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Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...

l'altra tradizione

  
UNA CITTÀ n. 123 / 2004 Settembre-Ottobre

Intervista a Marco Bresciani
realizzata da Gianni Saporetti

L’ESTATE DEL 14
Andrea Caffi, intellettuale misconosciuto, ha attraversato tutte le temperie del secolo: volontario nel ‘14, partecipò alla rivoluzione russa fra le file dei socialisti rivoluzionari, fu antifascista in Francia; conobbe il carcere zarista, quello bolscevico e quello nazista. Critico nei confronti di un antifascismo ideologico, acquiescente verso i comunisti, approdò alla nonviolenza radicale. L’amicizia con Albert Camus. Intervista a Marco Bresciani.

Marco Bresciani è ricercatore di storia all’Università di Pisa.
\r
\r Andrea Caffi resta un intellettuale pressoché sconosciuto. Come si spiega?
\r Sì, è vero, Caffi è un personaggio interessante, affascinante, ma sconosciuto; appartiene a quel genere di intellettuale appartato e riservato che, come altri nel suo tempo, rimase sempre ai margini della vita pubblica e culturale dell’Europa tra ‘800 e ‘900, nonostante avesse stabilito, durante un’esistenza molto avventurosa, contatti e relazioni con i personaggi più diversi, soprattutto non appartenenti alla sfera politica. Ebbe una vita errabonda che lo portò ad attraversare tutte le vicende del secolo, dalla Grande Guerra alla rivoluzione russa, alle tirannie degli anni ‘20-’30 (fascismo, nazismo e stalinismo) fino alla Seconda Guerra Mondiale, in un progressivo scivolamento verso una marginalità che però lo vide, già anziano, ancora in contatto con Camus e tutto il mondo che gravitava intorno a Gallimard (presso cui faceva il lettore).
\r Nato a San Pietroburgo nel 1887, da un padre bellunese che si era trasferito in Russia per fare il costumista presso i teatri imperiali, e da un madre di cui si sa pochissimo (io ho trovato notizie scarse e contraddittorie, aveva un nome italiano ma pare fosse di origine bretone, e questo spiegherebbe perché Caffi scriveva piuttosto spesso in francese), lì frequentò un liceo per stranieri ed ebbe modo di fare le prime importanti letture, Herzen, i classici, e di avvicinarsi all’attività politica, cominciando a interessarsi alla nascita del movimento operaio e delle prime organizzazioni della socialdemocrazia russa, tutti elementi che poi contribuiranno a formare il germe della sua futura coscienza politica. Anzi, senz’altro, gli anni giovanili trascorsi in Russia costituirono per Caffi un’esperienza culturale cruciale, con cui dialogò per tutta la vita e da cui discese tutta la sua riflessione sulla crisi della civiltà europea e sulle forme peculiari che aveva assunto il comunismo in Russia. Potremmo affermare che il suo sentimento di appartenenza al mondo intellettuale russo è stato il filo conduttore di tutta la sua biografia intellettuale.
\r Ma c’è un motivo per cui è caduto così nell’oblio?
\r Una delle cause è data senz’altro dalla mancanza di testi originali attraverso cui conoscere il suo pensiero. Forse per carattere, per temperamento, o per le avversità che attraversarono la sua esistenza, Caffi non riuscì mai a scrivere in modo organico, a produrre un’opera che lasciasse un segno; il suo pensiero è tuttora disperso tra corrispondenze epistolari, articoli, collaborazioni a riviste e contributi vari, difficili da recuperare e studiare nella loro interezza. Il suo era un pensiero frammentario, asistematico, del tutto vulnerabile alle molteplici sollecitazioni, aperto e sensibile agli interessi più diversi, cosa che da un lato gli garantiva un’ampiezza di orizzonti inconsueta, dall’altra però lo condannava all’impossibilità di concretizzare la sua riflessione in un’opera significativa. Caffi affidava il suo pensiero e le sue riflessioni prevalentemente al colloquio personale, direttamente o sotto forma di epistolare, e anche questo, forse, è un lascito della cultura in cui si era formato e della sua consonanza con Herzen, una figura fondamentale per la sua riflessione, e che come lui, era più propenso al colloquio personale, alla lettera, all’appunto, al manoscritto improvvisato piuttosto che alla trattazione sistematica delle questioni. Inoltre, spesso si rivolgeva a figure minori dell’emigrazione o del mondo del dissenso; con le poche eccezioni di Camus, Chiaromonte e Rosselli, raramente ebbe a che fare con nomi altisonanti; i suoi contatti più importanti provenivano tutti da un mondo sommerso costituito in gran parte da eretici, esuli, dissidenti che non avevano a che fare direttamente con la politica.
