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Lettere dalla Tunisia

di Micol Briziobello

Lettere dalla Cina
di Ilaria Maria Sala


"Sono, queste di Ilaria Maria Sala alla redazione di "Una città”, delle vere lettere ad amici, in cui racconta e si racconta. Racconta le sue giornate e le sue esperienze in un tono molto familiare. Ma le sue pagine ci fanno scorgere una Cina vera, con la sua gente (gli Han, ma anche gli Uiguri e i Tibetani e gli altri), e il continuo muoversi velocemente di uomini e donne in città sempre più grandi. Forse quella che cresce di meno fra tutte è proprio Hong Kong, il cui espandersi è limitato da confini fisici, geografici. Città più tranquilla, e ancora oggi più libera: per questo, probabilmente, Ilaria ha scelto di viverci". Continua qui.

internazionalismo

  

UNA CITTÀ n. 146 / 2007 Marzo

Intervista a Andrew Arato
realizzata da Barbara Bertoncin

LA GRANDE DISFATTA
L’aumento delle truppe in Iraq e l’apertura ai Sunniti sono mosse ormai tardive. Il rischio di una disfatta peggiore del Vietnam. La rinuncia ai sogni imperiali ed egemonici dell’America. L’Iraq deciderà chi sarà il prossimo presidente. L’inevitabile scelta di sedersi a un tavolo con l’Iran. Intervista a Andrew Arato.

Andrew Arato, docente di Teoria Politica alla New School di New York, ha pubblicato, tra l’altro, The Occupation of Iraq and the Difficult Transition from Dictatorship (2003).

