








UNA CITTÀ n. 129 / 2005 MaggioIntervista a Maria Gigliola Toniollo
realizzata da Alessandro Coppola
IL REAL LIFE TEST
I diritti dei transessuali, fra i più ignorati. Il problema dell’assistenza sanitaria. L’impegno in Cgil, anche a superare le perplessità di tanti. L’importanza di preservarsi un “arcobaleno di possibilità”. L’esempio della legge tedesca che prevede periodi di prova, col vestire, il nome, i documenti, ecc. Intervista a Maria Gigliola Toniollo.
Maria Gigliola Toniollo è responsabile del Settore Nuovi Diritti Cgil Nazionale.
Partiamo dalla tua esperienza. Come è nato l’impegno per la tutela dei diritti dei transessuali?
Nell’ambito del settore Nuovi Diritti Cgil Nazionale avevamo iniziato a occuparci della discriminazione degli omosessuali e delle lesbiche sul posto di lavoro. Proprio nel corso di questa vertenza ci è capitato di notare che c’erano persone transessuali che non sapevano a chi rivolgersi per i loro problemi. Per avere delle informazioni andavano in discoteche e circoli gay .
Se da un lato c’era una sorta di abbandono, dall’altro prevaleva un eccesso di informazioni sbagliate e stereotipate: nelle immediate vicinanze della parola transessuale, sempre pronunciata al maschile, c’era spesso la prostituzione come se fossero sinonimi.
Abbiamo allora preso contatto con le associazioni: all’epoca ne esisteva una sola, vale a dire il Movimento Italiano Transessuali, ora Movimento di Identità Transessuale. Dopo aver parlato con un po’ di persone abbiamo così costituito dei gruppi di lavoro per capire la situazione, in particolare quali fossero le necessità e dove intervenire. I gruppi erano molto numerosi e animati, composti da persone che avevano compreso l’autenticità di un nostro interesse che certo non dipendeva da motivi di opportunità.
Insomma, le sale della Cgil si sono presto affollate di transessuali, molto più spesso transessuali “MtoF” (vale a dire di transessuali che compivano il passaggio dall’originario sesso maschile a quello, desiderato, femminile). All’epoca c’era un certo amore per una visibilità alquanto provocatoria, che successivamente si è molto ridimensionato. Una tale visibilità aveva causato più di un interrogativo in alcuni compagni della Cgil: io con un po’ di malizia facevo in modo che le persone transessuali che partecipavano ai nostri gruppi avessero accesso a tutto il palazzo… Non avrei mai fatto un rinfresco al chiuso di una sala riunioni, come spesso accade: si utilizzava la mensa in modo che fossero il più visibili possibile. C’era bisogno di fotocopie? Andavano loro in tipografia… Sia per rispetto a loro, sia per un fatto di coerenza: la sinistra ed i compagni non sono abituati a spaziare con la fantasia e male non faceva che avessero un rapporto con la realtà. Da quelle riunioni, molto vissute e sofferte, emerse un insieme di esigenze. La prima era quella di uscire dallo stereotipo e dalla solitudine perché le persone non sapevano dove andare né a chi chiedere un sostegno rispetto alla propria condizione. Spesso non conoscevano nemmeno il motivo del disagio e della disperazione che provavano, vittime della non comprensione di se stessi come della famiglia, della scuola. Infine, a questi problemi di fondo, si aggiungevano quelli legati al lavoro.
L’obiettivo era quello di diffondere la percezione di una vita quotidiana della persona transessuale, fatta di scuola, lavoro, vita di coppia, che non fosse legata a fatti che in realtà avevano ben poco a che fare con il transessualismo. Infatti, quando introduciamo la questione prostituzione dovremmo fare molte distinzioni e magari parlare piuttosto di travestitismo.
Un impegno di visibilità e di dignità in un quadro legislativo complicato. Quali sono le difficoltà della legge italiana? Le nuove teorie transgender sviluppatesi in America nel corso degli ultimi decenni hanno avuto un qualche impatto?