\r Non vanno sottovalutate, poi, le condizioni disagiate in cui è vissuto, soprattutto nel secondo dopoguerra; nelle sue lettere agli amici, per quanto fosse riservatissimo e avaro di informazioni sulla sua vita personale, non è raro trovare richieste di aiuto o addirittura richiesta di oggetti o generi di prima necessità. Lo potremmo definire un intellettuale dilettante, come altri, del resto, del suo tempo, un intellettuale che non fece mai della cultura una professione, tant’è che, appunto, ebbe un’esistenza piuttosto stentata, priva di un contesto professionale definito e permanente; sopravvisse grazie a sporadiche collaborazioni a riviste e soprattutto alla solidarietà degli amici.
\r Ne consegue che del suo pensiero restano poche tracce; è possibile ritrovare qualche corrispondenza ma mancando tuttora un archivio con le sue carte, non è possibile ricostruire il suo percorso umano e intellettuale in modo organico, nella sua interezza. Tra l’altro, di questi epistolari, abbiamo sempre e solo la lettera di Caffi, manca invece la risposta dell’interlocutore, dal momento che tutte le carte che gli appartenevano sono andate disperse nei suoi spostamenti.
\r Ad esempio emerge spesso, sotterranea, nelle sue riflessioni e nelle sue corrispondenze, una grande passione per la storia bizantina, e si sa che tentò più volte di scriverne un libro, ma di tutto questo lungo lavoro di ricerca (pare avesse raccolto moltissimo materiale) rimangono solo pochi frammenti dai quali non è possibile ricostruire l’opera che avrebbe probabilmente voluto scrivere, nonostante, a quanto dicevano gli amici, soprattutto Chiaromonte, fosse un lavoro veramente molto consistente.
\r Questo si spiega in parte col fatto che fu costretto più volte alla fuga, senza la possibilità di portare con sé tutte le sue carte. Ma ciò è tipico di molti degli esuli degli anni ’30: si fuggiva in tutta fretta, casomai di notte, non ci si poteva certo preoccupare delle lettere o di un libro di storia bizantina.
\r Ecco, forse qualche traccia del lavoro di Caffi si può ritrovare in alcune voci dell’enciclopedia Treccani, relative alla storia russa e alla storia bizantina, che egli compilò perché contattato da Volpe.
\r Un altro motivo del silenzio che ha avvolto e tuttora avvolge la sua figura e il suo pensiero, è il contenuto stesso della sua riflessione, difficilmente inquadrabile nell’ambito delle appartenenze ideologiche e politiche del ‘900; ad esempio ebbe un atteggiamento radicalmente critico nei confronti dell’esperienza comunista, soprattutto nella sua versione staliniana, e delle forme che aveva assunto l’antifascismo militante, ideologico, soprattutto in connessione con il movimento comunista internazionale. In definitiva, la radicalità della sua riflessione, la sua insofferenza e la sua incapacità, o non volontà, di inserirsi pienamente nel mondo moderno, da un lato gli consentì di cogliere con lucidità alcuni aspetti fondamentali della modernità, dall’altro però lo condannò a una condizione di emarginazione permanente. Ed è singolare notare come alcune delle sue intuizioni concordino con alcune delle più recenti acquisizioni della storiografia, soprattutto sulla storia dell’Unione Sovietica, o in generale sulla storia dell’Europa del primo ‘900. Caffi ha vissuto dall’interno molte di quelle esperienze sulle quali ora riusciamo ad avere una visione più lucida e completa, in seguito anche alle acquisizioni documentarie, all’apertura degli archivi, ecc.
\r E il suo rapporto con la politica com’era?
\r Il suo rapporto con la politica conobbe diverse fasi. In età giovanile militò nel movimento rivoluzionario russo, credendo nella possibilità di una trasformazione radicale della realtà per mezzo dell’azione politica e attribuendo al movimento rivoluzionario russo il valore di avanguardia in grado di rinnovare tutta la civiltà europea.
