









UNA CITTÀ n. 136 / 2006 FebbraioIntervista a Elio Giovannini
realizzata da Carlo De Maria
L’EPOPEA DELLA FEDERTERRA
Una vulgata comunista che identifica il biennio rosso con il consiliarismo operaio e Livorno come la fine della preistoria del movimento dei lavoratori. Fu un momento straordinario, una vera rivoluzione democratica, guidata dai braccianti e dai mezzadri. Il grande commonwealth socialista, fatto di leghe, cooperative, case del popolo, università popolari. Il disastro del ruralismo fascista. Intervista a Elio Giovannini.
Elio Giovannini, sindacalista, già segretario della Cgil, è autore del libro L’Italia massimalista. Socialismo e lotta sociale e politica nel primo dopoguerra italiano (Ediesse, Roma, 2001), nel quale ha proposto una nuova lettura del “biennio rosso”.
Nel tuo libro sul biennio 1919-1920 affermi che il dato centrale di quel periodo è la massiccia irruzione sulla scena politica dei giovani soldati-contadini, reduci dal fronte. Insomma, furono loro i principali protagonisti di quel momento rivoluzionario?
Sì, i salariati agricoli sono i protagonisti dello scontro sociale dell’intero biennio. I quattro milioni di braccianti costituiscono la forza più combattiva, quella dotata di una elevata coscienza politica. Nelle campagne italiane, rispetto all’anteguerra, è in atto un vero rovesciamento dei rapporti sociali. Non solo: si tratta di una vera e propria trasformazione culturale, una rivoluzione nel costume e nelle coscienze, che rompe antichi steccati e dà a milioni di uomini e donne una nuova idea della cittadinanza politica e nuova dignità sociale. Questa profonda trasformazione vede in primo piano proprio i giovani reduci appartenenti alla Federterra (la Federazione nazionale lavoratori della terra): sono loro i veri protagonisti della rivoluzione italiana.
Quando nel novembre 1918 finalmente cessano i combattimenti, milioni di uomini e di donne, in Italia, si rendono conto di vivere in un mondo in cui l’ambiente tradizionale di vita e di lavoro è profondamente mutato. La straordinaria accelerazione della storia prodotta dalla Grande guerra ha travolto radicate abitudini, modificato il costume delle donne, rotto l’isolamento sociale delle comunità contadine. Sul piano sociale la trasformazione è immensa. Le donne sono state obbligate ad andare a lavorare in fabbrica (soprattutto nell’industria bellica) e nelle campagne, per rimpiazzare gli uomini al fronte. Le loro abitudini cambiano: le nuove lavoratrici escono dalla dimensione domestica. Nei campi, nelle fabbriche, nelle file per il sussidio, sono accomunate dalla stessa sorte e dagli stessi problemi di lotta per la sopravvivenza. Sono 200.000 nelle fabbriche, 600.000 nelle confezioni militari, centinaia di migliaia nei servizi, milioni nell’agricoltura. Basti pensare che nelle campagne, dei 4.800.000 uomini oltre i 18 anni, 2.600.000 sono stati inviati al fronte e sostituiti nel lavoro da milioni di donne, vecchi e ragazzi. Si può davvero dire che milioni di piedi e di cervelli si erano messi in movimento.
Non solo l’Italia, ma l’intera Europa esaurisce al fronte risorse e uomini, affamando milioni di famiglie. L’altra faccia della guerra, però, è la modernizzazione forzata dell’economia e della società nazionale. Milioni di italiani e di italiane, nella prima esperienza collettiva veramente nazionale, cambiano lavoro, residenza e mentalità . L’esigenza di imparare a leggere e a scrivere, per mantenere le corrispondenze epistolari da e verso il fronte, spinge il tasso generale di analfabetismo dal 48% del 1911 al 27% del dopoguerra. Il “soldatino” scrive alla famiglia; mentre le donne scrivono al fronte, magari con l’aiuto del parroco. Ma c’è di più: la mobilità imposta ai richiamati e ai civili, con l’incontro e la sovrapposizione di dialetti diversi, configura per la prima volta un italiano popolare comune, quasi una nuova lingua, che non ha molto in comune con la lingua che si impara a scuola. La gente si trasferisce, conosce il treno. I giovani contadini inviati al fronte vengono sradicati da un ambiente molto limitato e circoscritto, quello dei campi, e vedono per la prima volta il mondo, imparano il rapporto con gli altri, con degli estranei. C’è una enorme trasformazione sociale, senza la quale è incomprensibile quello che succede sul piano politico nel biennio successivo alla guerra.
