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Intervista ad Aicha El Hajjami, studiosa dell'Islam


  
UNA CITTÀ n. 155 / 2008 Aprile

Intervista a Aicha El Hajjami
realizzata da Barbara Bertoncin, Joan Haim

L’IJTIHAD, L'INTERPRETAZIONE
Il Corano non è un testo di legge, ma di fede, e nell’Islam fin dalle origini i credenti sono invitati alla riflessione critica perché le regole cambiano in relazione ai tempi e ai luoghi. L’importanza di un movimento di teologia riformista in cui le donne svolgono oggi un ruolo propulsivo. Intervista a Aicha El Hajjami.

Aicha El Hajjami, studiosa dell’Islam, nota per aver tenuto una lezione al re del Marocco Mohamed VI e alla sua corte nel corso del Ramadan del 2004, è docente alla Facoltà di legge dell’Università Qadi Ayyad. Vive a Marrakech.

Lei si occupa della condizione della donna nell’Islam, anche proprio sul piano teologico. Può raccontare?
Da sempre sono appassionata della cosiddetta “questione femminile”, anche a livello sociale e politico. Per quanto riguarda l’ambito religioso, studio e mi interesso in particolare del posto della donna nei testi “sacri” dell’Islam, ovvero il Corano e la Sunna. Come sapete, la Sunna raccoglie le parole e le prescrizioni del Profeta, anche le sue azioni, è quella che chiamiamo la “tradizione” profetica.
Ora, qualsiasi indagine di questo tipo deve partire certamente dal testo, tenendo però conto anche del contesto, che è l’epoca della Rivelazione. La questione del contesto storico, dell’epoca, è fondamentale. C’è infatti una tendenza ad attribuire all’Islam la situazione precaria e talvolta degradata delle donne nelle nostre società: tutte le volte che si vuole legittimare un’ingiustizia fatta subire alla donna o un’offesa alla sua dignità, alla sua umanità, ci si rifà al Corano, o agli Hadith (i detti del Profeta).
In realtà non è l’Islam il responsabile della situazione della donna nelle nostre società arabe e musulmane, quanto piuttosto le tradizioni, le consuetudini, perlopiù di natura patriarcale, se non addirittura tribali, che si sono consolidate nel tempo creando questa sorta di “sovrastruttura” sugli insegnamenti dell’Islam. Dopo la morte del Profeta c’è stato infatti un ritorno alle tradizioni e alle pratiche ancestrali e questo ha avuto delle ripercussioni su tutta la successiva produzione giuridica e normativa.
Lei non si stanca di ribadire che il Corano non è un codice di legge…
Esattamente. Questa è la prima precisazione da fare. Il Corano non è un testo di legge. E’ un testo di fede che in quanto tale chiama in causa tutti i fedeli, senza distinzione tra uomini e donne. Purtroppo si è voluto trasformarlo in testo di legge, arricchendolo di un gran numero di regole che sono semplicemente il prodotto umano degli Ulema, i dotti dell’Islam (perlopiù uomini, tra l’altro) che hanno proiettato le loro idee sul testo, in conformità con la cultura dominante del loro tempo.
Questo è un concetto fondamentale: in origine queste regole giuridiche erano appunto conformi, coerenti alla realtà sociale e alle tradizioni coeve. Infatti non suscitavano alcun tipo di reazioni, erano anzi universalmente accettate. Oggi invece, l’evoluzione della società, l’attenzione per i diritti umani, ecc. ci mettono in difficoltà costringendoci a rileggere quegli stessi testi in una nuova prospettiva. Si tratta innanzitutto di contestualizzare la Rivelazione riadattandola alla nuova realtà, alle nuove esigenze, in primis le nuove aspirazioni delle donne. E’ questo prevalentemente il lavoro che porto avanti.
Ci può spiegare che cos’è la sharia?
Premetto che è un concetto che non è chiaro nemmeno per la maggioranza dei marocchini. Spesso si usano termini in modo impreciso. C’è infatti una tendenza a confondere la sharia con il fiq ovvero i testi giuridici che traggono ispirazione dal Corano e dagli Hadith.
Etimologicamente la parola sharia significa la “via”, la direzione. Il Corano è composto infatti dal testo stesso, cioè dal suo senso letterale, ma anche dalla “via” che indica; ci sono poi i maqasid che sono gli obiettivi, le finalità, i principi verso cui si orienta il testo. Mi spiego: qualsiasi versetto coranico fa sempre riferimento a una data situazione, nel senso che offre una soluzione a uno specifico problema che si è posto all’epoca della Rivelazione, ma contemporaneamente contiene l’indicazione della direzione in cui andare. Questo, ancora una volta, dimostra come la soluzione proposta sia sempre provvisoria, legata a un preciso periodo storico.
Del resto esiste anche una regola giuridica che dice che le regole cambiano in relazione ai tempi e ai luoghi. Certo ci sono dei principi categorici, che non sono soggetti al cambiamento, ma nel Corano c’è un invito permanente a lavorare, ad approfondire, a meditare per avvicinarsi alla verità. C’è un concetto di progressione che è presente in tutti i testi.