\r Ebbe addirittura un moto di entusiasmo nei confronti di Lenin, soprattutto della sua capacità di mobilitare le masse; seguì poi una fase di ripensamento, dettata anche dal fatto che, a seguito di alcune accuse, nel ‘20 sperimentò il carcere bolscevico, prova questa che lo portò a riconsiderare i caratteri fondamentali del regime e a rivedere il giudizio su Lenin, sulla violenza nell’ambito dell’azione politica e sulla possibilità della rivoluzione di incidere veramente sui rapporti sociali. Così, quando all’inizio degli anni ‘20, Caffi dovette fuggire dalla Russia per rifugiarsi in Italia, era già del tutto disilluso rispetto alle possibilità di un impatto immediato e reale dell’azione politica sulla società europea, così com’era uscita dall’esperienza della guerra e della rivoluzione. In seguito, poi, tutte le sue esperienze furono più di tipo intellettuale che politico.
\r In Italia incontra Carlo Rosselli ed entra nell’ambito di Giustizia e Libertà…
\r Anche quello con Carlo Rosselli fu un rapporto tutto sommato ambivalente; Caffi fu senz’altro interessato alla riflessione di Giustizia e Libertà e alla sua intraprendenza nell’ambito dell’antifascismo, diffidò tuttavia di alcuni strumenti, soprattutto della cospirazione e dell’ideologizzazione dell’antifascismo, che invece costituirono elementi chiave dell’esperienza di Gl, soprattutto a partire da una certa fase. Fu questo il motivo per cui tra il ‘35 e il ‘36, insieme a Chiaromonte, Mario Levi e Renzo Giua, Caffi prese le distanze da Gl, dando vita a quella che fu definita da Aldo Garosci “la crisi dei novatori”, che determinò all’interno di questo movimento antifascista (antifascismo di cui comunque Gl rimane una delle espressioni più originali e interessanti) un momento di rottura forte.
\r Quale fu il punto di rottura tra i due?
\r Il nodo di fondo credo vada individuato proprio nelle differenze di formazione, di sensibilità e di percorso sia politico che intellettuale. Carlo Rosselli, per quanto avesse un’intelligenza viva e acuta, molto attenta alle novità che si affacciavano sul quadro politico, era fondamentalmente un politico, interessato soprattutto all’affermazione del suo movimento e a garantirsene la leadership; nel tempo, la linea di Giustizia e Libertà tese infatti a coincidere sempre di più con le sue idee, e non furono solo Caffi, Levi, Giua a prenderne le distanze, ma anche Tarchiani e Salvemini; intorno al ’35-’36, dentro Gl restarono soltanto coloro che aderivano alla linea di Carlo Rosselli, una linea di politica militante che di fronte alla necessità, sempre più urgente, di combattere il fascismo e alla prospettiva di una nuova guerra, ipotizzava nuovi rapporti con il movimento comunista.
\r Caffi invece incarnò un tipo di intellettuale profondamente diverso, decisamente più libero, anche e soprattutto dalle contingenze politiche del tempo. Poneva questioni di altro ordine: una riflessione approfondita sulla natura e sui caratteri della crisi della civiltà europea degli anni ‘20 e ‘30, sul ruolo della violenza nella storia, sulle forme della lotta rivoluzionaria e su quale tipo di tradizione occorreva rifarsi per ipotizzare un rinnovamento sociale. Prendendo spunto dalla sua conoscenza del movimento rivoluzionario russo, di cui aveva avuto esperienza diretta, fece sua anche una forte critica delle idee di cospirazione, di clandestinità e di ricorso alla violenza; critica che apparteneva ad alcuni segmenti della emigrazione antibolscevica russa che, tra gli anni ‘20 e ‘30, avevano cercato di ripensare le forme della lotta rivoluzionaria, scorgendo in alcuni aspetti di violenza e di chiusura del movimento le origini del regime bolscevico.
\r Perciò, quando si accorse che Gl tendeva a darsi una forma decisamente militante, a ipotizzare forme di propaganda eclatante, a organizzare gruppi clandestini in Italia, Caffi richiamò l’attenzione dei suoi membri, sulle pagine dell’omonima rivista, sui rischi insiti in questo tipo di concezione dell’azione politica.
\r Questo dibattito portò anche ad una polemica sul significato da dare al Risorgimento. Rosselli era molto più legato alle tradizioni del Risorgimento italiano, soprattutto nella sua versione mazziniana; Caffi invece, che per formazione guardava più alla tradizione rivoluzionaria russa, soprattutto quella dell’intellighenzia ottocentesca, ebbe sempre una profonda insofferenza per Mazzini e per tutta la tradizione risorgimentale italiana.
\r Hai parlato di ideologizzazione dell’antifascismo. Cosa intendi?