Lelio Basso, nel 1963, scrisse riguardo al biennio rosso: “Nessuna lotta precedente in Italia, e neppure successiva la Resistenza, sollevò una così vasta presa di coscienza collettiva, un rivolgimento così profondo dei valori prestabiliti, un’ondata così alta di entusiasmo e di volontà di rinnovamento; mai l’iniziativa democratica delle masse toccò un più alto livello”. Fu, dunque, una rivoluzione democratica?
Non c’è dubbio. Milioni di persone hanno cominciato a pensare di poter fare delle cose, di essere finalmente in gioco, di avere un ruolo. Le operaie nelle fabbriche, le donne che vanno a fare la fila per il sussidio e che si confrontano tra loro e protestano. Le prime proteste contro la guerra sono proteste di massa delle donne, già nel 1917. Proprio Lelio Basso racconta in un libretto di memorie, La prima tessera socialista, un suo ricordo personale, estremamente significativo, di quando durante una delle file per il pane (che era razionato) le donne del popolo non fanno passare la “signora”, dicendole: “mettiti in fila, sei una di noi”. E poi c’è una rivoluzione nel costume: le donne che sono andate a lavorare in fabbrica cominciano, ad esempio, a mettere le calze di seta che prima non conoscevano. Ma pensiamo anche al cinematografo, che diventa una forma di informazione (sull’andamento della guerra) e di rapporto con il mondo, non certo paragonabile alla vecchia modalità teatrale, molto più ristretta. C’è proprio un cambiamento generale nella mentalità e nella cultura della gente, che avviene attraverso la durezza della guerra, con le sue estreme difficoltà, ma anche con le trasformazioni che essa comporta, nelle fabbriche e nelle campagne.
Nel 1919-20 milioni di uomini e donne scendono in lotta per un futuro più libero e giusto. Nelle campagne, ben oltre i pur importanti miglioramenti salariali, con l’imponibile di manodopera e il collocamento ad opera del sindacato, i lavoratori agricoli sostituiscono all’arbitrio padronale il riconoscimento delle loro organizzazioni. Con il controllo del collocamento, si stabilisce l’obbligo dei padroni a rivolgersi non ai singoli individui ma alle leghe, per avere dei lavoratori. Con l’imponibile, viene fissato un contingente fisso di manodopera che ciascun fondo agricolo deve impiegare. Mezzadri e coloni, da parte loro, conquistano patti collettivi che migliorano il riparto della gestione e del prodotto del fondo. Decine di migliaia di contadini del Lazio e della Sicilia occupano e lavorano terre incolte o malcoltivate. Nelle fabbriche, dopo il pieno riconoscimento delle commissioni interne e lo storico conseguimento delle otto ore, si afferma la contrattazione collettiva del salario e delle condizioni di lavoro. Oltre i ferrovieri, grandi categorie di dipendenti pubblici come i maestri, i postelegrafonici, gli statali scioperano e si organizzano nel sindacato. E’ questo lo straordinario movimento di popolo che segna il dopoguerra italiano.
Dalla lettura del tuo libro mi sembra emerga che sul biennio rosso si è consolidato un mito “comunista”, quello del consiliarismo di fabbrica come fatto saliente. Mentre, in realtà, protagonista principale era la Federterra, caso forse unico al mondo di avanguardia contadina.
E’ effettivamente così, di questo sono profondamente convinto. Anche i tempi dello scontro sono diversi. In fabbrica il punto più alto, che già segna un limite e una sconfitta, è rappresentato dalla lotta di Torino dell’aprile 1920. Dopodiché c’è la discesa e il declino del movimento, a causa della crisi economica e dell’allontanamento di molta forza lavoro dalla produzione militare, che si trasforma e si riconverte. La stessa occupazione delle fabbriche è, in realtà, una grande battaglia difensiva; non come ce la racconta una tradizione storiografica successiva “il punto più alto” del conflitto. Sì, certo, è un punto altissimo di partecipazione democratica, di controllo operaio, però avviene come risposta alla volontà padronale di non chiudere il contratto, di non concedere gli aumenti. Avviene, insomma, come risposta a una difficoltà, in una situazione in cui le lotte operaie sono già in discesa.