Prendiamo la poligamia. Si è sempre detto che è stato l’Islam ad instaurare la poligamia (persino nell’inconscio dei musulmani resta una prescrizione religiosa). Tra parentesi, oggi la poligamia in Marocco rappresenta meno dello 0,1% perché costa cara e perché la Mudawana comincia ad agire. In realtà, questa correlazione che si fa sempre tra Corano e poligamia è scorretta. Bisogna infatti considerare il contesto dell’epoca della Rivelazione in cui la poligamia era molto diffusa. Parliamo di una società tribale che praticava la schiavitù, in cui le donne erano spesso prede di guerre e per gli uomini non esistevano limiti al numero di mogli possibili; potevano arrivare a 15-20, a seconda del rango sociale. Ecco, l’Islam ha posto questo limite delle quattro mogli. Il versetto in questione poi aveva un altro obiettivo: la protezione delle orfane. In questa società tribale, quando il padre moriva, le bambine venivano affidate al capo della tribù che spesso ne abusava. Il versetto dice: lasciate stare le ragazzine, sposate altre donne, potete prenderne una, due, tre o quattro. La poligamia viene limitata a quattro mogli.
Non solo, in un altro versetto si dice: “Siate giusti verso le donne” aggiungendo: “Non potrete mai essere giusti verso le donne, se non con una sola”. Bisogna dunque essere ciechi per non rendersi conto che l’obiettivo ultimo era la monogamia.
Per quanto riguarda i principi non transigibili, c’è sicuramente il concetto dell’unicità di Dio, comune a tutte le religioni monoteistiche. Bene, perché questo principio è indiscutibile? Perché se Dio è uno solo, mio marito non può essere il mio Dio, il mio superiore; ugualmente al lavoro il mio capo non può essere il mio superiore e nemmeno il capo tribù.
Ecco, l’unicità di Dio porta con sé l’idea della parità e dell’uguaglianza assoluta: siamo tutti uguali davanti a un solo Dio. E’ questo il concetto principale che ha voluto affermare l’Islam. Nell’Islam non esiste il clero: il saggio, il dotto non appartiene a un rango superiore, nello spirito dell’Islam le persone sono tutte uguali.
Prendiamo i versetti sull’eredità. Bene, bisogna sapere che fino a quel momento, le donne erano parte dell’eredità; quando il marito moriva venivano “ereditate” dal fratello, dal padre; un oggetto che nella successione cambiava proprietario. Ecco che viene invece introdotto il concetto della donna che eredita. E anche qui, il fatto che alla donna spettasse la metà di quello che spetta all’uomo (in questo caso al fratello), ha una sua spiegazione storica. La donna infatti non era tenuta a spendere il proprio denaro, era il fratello e poi il marito che dovevano mantenerla; lei cioè rimaneva proprietaria del suo patrimonio, senza doverlo intaccare per le spese familiari. Questa apparente ingiustizia si spiega cioè col fatto che spettava esclusivamente all’uomo il mantenimento di tutte le donne della famiglia (proprio tutte: poteva trattarsi anche di una lontana cugina che avesse perso il marito). Naturalmente adesso la situazione è cambiata: le donne lavorano, partecipano alle spese familiari, in Marocco il 20% delle famiglie è mantenuto da donne; è una quota enorme per una società che si definisce tradizionale e patriarcale. Mi chiedo dunque se non sia giunto il momento di rileggere il Testo anche sotto questo punto di vista.
Nella religione islamica, chi ha il diritto di interpretare i testi sacri? Quali sono le competenze richieste?
Per praticare l’Ijtihad, l’interpretazione dei sacri testi, sono richieste: la padronanza della lingua araba, e poi la conoscenza approfondita del Corano, degli Hadith, e di tutta la produzione normativa. Una persona che sia in possesso di queste due competenze, è autorizzata.
La pratica dell’Ijtihad risale ai tempi del Profeta. Si racconta infatti che avesse inviato uno dei suoi compagni nello Yemen dove c’era una comunità musulmana. Si era anche preoccupato di chiedergli come pensasse di risolvere eventuali questioni o problemi, al che il compagno gli aveva risposto che avrebbe cercato di attingere al Corano o agli Hadith e, nel caso non avesse trovato delle soluzioni, avrebbe proceduto nella riflessione, avrebbe fatto l’Ijtihad. Il Profeta ha approvato.
Ci sono vari esempi di Ijtihad praticati fin dal tempo del Profeta. Per esempio nel Corano, è previsto il taglio della mano come punizione per i ladri. Ecco, tale prescrizione è stata cancellata ai tempi del secondo califfato, quando è intervenuta una grave carestia. Il califfo a quel punto ha rinunciato all’applicazione di quella sanzione con la motivazione che la povertà era tale da mettere a repentaglio la stessa dignità delle persone, costrette a rubare per mangiare. Di nuovo una prescrizione che nel Corano è molto chiara non viene fatta valere. Cosa significa? Che esiste il testo del Corano, ma ci si può lavorare sopra.
L’unico criterio da rispettare nell’Ijtihad è quello dell’interesse individuale e generale (in arabo al-Maslaha).
L’Ijtihad comunque è stata praticata in modo molto ampio durante i primi quattro secoli dell’Islam. Dopodiché c’è stata una sorta di involuzione dovuta al fatto che a fare l’esegesi dei testi erano sempre più spesso persone che non conoscevano bene la religione, che non padroneggiavano l’arabo, che hanno cominciato a dare delle fatwa (delle opinioni giuridiche) in modo un po’ anarchico, per così dire. A quel punto si è intervenuti per scoraggiare la pratica dell’Ijtihad così da custodire l’essenza della religione. A partire da quel momento le cose sono cambiate...
