Paolo Finzi, redattore del mensile A-Rivista anarchica, ha curato il doppio dvd A forza di essere vento, dedicato allo sterminio nazista degli zingari (per richiederlo visitare il sito arivista.org, scrivere a arivista@tin.it o telefonare al 335 61 95 167)

Tu vieni da un ambiente politicamente militante, il tuo interesse per gli zingari nasce da questo?
Certo, la tradizionale attenzione e solidarietà degli anarchici per chi è vittima del potere, del pregiudizio, della violenza istituzionale è ben presente, ma nel mio caso il fattore personale è stato decisivo. Il mio incontro con gli zingari (uso questo termine anche se molti ritengono che sarebbe più corretto dire rom e sinti, ma nemmeno questi nomi sono realmente precisi, perché oltre ai rom e ai sinti il mondo che chiamiamo zingaro è composto anche da altri raggruppamenti) è avvenuto quando i miei figli, a distanza di due anni l’uno dall’altro, hanno cominciato a frequentare la scuola materna comunale del nostro quartiere. Questa scuola, come anche l’elementare e la media ad essa collegate, è fra le poche che a Milano, da anni, attua una politica di accoglienza verso i bambini zingari, per cui sono numerosi quelli che ci vengono anche al di fuori dello specifico “bacino d’utenza”, sapendo di essere ben accolti. Durante questo periodo, la dirigente, persona di mentalità molto aperta, organizzò la “Festa delle castagne”, cioè un incontro nel campo zingaro dal quale provenivano i piccoli alunni, aperto a tutti i genitori e bambini, a cui andammo, mia moglie Aurora ed io, scoprendo, fra l’altro, di essere fra i pochissimi genitori non zingari che avevano accolto l’invito. Questo incontro di fatto fu l’elemento scatenante del mio interesse per gli zingari. Dopo quel giorno sono nati dei rapporti con le famiglie del campo, che mi hanno sempre più coinvolto sul piano umano, così come ho cominciato ad interessarmi sempre di più alla storia degli zingari in generale. Frequentando il campo, facendo amicizia, ho innanzitutto potuto verificare come, anche una volta trovato un gagio -cioè un non zingaro- gentile, le famiglie zingare siano piuttosto restie ad affidargli i loro bambini, anzi! A me ci sono voluti almeno due anni prima che me li dessero, per portarli a casa mia, in giro, al McDonald’s, al cinema, a Gardaland. Sempre a proposito dei bambini, tutti abbiamo sentito la leggenda metropolitana degli zingari che rapiscono i bambini, ma questa è, appunto, una diceria, a proposito della quale basti dire che l’Opera nomadi, qualche tempo fa, chiese al Ministero dell’interno la cifra ufficiale dei bambini rapiti dagli zingari, e la risposta fu: “Zero”, nel senso che non risulta agli atti che qualche zingaro abbia mai rapito un bambino. Il paradosso di tutto questo è che, in realtà, gli zingari condividono, in maniera capovolta, la stessa diceria, nel senso che temono che i gagi gli possano “rubare” i bambini: solo che questa è molto meno una leggenda metropolitana, poiché nella storia non sono stati pochi i periodi in cui i bambini zingari venivano strappati alle loro famiglie e sottoposti ad un processo di forzata “naturalizzazione”, cosicché Mirko Braidic, ad esempio, diventava Marco Brambilla, veniva chiuso in un istituto e non poteva più stabilire dei contatti con la sua famiglia.
L’ultimo episodio di questo tipo risale alla Svizzera anni ’70, quindi non moltissimo tempo fa, quando un’organizzazione umanitaria, la “Pro Juventute”, con l’approvazione del governo elvetico e con la motivazione che vivevano una vita infelice, povera, eccetera, strappava in maniera sistematica i bambini alle famiglie zingare, impediva loro qualsiasi incontro con la famiglia d’origine e li “dezingarava”. A questa esperienza storica si aggiungono poi, per spiegare questa diffidenza Rom nei nostri confronti, i frequenti insulti e l’atteggiamento aggressivo nei loro confronti, ma anche il loro forte pudore dovuto ad un senso d’insufficienza per il proprio modo di vestire, per cui le famiglie temono che i loro figli siano maltrattati in casa di un gagio. Comunque il rapporto che sono riuscito ad instaurare è stato per me anche fonte di orgoglio, tant’è che, un po’ provocatoriamente, mi divertivo a sbattere in faccia ai miei amici, ed anche ai compagni di sinistra, che usavo come babysitteraggio gratuito il campo nomadi, nel senso che spesso lasciavo lì i miei bambini a giocare il pomeriggio. Nel campo i miei figli si sono sempre divertiti. Uno pensa che siano malcurati mentre, in realtà, sono guardat ...[continua]

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