Boubacar Boris Diop, romanziere e giornalista senegalese, è nato nel 1946 a Dakar. Consulente tecnico al Ministero della Cultura del suo paese, è stato professore di letteratura e di filosofia. Recentemente è stato tradotto in italiano il suo romanzo, Rwanda-Murambi. Il libro delle ossa, per le edizioni E/O.

Questo romanzo è nato dal soggiorno di un gruppo di scrittori africani in Rwanda. Puoi raccontare?
L’iniziativa, che si chiama “Rwanda: scrivere per dovere di memoria”, è nata sotto l’impulso di Nocky Djedanoum -uno degli scrittori del gruppo- e di sua moglie, Maïmouna Coulibaly. Secondo loro, gli intellettuali africani e in particolare gli artisti, non si erano ancora espressi con sufficiente determinazione sul genocidio rwandese. Hanno quindi voluto che la scrittura fosse messa al servizio della memoria per contribuire all’elaborazione del lutto. C’è da dire che l’impiccagione dello scrittore Ken Saro Wiwa ha avuto un peso non indifferente in tutta questa faccenda. L’esecuzione dello scrittore da parte del dittatore militare Sani Abachi risale al 1995, mentre a Lille si svolgeva il convegno annuale degli autori africani, Fest’Africa. Venne impiccato insieme ad altri compagni mentre si stava battendo in difesa dei diritti del suo popolo che, disgraziatamente, vive su una terra ricca di giacimenti petroliferi. Ken Saro Wiwa non si opponeva allo sfruttamento dei giacimenti, chiedeva semplicemente che anche il popolo Ogoni potesse trarne dei vantaggi, a livello economico, sociale e culturale. E’ stato considerato un nemico dello Stato e, in base a questa accusa infondata, condannato a morte insieme ai suoi otto compagni.
Questo fatto ci colpì profondamente. A parte il suo talento letterario, alcuni di noi avevano appena perso un amico. Seduta stante organizzammo una piccola cerimonia. Era comunque palese a tutti quanto la mano degli scrittori, africani e non, fosse impotente di fronte alle dittature sanguinarie. Irrisorie e ridicole erano le nostre urla di rabbia, così sostanzialmente lontane dai processi politici reali.
Dopo il convegno di Lille, segnato da questa tragica scomparsa, la riflessione proseguì. Mentre in Rwanda venivano uccise 10.000 persone al giorno, gli intellettuali e scrittori africani avevano mantenuto un vergognoso silenzio. Ma, a parte il genocidio, ci rendemmo conto che noi intellettuali africani, da tempo ormai, non prendevamo più posizione sulle dolorose vicende del nostro continente. Per viltà, per interesse, o per una cronica sottomissione avevamo abbandonato ogni forma d’intervento e di critica. Questa amara constatazione si trasformò, nel corso dei mesi, in un bisogno impellente di far sentire la nostra voce. Alcune discussioni con la comunità rwandese di Parigi ci convinsero della necessità di interessarci maggiormente al genocidio del 1994. Nacque in questo modo l’idea di invitare alcuni scrittori in Rwanda per un soggiorno.
Le cose non erano però così semplici come pensavamo. Ci sono voluti circa due anni per riuscire a convincere le autorità rwandesi, all’inizio reticenti, a lasciarci entrare nel loro paese. Bisogna anche dire che la presenza di un gruppo consistente di scrittori francofoni non li rassicurava per niente, dal momento che ai loro occhi la Francia aveva sostenuto i pianificatori del genocidio. Ad ogni modo, dopo i necessari chiarimenti, tutto è proseguito per il verso giusto.
Così Koulsy Lamko e Nocky Djedanoum del Ciad, Monique Ilboudo del Burkina Faso, Meja Mangi del Kenia, Véronique Tadjo della Costa d’Avoria, Abderam Waberi di Djibuti, Terno Monenembo della Guinea, Jean-Marie Vianney Rurangwa e Venuste Kayimahe del Rwanda e io del Senegal, siamo rimasti due mesi in Rwanda, nel luglio e agosto del 1998. Abbiamo visitato i luoghi del Memoriale del Genocidio, abbiamo discusso con le Ong, gli Avvocati senza frontiere e il Collettivo Pro Donne; abbiamo incontrato l’Associazione dei giornalisti e degli scrittori, e gli animatori del Policlinico della Speranza, che si occupa degli orfani e delle donne violentate durante il genocidio. Abbiamo anche tenuto alcune conferenze presso l’università di Butare e in alcuni licei e scuole elementari. Ci siamo ovviamente intrattenuti con i sopravvissuti -alcuni di loro fanno parte dell’associazione Ibuka- e con alcuni dei 120.000 detenuti accusati di aver partecipato, a diversi livelli, ai massacri. Larghi spazi del programma erano dedicati alla stesura degli appunti e alle nostre iniziative individuali. Mi preme sottolineare che ...[continua]

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