Al contrario, ancora nella grande estate del 1920, le lotte contadine nella Pianura Padana e in Puglia sono al punto più alto, si realizzano le conquiste sociali ed economiche di maggiore importanza. Gli ottomila accordi che si chiudono tra i proprietari e le leghe bracciantili nel 1920 sono l’apice di tutto il movimento. Non c’è dubbio che è nelle campagne il punto più alto, e più duraturo, dello scontro di classe. Perfino dopo la sconfitta durissima dell’inverno 1920-21, quando cominciano ad arrivare i disoccupati dalle città, quando salta l’equilibrio delicatissimo che le leghe hanno costruito tra posti di lavoro, salari e collocamento, quando insomma non è più possibile gestire quel rapporto complesso che sostiene lo scontro sociale, ancora per circa un anno e mezzo al Sud continuerà la lotta per l’occupazione delle terre.
L’onda della trasformazione che nasce dalla guerra è profonda, e prosegue a lungo nelle campagne.
Proprio all’inizio del tuo libro scrivi: “il massimalismo socialista ha goduto sempre di una pessima fama”...
Ma certo... Ancora adesso “massimalista” è una specie di insulto. Sono i conti non fatti con la storia del movimento operaio. Viviamo per rimozioni, chiudiamo il discorso su certe cose, considerandole ovvie e risolte, forse invece non lo sono. Forse varrebbe la pena ridiscutere, ricapire. Il massimalismo è stato “sfortunato”, perché ha incontrato una storiografia a lui sfavorevole. Dopo la Liberazione, c’era un Partito comunista così forte, così importante nella storia sociale italiana, così egemone nel movimento operaio, che la storiografia prevalente ha considerato per anni “Livorno” come la nascita del vero Partito (come noto, nel gennaio 1921 a Livorno nasce il Partito comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale comunista). Prima c’era solo la preistoria, a Livorno comincia la storia del movimento operaio. Quindi, secondo l’interpretazione della storiografia comunista, che per anni è stata forte nel nostro Paese, da una parte il riformismo era una cosa di opportunisti, di deboli, una posizione rinunciataria; dall’altra il massimalismo era costituito da “bravi ragazzi” pasticcioni, confusi, rivoluzionari a parole, quasi degli accattoni. Praticamente c’è stata una demonizzazione e una denigrazione di tutta quella che era la tradizione del movimento socialista precedente alla nascita del PCd’I a Livorno. Più tardi, la lettura del massimalismo incontra un altro infortunio di percorso, in corrispondenza della fase craxiana, con la relativa creazione di un passato socialista in cui i massimalisti non c’erano, erano stati semplicemente rimossi.
Quindi i massimalisti sono stati un po’ “sfortunati”, sono stati schiacciati da storiografie avverse, finendo annullati. Nel mio lavoro ho cercato di fare un’operazione -spero e credo senza forzature- di ricostruzione di una storia che è stata in qualche misura oscurata e rimossa. Non erano, i massimalisti, un branco di imbecilli che raccontavano delle fandonie sulla rivoluzione al povero popolo italiano: c’era una trasformazione rivoluzionaria della società italiana, c’era un cambiamento generale nelle coscienze, nella testa della gente, e in questo cambiamento generale c’era un Partito socialista che aveva un fortissimo radicamento popolare; che aveva anche una grande unità di fondo. Nel libro cerco di dire che la divisione tra riformisti e massimalisti in molti casi è un francobollo appiccicato dopo, a posteriori, che non ci fa vedere quali erano le posizioni reali nel movimento. Esistevano, ad esempio, dei “riformisti rivoluzionari”, che dirigevano le grandi lotte classiste, la punta avanzata dello scontro di classe. Bisogna assolutamente distinguere tra riformismo dottrinario e riformismo classista-sociale, che era egemone nelle grandi lotte. Non è un caso che la divisione tra socialisti riformisti e socialisti massimalisti avvenga solo tre settimane prima della Marcia su Roma, quando il Partito socialista è stato distrutto, le leghe sono state travolte, le cooperative bruciate, le Camere del lavoro sciolte, cioè quando il movimento socialista è stato sconfitto. A quel punto, c’è un gruppo di uomini politici, con alle spalle un partito di 36.000 iscritti, che decidono di dividersi tra massimalisti e riformisti (in corrispondenza del congresso di Roma dell’ottobre 1922). Credo che sia l’unica scissione socialista che avviene senza insulti, senza accuse di tradimento, quasi come un atto dovuto: probabilmente, i massimalisti sperano che i riformisti riescano, andando al governo, a bloccare in qualche misura l’avanzata fascista, la deriva totalitaria; e i riformisti sperano che l’ipotizzata adesione dei massimalisti alla Terza Internazionale -operazione che tenta disperatamente Serrati e che non riuscirà a fare- riequilibri in qualche misura il peso degli italiani nell’Internazionale, sbilanciata dalla presenza dei comunisti di Bordiga.