La pluralità era consustanziale all’Islam delle origini. Basti ricordare che nell’ambito dell’Islam sunnita sono nate quattro grandi scuole per iniziativa di quattro grandi “sapienti” che avevano i loro discepoli, che hanno scritto dei testi e che ovviamente avevano delle divergenze tra di loro.
Si racconta che uno dei fondatori raccomandasse di non schierarsi con le sue posizioni, senza aver analizzato le sue argomentazioni e in assenza di una vera convinzione. Un altro avrebbe detto: “Quello che io sostengo su questo argomento è quello che penso oggi, ma domani potrei cambiare idea”.
Altro esempio: il fondatore del Malikismo -una scuola molto diffusa nel Maghreb- aveva rifiutato che il suo libro diventasse il testo ufficiale, il riferimento unico per tutto il mondo musulmano, come gli aveva proposto un califfo, adducendo come motivazione proprio il fatto che anche lui poteva sbagliare. La tolleranza, l’accettazione delle differenze sono già presenti alle origini.
Che cosa è poi accaduto?
E’ successo che il mondo musulmano si è rinchiuso su se stesso e questa chiusura è coincisa con la fine dell’Ijtihad, della riflessione critica, e con l’emergere di poteri autoritari. I primi detentori del potere nell’Islam, i califfi delle origini, non avevano mai preteso di avere un potere assoluto: anch’essi erano infatti soggetti alla Legge, come tutti. Nel momento in cui la dimensione politica si è mischiata con quella religiosa, abbiamo assistito alla nascita di una nuova forma di potere che appunto non accetta la contestazione, non tollera divergenze, né differenze. Ci sono stati anche degli scontri tra alcuni califfi e i dotti, che nella società spesso avevano più autorevolezza di chi deteneva il potere -c’è infatti differenza tra potere e autorità. Alcuni ulema sono addirittura morti in seguito alle torture inflitte loro perché si erano rifiutati di accettare il punto di vista del califfo. E’ il caso dell’Imam Ahmed ibn Hanbal che, per esempio, aveva emesso una fatwa sostenendo che non si poteva obbligare nessuno a divorziare, dopo che un emiro si era invaghito della moglie di un popolano e aveva quindi costretto quest’ultimo a separarsi dalla sua compagna. Ovviamente, pur essendo un parere relativo ad un aspetto della vita privata, la fatwa aveva assunto una portata politica perché in qualche modo delegittimava il potere del califfo.
In passato c’è stata quindi una lotta tra il sapere e il potere, ma è stato con la separazione tra sapere e potere che è iniziato il declino.
Ci sono segni di un’inversione di tendenza?
Personalmente io rappresento ben poco. Il Rinascimento dell’Islam è cominciato all’inizio del XX secolo attraverso l’opera di grandi studiosi musulmani, in particolare in Egitto e in Afghanistan. C’è stato un rinnovamento, una rilettura dei testi e questo è accaduto nel momento del contatto con l’Occidente. Purtroppo l’incontro è avvenuto in modo infelice, ovvero con la colonizzazione. Non c’è stato cioè un contatto tra pari. E’ accaduto invece che una civiltà ha cercato di imporsi, ignorando l’altra; i coloni hanno imposto la loro civiltà, facendo piazza pulita di tutta la storia di questi popoli che pure avevano una loro storia, una loro cultura. Sono rari i colonizzatori che hanno capito. Ho in mente il maresciallo Lyautey, di stanza in Marocco. Ecco lui rimase abbagliato da Fes, dal livello di civiltà; addirittura dichiarò che non si doveva toccare nulla, che quella civiltà andava rispettata, c’era anzi da imparare.
Comunque gli studiosi musulmani che hanno dato inizio a questo percorso erano consapevoli sia del contributo dell’Occidente che di quello della civiltà musulmana. Hanno infatti cercato di conciliare i due mondi, di gettare dei ponti anche a livello dei concetti (talvolta facendo delle acrobazie). Per esempio il principio della democrazia è in qualche modo sovrapponibile a quello della Chura, della consultazione, cioè dell’invito a non prendere decisioni in modo unilaterale. Fin dai tempi del profeta si è sempre praticata la Chura indicendo consultazioni prima di prendere decisioni. Ugualmente per altri concetti è stato fatto questo sforzo molto lodevole.
Ora stiamo assistendo a un ritorno sui testi. Con una novità: si sta sviluppando un movimento di rilettura dei testi che vede una presenza significativa delle donne.
Questo movimento di teologia progressista, riformista, ha un qualche seguito nella società?
In realtà si tratta di uno studio, di una ricerca, che viene fatta prevalentemente a livello individuale. Non c’è un vero e proprio movimento. Tra gli altri, esiste un gruppo di ricerca che ha appena iniziato la sua attività a Rabat sotto il coordinamento di Asma Lamrabet. Asma è una donna medico che ha lavorato molto in America Latina e che recentemente ha scritto un libro importante, Le Coran et les femmes. Ha studiato in una scuola francese, non è specializzata in teologia, ma ha fatto un lavoro di ricerca molto importante. Ci sono dunque persone che operano in questo modo, senza essere inserite in una struttura, con il solo scopo di lavorare seriamente sui testi. Assieme ad Asma abbiamo in programma di collaborare con la Lega degli Ulema marocchini che raccoglie i più grandi esperti dell’Islam, che però spesso non sono particolarmente attenti alla questione femminile. Confidiamo sia un incontro fruttuoso. Il segretario generale della Lega, Ahmed Abbadi, è una persona di grande valore e si è già detto disponibile a lavorare con noi, a collaborare; quale possa poi essere l’impatto di questi contributi sulla società è tutto da vedere...