\r Caffi non condivideva assolutamente l’analisi che riconduceva la crisi della civiltà europea alla presenza del fascismo e fu estremamente precoce nell’individuare i rischi di una deriva in chiave ideologica della lotta antifascista. Ben inteso, ebbe sempre presente il problema del fascismo ma lo collocò all’interno di una considerazione più generale sulla crisi della civiltà europea che secondo lui non nasceva nel ‘22 ma nel 1914, con la Grande Guerra, che lui considerava il momento di frattura vero, e di cui la Rivoluzione russa del ‘17, la nascita del fascismo nel ’22 e del nazismo nel ’33 furono delle conseguenze, delle ripercussioni di lungo periodo ma non ne costituirono la matrice originaria. Di conseguenza, metteva in guardia dal considerare risolta la crisi nel momento in cui il fascismo fosse stato battuto. Già negli scritti degli anni ‘30 si intravedono alcuni barlumi di questa critica, che poi svilupperà più compiutamente nel secondo dopoguerra, a partire dal ‘45-’46, soprattutto nel dialogo con Camus (che assunse posizioni molto simili), e in alcuni interventi su Politics, laddove venne individuato il tentativo di costruire una nuova fonte di legittimità per le neonate istituzioni democratiche sulla base dell’antifascismo.
\r Si tratta proprio di una profonda diffidenza nei confronti dell’uso strumentale di tutta la vicenda antifascista e resistenziale, monopolio del movimento comunista, in chiave di legittimazione del nuovo ordine, delle nuove istituzioni che, tra l’altro, avevano preso di nuovo la forma dello Stato nazionale, laddove Caffi invece avrebbe voluto una riorganizzazione della società su basi federaliste. Diffidenza che tendeva poi a coincidere con la critica radicale al movimento comunista, alla sua storia e alle sue forme di lotta e di organizzazione.
\r Quindi la sua riflessione politica tendeva maggiormente a prefigurare il coinvolgimento della la società e la trasformazione culturale nei tempi lunghi?
\r Senz’altro. Il Caffi intellettuale credeva che le élites rivoluzionarie in senso proprio fossero quelle intellettuali, quindi attribuiva un valore fondamentale, una sorta di primato, alla cultura nei processi di trasformazione della società. Riteneva che le forme di partecipazione e di auto organizzazione della società, di coinvolgimento delle masse popolari, dovessero essere sempre guidate dalle élites di tipo intellettuale.
\r Alla fine approda a un’idea della non violenza. Che tragitto percorre per arrivare a questo?
\r L’approdo alla non violenza parte da una riflessione estremamente acuta (che tra l’altro è stata ripresa dalle acquisizioni più recenti della storiografia), che prende forma alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la prima vera e propria guerra totale, che egli identificò soprattutto nei simboli di Auschwitz e Hiroshima.
\r Caffi si era reso conto che quegli eventi altro non erano che l’esito ultimo di quella modernità che aveva iniziato a dispiegarsi fin dall’estate del 1914, e identificava il XX secolo come età della violenza totale. Ecco, di fronte a questo scenario, Caffi decise di assumere una posizione di rifiuto radicale della violenza, anche qualora fosse una violenza giusta. Da qui discende, e diventa comprensibile, il suo atteggiamento di non totale adesione alla Resistenza, soprattutto al suo approccio in chiave retorica e a tutto quello che rappresentò nel dopoguerra in termini di monumentalizzazione di quella esperienza, di retorica dell’eroe, di elogio della violenza giusta, e via dicendo. Caffi ne prese le distanze con una posizione in qualche modo astorica, che aderiva pienamente all’ideale etico della non violenza -da qui il suo rapporto con Capitini e con alcune espressioni del movimento pacifista- ben attento, però, a distinguersi dal movimento per la pace filocomunista.
\r Queste prese di posizione provocarono però il suo ulteriore isolamento dal quadro culturale europeo, soprattutto parigino, della fine degli anni ‘40, caratterizzato invece da figure come Sartre o Merleau-Ponty, che esaltavano il ruolo della violenza nella storia, distinguendone un valore reazionario e uno progressista, e inneggiavano all’Unione Sovietica come massima espressione dell’antifascismo. Ecco, di fronte a questo scenario Caffi si allontanò, si estraniò, e mantenne pochi contatti, con Chiaromonte, Capitini, Camus, segno, questo, del deciso rifiuto della deriva che aveva preso il secolo.
\r Questo è tanto più interessante alla luce del fatto che era partito, in età giovanile da posizioni di interventismo...
