Logo Una Città
i nostri libri
Vai al catalogo completo dei libri

L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi

UNA CITTÀ n. 158 / 2008 Agosto-Settembre

Intervista a Paolo Finzi
realizzata da Franco Melandri

Arrivarono a Auschwitz a piedi
Un interesse, quello per gli zingari, nato per caso, e proseguito nella frequentazione del campo. La scarsa copertura storiografica dello sterminio nazista. Il difficile rapporto con la memoria di una cultura orale. Un pregiudizio diffuso anche a sinistra. Intervista a Paolo Finzi.

Paolo Finzi, redattore del mensile A-Rivista anarchica, ha curato il doppio dvd A forza di essere vento, dedicato allo sterminio nazista degli zingari (per richiederlo visitare il sito arivista. org, scrivere a arivista@tin. it o telefonare al 335 61 95 167) Tu vieni da un ambiente politicamente militante, il tuo interesse per gli zingari nasce da questo? Certo, la tradizionale attenzione e solidarietà degli anarchici per chi è vittima del potere, del pregiudizio, della violenza istituzionale è ben presente, ma nel mio caso il fattore personale è stato decisivo. Il mio incontro con gli zingari (uso questo termine anche se molti ritengono che sarebbe più corretto dire rom e sinti, ma nemmeno questi nomi sono realmente precisi, perché oltre ai rom e ai sinti il mondo che chiamiamo zingaro è composto anche da altri raggruppamenti) è avvenuto quando i miei figli, a distanza di due anni l’uno dall’altro, hanno cominciato a frequentare la scuola materna comunale del nostro quartiere. Questa scuola, come anche l’elementare e la media ad essa collegate, è fra le poche che a Milano, da anni, attua una politica di accoglienza verso i bambini zingari, per cui sono numerosi quelli che ci vengono anche al di fuori dello specifico “bacino d’utenza”, sapendo di essere ben accolti. Durante questo periodo, la dirigente, persona di mentalità molto aperta, organizzò la “Festa delle castagne”, cioè un incontro nel campo zingaro dal quale provenivano i piccoli alunni, aperto a tutti i genitori e bambini, a cui andammo, mia moglie Aurora ed io, scoprendo, fra l’altro, di essere fra i pochissimi genitori non zingari che avevano accolto l’invito. Questo incontro di fatto fu l’elemento scatenante del mio interesse per gli zingari. Dopo quel giorno sono nati dei rapporti con le famiglie del campo, che mi hanno sempre più coinvolto sul piano umano, così come ho cominciato ad interessarmi sempre di più alla storia degli zingari in generale. Frequentando il campo, facendo amicizia, ho innanzitutto potuto verificare come, anche una volta trovato un gagio -cioè un non zingaro- gentile, le famiglie zingare siano piuttosto restie ad affidargli i loro bambini, anzi! A me ci sono voluti almeno due anni prima che me li dessero, per portarli a casa mia, in giro, al McDonald’s, al cinema, a Gardaland. Sempre a proposito dei bambini, tutti abbiamo sentito la leggenda metropolitana degli zingari che rapiscono i bambini, ma questa è, appunto, una diceria, a proposito della quale basti dire che l’Opera nomadi, qualche tempo fa, chiese al Ministero dell’interno la cifra ufficiale dei bambini rapiti dagli zingari, e la risposta fu: “Zero”, nel senso che non risulta agli atti che qualche zingaro abbia mai rapito un bambino. Il paradosso di tutto questo è che, in realtà, gli zingari condividono, in maniera capovolta, la stessa diceria, nel senso che temono che i gagi gli possano “rubare” i bambini: solo che questa è molto meno una leggenda metropolitana, poiché nella storia non sono stati pochi i periodi in cui i bambini zingari venivano strappati alle loro famiglie e sottoposti ad un processo di forzata “naturalizzazione”, cosicché Mirko Braidic, ad esempio, diventava Marco Brambilla, veniva chiuso in un istituto e non poteva più stabilire dei contatti con la sua famiglia. L’ultimo episodio di questo tipo risale alla Svizzera anni ’70, quindi non moltissimo tempo fa, quando un’organizzazione umanitaria, la “Pro Juventute”, con l’approvazione del governo elvetico e con la motivazione che vivevano una vita infelice, povera, eccetera, strappava in maniera sistematica i bambini alle famiglie zingare, impediva loro qualsiasi incontro con la famiglia d’origine e li “dezingarava”. A questa esperienza storica si aggiungono poi, per spiegare questa diffidenza Rom nei nostri confronti, i frequenti insulti e l’atteggiamento aggressivo nei loro confronti, ... [ continua ]

Esegui il login per visualizzare il testo completo.Se sei un abbonato on-line, o hai acquistato un Pacchetto di interviste o articoli clicca qui accedere, oppure vai alla pagina Abbonamenti per acquistare l'abbonamento on-line o il Pacchetto di interviste.