A differenza delle raccomandazioni del gruppo Baker, la nuova parola d’ordine è diventata “surge”, ovvero un aumento, un “balzo” nelle truppe di stanza in Iraq; d’altro canto è stata avviata una nuova strategia con i Sunniti, tesa a correggere quel processo di de-Baathificazione da molti criticato… Come dobbiamo interpretare quello che sta succedendo in Iraq?
Innanzitutto, non sono così convinto che le raccomandazioni della commissione Baker, che peraltro non erano certo rivoluzionarie, siano state ignorate. In ogni caso, perlomeno c’è stato un primo contatto con l’Iran; ed effettivamente ci sono stati dei tentativi di conciliazione con i Sunniti durante l’ultimo periodo della carica dell’ambasciatore Zalmay Khalilzad, come pure il reinserimento alcuni tra i molti sottoposti all’“epurazione” post-bellica. C’è stato anche qualche contatto con gli insorti, per cui qualcosa si muove, qualcosa si evolve.
Non dobbiamo poi dimenticare che la strategia del “surge” era una possibilità prevista dallo stesso rapporto Baker. Potrei sbagliarmi, ma l’opzione di un incremento di breve periodo della presenza militare, seguita da un decremento di lungo periodo, mi sembra fosse già stata presa in considerazione. Per tutti questi motivi, non credo che l’amministrazione si sia molto allontanata da quanto previsto dalla Commissione Baker, che, ricordiamolo, non proponeva nulla di radicale né di audace.
Credo che la vera domanda da porsi sia se almeno una di queste strategie possa funzionare. Servirebbe evidentemente una sfera di cristallo per fare delle previsioni, tuttavia dal punto di vista militare ho l’impressione che il nostro contingente resti troppo ridotto per contare qualcosa: qualche beneficio si potrà ottenere solo nel breve periodo, e non su tutto il territorio.
Dal punto di vista politico, il problema principale degli Stati Uniti è che quand’anche vengono fatte delle cose giuste, ciò avviene così tardi che non riescono a incidere, certo non quanto se fossero state fatte in tempo utile. Se, ad esempio, si fosse tentato prima di costruire un’alleanza regionale con i vari paesi, come Arabia Saudita e Iran, sarebbe stata una scelta molto intelligente e importante, anche nell’ottica della questione israelo-palestinese.
Ma ora che il conflitto tra sunniti e sciiti si è allargato e approfondito, diventando parte del conflitto tra Arabia Saudita ed Iran, è troppo tardi. Così, nel momento in cui sarebbe opportuno tentare un negoziato, ci troviamo con una guerriglia che nemmeno i due Paesi sembrano in grado di fermare.
E’ certamente vero che l’Arabia Saudita ha avuto le propria responsabilità nell’avviare questo conflitto, e nell’armare i gruppi fondamentalisti sunniti in quest’ultima fase e nella precedente, l’avranno anche fatto per una questione di autodifesa, ma ora come fermare il fondamentalismo pakistano, le cellule di Al Qaeda in Mesopotamia, e tutti quei gruppi armati decentrati, accomunati dall’ideologia ma privi di un’ organizzazione unica?
Cosa intendi quando parli di “cose giuste al momento sbagliato”?
Non voglio dire che tutte le scelte giuste siano state compiute fuori tempo massimo, ma l’approccio in effetti sembra quello di uno sprovveduto: ci si mobilita regolarmente a posteriori, in base agli errori commessi, per cui è sempre una corsa a rimediare. Ma questo è il comportamento tipico di un ragazzino, non è certo la modalità con cui dovrebbe muoversi un governo. Un atteggiamento responsabile significa saper anticipare i problemi. Tra l’altro era possibile. In molti avevamo scritto con anticipo cosa sarebbe stato necessario fare: approntare una strategia da tenere con i Sunniti e in generale con i Paesi della regione, e tutta un’altra serie di elementi che -ammesso che una guerra fosse davvero la cosa giusta- avrebbero consentito di gestire la situazione nel modo migliore. Queste cose non sono state fatte allora, e ora è tardi per tentare di recuperare.
Khalilzad era lì già prima che arrivasse Paul Bremer, ed era già impegnato in molte delle cose che avrebbe fatto in seguito in qualità di ambasciatore. Bremer ha scalzato Khalilzad, che se ne è andato in Afghanistan, una cosa che pochi ricordano. Quand’era ancora in Iraq, fu proprio Bremer a fare pressioni sul governo perché venisse congedato. Al suo ritorno, Khalilzad ha quindi tentato di realizzare alcune delle strategie che aveva in mente da prima, che -di nuovo- per quanto fossero le mosse giuste arrivavano troppo tardi. Insomma mi chiedo se queste strategie abbiano ancora qualche chance, dal momento che non è possibile tornare indietro e ricominciare da zero. La situazione sembra irrimediabilmente compromessa.
Non dico che l’Iraq sia perduto: il popolo iracheno ha le energie necessarie per ricominciare su basi nuove, con un nuovo soggetto a fare da arbitro. Certo, l’occupazione americana ha fallito.
C’è ancora una exit strategy possibile?
Bisogna andarsene e prima è, meglio è. Certo, non possiamo lasciare il Paese all’improvviso, ma comunque ce ne dobbiamo andare. Sarà la cosa migliore per gli iracheni ma anche per gli americani. Ovviamente non per quegli strateghi della nostra amministrazione per i quali il ritiro equivale all’ammissione di un fallimento di proporzioni epocali.