L’esigenza di uscire dall’isolamento, dalla solitudine e dall’equivoco determinava anche la necessità di un riconoscimento legislativo. La legge italiana, molto sofferta e combattuta, risale a circa 25 anni fa. La legge 164 regolamentava principalmente le situazioni che si erano create con gli interventi chirurgici realizzati all’estero a partire dall’esempio notissimo di Casablanca. In Italia, infatti, l’intervento per il cambiamento di sesso era considerato una mutilazione di organi. La legge assolse così al bisogno di sanare queste situazioni e mettere un po’ d’ordine, stabilendo un sistema binario di riferimento uomo-donna che non desse possibilità di scappatoie. Prima della legge, infatti, le persone sottopostesi ad intervento chirurgico all’estero, una volta tornate in Italia, non avevano nessun riconoscimento, nessuna accoglienza medica, farmaceutica e chirurgica. Tutta la vicenda si consumava soprattutto in questa fase piuttosto speculativa del turismo chirurgico.
La legge, insomma, passò anche perché non portava avanti alcun messaggio rivoluzionario: o eri uomo o eri donna. Erano lontani gli anni del pensiero transgender e del discorso che ne è seguito. La legge prevedeva di regolarizzare questi casi e c’è comunque da chiedersi come sia stato possibile introdurre tale normativa (come del resto quella per il divorzio e per l’aborto) con un governo democristiano.
Oggi infatti è diventato impensabile che si discuta in parlamento di qualcosa di questo genere. Da questo punto di vista abbiamo visto quali esiti drammatici abbia avuto la “discussione” sul tema della fecondazione assistita.
Tornando al sindacato, quali sono le difficoltà nell’ambiente di lavoro per la persona transessuale?
La principale è che la legge italiana prevede il cambiamento del nome sui documenti solo dopo l’intervento di riattribuzione chirurgica dei genitali. Questo significa che chi non si sente di andare fino in fondo (vale a dire chi facendo cure ormonali e apportando qualche variazione estetica e cambiando abbigliamento starebbe bene senza ricorrere a interventi che comunque, malgrado il progresso, sono estremamente delicati) non ha riconoscimento.
Oggi nel nostro paese queste persone sono costrette a subire situazioni molto pesanti. Se cercano lavoro, se devono per qualsiasi motivo estrarre un documento dal portafoglio si produrrà infatti una grave discordanza fra il proprio aspetto, la propria identità e la propria “collocazione” anagrafica. Nessun datore di lavoro si sente di assumere persone con problemi simili. Anche nel caso di qualifiche molto alte una situazione di questo genere si rivela insormontabile.
Quindi, complessivamente, la legge italiana riconosce il transessualismo, dando però per scontato che il disagio dovuto alla cosiddetta disforia di genere sia risolvibile esclusivamente con un intervento chirurgico. Per cui se non si accede all’intervento non si possono cambiare i documenti e quindi non si è riconosciuti per quello che si è. Viceversa, con le teorie americane del pensiero transgender, che pure hanno trovato ostacoli enormi per esempio presso il femminismo, si ritiene che non ci sia un sistema binario bensì un arcobaleno di possibilità nelle quali riconoscersi trovando il proprio equilibrio e stando bene con se stessi senza percorrere tutta la strada…
Questo ovviamente non toglie importanza all’intervento chirurgico e al dovere di farlo nel migliore dei modi sulla base di un chiaro riconoscimento da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Però questa deve essere un’esigenza intima della persona: se per lei è un completamento indispensabile per sentirsi finalmente a posto e realizzata nella sua personalità deve avere accesso al migliore dei trattamenti. Allo stesso tempo, la persona non può essere “obbligata” dalla legge a un intervento chirurgico!
Si potrebbe forse prendere spunto dalla legge tedesca, che prevede una fase detta “piccola soluzione” in cui la persona può assumere preparati ormonali e vivere un periodo che si chiama “real life test” in cui si veste come si sente, vale a dire a seconda del genere desiderato, potendo anche cambiare il nome sui documenti, in modo da non avere questo incubo quotidiano di dover spiegare a tutti qual è la propria situazione.
Allo stato attuale, infatti, la legge italiana di fatto pone un problema molto grave in termini di accesso al lavoro, come pure a chi già lavora e decide di fare la transizione. Così, anche se la legge sancisce la tutela dalle discriminazioni di tutti i generi, nella realtà la persona che cambia sesso si trova, sul posto di lavoro, a essere oggetto di gravi situazioni di mobbing, e di problemi non solo con il datore di lavoro ma anche con i colleghi. Abbiamo avuto casi di vere e proprie persecuzioni che spesso si nutrono proprio di quel clima di ignoranza e di equivoco.
Voi come vi siete mossi?