\r Sì, è vero. Diciamo che Caffi nell’estate del 1914, alla vigilia dello scoppio della guerra, come molti degli appartenenti alla Seconda Internazionale, era socialista, pacifista e antimilitarista, poi, a seguito di tutta la tumultuosa sequenza di avvenimenti che portò allo scoppio della guerra, allo scioglimento dell’Internazionale, alla formazione dell’Union Sacrée in Francia e all’invasione del Belgio da parte delle truppe tedesche, decise immediatamente, come molti altri suoi coetanei, di schierarsi a difesa della Repubblica Francese e nel settembre, nel momento in cui si svolgeva la battaglia sulla Marna e veniva addirittura minacciata Parigi, si arruolò come volontario nella Legione Straniera, combatté sulle Argonne e fu anche ferito. Curiosa è anche la sua collocazione nell’esercito: scelse di far parte della legione garibaldina, un corpo di interventisti italiani partiti a combattere per la Francia, di simpatie orientate verso la sinistra risorgimentale mazziniana e garibaldina e con un forte senso della militanza politica. Addirittura, mentre combatteva, scrisse lettere che dichiaravano la sua piena adesione alle campagne dell’interventismo rivoluzionario di cui facevano parte Mussolini e la rivista La Voce. Non è quindi un caso che poi, molti dei volontari di questo corpo, ad esempio Malaparte, siano confluiti nel fascismo.
\r Caffi ebbe poi un primo ripensamento nel maggio del ’15, durante le famose giornate che ebbero come protagonista D’Annunzio, soprattutto per le modalità con cui venne forzata la volontà del Parlamento durante la votazione dei crediti di guerra e la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria; prese le distanze soprattutto dalle agitazioni del nazionalismo di piazza e, in generale, dalle forme più esasperate dell’interventismo. Fu poi nei primi anni ’20, che la riflessione lo portò a considerare la militanza in quella legione garibaldina e la sua adesione all’esperimento bolscevico come parte di uno stesso processo d’involuzione della vita pubblica europea. Tra l’altro è un ripensamento che lo accomuna ad alcune delle figure più autorevoli del suo tempo, ad esempio Elie Halévy, uno storico francese liberale, di formazione quindi ben diversa da Caffi, studioso dell’Inghilterra ottocentesca. Come Caffi, anch’egli attribuiva alla Grande Guerra il significato di una rottura di civiltà che aveva reso possibile il realizzarsi di avvenimenti e svolte del tutto inediti nella storia, dall’esito statalista e nazionalista. Da segnalare che questo Elie Halévy era in contatto anche con Carlo Rosselli (anche se proprio Rosselli fraintese o mistificò alcune sue intuizioni perché nella lotta politica non tornavano utili) e fu uno degli ultimi a vederlo prima della morte: abitava sulla strada tra Parigi e la Normandia e Rosselli, che si trovava là per cure termali, qualche giorno prima era andato a trovarlo.
\r E nei confronti della guerra di Spagna come fu il suo atteggiamento?
\r Come quasi tutti i militanti antifascisti partecipò a quel precoce entusiasmo che si scatenò dopo le elezioni della primavera del ‘36 con la vittoria dei fronti popolari, sia in Francia che in Spagna. Forse pensò, per un attimo, che quell’avvenimento potesse costituire l’inizio di una svolta per le sorti dell’Europa, che tutti a quel punto iniziavano a immaginare destinata di nuovo alla guerra. Però, poi, di fronte alla spinta egemonica della politica comunista all’interno dei fronti popolari, sia in Francia che in Spagna -in Spagna in modo decisamente più brutale ed evidente- prese le distanze. Comunque, in generale, la guerra di Spagna non fu per lui (almeno per quanto sono riuscito a vedere) un evento epocale, come magari ci si potrebbe aspettare. Anzi, potremmo dire che fu un evento con cui ebbe difficoltà a rapportarsi, anche perché Caffi, a differenza ad esempio di Rosselli, ancora per tutti gli anni ‘30 restò convinto che la guerra non fosse inevitabile, laddove invece molti guardavano alla guerra di Spagna come al primo terreno di scontro con il fascismo. Caffi invece ne rifiutava le implicazioni di ordine politico, e cioè che lo scontro con il fascismo presupponeva la necessità di accordi con il movimento comunista. Quindi verso la guerra di Spagna mantenne un atteggiamento piuttosto defilato, per quanto tra l’altro in quel periodo vivesse a Tolosa, quindi neanche tanto lontano; non partecipò, neanche indirettamente, e non scrisse nulla; tra l’altro era reduce dalla rottura con Gl, quindi in una fase di ripensamento dei suoi orientamenti politici, in cui si dedicò di più ai suoi interessi di storia bizantina che alla storia contemporanea.
