei Verdi al Parlamento europeo dalla seconda legislatura, quindi non è uno che fa queste cose dall’esterno, è uno che dall’interno mette in discussione l’eccessivo minoritarismo, l’eccessiva chiusura dei Verdi francesi, dilaniati anche loro da diatribe interne come succede spesso nei piccoli partiti.
Nasce così Europe Ècologie, una rete orizzontale che mette insieme tutti questi pezzi di un’ecologia politica vista in una chiave che supera il vecchio e tradizionale ambientalismo. Non lo nega, anzi ne fa propri tutti i contenuti, ma lo supera in una visione fortissimamente europeista, in una Francia che è stata responsabile dell’affossamento della Costituzione europea.
Alla base di questo successo, quanto pesa che il nuovo ecologismo venga percepito, almeno da molti, come un superamento della destra e della sinistra?
Beh, devo dire che questa è una cosa che stava nelle origini dell’ ecologismo politico anche in Italia. Oggi si usa riciclare la frasetta "non siamo né di destra né di sinistra, ma avanti”, attribuendola ad Alex Langer, ma è una semplificazione un po’ banale e Alex non l’ha mai detta in questi termini. La sostanza è che la questione ecologica è qualcosa di più complesso, di più largo, di più onnicomprensivo della questione ambientale e rappresenta un filone culturale che va al di là delle contrapposizioni ideologiche che hanno la loro origine alla fine dell’Ottocento.
Le ideologie tradizionali sono arrivate "al capolinea”. Dahrendorf lo ha scritto in un libro di 25 anni fa, intitolato La fine del secolo socialdemocratico. Questo fenomeno, tutt’altro che negativo, stava esaurendo la spinta propulsiva, e degli osservatori attenti, non settari, l’avevano capito da tempo. Ma come sempre succede, questi fenomeni si capiscono ma poi ci mettono decenni per dispiegarsi. Dahrendorf diceva queste cose mentre la socialdemocrazia "imperava”, governando tre quarti dell’Europa. Oggi tre quarti dell’Europa, forse più, è governata dal centro o dalla destra.
Si pensava che la caduta del muro avrebbe spianato il terreno per la socialdemocrazia, e invece le è caduto addosso...
Se si guarda all’Italia, dal punto di vista sociale e amministrativo la vera socialdemocrazia era il Partito Comunista. E il Pci ha cambiato vari nomi, ma non è mai riuscito a fare davvero i conti con la sua storia.
Tornando alla conversione ecologica, Alex Langer resta di grande attualità…
La conversione ecologica, come l’ha teorizzata Alex Langer, che in realtà non era un teorico ma uno che rifletteva sempre sui fenomeni reali, ha a che fare proprio con un cambiamento profondo della società e delle persone, cambiamento che riguarda la cultura, gli stili di vita, i modelli di comportamento, e tutto questo visto non in chiave imperativa, cioè di governo autocratico ecologista che impone limiti e modelli, ma visto come la desiderabilità sociale e culturale di questo cambiamento profondo, che quindi richiederà decenni e decenni. Alex è morto ormai 15 anni fa, ma queste cose che scriveva negli anni Novanta, oggi sono ancora più attuali di allora.
Tornando alla Francia, va detto che Europe Ècologie ha saputo tener conto di quello che è stato seminato negli ultimi decenni in Europa. In Francia però non aveva dato un prodotto politico adeguato; stiamo parlando proprio di soggetti politici, non di associazioni, che sono meritorie, ma di per sé fanno un lavoro diverso da chi fa politica.