Voglio dire che quella che avviene a Roma nell’ottobre 1922 è una specie di divisione quasi consensuale -adesso estremizzo un poco- di un gruppo di dirigenti che sono privi ormai del rapporto vitale con il movimento, cioè sono privi dell’elemento che ha sempre fatto forte il Partito socialista. Serrati lo dice ripetutamente: il Partito socialista non è forte per le sue organizzazioni centrali, è forte per il rapporto che ha con la gente, è forte perché ha mille collegamenti, dalle Camere del lavoro alle cooperative, dai sindacati alle Case del popolo, dall’istruzione popolare alle organizzazioni giovanili, ai 200 giornali provinciali. Il Partito socialista è un tutt’uno con queste realtà composite, e Serrati cerca di difenderne l’unità, anche rispetto alla pressione esercitata dalla Terza Internazionale. Egli si preoccupa continuamente di quello che sta avvenendo in Russia. Ai compagni russi dice: “Avete visto, voi avete fatto la rivoluzione rapidamente, però la vera difficoltà è mantenerla”. Per sviluppare la rivoluzione serve una immensa articolazione sociale, collegata, democratica, di massa, e non un partitino, un gruppo di rivoluzionari che rompano i vecchi equilibri.
Quando nel 1922 finisce questo commonwealth socialista, fatto di molteplici organizzazioni di base collegate tra loro, si riaprono le divisioni, le contraddizioni, le rotture a livello dei vertici politici. E appare più netta la distinzione tra i cosiddetti riformisti e i cosiddetti massimalisti. Ma le etichette davvero non reggono neppure dopo la scissione. Infatti, tra i “riformisti”, ci sono sia quei vecchi dirigenti della Cgil distrutta che vogliono fare l’accordo con Mussolini (poi realizzato nel 1926), sia quelli che si fanno ammazzare per la loro radicale opposizione al regime, come Matteotti, o che vanno in Francia, come Buozzi, o che sono in qualche modo attratti e interessati al fenomeno massimalista e lavorano per una riunificazione del partito, come Schiavi. Tra i leader riformisti, voglio ricordare anche Modigliani, che in una polemica contro Bombacci (massimalista, comunista e poi fascista) disse che i veri soviet c’erano già in Italia, erano le Camere del lavoro, le leghe bracciantili, le tante forme di democrazia partecipata della gente create dal socialismo: questi erano i nuclei della nuova società, della nuova organizzazione sociale.
In conclusione, c’è una articolazione reale e ci sono dei percorsi individuali che vanno ben al di là delle etichette e dei francobolli appiccicati da uno schema successivo, che è nostro, e che mi sembra molto sbrigativo. Porto un altro esempio legato all’oggi. La Cgil sta facendo un grande sforzo per il centenario (1906-2006), ma anche qui c’è un enorme lavoro da fare, perché rischiamo di appiattire tutto se non stiamo bene attenti alla differenza che c’è tra l’organizzazione del 1906, la direzione riformista in età giolittiana, e poi quella del primo dopoguerra, e così via.
Quello che bisogna fare, sia in termini di critica storica sia in termini di critica quotidiana, è di provare a ridiscutere certe assunzioni che vengono considerate maggioritarie e ovvie. Rimetterci le mani dentro, provare a scavare, facendo una rilettura critica anche dell’esperienza della Confederazione generale del lavoro, credo che sarebbe utile. E sarebbe bene far parlare la gente, cogliere le esperienze reali che la gente ha fatto dentro il sindacato, come ha vissuto certi processi, certi cambiamenti. Per una rilettura critica, possono dirci molto di più certe esperienze vissute sul luogo di lavoro che non tanti saggi ponderosi sulla storia del sindacato e sulla fine del fordismo. Realizzare questa operazione vorrebbe dire realizzare l’opposto del cosiddetto revisionismo, che è animato da studiosi che si siedono a tavolino e ci dicono: “Adesso vi spieghiamo noi come è andato il mondo”. No, non ci spiegate niente, cerchiamo piuttosto di capire insieme come è andata davvero e quali furono i protagonisti reali.