\r Anche con Chiaromonte Caffi arrivò a una profonda divergenza…
\r Sì, che tra l’altro ebbe anche delle ripercussioni personali, visto il rapporto di stretta amicizia che c’era tra i due fin dagli anni ‘30, ma più in generale investì i rapporti con l’ambiente di Politics. C’è una lettera del ’51 che segna la rottura, dopodiché i rapporti tra i due si fanno molto radi; io ho potuto vedere il carteggio con Chiaromonte, che in quel periodo era a New York, e mi pare che ci siano solo una o due lettere prima della morte di Caffi, avvenuta nel ’55. Bisogna però tenere presente che Caffi alla fine era piuttosto malato, solo, spesso ricoverato in ospedale, quindi impossibilitato a mantenere un rapporto più continuo.
\r Quali furono i motivi?
\r Successe che anche Politics ad un certo punto si spaccò sotto il peso della Guerra Fredda, e gran parte della redazione decise di abbandonare l’atteggiamento radicalmente critico nei confronti della politica alleata durante la guerra, il giudizio severo verso l’antifascismo e la critica più generale nei confronti della modernità, per aderire al mondo occidentale e a quella che allora veniva considerata “la lotta per il mondo libero” contro il male comunista. E di questa aperta svolta fu partecipe lo stesso Chiaromonte, che si schierò apertamente, mentre Caffi ancora una volta decise di andare controcorrente (e lo fece notare a colui che considerava suo allievo): non condivise l’adesione alla politica dell’amministrazione americana di quegli anni (è il ‘49-’50, l’epoca del blocco di Berlino, della guerra in Corea, l’epoca in cui si consolidano definitivamente i blocchi sul continente europeo) e si sottrasse alla logica di schieramento politico della Guerra Fredda, mantenendo nello stesso tempo un atteggiamento assolutamente critico verso l’Unione Sovietica. Anzi, Caffi in questo periodo tornò addirittura all’antico, rispolverando alcune convinzioni radicali della giovinezza e prestando una nuova attenzione al movimento operaio, anche, e soprattutto, nella sua versione marxista. C’è da dire che per Marx Caffi aveva mantenuto sempre una certa diffidenza, preferendo orientarsi verso le tradizioni non marxiste del socialismo, in particolare verso Proudhon e il socialismo agrario russo; tra la fine degli anni ‘40 e i primi anni ‘50, invece, si scorge un tentativo di rilettura di Marx e un riconoscimento del valore positivo del marxismo nell’ambito della costruzione del movimento operaio e della definizione di alternative alle tradizionali logiche di schieramento degli Stati nazionali. A questo punto, però, Caffi si era appartato quasi da tutti.
\r L’amicizia con Camus risale a quegli anni?
\r Sì, però non ci è dato sapere molto del loro rapporto per mancanza di materiali documentali. Sappiamo che fu Chiaromonte, che aveva conosciuto Camus nel ‘40, in Algeria, durante la fuga dalla Francia, a fare da tramite tra i due, nei primi anni del dopoguerra, quelli, tra l’altro, in cui Camus scrisse L’uomo in rivolta (lucida analisi della rivoluzione, delle sue forme e dei suoi rapporti con la modernità, con una particolare attenzione per la tradizione rivoluzionaria russa).
\r Si può quindi immaginare la consonanza di vedute tra i due. Camus, poi, in questo periodo frequentava non solo Caffi ma anche alcuni esponenti dell’estrema sinistra francese reduci dalla lontana tradizione del sindacalismo rivoluzionario, in particolare Rosmer e Morat. C’è quindi, anche da parte di Camus, una certa attenzione per quel mondo di sinistra non schierato con le logiche della guerra fredda.
\r In quegli anni, poi, tra il ‘48 e il ‘52-’53, Caffi partecipò come lettore all’attività redazionale di Gallimard (fu il suo ultimo lavoro), quindi i due si incontravano quotidianamente e lavoravano gomito a gomito. Purtroppo, anche tutto il materiale documentale relativo alla collaborazione di Caffi con Gallimard (schede e quant’altro) è praticamente secretato e io ho scritto più volte alla casa editrice ma non ho mai ricevuto risposta.