Su questo piano, sia pure con exploit come quello delle famose elezioni europee in cui i Verdi presero il 10%, ma poi ripiombando alle percentuali precedenti intorno al 2-3%, Cohn Bendit ha saputo recuperare questa dimensione che io chiamo della trasversalità, tant’è vero che nella prima fase ha cercato di dialogare, non dico di allearsi, ma di dialogare anche con Sarkozy, che appena eletto aveva instaurato gli stati generali dell’ambiente. Poi purtroppo la maggior parte delle cose positive uscite dagli stati generali dell’ambiente son rimaste lettera morta, così come la maggior parte delle cose uscite da quella Commissione sulle riforme, di cui aveva fatto parte anche Bassanini. Però Europe Ècologie ha dimostrato la capacità di parlare con tutti i settori sociali, ovviamente dando identità a un soggetto politico. La sua esperienza è, dal punto vista politico-culturale e anche sociale, forse la più innovativa che si è verificata in Europa, superando per alcuni aspetti i Verdi tedeschi. E non a caso ha rapidamente avuto un consenso che ha eguagliato le soglie che i Verdi tedeschi hanno impiegato 30 anni per raggiungere. Adesso bisogna vedere se questo avrà un suo aspetto "durevole”, per usare un’espressione cara agli storici francesi. Io penso di sì, proprio perché partita come fenomeno legato a una forte leadership anche carismatica, ma non utopistica, non massimalista, non fondamentalista, Europe Ècologie sembra capace di diventare molto pragmatica, molto riformatrice, e innovativa sul piano culturale.
Quindi la crisi economica sposta una parte della società verso un populismo di destra, e un’altra parte, stante la crisi della socialdemocrazia, trova nell’ecologismo una sua forma di rappresentanza?
Sì, questo è quello che ho cercato di dire. In un panorama europeo dove nell’arco di 20 anni è successo che, primo, si è passati da una maggioranza socialdemocratica ad una maggioranza di destra, caratterizzata prevalentemente da un populismo di destra; secondo, che anche dove al governo c’è una destra liberale o conservatrice, ci sono fenomeni di populismo che stanno crescendo a destra di questi governi di destra; e, terzo, che, contemporaneamente, assistiamo alla crisi epocale della socialdemocrazia; ecco, in questo panorama, l’ecologismo sta rappresentando l’unico elemento di innovazione, che da solo ovviamente non risolverà i problemi, da solo non è che riuscirà a governare i paesi, salvo a livello locale, ma è già un termine di confronto e di paragone che costringe anche le altre forze politiche, sia di destra che di sinistra, a rapportarsi con queste tematiche. Come sta succedendo in Francia dove Europe Ècologie, non solo è riuscita probabilmente a recuperare settori di consenso potenzialmente populisti che avrebbero potuto finire con la destra, ma ha saputo condizionare pesantemente i socialisti francesi, ai quali la lezione è servita, perché i socialisti francesi, che hanno attraversato una crisi spaventosa, sono adesso in una fase di discussione al loro interno per cercare di capire cosa stia succedendo. E la stessa cosa sta accadendo altrove, perché la Merkel e anche Cameron sembrano molto più attenti alle questioni ecologiche o ambientali di qualunque governante italiano o oppositore italiano, di destra o di sinistra. Cioè in questi paesi anche i governi di destra, conservatori o liberali che siano, affrontano i problemi ambientali ed ecologici in modo aperto, li inseriscono ai vertici della loro agenda politica, grazie secondo me al fatto, non solo che i problemi esistono, ma che c’è l’emergenza di un soggetto politico nuovo come forza, come incidenza, come consenso, che impone a tutti di fare i conti con questa realtà. In Italia tutto questo non sta avvenendo.
Il populismo di destra cerca di mettere da parte il conflitto di classe tenendo insieme strati sociali molto diversi. Mi sembra che l’ecologismo nel dichiararsi trasversale faccia altrettanto. Ma in realtà il conflitto di classe permane. Chi se ne occuperà?
Il conflitto di classe permane, non solo, ma negli ultimi decenni abbiamo una divaricazione sociale enormemente più radicalizzata di quanto ci fosse prima. Quello che cambia sono le forme in cui questo si manifesta, cioè la frantumazione sociale, la perdita di centralità della fabbrica, la decomposizione anche dei soggetti politici e sindacali, che in qualche modo dovrebbero rappresentare questo conflitto. Fenomeni di iper-arricchimento, prima di tutto sul piano finanziario, ma anche di molti manager, a fronte di un progressivo impoverimento di strati sociali -occupati, disoccupati, sotto occupati, precari, marginali o ceto medio- non c’erano stati nei decenni precedenti.
