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L. Lanza su Piazza Fontana e la morte di Pinelli


  
UNA CITTÀ n. 60 / 1997 Giugno-Luglio

Intervista a Luciano Lanza
realizzata da Franco Melandri

LA SEGRETA STRATEGIA
Dopo tanti anni di silenzio la verità sulla strage di piazza Fontana forse si avvicina. Le impressionanti carte dei giudici in cui si racconta di un convegno a Roma dove tutto iniziò, di una strategia internazionale golpista, di servizi segreti tutt’altro che deviati, di una montatura contro gli anarchici architettata per tempo. Le responsabilità per la morte di Pinelli. Intervista a Luciano Lanza.

Luciano Lanza, giornalista e saggista, ha recentemente pubblicato il libro Bombe e segreti -Piazza Fontana 1969, edizioni Elèuthera.

Sembra che le indagini sulla strage di piazza Fontana confermino, dopo 28 anni, quanto dissero allora gli anarchici e l’estrema sinistra: strage di stato…
In effetti, dopo tanti anni di silenzio, e grazie anche alle indagini portate avanti dall’89 al ’97 dal giudice istruttore milanese Guido Salvini, sono state confermate le pesanti responsabilità che in quella strage ebbe una parte grandissima degli apparati statali. Una parte niente affatto "deviata", ma che svolgeva il suo compito istituzionale. E’ venuta alla luce la responsabilità di uomini politici, ministri, giudici, poliziotti, servizi segreti italiani ed esteri, nel mettere in atto una "strategia della tensione", come venne chiamata allora, per impedire lo slittamento a sinistra dell’asse politico italiano. Questa strategia venne elaborata in forma compiuta dal 3 al 5 aprile ’65, all’Hotel Parco dei Principi di Roma, dove si svolse un convegno a cui parteciparono Pino Rauti -fondatore del movimento neofascista Ordine Nuovo e oggi leader del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore-, Guido Giannettini, giornalista e agente "Z" del Servizio Informazioni Difesa, e alcuni giovani, tra cui Stefano delle Chiaie e Mario Merlino, pseudo-anarchico infiltrato nel gruppo anarchico "22 Marzo" di Roma, il gruppo dove militava Pietro Valpreda, che poi venne accusato della strage. In questo convegno (i cui atti furono pubblicati nel volume La guerra rivoluzionaria) Pio Filippani Ronconi, un docente universitario, traduttore di lingue orientali e crittografo alle dipendenze del ministero della Difesa e del Sid, tenne la relazione centrale, intitolata Ipotesi per una controrivoluzione, dove venivano teorizzati diversi livelli di organizzazione per prepararsi a contrastare il pericolo comunista in Italia.
Questo convegno fu, in pratica, l’atto costitutivo dei Nuclei di difesa dello Stato (Nds), un’organizzazione parallela a Gladio: mentre Gladio era l’organizzazione "ufficiale" di difesa territoriale in caso di invasione da parte del blocco comunista (e infatti praticamente non fece mai nulla), i Nds erano invece l’organizzazione che doveva prevenire dall’interno, e con ogni mezzo, l’avanzata del comunismo in Italia.
La "strategia della tensione" si perfezionò nel ’69, quando il gruppo neonazista di Franco Freda e Giovanni Ventura, con base a Padova, il 25 aprile mise le bombe alla Fiera Campionaria e alla stazione centrale di Milano, mentre il 9 agosto collocò dieci bombe su vari treni in tutta Italia, provocando 12 feriti. Questa stessa strategia toccò il culmine il 12 dicembre ’69, giorno in cui il gruppo di Freda e Ventura, il gruppo di Ordine Nuovo di Venezia-Mestre e il gruppo di Avanguardia Nazionale di Roma, piazzarono alcune bombe a Roma, alla Banca Nazionale del Lavoro e all’Altare della Patria, provocando rispettivamente 14 e 4 feriti, e a Milano, dove, alla Banca nazionale dell’agricoltura, il bilancio fu di 16 morti e oltre 100 feriti, mentre la bomba alla Banca commerciale italiana non esplose. Venne fatta esplodere in seguito, eliminando una prova importantissima.
In questo fiorire di organizzazioni più o meno segrete, quale fu il ruolo dei servizi segreti?
Ci furono certamente agenti della Cia che seguirono costantemente l’attività di questi gruppi (nel gruppo di Ordine Nuovo di Venezia, ad esempio, c’era un agente Cia, Carlo Digilio, che era anche l’artificiere e l’armiere del gruppo) con un atteggiamento che il giudice Salvini ha definito di "benevola protezione", che significava lasciar fare, all’occorrenza aiutare, senza esporsi troppo. Questo mentre il Sid, ovviamente filoamericano e "ciadipendente", da una parte ci metteva del suo e, dall’altra, seguiva le indicazioni filogolpiste che prevalsero, dal ’67 fino alla prima metà degli anni ’70, nella Cia e nel Patto Atlantico. Una strategia filogolpista che aveva portato, fra l’altro, al colpo di stato in Grecia nel ’67 (in cui la Cia mise come primo ministro un suo uomo, Georgios Papadopoulos) e che nel ’73 portò al golpe in Cile. E’ questo il periodo in cui si cominciò a pensare che qualcosa del genere dovesse accadere anche in Italia, visti che il Pci continuava ad avanzare ad ogni elezione .