\r Un’altra questione, sempre attinente al rifiuto dell’antifascismo ideologico, che in quel periodo unì Caffi a Camus, fu quella delle epurazioni degli intellettuali compromessi col regime e più in generare dell’atteggiamento da tenere verso i collaborazionisti. In particolare Caffi rifiutava la versione, allora prevalente, della guerra intesa come contrapposizione, sia in Francia che in Italia, di un vasto movimento di liberazione nazionale a un manipolo di traditori, sanguinari e disperati; al contrario era ben consapevole che la vicenda resistenziale era stata solo l’esito delle ultime evoluzioni della guerra, e di quanto vasto invece fosse stato il consenso, l’adesione a quel tipo di progetto politico. Ed è lì che Camus, insieme a François Mauriac partecipò a una vera e propria battage e si schierò contro le condanne a morte di alcuni importanti figure della politica e della cultura francese, in nome del fatto che quegli errori, quelle tragedie avevano coinvolto tutti. Condotta in questo modo, secondo loro, la resa dei conti con il fascismo diventava un’operazione del tutto strumentale e propagandistica, tesa solo ad individuare alcuni capri espiatori, evitando così di portare alla luce quanto quell’esperienza fosse stata capillare.
\r La struttura burocratica dello Stato non poteva essere epurata…
\r Certo. Le strutture dello Stato nazionale che si erano compromesse col regime e anzi, ne avevano costituito le radici fondamentali, non solo continuavano ma godevano di una nuova legittimità per il fatto di essere sopravvissute alla guerra e al fascismo. Camus e Caffi condividevano invece una prospettiva europeista federalista la sola che, incidendo radicalmente sulle strutture dello Stato nazionale, sarebbe stata in grado di sottrarre l’Europa alla crisi che l’aveva attraversata.
\r Caffi comunque anche in Francia ebbe dei problemi…
\r Sì, proprio negli ultimi mesi di guerra fu arrestato e torturato dalla milizia di Vichy, tra l’altro era già in età piuttosto avanzata e anche volendo non avrebbe potuto partecipare alla Resistenza proprio per questo motivo. Fu comunque individuato, poi insomma, era russo, antifascista e per di più omosessuale…
\r Alla fine fu rilasciato, e di questa esperienza parlò pochissimo; noi ne siamo a conoscenza perché Emma Woytinsky la riferì al marito, col quale Caffi era in contatto epistolare. Insomma, Caffi conobbe il carcere zarista, durante i suoi plurimi arresti tra il 1905 e il 1906, quello bolscevico nell’autunno del ‘20, e poi, alla fine, anche quello nazista, quindi si può dire che esperì il secolo anche in questa maniera.
\r Ci sono speranze per la riunificazione delle carte di Caffi e per la costruzione di un archivio organico?
\r E’ un’impresa difficile. A Yale ad esempio c’è la corrispondenza con Chiaromonte ma ho l’impressione che negli Stati Uniti possa esserci anche dell’altro, perché nei primi anni ’40 là fuggirono molti esponenti dell’emigrazione russa e della società rivoluzionaria menscevica che probabilmente avevano continuato a mantenersi in contatto con Caffi. Ad esempio ultimamente è stato ritrovato il carteggio con Wladimir Woytinsky, una figura interessante ma tutto sommato poco conosciuta. Nato a San Pietroburgo, laureato in matematica, aveva stretto amicizia con Caffi durante gli anni del liceo, dopodiché avevano partecipato insieme alla rivoluzione del 1905, anche se da parti opposte (Woytinsky, schierato con i bolscevichi, era deputato ad organizzare i disoccupati durante le giornate di sciopero, mentre Caffi apparteneva al sindacalismo di orientamento menscevico), condividendo anche un’esperienza di prigionia a Ekaterimburg nel 1907. Poi Caffi riuscì a fuggire in Europa e si persero di vista, dopodiché si rimisero in contatto nel ‘19, durante la rivoluzione, e rimasero in contatto epistolare fino al secondo dopoguerra, frequentandosi anche di persona per qualche anno, durante un soggiorno di Woytinsky a Parigi negli anni Trenta. Woytinsky poi finì in America, dove insegnò in un importante università e collaborò anche ad alcuni uffici del New Deal. E’ tra l’altro un epistolario particolarmente interessante perché protratto a lungo nel tempo, attraversa decenni di storia europea e mondiale.
\r Un’altra eventuale pista per una ricerca documentaria è quella costituita dall’archivio del Grande Oriente di Francia perché Caffi era massone e tra l’altro conosceva personalmente Michail Osorgin, il gran capo della massoneria russa dell’emigrazione; anzi Chiaromonte riteneva probabile che, essendo Caffi dovuto fuggire più volte da Parigi in fretta e furia, avesse affidato del materiale al Grande Oriente di Francia. Però l’accesso agli archivi del Grande Oriente di Francia è una delle missioni più impossibili che esistano.