Il problema è che tutto questo avviene in presenza di una grande frammentazione sociale e di un certo sbandamento culturale... Insomma, c’è poco da fare, nel Nord Italia la base sociale della Lega è prevalentemente di classe operaia, popolare, proletaria. Nelle fabbriche del Nord oggi, non tutte per carità, ci sono gli operai della Cgil che votano Lega.
Ma ricordo che quando ancora non esisteva la Lega Nord ed esistevano solo le varie leghe nascenti, a metà degli anni Ottanta, da una ricerca dell’Istituto Gramsci veneto, emergeva che la maggior parte del consenso popolare alla nascente Liga Veneta veniva dalla base del Partito Comunista, cioè da gente che in precedenza aveva sempre votato Pci. Questo per dire che non è un fenomeno del terzo millennio, è un fenomeno che ha cominciato a costruirsi, e a scavare, nelle basi popolari del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana, tant’è vero che l’esplosione della Lega avviene quando crolla il vecchio sistema politico, dopo l’89.
Quindi il rischio che anche l’ecologismo non riesca a dialogare con gli strati sociali popolari non lo vedi...
Questo rischio c’è, anche se in questo momento non lo ritengo il rischio maggiore, lo vedrei più in una prospettiva di crescita.
L’ecologismo, non solo in Italia, è stato prevalentemente un fenomeno post materiale. Cioè è stato un riconoscimento politico, culturale, anche intellettuale e teorico, oltre che pratico, di settori sociali, più che di strati sociali, che in qualche modo non avevano come problema prioritario la sopravvivenza, cioè il mangiare, il dormire, la casa, il lavoro: un fenomeno post materialista.
Fin dall’inizio, ci sono stati sociologi che hanno studiato questi cambiamenti fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Io ricordo Ronald Inglehart, uno studioso anglosassone, che a metà degli anni Ottanta scrisse un libro molto bello, La rivoluzione silenziosa, che analizzava che cosa stava cambiando sotto la crosta, e aveva individuato questi cambiamenti del passaggio dai valori materiali ai valori post materiali, dai movimenti onnitotalizzanti, onnicomprensivi, a movimenti per singoli temi, per singoli valori, per singoli obiettivi: l’ambiente, il nucleare, il consumo, la pace. Certo, quello era anche un periodo di grande sviluppo dei movimenti pacifisti, e in qualche modo quella era la radice sociale e culturale della nascita dei nuovi movimenti.
Non c’è dubbio quindi che l’ecologia politica, intesa nel senso complesso che ho detto prima, ecologia ambientale, sociale, umana, della mente, delle istituzioni, abbia a che fare con tutta la società nel suo insieme. E quindi, se vuole avere un futuro, in Italia, in Europa, nel mondo, deve avere la capacità di dare una prospettiva diversa dall’attuale modello di sviluppo anche agli strati sociali popolari.
La deve dare sia in termini di modello economico, sia in termini culturali, perché abbiamo accennato al fatto che fenomeni di populismo di destra, non solo la Lega in Italia, ma anche negli altri paesi europei, hanno purtroppo una forte incidenza negli strati sociali più poveri, che vedono l’immigrazione con paura, che sentono l’insicurezza sociale, che hanno paura del futuro, che hanno l’incertezza del posto di lavoro, che vivono fenomeni di precarietà e di emarginazione.
Tuttavia oggi il problema più grosso in Italia, a mio parere, è quello di riuscire a individuare le persone, i gruppi, i movimenti, la cultura politica, il programma di un movimento ecologico. Non parlerei di ideologia, perché è una parola che è stata superata dal movimento ecologista fin dalle sue origini, ma di visione politica e anche di passione politica, perché senza visione e senza passione non si riescono a mobilitare le persone, a creare consenso, speranza, fiducia, a creare una svolta anche mentale. Ecco, questa è nell’immediato la sfida più grossa.
Un nuovo soggetto politico ecologista, che ricomprenda anche i Verdi, deve però andare ampiamente oltre i Verdi storici italiani, che hanno sofferto tutte le debolezze dei Verdi nei paesi mediterranei del Sud Europa, aggiungendovi errori politici clamorosi.