Come si colloca la Mudawana, il nuovo Codice della Famiglia, in queste dinamiche?
Credo che il Nuovo Codice della Famiglia sia una delle conseguenze di questa ricerca. Intendiamoci, la riforma della Mudawana è stata promossa da donne laiche, che lavoravano in associazioni femminili che non facevano riferimento all’Islam, bensì ai diritti umani e alle convenzioni internazionali sottoscritte anche dal Marocco. Tuttavia, senza una legittimazione a livello teologico, le donne si erano trovate davanti un muro. Perché la maggioranza dei marocchini (anche le donne) consideravano le riforme da loro proposte frutto di un’imposizione da parte dell’Occidente, e comunque non adatte alla società marocchina.
Tant’è che il Plan d’action per l’integrazione delle donne allo sviluppo proposto nel ’99 dal Governo dell’alternanza di allora suscitò l’opposizione della maggioranza dei marocchini.
Si è così reso necessario, in qualche modo, fare un passo indietro e provare a individuare dei fondamenti religiosi a questa battaglia. Per esempio, a proposito del divorzio, le donne di formazione laica e modernista sono dovute ricorrere ad argomentazioni religiose per dimostrare che tali rivendicazioni non erano contrarie alla dottrina dell’Islam.
Secondo una ricerca condotta su scala nazionale negli anni 2004-2005 è risultato che più del 90% della popolazione marocchina fa riferimento ai valori dell’Islam. Insomma, si è dovuti passare di lì. Ovviamente parliamo di un Islam molto superficiale, perché, a rigore, secondo la nostra visione, l’Islam potrebbe concedere addirittura più diritti di quelli rivendicati dalle femministe marocchine.
Ci sono diverse manifestazioni dell’Islam: c’è l’Islam ufficiale, l’Islam popolare, l’Islam dotto, ma non si può negare che sia una delle componenti fondamentali, anche a livello sociologico, della nostra attuale società.
E’ allora evidente che non si può contrastare in modo radicale un’idea così diffusa e radicata nella società. Bisogna lavorare dall’interno, questa almeno è la mia opinione, tanto più che c’è sempre questa percezione dell’Occidente e dell’Altro considerato come l’invasore, l’oppressore e così via... Insomma, bisogna aiutare la società a riconciliarsi con il suo patrimonio originario. Le riforme passeranno meglio se in conformità e armonia con la coscienza e la sensibilità della popolazione.
Ma i giovani come vivono l’appartenenza religiosa nelle loro scelte quotidiane?
I giovani oggi vivono nella globalizzazione, sono dunque influenzati da tutto ciò che accade nel mondo e quindi condividono (casomai in modo contraddittorio) i valori che passano attraverso i mezzi di comunicazione, internet e così via. I giovani marocchini non sono mai rimasti tagliati fuori; anche qui abbiamo vissuto le ripercussioni del maggio ’68. Parlo anche di chi non è mai stato in Francia o all’estero. Da questo punto di vista direi che nella vita quotidiana la società marocchina è abbastanza laica. Certo, assistiamo anche a un ritorno a una concezione “pura e dura” dell’Islam. Come sappiamo, il recupero della dimensione religiosa può essere una forma di ricerca identitaria. Purtroppo, nel momento in cui si configura come movimento reazionario rispetto a ciò che accade nella società, a questa apertura, alla globalizzazione, alla modernità, c’è sempre il rischio di derive fanatiche.
In questo paese è il re, secondo la costituzione, il responsabile del rispetto del Corano da parte dei suoi sudditi (art. 19 della costituzione); la costituzione stabilisce anche che l’Islam è la religione dello stato. Ed è stato proprio il re a sbloccare la riforma del Codice di Famiglia, facendosi personalmente carico di questa questione nominando una commissione consultativa in cui ha collocato tre donne -non teologhe. Il suo intervento, soprattutto alla luce dell’opposizione delle frange fondamentaliste, ha avuto un grande valore simbolico.
Uno dei problemi principali della Mudawana rischia di essere la sua applicazione.
Il nuovo Codice soddisfa in gran parte le rivendicazioni delle donne, ma la sua applicazione in effetti pone molti problemi, di ordine sociale, socio-economico, anche di tipo educativo. Io lavoro in un centro di ricerca alla facoltà di diritto di Marrakech, che ha recentemente condotto un’indagine sull’applicazione del Codice della famiglia nei tribunali di Marrakech e di Immentanout, una cittadina a sud, in direzione di Agadir. La nostra ricerca è durata un anno e mezzo e ciò che emerge, prevedibilmente, è che non bastano delle norme giuridiche –anche molto buone- per cambiare le cose. Occorre un lavoro di accompagnamento perché ci sono diversi ostacoli, la povertà, l’ignoranza, l’analfabetismo, che impediscono di applicare alcune disposizioni del Codice. Faccio solo un esempio. La legge attualmente impedisce il matrimonio con minorenni, pur accordando al giudice la possibilità di concedere deroghe; ecco, le deroghe stanno diventando la tendenza dominante nel tribunale di Immentanout. D’altra parte se le ragazzine non vanno a scuola e vivono in situazioni di estrema povertà, la prospettiva del matrimonio spesso è l’unica chance sia per la ragazzina che per la famiglia, che ha una bocca in meno da sfamare.