Torniamo alle bombe del 12 dicembre ’69, quali sono le prove che a metterle furono i fascisti?
La testimonianza-cardine è quella di Martino Siciliano, che all’epoca faceva parte del gruppo di Ordine Nuovo di Venezia. Siciliano afferma che la notte di capodanno tra il ’69 e il ’70, Delfo Zorzi, allora elemento di spicco del gruppo, gli rivelò che la bomba alla Banca dell’agricoltura non era stata messa dagli anarchici, ma era un’operazione gestita dai massimi livelli di Ordine Nuovo del Triveneto, e che gli anarchici erano stati presi come capri espiatori per la loro fama di bombaroli. Nell’inchiesta condotta dal giudice Salvini, oltre a questa testimonianza, ci sono moltissimi riscontri, che sarebbe lunghissimo ricostruire, di come e da chi, questa strategia venne messa in atto. Ci troviamo, insomma, di fronte a un grande mosaico che alla fine rivela che tutti questi attentati erano collegati fra loro e che a compierli furono gruppi neonazisti (Freda e Ventura, fra l’altro, sono stati condannati in modo definitivo per le bombe del 25 aprile e del 9 agosto), anche se all’epoca vennero attribuiti agli anarchici. Anche per le bombe del 25 aprile vennero infatti arrestati alcuni anarchici, mentre per quelle del 9 agosto il capo della squadra politica di Milano, Antonino Allegra, e Calabresi cercarono di incastrare Giuseppe Pinelli, non riuscendoci perché non avevano in mano niente.
Ma perché gli anarchici vennero presi come capro espiatorio?
Quando si mette in campo un’attività terroristica che deve essere occultata, o attribuita ad altri, si comincia sempre scegliendo prima i possibili colpevoli, i capri espiatori. Nel piano preparato dai Nds con l’appoggio del Sid era necessario, perché i capri espiatori fossero credibili, che ci fossero due gruppi dello stesso genere, uno a Milano e uno a Roma, da incolpare . Il gruppo di Roma venne individuato in quello di Pietro Valpreda, il gruppo "22 Marzo", che, su una decina di persone contava tre infiltrati: Mario Merlino, che si dichiarava anarchico, ma che tuttavia informava Stefano delle Chiaie di Avanguardia Nazionale delle attività del gruppo, l’agente di pubblica sicurezza Salvatore Ippolito (conosciuto come il "compagno Andrea", era nel gruppo come informatore della polizia), infine, e con un ruolo più marginale di quanto egli stesso volesse far credere, c’era Stefano Serpieri, uno dei fondatori di Ordine Nuovo insieme con Rauti che, dalla seconda metà degli anni Sessanta, era anche informatore del Sid. Quelli del "22 Marzo", inoltre, si prestavano benissimo ad essere incolpati: facevano discorsi esaltanti la violenza, nelle manifestazioni cercavano di arrivare allo scontro con la polizia, lanciavano, o forse lo dicevano soltanto, qualche bottiglia molotov.
In sostanza, benché non facessero niente di più pericoloso o di più violento di quanto stessero facendo tanti altri militanti della sinistra, avevano però un’immagine violenta, che Valpreda rafforzò quando, con due giovanissimi anarchici di Milano, pubblicò il numero unico Terra e libertà, che portava in primo piano l’articolo Ravachol è risorto, assolutamente delirante e che poi venne messo agli atti nel tentativo di far vedere come le bombe rientrassero in una strategia anarchica. Per quanto riguarda Milano, invece, il gruppo su cui venne puntata l’attenzione era quello di Paolo Braschi, Tito Pulsinelli, Paolo Faccioli e Angelo Della Salvia, tutti giovanissimi, che si riunivano con due persone di mezza età, Giovanni Corradini e Eliane Vincileone, due anarchici abbastanza conosciuti nella sinistra milanese. Corradini, architetto, era considerato dalla polizia un teorico perché nel ’63 era stato il direttore di Materialismo e libertà, un giornale che fece scalpore nell’ambito anarchico anche se ne uscirono solo tre numeri. Ma soprattutto Corradini e Vincileone erano amici intimi di Giangiacomo Feltrinelli, che da tempo parlava del pericolo di un colpo di stato (e su questo fece anche pubblicare un libretto piuttosto informato, probabilmente grazie alle fonti qualificate che poteva consultare) e della necessità di prepararsi a reagire a questa evenienza. Il tentativo di colpo di stato in effetti ci fu, venne attuato dall’ex comandante repubblichino Junio Valerio Borghese, e coinvolse anche Franco Restivo, allora ministro dell’Interno, Mario Tanassi, ministro della difesa, e Mariano Rumor, presidente del consiglio.