Assumere la consapevolezza di una sconfitta comporterà infatti una svolta a centoottanta gradi, una nuova idea di internazionalismo, un nuovo atteggiamento verso il mondo intero, un addio al sogno dell’egemonia. Insomma, sarà un brutto colpo: lo sanno bene anche i democratici, ed è per questo che il ritiro delle truppe resta una scelta tanto dolorosa. Ma, intendiamoci, è una decisione molto difficile per l’élite, non per la popolazione: gli americani non hanno alcun interesse nell’Impero, per cui non ne faranno una tragedia. Per una parte della classe dirigente e degli ideologi sarà invece un vero shock essere costretti a ripensare il ruolo del proprio Paese nel mondo. Ma non c’è alternativa. Non solo, la ritirata sarà sicuramente più drammatica di quella del Vietnam, perché allora gli Stati Uniti fecero marcia indietro di fronte ai cinesi, all’Unione Sovietica, nell’ottica di un sistema di grandi potenze, per cui in qualche modo quella sconfitta faceva parte del gioco, era accettabile. Ma oggi? Oggi ci si ritira di fronte a un conflitto condotto ad armi impari e decentralizzato: un’enorme perdita di prestigio, un grande disonore per l’America. Il messaggio che viene mandato al mondo è che il grande vantaggio, l’enorme superiorità militare e tecnologica degli Stati Uniti non contano più nulla; che essere una superpotenza non significa niente, che si può comunque essere battuti in un conflitto asimmetrico e questo può avvenire dappertutto. Perché appunto i nemici in grado di sconfiggere l’America non sono più l’Unione Sovietica, o la Cina, bensì la guerriglia in Iraq, e questo nemico ci ha sconfitto proprio perché non combatte come gli Stati Uniti.
Non solo, il nostro nemico sta diventando sempre più abile. Del resto sono ormai quattro anni che si allenano a tempo pieno. Il tempo è dalla loro parte, c’è poco da fare, non solo perché diventano sempre più bravi, ma anche perché stanno raccogliendo soldi e supporto morale dai Sunniti di tutto il mondo, e quindi certo non si arrenderanno. I vecchi metodi dell’impero, i grandi massacri, non sono attuabili oggi, e dunque non riusciremo mai a sconfiggerli.
Insomma, non c’è più una superpotenza nel mondo. Un cambiamento epocale. Da questo punto di vista la resistenza a vedere tutto questo accomuna repubblicani e democratici, che non sono ancora pronti ad ammettere una tale débacle; non sono pronti né George W. Bush né Hillary Clinton.
Sono stati superati i 3000 morti. Sul sito del New York Times vengono raccolte le facce e le storie dei caduti. Come sta reagendo la popolazione americana?
Come ho detto, al popolo americano non importa ormai più nulla del mito della grande potenza che sbandiera vittorie in giro per il mondo. Parliamo di una popolazione sempre più preoccupata della propria sicurezza, di poter condurre una vita decente, con un sistema sanitario decente. Questo è ciò cui tengono, non combattere guerre…
La gente inizia a odiare tutto questo. Le percentuale di popolazione a sostegno della guerra è precipitata. Non c’è stato bisogno di arrivare ai 45 mila caduti del Vietnam, come qualcuno forse pensava. Non servono più questi numeri, perché la gente sempre più si interroga su che tipo di minaccia Saddam rappresentasse, e sul prezzo che stanno pagando. Cioè, non era la guerra degli Stati Uniti al comunismo, era solo Saddam, e non c’era alcun motivo per cui dovesse morire un solo soldato per una ragione di questo tipo. E invece, abbiamo 3000 morti e 20.000 invalidi gravi, senza contare i vari scandali che si stanno abbattendo rispetto ai veterani. Insomma, la gente sa di star pagando un prezzo molto alto e probabilmente per niente. Tutto questo gioca molto sull’opinione pubblica.
D’altro canto, i democratici hanno una maggioranza troppo risicata in senato per cui non hanno il potere di incidere sula politica di Bush.
Intanto, hanno respinto il bilancio alla Camera dei Deputati. Qualora non dovesse passare l’opposizione al bilancio, i democratici potrebbero perdere anche la maggioranza così faticosamente costruita, oppure negare il finanziamento con la sola Camera dei Deputati.
Sicuramente, fra sei mesi, le cose saranno ben peggiori: se il piano non avrà ancora funzionato, credo che si troverà una maggioranza in grado di tagliare del tutto i finanziamenti, e si passerà ad una nuova fase. Nei prossimi sette-otto mesi, possiamo immaginare due scenari: o la nuova strategia non funziona, e i democratici si rafforzano e riescono a togliere i fondi alla guerra (lo possono fare senza la firma del presidente, semplicemente non si approva il budget e questo lo può fare anche una sola Camera), oppure la nuova strategia funziona, e allora vedremo i risultati nelle elezioni presidenziali. Comunque è questione di poco tempo. Se va male, tra tre-quattro mesi sarà davvero un disastro e verranno tagliati i fondi.
Sull’andamento della guerra si sta giocando molto del destino dei candidati alla presidenza…
E’ così. Se le nuove strategie messe in atto non portano risultati, ciò si rivelerà disastroso per tutto il Partito Repubblicano tanto alle elezioni presidenziali quanto a quelle di mid-term successive. Se la guerra dovesse protrarsi fino alle elezioni del 2008, il vantaggio dei democratici potrebbe diventare davvero enorme. Se però il Congresso comincia a tagliare i fondi alla guerra prima, questo avvantaggerà i candidati democratici più radicali, come Obama ed Edwards, a scapito di Hillary Clinton, che si è presentata come troppo “pro war” per trarre beneficio da una simile configurazione politica; potrebbe ancora far parte, ma non certo essere leader, di un partito democratico che taglia i fondi alla guerra in Iraq.