Devo dire che ho potuto constatare tutto questo con i miei occhi. Dato che all’inizio ero critica, i giudici mi hanno infatti invitata ad assistere a questi momenti di richiesta di deroga, chiedendo anche il mio parere su cosa fosse corretto fare. Ecco, ho visto arrivare delle ragazzine, che non sembravano avere più di quindici anni, che non andavano a scuola, le cui famiglie non avevano i mezzi per mantenerle, costrette a farsi 5-6 chilometri nelle montagne per andare a prendere l’acqua, esposte a tutte le possibili aggressioni, comprese quelle sessuali. E’ evidente che se qualcuno le chiede in sposa, è considerata una grande fortuna. I genitori non hanno dubbi: “Un giorno o l’altro potrebbe essere violentata, potete immaginare cosa significa in questo tipo di società una ragazza violentata, magari con un bimbo illegittimo…”. Così, anche se la ragazzina non ha ancora 18 anni, il matrimonio è considerato una forma di protezione. Il padre o la madre lo dicono esplicitamente al giudice: “Se lei non ci dà l’autorizzazione e accade una disgrazia a mia figlia, lei sarà responsabile di fronte a Dio”.
Come va interpretato oggi il velo, e la tendenza è a metterlo o a toglierlo?
Negli anni ’60 erano solo le ragazze che frequentavano la scuola a non portare il fazzoletto. Allora infatti le donne marocchine usavano o il semplice fazzoletto o un leggero velo in mussola, che poteva essere anche molto bello, si indossava con la jellaba, la tunica tradizionale, era questo l’abbigliamento più diffuso. Erano poche le donne che si vestivano diversamente; del resto erano pochissime le ragazze che andavano a scuola.
Quando ero bambina e anche da adolescente era normalissimo vedere donne velate oppure con il fazzoletto. A un certo punto le giovani hanno smesso il fazzoletto (mentre le nostre madri continuavano a velarsi). Un po’ come è successo e succede da voi nei paesini del Sud Italia, e in generale nei paesi mediterranei, nell’Europa orientale.
Il ritorno al velo come ritorno all’Islam è cominciato con la rivoluzione dell’Iran. Non si può separare questo ritorno alla religione dalla storia recente del mondo arabo-musulmano. Il 1967 è stato per tutta una generazione araba e musulmana la fine di un sogno, un sogno che si era alimentato della rivoluzione in Egitto, dell’emergere di regimi di sinistra in Siria, in Iraq, e così via. Poi c’è stata la sconfitta del 1967 che per noi è stata una naqba, una catastrofe, insomma.
Allora è subentrata una sorta di disperazione.
Poi c’è stata la rivoluzione iraniana che, indipendentemente dal fatto che fosse sciita, ha dimostrato che l’Islam può anche essere promotore di una rivoluzione, può rovesciare un potere dittatoriale, e può generare nuove soluzioni. Certo, alla fine anche quella vicenda è stata fonte di delusioni, ma all’inizio è stata registrata come un fatto nuovo, che rinnovava la speranza in qualche modo. E’ a partire da quel momento che i giovani, alcuni gruppetti in particolare, hanno cominciato a spingere per un ritorno all’Islam, Islam che era sempre rimasto presente nella società, ma che ora veniva declinato in modo diverso.
Il ritorno al velo ha anch’esso significati molto diversi, per ogni donna che lo porta può esserci una spiegazione differente: c’è chi lo porta come un atto di fede, per qualcuna è una specie di reazione verso le nuove tendenze della moda che denuda le ragazze; talvolta agisce la pressione sociale, quella dei genitori in particolare (anche se mi sembra un fenomeno molto limitato, questo dell’imposizione del velo). A mio avviso il ritorno al velo non è necessariamente sinonimo di un ritorno allo spirito arcaico; ci sono infatti delle femministe velate che hanno delle idee molto più progressiste di tante donne non velate. E’ una situazione molto fluida.
Io personalmente non sono mai stata tanto ligia al fazzoletto, ho iniziato ad usarlo molto recentemente. Mi sento a mio agio, come prima mi sentivo a mio agio senza. Quello che mi turba è la riduzione della donna ad oggetto: anche prima di usare il velo mi sono sempre abbigliata in modo, come dire, decente. Se mi vesto in un certo modo, l’uomo non mi ascolterà, mi guarderà, e questo mi dà molto fastidio. Fino a che gli uomini non saranno educati...
Nell’Islam abbiamo una pratica particolare che è l’“educazione dello sguardo” perché lo sguardo esprime molte cose. Ci sono uomini che hanno un’aria molto seria, ma che hanno uno sguardo pernicioso, malsano che infastidisce, che mette a disagio.
Le mie figlie comunque sono assolutamente libere, non portano il velo, ma nemmeno indossano cose vistose o di dubbio gusto. Io certo non imporrò mai il velo a nessuno. La maggiore ha portato il velo fino a che ha finito la maturità, dopo sei mesi l’ha tolto. Io non ho fatto commenti, rispetto le sue decisioni. Questo è anche il modo in cui sono stata educata io. Mio padre, che pure era un sapiente dell’Islam, non mi ha mai imposto il velo. Io poi sapevo che gli avrebbe fatto piacere vedermelo addosso, invece paradossalmente finché è stato vivo non l’ho mai usato. L’ho messo successivamente, perché ho cambiato poi idea. D’altra parte non avrei mai sopportato che la gente pensasse che lo facevo per via della sua posizione.