Il gruppo degli anarchici milanesi non potè però essere accusato per le bombe alla Banca dell’agricoltura: erano stati "bruciati" con l’accusa per le bombe del 25 aprile. Il 12 dicembre, a parte Corradini e Vincileone, scarcerati il 7 dicembre (giorno troppo vicino alla strage per poter sostenere che, in cinque giorni, avessero preparato tutto), erano tutti in carcere, da cui uscirono, assolti, nel 1971. Venne così a mancare un gruppo milanese con le caratteristiche adatte a fungere da capro espiatorio.
Si tentò di rimediare accusando "Steve" Claps e Aniello D’Errico, i due ragazzi che avevano fatto Terra e libertà insieme a Valpreda. Furono infatti arrestati, rimessi fuori, riarrestati, rimessi nuovamente fuori, in una storia infinita che riempì le pagine dei giornali tra fine dicembre ’69 e inizio gennaio ’70. Alla fine vennero lasciati perdere sia perché risultarono completamente al di fuori della questione, sia perché non avevano neppure la "struttura umana" per un attentato come quello alla Banca dell’agricoltura. E’ in questo venir meno del capro espiatorio previsto che, a posteriori, si spiegano le insistenze per cercare di incastrare Pinelli, cioè l’anarchico più conosciuto nel giro della sinistra milanese.
A quel punto, infatti, poiché i colpevoli delle bombe dovevano essere degli anarchici, a Milano non rimanevano che quelli del "Circolo Ponte della Ghisolfa", cui facevano capo alcuni collettivi studenteschi e alcuni Cub (Comitati unitari di base), e che era gestito dal gruppo Bandiera Nera, di cui faceva parte Pinelli.
Il gruppo Bandiera Nera era però un gruppo di gente molto affiatata, militanti che erano anche amici fra loro e lavoravano insieme da anni, in cui l’infiltrazione era difficile. Questa avvenne a livello del circolo, che era una struttura aperta, pubblica, nella quale venivano tenute conferenze e spettacoli.
E’ in questa situazione che, il 12 dicembre, Pinelli, dopo aver giocato a carte per buona parte del pomeriggio al bar dove andava spesso, passò dal circolo anarchico di via Scaldasole, gestito anch’esso da Bandiera Nera con un altro paio di gruppi, che era la sede anarchica più aperta di Milano, il luogo "pubblico" per eccellenza, dove confluivano gli studenti. Qui trovò Sergio Ardau, un altro anarchico, e Calabresi con alcuni poliziotti. Ardau venne caricato in macchina mentre Calabresi invitò Pinelli a seguirlo in questura con il motorino con cui girava sempre. Pinelli li seguì nel penultimo viaggio della sua vita, il viaggio definitivo fu quello dalla finestra del quarto piano della questura. La verità su come Pinelli sia morto non la sapremo mai, perché gli unici testimoni sono i poliziotti che lo interrogavano. Sono loro a essere, per l’opinione pubblica ma anche per una deduzione logica, i responsabili della sua morte, sono loro che si sono contraddetti in maniera vistosa. Sono i poliziotti che non si preoccuparono, con l’unica eccezione del tenente dei carabinieri Savino Lo Grano, di scendere in cortile per vedere come stesse Pinelli, mentre invece corsero subito nelle altre stanze della questura gridando "Si è buttato". Sono tante le contraddizioni già allora emerse su come Pinelli morì, ma per il giudice Gerardo D’Ambrosio, che archiviò l’inchiesta su quella morte, non contarono.
In tutto questo che ruolo ebbe Calabresi? Tutti concordano nel dire che fra lui e Pinelli ci fosse una certa consuetudine…