I risultati sono lì a dimostrarlo. Ma quali sono stati questi errori?
Intanto e sicuramente l’avere abbandonato troppo presto -in realtà non avrebbe dovuto essere abbandonato mai- proprio quel fenomeno di forte innovazione culturale, di trasversalità politica e sociale che era nel dna delle origini del fenomeno ecologista. Poi nell’aver fatto male i conti col cambiamento del sistema politico elettorale. Non era facile, intendiamoci. I Verdi nascono col sistema proporzionale e poi dal ’94 devono misurarsi col nuovo sistema elettorale che impone le coalizioni, e scelgono -io credo naturalmente- di stare con la coalizione di centro-sinistra in alternativa a quella di centro-destra. Tuttavia nel fare questo abbandonano la potenzialità, più che la capacità, di riuscire a parlare anche a settori sociali che votano centro-destra, ma che sono attenti e sensibili -e ci sono- anche alla questione ecologica e alle questioni ambientali.
Già dal ’94, alla prima applicazione del nuovo sistema elettorale, i Verdi come tali non si caratterizzano più e si presentano coi progressisti. Già la parola: non c’è niente di più antitetico alla concezione ecologica della società, come la parola "progressista”, che è frutto della mentalità industrialista e da Terza Internazionale. Successivamente c’è invece, a mio parere, un aspetto positivo, che è di tutti, non soltanto dei Verdi, cioè la nascita dell’Ulivo di Prodi. I Verdi, e questa a mio parere è stata una scelta intelligente all’epoca, sono soci fondatori dell’Ulivo di Prodi, con il Pds e i Popolari. Questa cosa dà ai Verdi una loro identità, li colloca non in una cultura di opposizione, ma in una cultura di governo, si potevano perdere o vincere le elezioni, ma la logica era quella di una cultura di governo, una cultura riformatrice. La svolta a mio parere che invece ha determinato l’inizio del declino, è quando negli anni Duemila, dal 2001 in poi, i Verdi si collocano -con mio totale dissenso- sempre di più all’estrema sinistra, quella che sui giornali di allora viene chiamata la sinistra radicale, la "Cosa rossa”. I Verdi nella "Cosa rossa” si collocano in quella che io chiamo anche oggi una specie di riserva indiana, ma sempre più consumata. Cioè inizialmente era una cosa che poteva andare fra il 10 e il 15%, ma progressivamente non poteva che calare, perché in esaurimento era il fenomeno ideologico di riferimento, cioè il comunismo e il post comunismo, senza nessun disprezzo né per i comunisti né per i post comunisti, ma era un fenomeno finito storicamente, con cui l’Italia, dopo l’89, non aveva fatto i conti. Allora, che i Verdi che nascono dalla fine delle ideologie totalizzanti, dal superamento delle ideologie ottocentesche, dal superamento dell’industrialismo come universo culturale, dalla necessità di una trasversalità, si vadano improvvisamente a collocare nella "riserva indiana” della sinistra radicale, della "Cosa rossa”, è una scelta suicida che non poteva che finire com’è finita. Per anni, nelle immagini televisive, nei resoconti, si sentiva tutte le sere dire: "Rifondazione comunista, Comunisti e Verdi… Verdi, Comunisti e Rifondazione comunista… si sono opposti… hanno protestato”.
Sempre, cioè per un decennio circa, quella è stata la caratura dei Verdi: una forza dichiaratamente ecologista, ma in realtà collocata in un ambito neanche post comunista, ma addirittura comunista. E’ stato un impoverimento programmatico, e soprattutto un impoverimento culturale. Questa cosa poi ha avuto la sua sanzione definitiva, in un uno-due micidiale, -politiche ed europee-, da stendere al suolo chiunque. Prima la scelta di andare alle elezioni politiche del 2008 con un’alleanza, un cartello elettorale, denominato "Sinistra arcobaleno” in cui c’erano tutti quei soggetti. E’ la fase della scelta di Veltroni dell’andar da soli, quando poi, in realtà, andrà con l’Italia dei valori, che era al 2% all’epoca e adesso è all’8%, la fase, cioè, della vocazione maggioritaria e dell’impazzimento generale.