Altrettanto detesto le generalizzazioni e le semplificazioni che si fanno in certi ambienti: le donne che portano il velo sarebbero delle vere musulmane, le altre no. Questo mi ripugna: non si deve giudicare la gente in base alle apparenze. Si tratta di una dimensione intima che io rispetto. Insomma, non si può gettare un anatema contro una donna semplicemente perché non porta il velo o perché invece lo porta.
Il velo non è un pilastro dell’Islam. Certo, ci sono versetti che incitano a vestirsi decentemente, ma il concetto di decenza può essere interpretato in diversi modi. Basta guardare al modo in cui si abbigliano le donne musulmane in Indonesia, Malesia o Africa, ecc. vestono tutte in modo diverso, salvo il fatto di coprirsi e in generale di non essere esibizioniste. Questo è un dato comune nel mondo arabo-musulmano.
Sono invece contraria al fatto di coprirsi il viso. Le persone devono poter essere identificate, soprattutto in un momento così segnato dalla percezione di un senso di insicurezza.
Grazie all’intervento del re, il Ministero degli Affari islamici ha autorizzato la nomina di donne “mourchidat”, ovvero consigliere spirituali nelle moschee…
Nella storia del mondo arabo musulmano ci sono sempre state figure di donne “sagge”, che potevano anche emettere delle fatwa. Io stessa ho avuto delle lontane zie, da parte di mia madre, che davano pareri giuridici alle donne che si rivolgevano loro. Non si tratta quindi proprio di una novità, ma piuttosto di una istituzionalizzazione, nel senso che ora ci si è posti il problema di offrire a queste donne una istruzione adeguata, che consiste in un anno supplementare di formazione più specifica.
Le donne “mour­chidat” vanno nelle moschee per tenere corsi e per rispondere alle domande che vengono loro poste dal pubblico. Le moschee sono notoriamente frequentate più da uomini che da donne, ma la loro presenza è ugualmente importante soprattutto per le problematiche legate alla sfera intima.
Nell’Islam c’è una regola che dice che non si deve mai provare né vergogna né pudore, si può parlare di tutto: la sessualità è molto presente nel corpus giuridico islamico e se ne è sempre parlato con estrema libertà.
Io ho frequentato la vecchia università di Fes, uno dei tre poli della teologia islamica, e ho avuto come docenti persone estremamente preparate: parlavamo di tutte le questioni che riguardano la sessualità, i rapporti tra uomo e donna. Il dato curioso è che quando ho iniziato a frequentare scuole laiche sono invece incappata in un pudore e in un imbarazzo incredibili rispetto ad argomenti di cui noi normalmente discutevamo in famiglia o con i “saggi” teologi.
Lei è impegnata anche sul piano della partecipazione politica delle donne…
In Marocco, a livello delle istituzioni politiche, abbiamo una presenza femminile molto ridotta: a livello parlamentare non supera il 10% nella Chambre des représentants e addirittura si ferma all’1% nella Chambre des conseillers. Questo è un grosso problema. Io ho lavorato a lungo con l’Adfm (Associazione Democratica delle Donne Marocchine). Nel momento della discussione di un progetto di legge sui partiti politici, avevo redatto un testo in cui insistevo per l’introduzione di misure di discriminazione positiva di carattere provvisorio, le famose quote. Purtroppo, nonostante tutti i nostri sforzi, quest’idea non è passata. Adesso, in vista delle elezioni amministrative del 2009, stiamo di nuovo lavorando in questa direzione. Bisogna infatti sapere che anche quel 10% è il risultato di una misura straordinaria, la cosiddetta Lista Nazionale, introdotta nella legge elettorale del 2000, una sorta di lista “parallela” riservata alle donne.
Io ho molte perplessità su questa Lista Nazionale. Intanto perché la legge non specifica in modo sufficientemente chiaro che è riservata alle donne (sono anche una costituzionalista), si tratta solo di un accordo tra partiti politici e il potere, quindi è molto fragile: alle prossime elezioni i partiti politici potrebbero benissimo disattendere l’accordo. Già oggi non viene applicata nella seconda Camera dove infatti ci sono solo tre donne.
Personalmente sono contraria a che tutte le questioni siano regolate per legge. E tuttavia in mancanza di una volontà politica (nei partiti domina la mentalità patriarcale), si è costretti a ricorrere alla legge. Ora diverse associazioni femminili hanno sottoscritto una specie di piattaforma per rivendicare un terzo delle candidature. Si tratta del Mouvement pour le tiers des sièges pour les femmes, il cosiddetto “movimento per un terzo”. Questa richiesta non infrange la libertà di voto, o la sovranità nazionale, perché la proposta riguarda solo le candidature, non le persone effettivamente elette. E’ del tutto legittimo che le donne siano più numerose nelle liste elettorali. Dal momento che le donne partecipano alla vita politica, economica, sociale, ecc. è giusto che siano presenti anche nelle sedi decisionali, perché, finché non potranno giocare la loro parte in quell’ambito, tutte le questioni che riguardano le donne non saranno prese sufficientemente sul serio, non potranno assumere dignità politica.