Quando Calabresi arrivò a Milano per occuparsi dell’estrema sinistra come commissario aggiunto dell’ufficio politico, ovviamente cercò dei contatti con le persone più rappresentative delle varie formazioni. Per il "Ponte della Ghisolfa", per gli anarchici di Milano, prese contatto con Pinelli, che era uno degli anarchici milanesi più anziani e rappresentativi: ex-staffetta partigiana durante la Resistenza, molto presente nei dibattiti della sinistra milanese, si era fatto conoscere, lui autodidatta, come uno dei più attenti ai nuovi movimenti sociali e culturali e come uno dei riorganizzatori dell’anarchismo milanese. A Pinelli e ai leader della estrema sinistra Calabresi si presentò come uomo di sinistra, impegnato a cambiare i rapporti fra sinistra extraparlamentare e polizia, fautore di uno spirito diverso, in linea con i tempi che stavano cambiando. A testimonianza di questi "rapporti diversi" Calabresi regalò a Pinelli il libro di Enrico Emanuelli Mille milioni di uomini. Pinelli ne fu imbarazzato e, per non rimanere in debito con un poliziotto, contraccambiò con il libro L’antologia di Spoon River, dicendoci: "Ho ricevuto un regalo, l’ho contraccambiato, quindi pari e patta".
Comunque, dalle bombe dell’agosto ’69 i rapporti cambiarono: da un lato il capo della squadra politica, Antonino Allegra, e Calabresi cercarono di incastrarlo, mentre dall’altro gli fecero pressioni per trovare in lui un confidente, o comunque qualcuno che riferisse sull’attività degli anarchici.
Da lì cominciò una sorta di persecuzione nei confronti di Pinelli. E’ rimasto famoso, perché detto in pubblico, il "Te la faremo pagare" che Calabresi gli urlò nel settembre ’69, durante un picchettaggio sotto San Vittore che chiedeva la liberazione degli anarchici arrestati per le bombe del 25 aprile. Questi erano i rapporti fra Pinelli e Calabresi che, fra l’altro, fu anche uno dei primi a sostenere la tesi che a mettere le bombe del 12 dicembre fossero stati gli anarchici.
Calabresi (con Allegra e il questore Marcello Guida) è stato poi il responsabile della detenzione illegale di Pinelli, anche se non è stato accertato se fosse o meno nella stanza quando Pinelli volò giù. In quella stanza c’era una sola persona che avrebbe potuto testimoniare contro di loro, ma è volata giù, per cui ora non resta che la versione dei poliziotti. Noi possiamo comunque dire che loro sono i responsabili, anche se questa non può essere sostenuta come verità giuridica.
Comunque alcuni elementi sono certi: Calabresi è stato una della pedine fondamentali della montatura contro gli anarchici; è uno dei responsabili della morte di Pinelli; ed è sempre Calabresi che, quando vengono arrestati i due anarchici Tito Pulsinelli ed Enrico Rovelli nell’agosto 1969, convince quest’ultimo, con minacce e promesse di favori, a diventare un informatore della polizia; è Calabresi che cede in "condominio" Rovelli (con il nome in codice Anna Bolena) a Silvano Russomanno, responsabile a Milano dell’ufficio affari riservati del ministero dell’interno. Questa era la divisione guidata a Roma da Federico Umberto D’Amato che ha rappresentato la vera centrale (con il Sid) della strategia della tensione e dei depistaggi. E perché Calabresi collabora così attivamente con l’ufficio affari riservati? Molto semplicemente perché ne è l’interfaccia nell’ufficio politico della questura. Cioè è l’uomo di D’Amato nella polizia milanese.