  

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Capitalismo e libertà

Libertà e capitalismo sono indissolubili? Ogni idea di cambiamento non può che partire dalle condizioni storiche concrete in cui il massimo di libertà si è realizzata. L’idea di libertà non può che essere negativa, come assenza di coercizione; il pericolo delle libertà positive, sempre prescrittive. La libertà è anche quella di non partecipare. Il grande errore della sinistra di legare libertà a risorse.
Conversazione con Nico Berti.
Ricordiamo Koestler
e gli altri

La vicenda di Arthur Koestler, e di tanti come lui, che dopo aver aderito al comunismo, ne rimasero talmente inorriditi che, pur nel periodo più duro della lotta antinazista, non cedettero al "ricatto antifascista” e lottarono anche contro l’altro totalitarismo. Il Congresso per la libertà della cultura e i soldi della Cia. La tragica debolezza dell’anticomunismo di sinistra.
Intervista a Marcello Flores.
 
Riformismo rivoluzionario

Il tragitto politico e intellettuale di Riccardo Lombardi, dapprima strenuo sostenitore di una politica pianificatrice dall’alto, che presupponeva la conquista della "stanza dei bottoni” e, dopo il fallimento del centrosinistra, fautore di un’"alternativa socialista”, basata su forme, dal basso, di autogestione. L’appoggio decisivo all’elezione di Bettino Craxi, di cui ebbe a pentirsi.
Intervista a Francesco Grassi.

Ma perché
il maoismo?

L’ultrastalinismo del Partito comunista italiano e il fatto che abbia dato un grande contributo alla costruzione della democrazia sono due aspetti veri entrambi. Il fideismo verso l’Urss una vera religione. Il mistero di un movimento antiautoritario, quello del 68, caduto quasi subito nell’ideologia comunista. Nessuna manifestazione per Praga. Una rimozione più che una vera autocritica.
Intervista a Marcello Flores.
Quell'ansia di prendere il potere

La sincerità sconvolgente, per la sinistra innanzitutto, di Pasolini. Se del 68 Chiaromonte rigetta la ricerca dell’appagamento di tutti i desideri, cardine della società dei consumi, Pasolini denuncia l’identificazione con l’aggressore di tanta sinistra giovanile e, al fondo, dello stesso marxismo, che ama il capitalismo e la sua tensione al futuro. Un populismo libertario e il "fondo oscuro dell’esistenza”.
Intervista a Filippo La Porta.
Se Jefferson...

Il modo ambivalente di guardare all’America della sinistra europea dipende dalla storia: quando qua regnava il privilegio là si diceva "una testa un voto”, qua si aspettava sempre la rivoluzione là pensavano di averla già fatta; il deficit terribile di liberalismo della sinistra italiana. Intervista a Pietro Adamo.





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