Gli abbonati alla rivista hanno diritto all'abbonamento on-line gratuito!



archivio
Le tombe vuote

La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

La buccia delle mele

L’odissea di un giovane ebreo belga, di famiglia sefardita turca, nell’Europa delle deportazioni e "l’assurdo” di Auschwitz; la voglia di vivere e la diffidenza per i ricordi che demoralizzano; le difficoltà, dopo la liberazione, per ritrovarsi e l’indifferenza delle autorità turche; la questione del ladino. Intervista a Haïm Vidal Séphiha.

8 maggio 1945

Una data sulla quale si incrociano memorie diverse: l’inizio di un periodo di pace per l’Europa occidentale, l’inizio dell’occupazione sovietica per quella orientale, il massacro di Setif per i magrebini; l’istituzionalizzazione della memoria crea anche conflitti; la necessità di un’attualizzazione della memoria.
Intervista a Enzo Traverso.
Arrivarono a Auschwitz a piedi

Un interesse, quello per gli zingari, nato per caso, e proseguito nella frequentazione del campo. La scarsa copertura storiografica dello sterminio nazista. Il difficile rapporto con la memoria di una cultura orale. Un pregiudizio diffuso anche a sinistra.
Intervista a Paolo Finzi.

I rituali inutili

La memoria che oggi sembra perdersi nell’attualità, nel consumo degli oggetti, nel non aver più tempo per prendersi una pausa; il ruolo anche positivo dell’oblio che si intreccia con quello del ricordo. La funzione di un di gesto, o di un oggetto mediatore, che sposta, spiazza, apre al ricordo e al dialogo. La pena può essere proprio nello sguardo dell’altro che sa; la scoperta delle complicità.
Intervista ad Andrea Canevaro.


Ruanda
Un gruppo di scrittori africani ha vissuto per due mesi in Rwanda per poi raccontare il genocidio. Il problema che pone l’uso della fantasia letteraria e di lingue leggibili da pochissime persone. Le responsabilità storiche gravissime delle potenze coloniali e quelle politiche, altrettanto gravi, della Francia rispetto al genocidio. Il pregiudizio razzista che l’Africa sia un problema in sé, che sia diversa.
Intervista a Boubacar Boris Diop.

La vergogna
della tortura

Le ferite riportate dalle torture non si cancellano, restano, continuano a riaprirsi in un silenzio dovuto, spesso, alla vergogna per aver abbandonato i cari o per aver subìto violenze psicologicamente devastanti. Un fardello di cui non ci si potrà mai liberare del tutto. E’ lo psicoanalista a dover avvicinarsi alle barriere. L’importanza di far venire alla luce la storia.
Intervista a Anna Sabatini Scalmati.

Non provavo colpa, vergogna sì

L’intervento-intervista di Hans Koschnik al convegno di Sarajevo sulla memoria.
La cospirazione del silenzio

Il silenzio e l’indifferenza che fanno più male della persecuzione. Il trauma che infetta l’individuo, ma anche la famiglia, il vicinato, una nazione. L’importanza del risarcimento, della restituzione, della riabilitazione, della commemorazione. Parlare e raccontare è la condizione fondamentale per ogni ricostruzione. L’intervento di Yael Danieli ad un convegno a Tuzla su "trauma e memoria".
Lo sgabuzzino buio

Cosa sanno della shoà i ventenni di oggi? Una ricerca svolta all’Università di Torino con un gruppo di liceali offre una traccia preziosa di lavoro. Perché bisogna evitare di colpevolizzare in partenza i ragazzi. L’importanza delle nozioni e la lotta al pregiudizio, che non è mai vinta per sempre.
Interventi di Anna Bravo e Fabio Levi.

Il quotidiano di allora

Un viaggio a Auschwitz e Birkenau di studenti romani, accompagnati da ex-deportati, organizzato dal comune di Roma nel tentativo di coniugare storia, memoria e spirito di cittadinanza in una città che ha conosciuto le deportazioni. La realtà dei luoghi visti nei film. Il rischio che il concetto di unicità ostacoli la riflessione dei ragazzi.
Intervista a Fiorella Farinelli.
Piccoli pezzi di vita

Il problema drammatico di una memoria che non passa più nell’esperienza quotidiana e familiare. Lo spettacolo dell’orrore che rischia di suscitare rimozione e banalizzazione. Il surrogato dei film usati dalla scuola per consegnare la verità ai giovani. Arrivederci Ragazzi e Schindler’s list.
Di Andrea Canevaro.







chiudi