In questa fase, che perdura ancora, Berlusconi vive innanzitutto sugli errori del centro-sinistra, non sulla forza propria. Per me è inconcepibile pensare che la gente possa votare per il centro-sinistra soltanto perché il centro-sinistra ogni giorno dice che Berlusconi deve dimettersi perché c’è la escort, perché c’è Noemi, perché c’è Ruby. Su questo terreno si può sputtanare Berlusconi, ma non si costruisce un’alternativa di governo. Poi l’anno dopo c’è un "perseverare diabolico”. Nel 2009, alle elezioni europee, i Verdi fanno la scelta, di nuovo con mio totale dissenso, di entrare in Sinistra e Libertà, non il partito oggi di Vendola, ma il cartello elettorale che si rifiutò addirittura di mettere la parola "ecologia”. Adesso, che dentro non ci sono più i Verdi, l’hanno messa… Ennesima catastrofe, determinata anche dal fatto che Veltroni e Berlusconi si misero d’accordo negli ultimi due mesi di cambiare la legge elettorale e, da nessuna soglia, improvvisamente si passò a quella del 4%, che non aveva nessun significato in Europa, dove non c’è alcun problema di governabilità.
E adesso che succede? Che possibilità ci sono di costruire un movimento ecologista anche in Italia?
Oggi le potenzialità di un soggetto politico ecologista laico, aperto, plurale, capace di rapportarsi a tutta la società, di essere innovativo nei contenuti culturali, sono enormi, non solo in Europa, ma anche in molti altri paesi del mondo. I Verdi oggi sono inadeguati, radicalmente inadeguati. Dobbiamo superare i Verdi in una prospettiva ecologista che dia vita a un nuovo soggetto politico ecologista che superi questi errori storici.
Da lì inizia questo nuovo percorso. I Verdi, come sono oggi, dopo la svolta salutare, ma troppo tardiva, di Fiuggi, possono essere uno strumento utile e importante al servizio di questa prospettiva strategica della Costituente ecologista. Io spero che da parte dei Verdi attuali ci sarà l’intelligenza e la volontà di non voler avere un ruolo egemone, di non voler essere loro da soli protagonisti di questa prospettiva, e anzi di avere l’accortezza di costruire insieme a molti altri questo progetto.
Lo spazio che la Costituente può avere in questo momento tra l’Italia dei Valori e Grillo sembra stretto…
C’è un fatto strutturale del sistema politico italiano, e cioè che non c’è nessuna forza politica che sia davvero in grado di rendere biologicamente degradabili i Verdi, cioè di dire: "Mi son fatto carico io della questione ecologica”, e purtroppo questo vale prima di tutto per il principale partito del centro-sinistra, cioè per il Pd. Io apprezzo Bersani per aver chiuso il capitolo dell’autosufficienza di Veltroni, apprezzo che abbia vinto le primarie proprio sulla necessità di rilanciare la politica delle alleanze, ma poi nel merito, nei contenuti, quando Bersani parla, pur essendo uomo capace e intelligente, non c’è la totale sottovalutazione, c’è proprio la totale assenza di qualunque tematica ecologica e di qualunque consapevolezza di che cos’è la questione ecologica nel mondo attuale.
Neppure nel linguaggio, casomai per ragioni opportunistico-rituali, cita mai, di fianco al lavoro e alla crisi, i cambiamenti climatici, le energie rinnovabili, la raccolta differenziata dei rifiuti, il cambiamento degli stili di vita, che poi son quelle cose che colpirebbero anche un po’ la passione e l’umanità del cittadino.
Perché ci vuole anche un po’ di motivazione forte, ci vuole l’agire con il cervello, ma ci vuole anche un po’ il colpire le viscere della gente, oggi sollecitate in modo regressivo solo dalle campagne xenofobe, razziste, e dalla paura.
