Todd Gitlin negli anni ’60 ha guidato il movimento Students for a Democratic Society; docente di Giornalismo e Sociologia alla Columbia University, New York, recentemente ha pubblicato Letters to a Young Activist.

Hai definito l’11 settembre un momento di verità per la sinistra americana. Puoi spiegare?
Ho usato quell’espressione perché le reazioni all’attacco alle Twin Towers hanno rappresentato il culmine di divisioni precedenti, che avevano sostanzialmente a che fare con i diversi punti di vista su cosa fosse realmente l’America. Si trattava di discussioni fondamentali che vertevano su tematiche importantissime, basilari: da un lato c’erano quelli che descrivono l’America come un mostro imperialista, penso in particolare a Chomsky. L’altra posizione, da me condivisa, poggiava sulla visione dell’America come una forza complicata, la quale a volte -anzi spesso, ma non sempre- ha agito in maniera brutale in tutto il mondo, per cui occorreva essere molto chiari, non solo nel condannare gli attacchi (questo non era difficile farlo) ma anche nel comprendere a fondo ciò che questi ultimi significavano per gli Stati Uniti e nel sentirsi parte di un popolo che è stato attaccato. Sì, perché è stato un attacco al popolo americano, non solo a un’America ideale. Bush ha detto che si è trattato di un attacco alla libertà dell’America; ecco, questa è un’idiozia: è stato un attacco all’America, punto.
Partendo da questo punto di vista, sin dall’inizio ho scritto riguardo tali tematiche sul sito internet “opendemocracy” e altrove. Le mie affermazioni hanno subito avuto grande risonanza, anche grazie al fatto che un giornalista del New York Times mi ha coinvolto in un dibattito riguardo le molteplici prospettive che le diverse persone avevano riguardo la bandiera. Io gli ho risposto che, in quel momento, stavamo sventolando una bandiera americana. Questo succedeva la settimana dopo gli attacchi. Le mie dichiarazioni hanno dato origine a forti controversie. Ci sono stati quelli che hanno valutato positivamente il gesto, sentendosi legittimati a fare altrettanto; poi ci sono stati quelli che si sono scandalizzati e ancora altri che si sono messi a discutere con i propri figli e così via. Io ero al centro di tutto questo. Ovviamente il simbolismo dello sventolare una bandiera ha contato, ma è stato importante proprio perché simbolismo.
Il dato più deprimente è che oramai non ci sono più discussioni fra le due sinistre, che quasi non si parlano nemmeno. A volte si lanciano frecciatine attraverso recensioni di libri ecc. ma, per lo più, restano due mondi separati e impermeabili: io non leggo quello che scrivono gli esponenti di quella che chiamerei “sinistra estrema” e sono sicuro che loro non leggono quello che scrivo io.
Quanto accaduto nei mesi successivi all’11 settembre è stata una polarizzazione delle posizioni. Per noi di Dissent in particolare, ma non solo, quello è stato un momento di verità, in cui era importante definire bene le posizioni. Michael Walzer l’ha fatto cercando di proporre una riflessione su cosa fosse una “sinistra decente”. Ma è stato il momento della verità anche per l’altra parte: col passare dei mesi, si sono sviluppate diverse discussioni politiche riguardo, ad esempio, quel che bisognava fare in Afghanistan, ma anche cosa si doveva dire di Saddam Hussein. L’estrema sinistra che si ritrova in Chomsky e quella che definirei la “sinistra di Ramsey Clark”, che non sono due cose identiche (la sinistra di Ramsey Clark ha infiltrato i suoi esponenti in diversi altri gruppi ed è stata in grado di organizzare fin da subito molte manifestazioni, spesso mettendo i propri oratori sul palco, il che non sempre è stato apprezzato) avevano posizioni molto differenti da “noi” riguardo ciò. Spesso anche molto ambigue.
Nel 2002 sono così di nuovo intervenuto, sempre online, denunciando quanto fosse negativo che, a organizzare manifestazioni, fossero persone che non si schieravano apertamente contro regimi quali quello di Saddam Hussein o di Milosevic. C’è stata un po’ di bagarre a riguardo. Del resto per me, e non solo per me, era urgente far capire quanto un atteggiamento del genere fosse controproducente a livello politico e non fosse assolutamente scontato, non rappresentasse insomma l’unica via possibile.
In sostanza l’intero dibattito ha fatto sì che a sinistra si riconoscesse la necessità di essere chiari su certi punti, di non lasciar spazio a dubbi o equivoci: se uno si oppone alla guerra, come ho fatto anch’io, deve ...[continua]

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