Tu ti sei sempre appassionata allo studio dei paesi dell’est europeo, ci puoi parlare della situazione attuale di questi paesi, apparentemente almeno, così afflitti da gravissimi problemi di transizione?
Sono difficoltà che hanno radici lontane. Regimi come quelli che c’erano in Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia ma anche nell’ Unione Sovietica, erano considerati quasi eterni e immutabili da parte di dirigenti e politici occidentali convinti che il fenomeno della dissidenza e dell’opposizione fosse assolutamente trascurabile, marginale, che non potesse scuotere la solidità politica, economica, militare di quei sistemi. Basti pensare che tutto il progetto dell’Europa unita aveva lasciato fuori questa fetta consistente dell’Europa. Da un’Europa che è già un piccolo pezzo del continente euro-asiatico, era stato ritagliato un pezzettino ancora più piccolo.
Un progetto oggi quasi andato a monte per la sua imprevidenza, perché non aveva previsto -non dico il crollo di quei sistemi, non l’89- ma nemmeno un’apertura, una possibilità di rapporti più stretti e organici. Aveva accettato questa spaccatura. E questo aveva avuto i suoi effetti su tutta l’opinione pubblica, impedendo la comprensione di quanto stava lì succedendo.
Anche partiti di sinistra come il PCI avevano sempre considerato la dissidenza come qualcosa ancora peggiore del 68, una cosa da isolare, assolutamente, da non incoraggiare. Il Partito Comunista di solito si atteneva a questa regola: se il movimento riformista veniva fuori dall’ambito dei partiti comunisti -la primavera di Praga o l’esperimento di Gorbaciov- esso andava, anche se parzialmente, appoggiato. Ma tutto quello che era estraneo al sistema, che veniva dal mondo dell’opposizione, era assolutamente da non appoggiare, da ignorare. E questa cosa era passata nella testa di tutti, per cui l’89 ha provocato un terribile disorientamento anche proprio nell’interpretazione di quello che stava succedendo. Cosa c’era al di fuori di questo potere così pervasivo e onnicomprensivo? Lo si ignorava semplicemente, per cui scoprendo questo mondo ci si è trovati di fronte a comportamenti, processi, fenomeni difficili da interpretare. C’erano state delle avvisaglie -non tutto avviene così all’improvviso- ogni tanto delle esplosioni aprivano degli squarci. Dal ’53 in poi questo periodicamente succedeva in un paese o nell’altro. In Polonia ripetutamente, in Ungheria, nella Germania stessa. Però poi tutto sembrava ogni volta ricondotto alla normalità.
In fondo, questi regimi piacevano abbastanza a tutti. Innanzitutto perché i regimi forti, bisogna dirlo, hanno ancora un notevole fascino, come lo ha oggi, per molti, il regime serbo. Poi perché queste popolazioni consumavano poco e non ci dispiaceva che il consumismo fosse riservato solo a noi: l’austerità è una cosa abbastanza apprezzata da economisti, da madri di famiglia, da intellettuali progressisti, ma lo è ancor più poiché austera era quell’altra Europa. In fondo quest’Occidente, quest’Europa unita sembrava proprio che potesse esistere in quanto c’era un altro mondo che viveva in modo diverso, senza minacciare troppo questo modo di vita e, anzi, quasi rassicurandolo, rendendo delimitata l’area del privilegio.
E poi quando tutto è crollato, si è cominciato subito a pensare che tutto sarebbe andato a posto in poco tempo: "Questo mondo adesso è cambiato, questi regimi se ne sono andati, tutti vogliono la libertà, la democrazia, vogliono il libero mercato e quei paesi un po’ alla volta si omologheranno a quelli occidentali". Un ragionamento condiviso anche da quanti non volevano il trionfo assoluto del sistema capitalistico, anche nelle persone più critiche e che non consideravano l’occidente come il paradiso in terra. Un’illusione che fu anche in gran parte condivisa da quegli stessi che avevano più di tutti contribuito al crollo del socialismo reale, come Havel, Michnik, Geremek, personaggi che erano state le menti più attive e lucide nel corso di tutto il processo di disfacimento di quei regimi. Anche loro si erano illusi a un certo punto di poter guidare la transizione verso un modello più o meno democratico, un’economia più o meno di mercato, qualcosa di simile a quello che c’è qui. Però ben presto questa persuasione è caduta perché si è rivelata una grande illusione di tipo illuministico, dovuta ancora una volta a un difetto di razionalismo. La realtà scappava da tutte le parti, si aprivano crepe da tutte le parti e il mondo che veniva fuori era un mondo quasi ingovernabile, in cui q ...[continua]

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