  
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Il valore inestimabile della chirurgia di base in situazioni di povertà; piccoli ospedali dove più che le attrezzature conta l’esperienza del personale maturata sul campo; situazioni di estrema necessità che aumentano l’”acume clinico” e il concetto fondamentale di "costruzione di capacità”. Intervista a Giuseppe "Pino” Meo.

Il vicino tranquillo...

Un sito che si occupa di consumatori musulmani, ma anche di cittadinanza, religione e laicità; un mercato, quello che gira attorno all’halal, dalle cifre astronomiche e che sta salvando tante aziende francesi; i segni di integrazione che non si vogliono vedere e la troppa enfasi sul burqa. Intervista a Fateh Kimouche.

Un Islam europeo

A Drancy, dove convivono una forte comunità musulmana, ma anche piccole comunità ebraiche, cattoliche e protestanti, è in corso un esperimento di dialogo interreligioso; il problema dei finanziamenti delle moschee e quello, altrettanto cruciale, della formazione degli imam. Intervista a Hassen Chalghoumi.

Il male dell'America

Il mostruoso deficit commerciale Usa e l’aumento della mortalità infantile sono solo alcuni degli indicatori del declino americano. L’Europa sta salendo al vertice delle preoccupazioni americane. Dopo la catastrofe irachena la razionalità spingerebbe a miti consigli, ma nella storia, e nell’uomo, esiste l’irrazionalità e questa spinge verso l’Iran. Un’oligarchia che non ha quasi più nulla di democratico. Intervista a Emmanuel Todd.
L’ethos imperialista

La fallimentare avventura irachena, tutt’ora senza sbocchi, ideata e decisa ben prima dell’11 settembre, quando la destra americana si convinse che, con la fine della Guerra Fredda, all’America si presentava un’occasione irripetibile per affermare anche territorialmente l’impero. La convinzione americana che l’Europa non fa paura. La novità della legalizzazione della tortura. Intervista a Philip Golub.
La sinistra patriottica

Dopo l’11 settembre una parte della sinistra americana s’è fatta contagiare dalla febbre patriottica. L’impossibilità di inseguire la destra, di far compromessi, sul terreno dei valori dominanti negli stati del sud: "God, Guns, Gays”. La necessità di tornare ai valori pragmatici della giustizia sociale. Un cosmopolitismo che oggi può trovare in internet uno strumento straordinario. Intervista a Stephen Eric Bronner.
La sinistra indecisa

Una sinistra che è stata incapace di simpatizzare con le vittime dell’11 settembre e che poi di fronte al Patriot Act che rompeva il quadro dei diritti costituzionali non ha saputo che gridare al fascismo. La sottovalutazione del problema della sicurezza. Col rigetto della guerra in Iraq la sinistra rischia di rigettare ogni possibile uso della forza. Il rischio di elezioni libere in Egitto. Intervista a Michael Walzer.
I due elettricisti