Parte delle responsabilità di Calabresi vennero fuori nel processo Calabresi-Lotta Continua, nel quale il commissario cercò di presentarsi come funzionario integerrimo. Certamente era uno che sapeva gestire la propria immagine, ma in quel processo si contraddisse vistosamente quando affermò che non considerava Pinelli un indiziato, mentre lo aveva trattenuto tre giorni, per il resto continuò ad affermare che con Pinelli aveva un ottimo rapporto, che non riusciva a spiegarsi il suo gesto perché probabilmente la mattina dopo sarebbe stato rilasciato, che solo una volta aveva tentato un colpo d’effetto dicendogli: "Valpreda ha parlato". In quel processo sono stati soprattutto i suoi uomini ad essere imbarazzatissimi, a contraddirsi vistosamente.
Tirando un po’ le fila del discorso, alla luce dei risultati dell’inchiesta di Salvini sorprendono le dichiarazioni del giudice D’Ambrosio, allora incaricato di condurre le indagini, sulla non rilevanza dei dossier dell’Ufficio Affari Riservati ritrovati pochi mesi fa…
E’ difficile sapere perché D’Ambrosio abbia fatto quelle dichiarazioni. Si possono però fare delle illazioni, per esempio sull’esistenza di una lotta interna alla magistratura. Non dimentichiamoci che D’Ambrosio è il giudice che mandò prosciolti tutti i poliziotti che interrogarono Pinelli la notte in cui precipitò dalla finestra della questura, inventando la famosa sentenza del "malore attivo" e trascurando tutte le contraddittorie dichiarazioni dei poliziotti che erano in quella stanza. Non si può nemmeno prescindere dal momento storico in cui quella sentenza venne emessa. Era il 1975, cioè il momento in cui il Pci si stava avvicinando al governo. In un certo senso, non sarebbe azzardato definire la sentenza di D’Ambrosio come una sentenza da compromesso storico: salvava la figura di Pinelli, ma non andava alla ricerca delle responsabilità dei poliziotti. Salvini ha cercato di individuare tutte le responsabilità del Sid, dei poliziotti, di alcuni alti ufficiali dei carabinieri, e ha scritto, in una sua sentenza di rinvio a giudizio: "La presenza di settori degli apparati dello stato nello sviluppo del terrorismo di destra non può essere considerata deviazione, ma normale esercizio di una funzione istituzionale".
Arrivando alle conclusioni della sua inchiesta, Salvini ha scritto poi una cosa ancora più pesante: "La protezione dei componenti della cellula veneta -cioè del gruppo di Freda, Ventura e Zorzi- era un’attività assolutamente necessaria in quanto il cedimento, anche di uno solo degli imputati, avrebbe portato gli inquirenti, livello dopo livello, a risalire fino alle più alte responsabilità che avevano reso possibile l’operazione del 12 dicembre, e le ripercussioni che ne fossero derivate sarebbero state incompatibili con il mantenimento dello status quo politico del paese". Questo significa che la verità su Piazza Fontana, se fosse venuta fuori nei primi anni successivi alla strage, avrebbe compromesso l’equilibrio politico centrato sulla Democrazia Cristiana.
Oggi, a quasi 30 anni di distanza, questa stessa verità è una verità storica, ma politicamente ha riflessi irrilevanti visto che alcuni dei maggiori responsabili, come Rumor o Restivo, sono morti o sono fuori gioco. L’unico che è rimasto sulla scena è il sempiterno Giulio Andreotti, travolto però da problemi di mafia. In ogni caso, ora che Salvini ha depositato la sentenza di rinvio a giudizio e il caso non è più suo, non so quanto verrà salvato della sua inchiesta. Non so quanto il giudice D’Ambrosio, che coordina i due pubblici ministeri che seguono ora il caso (Grazia Pradella e Massimo Meroni), sia disposto a rimettere in discussione una vicenda in cui lui stesso è stato coinvolto e in cui è stato coinvolto anche il Pci. Rispetto alla strage, alle indagini e alle sentenze che ad essa sono seguite, resta comunque un interrogativo cui non si può, per ora, dare risposta, ma che tuttavia è ineludibile: quanto sapeva della strage di piazza Fontana l’allora principale partito d’opposizione, il Pci, oggi Pds? Molto, certamente, ma quanto? Fino a che punto la paura delle bombe, del colpo di stato, ha ammorbidito l’opposizione del Pci? Fino a che punto questa paura ha portato a proporre il compromesso storico e ad accettare poi il consociativismo? La risposta è solo negli archivi di via delle Botteghe Oscure, impenetrabili come quelli del Vaticano.

  


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