Le elezioni presidenziali saranno molto influenzate dal futuro dell’Iraq, perché i candidati dipenderanno da quanto male andranno le cose. Se la strategia del “surge” non funziona, o peggiora le cose, Hillary può dire addio alle sue velleità presidenziali.
Del resto, lo si è già visto nella lotta tra McCain e Giuliani. McCain era un promotore dell’aumento delle truppe e oggi è stato sorpassato da Giuliani che, pur essendo un candidato atipico per il Partito Repubblicano, è ora in testa. Giuliani ha addirittura sostenuto Cuomo alle elezioni per l’ufficio del Governatore di New York, e non per le comuni origini italiane. La verità è che Giuliani è quasi liberal, secondo gli standard americani, e dunque sarebbe uno strano candidato per i repubblicani. Ma dato che McCain ha sostenuto il “surge” è già stato trascinato giù dall’andamento della guerra. La stessa cosa potrebbe accadere per Hillary Clinton, che si è dichiarata intenzionata a voler mantenere le truppe nell’area a tempo indeterminato. Per certi versi, è un candidato “imperiale”, per cui la situazione migliore per lei sarebbe che la situazione in Iraq restasse complicata, ma non degenerasse troppo, altrimenti, come dicevo, verranno avvantaggiati i due candidati radicali, Obama ed Edwards. Insomma la guerra è destinata a incidere sulla corsa alla presidenza.
Dunque, potrebbero esserci delle sorprese…
Teoricamente sì, per quanto ad avere chance per la presidenza sono veramente in pochi. Per concorrere infatti servono molti soldi; la campagna elettorale è incredibilmente dispendiosa in America, per cui in qualche modo si sa molto presto chi davvero può farcela e in genere è chi ha i soldi… Comunque, direi che sul versante repubblicano sono fondamentalmente in tre: McCain, Giuliani e Romney, gli altri nomi si possono tranquillamente dimenticare.
Tra i democratici, ad avere qualche chance, per ragioni molto diverse, come sappiamo sono Hillary Clinton, Edwards e Obama. Hillary Clinton ha l’organizzazione, Edwards ha il programma, un programma molto populista, e Obama ha il carisma e l’intelligenza; tre profili molto diversi. Il senso comune dice che vincerà chi ha l’organizzazione. Hillary poi ha anche i soldi, e poi ha alle spalle il genio politico di Clinton, che ha un talento politico eccezionale in questo campo, per quanto anche lei sia dotata. Questo è il vantaggio di Hillary, che però poi, come ho detto, ha il problema della guerra; se non ci fosse stato il voto negativo sulla guerra sarebbe stata invulnerabile. Ha poi un altro problema, una sorta di negatività, a molti non piace, sconta il cosiddetto “woman factor”. Segolene ha lo stesso problema…
Cosa dobbiamo aspettarci rispetto all’Iran?
Negli Stati Uniti ci sono ancora delle componenti favorevoli a una guerra e alcuni europei sono sufficientemente stupidi da andarci dietro. Francamente è difficile capire la strategia di Blair e quale sia il suo piano dal momento che le sue truppe sono già in balia dell’Iran. Se pensa di trovarsi a una riedizione delle Falklands non ha capito niente.
La verità è che gli americani sono incapaci di condurre una guerra laggiù. Al massimo potrebbero sganciare bombe... D’altro canto, la situazione s’è messa in un modo… I mullah ancora non riescono a credere che quello per cui hanno duramente lottato negli anni ‘80, senza riuscirci, ora l’hanno ottenuto dagli Stati Uniti su un piatto d’argento. Di qui l’idea che per uscire serva una nuova guerra; reazione logica se vivessimo nel XVIII secolo, poco razionale oggi che anche gli hezbollah sono riusciti ad averla vinta in Libano, nonostante l’abissale sproporzione di mezzi. Insomma, anche qui, le strategie approntate rischiano di essere controproducenti. Se infatti gli Stati Uniti aumentano le pressioni contro l’Iran non faranno che rafforzare gli elementi più radicali del Paese.
Io credo si debba cambiare radicalmente approccio e accettare di negoziare.
Ciò che serve è un assetto di compromessi regionali. Un nuovo equilibrio. L’Iran non è più un Paese fondamentalista ed è assolutamente capace di stare in una trattativa. Paradossalmente oggi sono gli Stati uniti ad essere divenuti un paese fondamentalista. E’ questo il problema: sono pieni di nemici e non accettano alcuna contrattazione…
L’Iran, per non proseguire nella corsa al nucleare, chiede di essere rassicurata rispetto a Israele. Israele ha la bomba e l’Iran teme sia diretta contro di loro. E quindi vogliono garanzie affinché non venga usata. Tale garanzia può essere offerta solo dagli Stati Uniti. Ecco, in una contrattazione evidentemente delicata e complessa si possono affrontare anche questioni di questo tipo. Bisogna però accettare di sedersi a un tavolo.
C’è un’altra considerazione da fare. L’Iran prosegue nel suo piano anche perché, rispetto all’Iraq, la lezione è diventata che -se devi essere attaccato comunque- meglio essere effettivamente armati. Saddam non aveva le armi ed è stato attaccato. La Corea le aveva e non è stata attaccata. Insomma, al di là di tutto, avere le armi è decisamente meglio che non averle. L’alternativa sono trattative e accordi internazionali e io credo che l’Iran sarebbe disponibile, perché non è più il Paese di Khomeini, oggi è un luogo diverso…


  


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