Fin dall’inizio abbiamo focalizzato il nostro lavoro cercando di dare risposta ad alcune necessità molto vive come l’assunzione dei farmaci, i trattamenti sanitari e, aggiungerei, il diritto ad un sostegno psicologico per chi ne sente il bisogno, attraverso gruppi di autoaiuto o strutture che si occupino delle persone transessuali. Questo è il quadro di riferimento generale da cui noi partiamo come sindacalisti.
Abbiamo anche avviato un’operazione di formazione con convegni e con la diffusione di informazioni via web, cercando di dar voce alle persone transessuali in quanto tali, così da correggere errori di valutazione e pregiudizi.
Sul piano legislativo, con il contributo di alcuni giuristi, abbiamo elaborato tre disegni di legge sulla questione del cambio del nome. Questi disegni di legge, firmati da diversi parlamentari, tutti di sinistra e da Rivolta, di Forza Italia, purtroppo non sono ancora entrati nella fase di discussione in commissione Giustizia. Ci dicono sempre che non è il momento opportuno per affrontare la discussione.
Avevamo ottenuto un piccolissimo risultato nella finanziaria di tre anni fa, se non altro di grande valore simbolico, vale a dire l’abolizione delle spese di bollo per il cambio di nome come avvenuto precedentemente per le cause di lavoro e per altre situazioni. La cosa era passata sommessamente, ma con disperazione della destra. Libero titolò: “Metti che domani mattina vuoi cambiare sesso puoi farlo gratis!”.
Passiamo all’intricato rapporto fra Servizio Sanitario Nazionale e transessualismo…
Partirò dalla questione degli interventi chirurgici: i centri sono pochi e il problema principale sono le lunghe liste d’attesa. Il primo ospedale a effettuare interventi di riattribuzione dei genitali è stato il Mauriziano di Torino. Una bella iniziativa è quella del Lazio: all’ospedale San Camillo di Roma vi sono anche dei gruppi di autoaiuto che accompagnano chi intraprende questa strada. Preciso che questi gruppi non vanno intesi come qualcuno che voglia curarti in quanto transessuale bensì come un sostegno in una situazione assai complessa della vita, o un aiuto per capire se sia quella la scelta giusta. Per esempio è successo che persone affette da schizofrenia pensassero di essere transessuali. Naturalmente per il tribunale potevano essere operati e hanno avuto la sentenza positiva, ma in seguito si sono ritrovate trasformate da un intervento irreversibile, con la tragedia di capire che non era quello che volevano! In situazioni di questo genere si sono verificati anche dei casi di suicidio. Interventi chirurgici di questo genere richiedono alta professionalità: è molto importante che le persone vengano accompagnate lungo tutto il tragitto da un’analisi e dal supporto dei gruppi di autoaiuto.
Ritornando alla chirurgia, ci sono dei centri a Trieste e Bari. Altre iniziative sono partite a Napoli e Bologna. In realtà il loro numero, cosa che naturalmente interessa molto la stampa, è ancora difficile da stimare perché, nonostante in questi dieci-quindici anni l’aria sia cambiata, lo stigma rimane, e quindi si tende ancora a nascondersi. Ultimamente poi è emerso un problema nuovo e molto grave: i farmaci.
Come abbiamo visto, non tutte le persone transessuali vanno a farsi operare ma tutte ricorrono a terapie ormonali, trattamenti molto delicati, che devono essere affrontati sotto il controllo di figure di assoluta professionalità. Da questo punto di vista, l’endocrinologo deve vedersi riconosciuto il proprio ruolo e quindi la possibilità di prescrizioni a tutto campo. Le persone transessuali hanno sempre fatto ricorso ai trattamenti ormonali con delle prescrizioni che in qualche modo facevano capo alla legge 164. Queste prescrizioni, trattandosi di farmaci che vanno presi per tutta la vita, erano cioè a carico del Servizio Sanitario Nazionale,
Ebbene, ora la situazione è assai meno rosea. Le prime difficoltà si sono presentate nel Nordest: a un certo punto hanno cominciato ad arrivarci strane telefonate di persone i cui endocrinologi non erano più disposti a fare loro le prescrizioni. Detto in maniera molto banale, si tratta di prescrivere degli ormoni femminili a degli uomini (definiti tali dal punto di vista cromosomico) e naturalmente anche l’inverso. Con la riforma del prontuario farmaceutico del Servizio Sanitario Nazionale le difficoltà opposte dai medici, più che altro per pregiudizi personali, sono così diventate la regola.