Perché trent’anni di occupazione ingiusta dei Territori palestinesi hanno favorito il progresso economico e sociale dei palestinesi. La possibilità di lavorare in Israele, di esportare e importare i prodotti locali, l’inizio degli investimenti dei palestinesi in diaspora e degli stranieri. Il disastro della seconda Intifada. Il problema della sicurezza, che per Israele viene prima di tutto, e che rischia di far naufragare ogni progetto di sviluppo. I nuovi imprenditori palestinesi, giovani dei Territori che si sono guardati in giro... Intervista a Ephraim Kleiman.
Il funzionario dell'Ohio

America mostro imperialista o forza complicata? Le due sinistre americane che non si parlano più. L’errore grave di non condannare Saddam Hussein. Il problema di un partito democratico che in tante zone del paese non è presente sul territorio. L’attacco della destra alle istituzioni ‘ancora democratiche’ come le università attraverso la denuncia di presunte discriminazioni. Intervista a Todd Gitlin.
La neo-umma

Una rivoluzione silenziosa che ha visto crescere in Europa una presenza musulmana sempre più consistente. Il senso di esclusione dei giovani e la radicalizzazione jiadista di una parte, per ora esigua, di loro. L’immaginario di una neo-umma minacciata da un Occidente demonizzato. Il senso di umiliazione vissuto tramite la tv. Immolarsi, non già per il paradiso, ma per una causa sacra. Intervento di Farhad Khosrokhavar.
Teocrazia
e imperial presidency

La teologia del "dominionismo”, che nega ogni separazione fra stato e religione e che sulla base di una lettura letterale della Bibbia vorrebbe che il Dio cristiano dominasse la vita degli uomini, pur non dichiarando apertamente i propri scopi, è sempre più diffusa negli Stati Uniti. Il pericolo di un aumento delle prerogative presidenziali. Un dialogo sulla destra religiosa fra Riccardo Gori-Montanelli e Aaron Thomas.


Ora che i mariti
sono tornati

Le donne palestinesi stanno discutendo di come far valere i loro diritti nella futura costituzione. Il problema dell’inter-pretazione della legge islamica, finora al maschile. L’esempio illuminato tunisino e la beffa subita dalle donne algerine. La tradizione inventata del velo e il rischio che la donna diventi oggetto di negoziato fra islamici e Olp. Il grande realismo della donna araba. La possibile delusione sugli accordi. Intervista a Ruba Salih.
Colei che vede chiaro

Le donne algerine, dopo aver sfidato in questi anni il terrorismo integralista difendendo la vita quotidiana delle donne, dopo essere andate a votare in massa dimostrando quanto fossero false le analisi che prevedevano un bagno di sangue, ora si stanno organizzando per la lotta politica contro quell’infame codice della famiglia che le condanna ad essere minorenni a vita. Intervista a Khalida Messaoudi.
La madre, Chicago, Harvard...

L’originalità di politiche e gesti di Barack Obama non si esaurisce nel suo carisma e nell’uso della rete, ma affonda nell’infanzia segnata dalla madre antropologa, nell’esperienza di organizzatore di comunità e ad Harvard. La figura e il ruolo di Saul Alinsky e l’importanza dell’arte di ascoltare. Intervista a Marianella Sclavi.

Il potenziale
di cambiamento

L’Amministrazione di Obama si sta dimostrando aperta al dialogo, non islamofoba e capace di criticare Israele. La questione, intricata, di Pakistan e Afghanistan. L’importanza di tenere alta l’attenzione in Iran, senza però interferire. L’impegno del ritiro dall’Iraq, ormai improrogabile.
Intervista a Stephen Bronner.

La nostra casa

Quella mattina, poco dopo la fine della guerra, in cui si presentarono tre palestinesi e chiesero di dare un’occhiata alla "loro” casa, la difficile scelta di farli entrare e poi la nascita di un’amicizia e la decisione di fare della propria casa una "open house” per israeliani e palestinesi.
intervista a Dalia Landau.
Due sarte togolesi

Un’associazione, Seniores, che mette insieme professionisti prossimi alla pensione disponibili a viaggiare e a trasmettere gratuitamente l’esperienza accumulata nel corso della vita e l’idea di due sarte di fare un corso di alfabetizzazione femminile nel mercato principale di Lomé...
Intervista a Paola Piva.
Posso sempre
andare in Ecuador!

All’indomani delle elezioni locali, in cui questa volta hanno votato anche i serbi, il Kosovo si presenta come un paese "quasi normale”; il paradosso di un paese al centro dell’Europa i cui abitanti non possono andare da nessuna parte e i problemi di un’economia che stenta a partire.
Intervista a Vjosa Dobruna.
In Cecenia è genocidio?

Il 20% della popolazione uccisa, il 50% profuga. Un terrorismo di Stato circondato dal silenzio di una stampa imbavagliata. La disperazione dei ceceni. L’indifferenza colpevole dell’Europa. Intervista a Olivier Dupuis.

Bob Dylan a Teheran

Democrazia in Iran, difesa dei diritti umani, dare voce a chi vuol diffondere le proprie idee, sono gli obiettivi di una radio fondata da iraniani emigrati che trasmette dall’Olanda; un sito con un milione e mezzo di passaggi al mese, molti dei quali dall’Iran dove sono attivi 62.000 blogger... Intervista a Kamran Ashtary.





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