Rispetto a Sinistra Ecologia e Libertà, a Firenze s’è visto un filone tradizionale della sinistra e del sindacato, il sinistrese e il sindacalese come linguaggio politico. Lì c’è un universo culturale che è quello della vecchia sinistra radicale, sia pure separata oggi da Rifondazione comunista e dai Comunisti Italiani. Non mi pare, anche se c’è un certo successo di consenso nei sondaggi, soprattutto legato alla figura di Vendola (che è un personaggio carismatico, che ha un suo ruolo e una sua credibilità), che da lì possa venir fuori qualcosa di nuovo. E la prova ce l’abbiamo: lì, l’intervento congressuale europeo osannato è stato quello del rappresentante della Linke, che è esattamente un partito erede dei Comunisti della Germania Est e della sinistra massimalista dei socialdemocratici dell’Ovest.
Quell’intervento, che ho ascoltato con molta attenzione, è stato molto applaudito, ma è un intervento politicamente e culturalmente vecchio e rappresenta in Germania, come in Italia, un’area che c’è, ma che è storicamente residuale. Per Grillo il ragionamento è diverso: Grillo ha in qualche modo succhiato tutti i contenuti ecologisti dei Verdi, ha preso tutto quello che poteva prendere e lo ha trasformato in un randello da dare in testa al sistema politico esistente, non lo ha trasformato in un programma, in una proposta, in una cultura alternativa ecologista di governo da proporre per salvare l’Italia. In Italia poi c’è un berlusconismo dilagante. Anche a sinistra si usa il populismo, lo fa Vendola, in modo più accorto, lo fa Di Pietro, lo fa Grillo. In Grillo c’è una forte presenza di contenuti ecologici, ma una totale assenza di proposta programmatica, e soprattutto di cultura di governo. D’altra parte lui stesso dichiara di non volerla. La presenza di Grillo alle elezioni piemontesi è stata determinante per far perdere la Bresso. Sicuramente di errori ne hanno fatti anche il centro-sinistra e la Bresso, soprattutto sulla questione della Tav. Tant’è che Grillo ha avuto il successo che ha avuto in Piemonte soprattutto sulla questione della Tav.
Però si è mostrato assolutamente indifferente al fatto che quel suo modo di far politica, quell’essere programmaticamente sganciato da qualunque coalizione è stato determinante per far vincere la Lega. Pure la sua risposta, che per un comico è anche simpatica, ma per un politico è irresponsabile: "Ma non è vero che io ho fatto perdere la Bresso, è la Bresso che ha fatto perdere me”, fa capire la totale assenza di quell’etica della responsabilità che, secondo me, accanto al principio di precauzione e al principio di speranza, è l’alternativa al fondamentalismo.
(A cura di Luciano Coluccia e Massimo Tesei)




  


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La ne­ces­si­tà, per ri­spon­de­re ai bi­so­gni dei cro­ni­ci, che og­gi so­no cir­ca il 30% del­la po­po­la­zio­ne e as­sor­bo­no il 70% del­le ri­sor­se, di ri­vo­lu­zio­na­re il mo­del­lo sa­ni­ta­rio, ta­glian­do po­sti-let­to ospe­da­lie­ri e ri­pen­san­do il ruo­lo dei me­di­ci di fa­mi­glia, de­gli spe­cia­li­sti e an­che del­le in­fer­mie­re. In­ter­vi­sta a Fran­ce­sco Lon­go.

L'arretrato
Un si­ste­ma far­ra­gi­no­so, a co­min­cia­re dai mas­si­mi li­vel­li, di fat­to de­re­spon­sa­bi­liz­zan­te, in cui il cit­ta­di­no è con­si­de­ra­to un fa­sti­dio; una len­tez­za mo­struo­sa che con­trad­di­ce qual­sia­si ri­cer­ca del buon ri­sul­ta­to; i cam­bia­men­ti, an­che tec­no­lo­gi­ci, esi­go­no un cam­bio di men­ta­li­tà, sem­pre dif­fi­ci­le e len­to.
In­ter­vi­sta a Da­vi­de Car­ne­va­li.



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