Bisogna sapere che il transessualismo non è riconosciuto come patologia e non è inserito fra le situazioni che necessitano di prescrizione medica. Insomma dentro al cosiddetto “bugiardino” non troviamo la menzione della disforia di genere o della situazione transessuale, per cui non esiste una prescrivibilità dei trattamenti necessari.
Perciò, a partire dalle regioni del Nord, abbiamo iniziato a ricevere segnalazioni di transessuali che non riuscivano più a farsi prescrivere i farmaci, ma anche di endocrinologi richiamati all’ordine da circolari o lettere personali, accusati di aver prescritto ormoni maschili e femminili a persone che per lo Stato risultavano essere di sesso opposto. Preciso che neanche prima la disforia di genere era presente nel prontuario, ma non si ponevano problemi.
Ad ogni modo, anche per affrontare questa situazione, verso la fine del governo di centrosinistra, per merito della ministra Belillo, venne istituita una commissione sull’identità di genere di cui ero presidente.
Purtroppo la commissione ha lavorato quattro mesi dopodiché ci sono state le elezioni. Avevamo avuto contatti con Veronesi il quale subito ci aveva consigliato di inserire la disforia di genere in tutte le possibili “caselle” per dare modo alle persone di usufruire dei diritti loro riconosciuti. In particolare era consigliato il suo inserimento nei Lea (Livelli essenziali di assistenza). Ma finito il Ministero Veronesi, è finito tutto.
Intanto, con l’avvento del centrodestra, la commissione è stata dichiarata inutile e successivamente soppressa. Il Ministro Prestigiacomo ha organizzato una nuova commissione, composta da infettivologi, direttori di riviste cattoliche e sociologi, solo sulle questioni dell’orientamento sessuale, di cui nessuno ha più sentito parlare.
Ciò che colpisce è che in questo caso il riconoscimento di una patologia fonda un vero e proprio diritto della persona e non lo strumento di una volontà discriminatoria…
Quando si partecipa a incontri di natura politica con le persone transessuali una delle prime rivendicazioni è quella di togliere il transessualismo dal Dsm-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali).
Il problema in realtà è molto più complesso: la persona transessuale ha bisogno di un intervento medico, chirurgico e farmaceutico. Per questo c’è un dibattito a livello internazionale sui pro e contro del considerare come patologia la “disforia di genere”. Perché è vero che dà molto fastidio essere considerati portatori di patologia ma è anche vero che nel contempo si ha necessità di accedere a cure essenziali per il proprio benessere. Su ciò anche in Italia c’è una dialettica fra le diverse associazioni. A una recente conferenza europea l’argomento è stato al centro del dibattito: tutti sentiamo la gravità di questo problema, che, come abbiamo visto, pesa molto sul diritto della persona alla prescrizione dei farmaci necessari.
Ora addirittura alcuni endocrinologi hanno ricevuto richieste di rimborso da parte del Servizio Sanitario Nazionale, richieste che hanno rivolto ai propri pazienti. Occorre ricordare che gli ormoni vanno dosati in base a esami clinici e quindi richiedono la supervisione di figure di accertata competenza. In questa situazione invece sempre più persone si “autoprescrivono” gli ormoni, facendo degli scambi o comprandoli via internet. Può quindi succedere che si autosomministrino delle dosi esorbitanti con conseguenze terribili dal punto di vista medico. Già ora nelle mailing list ci sono le prime tracce di questo disastro: persone si scambiano mail dicendosi “ora prendo questo, poi ci aggiungerò quell’altro…”. Stiamo andando completamente fuori strada! Avevamo scritto, a firma del segretario confederale Achille Passoni, una lettera al Ministro Sirchia. E’ passato ormai un anno e ancora non abbiamo avuto risposta. Stiamo parlando di cifre irrisorie a carico del Ssn rispetto alla mole della spesa pubblica e comunque si tratta di un servizio dovuto. Ultimamente, anche la Commissione del Farmaco ha dato risposte negative. Ora abbiamo scritto all’Aifa, il nuovo ente che si occupa della distribuzione dei farmaci. Aspettiamo ancora una risposta. Non aspetteremo molto perché abbiamo già visto che a queste lettere generalmente non si risponde. Tenteremo altre strade come la Corte dei diritti europea.
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