Di fronte alla trasformazione culturale e alla maturazione politica che culminano nel 1919-20, in seguito alla guerra -ma che sono, in qualche misura, di lungo periodo e affondano le loro radici nell’opera di propaganda e di organizzazione dei Prampolini e dei Massarenti a partire dalla fine dell’800- viene da chiedersi che cosa accada a tutto questo con il fascismo. Insomma, questa crescita di cittadinanza sembra quasi perdersi e svanire con il regime fascista.
E’ vero che l’esplosione determinata dalla guerra è preparata dal lavoro precedente, che dura anni. Pensiamo alle prime vittorie socialiste di fine ’800 nelle elezioni comunali, proprio nella Pianura Padana. In tutta la storia dei Comuni socialisti c’è l’uso del potere locale come strumento di emancipazione, di crescita culturale, di alfabetizzazione. Si rompe gradualmente col passato. Un passato che è rappresentato dal dominio dei notabili sulla vita locale, ma anche dal controllo del prete sulla famiglia patriarcale contadina. Un modello di famiglia messo in crisi dallo sviluppo capitalistico nelle campagne, che consente e contemporaneamente obbliga i giovani contadini ad andare a cercare lavoro fuori dall’ambito famigliare, reinventandosi una collocazione sociale.
Questo lavoro sembra perdersi col fascismo... Che dire? Il fascismo, nelle campagne, non è certo elemento di modernizzazione. Mentre c’è una modernizzazione nella trasformazione industriale del Paese (con l’Iri, ad esempio), nelle campagne il ruralismo fascista è una cosa micidiale, perché blocca tutto: si esaurisce il processo di trasformazione capitalistica e con la battaglia del grano e con l’autarchia avviene un ricollegamento con gli interessi più arretrati dell’Agraria italiana. Si assiste alla valorizzazione di produzioni agricole legate al passato e non proiettate verso il futuro, che non sono tese al cambiamento e alla trasformazione. Poi, c’è il ruralismo, c’è la teorizzazione della piccola proprietà, del rinchiudersi in famiglia...
Però se oggi vai in piccoli comuni, ex mezzadrili, dell’Appennino toscano, umbro, marchigiano ed anche emiliano, trovi ancora traccia della tradizione socialista; esiste uno spirito comunitario che affonda le radici in quell’enorme lavoro precedente di cui abbiamo parlato e che, detto per inciso, fornisce oggi il sostrato ideale per l’economia decentrata italiana. Il fascismo ha bloccato certi processi, soprattutto con il ruralismo, ma non li ha distrutti, sono ancora presenti nella tradizione e nella cultura: ci sono borghi, paesi e contrade di mezza Italia ancora avvolti in quell’ambiente, in quello spirito e in quel mondo costruiti, tantissimi anni fa, dalle leghe contadine e dal comunalismo socialista.
Nel tuo lavoro proponi un parallelo tra il biennio 1919-20 e quello 1968-69. Questo confronto è da condurre soprattutto sul piano della trasformazione culturale, non è vero?
Certamente, questo è il punto centrale. Sono due cesure profonde nella storia d’Italia e del movimento operaio: una deriva dalla crisi della guerra e dall’enorme trasformazione sociale e culturale che ne consegue; l’altra invece dal miracolo economico, dalla crisi dell’economia agraria nel Sud e dal trasferimento di masse di milioni di italiani verso il Nord. Due eruzioni sociali che nascono da sconvolgimenti profondi della società italiana, e anche della cultura, delle idee, della mentalità della gente.
A me è parso importante isolare queste due esperienze. I metalmeccanici del 68-69 e la Federterra del 19-20 sembrano così diversi e lontani tra loro, ma in realtà sono due categorie sindacali confrontabili. Nel senso che, in entrambi i periodi, la lotta per il salario, per le condizioni di vita decenti, la contrazione dell’orario e l’intervento sull’organizzazione del lavoro, quello agricolo e quello industriale, diventano forme di potere democratico, di crescita del potere dei lavoratori sul loro lavoro, e portano a una proiezione esterna della lotta, nella società.
Le due esperienze, quella del 19-20 e quella del 68-69, sono collocate entrambe nella fase ultima di un processo di trasformazione capitalistica. Nel 19-20 siamo alla fine dei grandi lavori capitalistici di trasformazione dell’agricoltura padana: è il punto massimo di sviluppo, e nello stesso tempo l’inizio del declino, della figura del bracciante di massa, della sua presenza e del suo peso nelle campagne italiane. In modo analogo, nel 68-69 siamo ormai alla fine del modello di produzione fordista. Ma questo sia i braccianti del 19-20 che i metalmeccanici del 68-69 non lo sapevano...
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