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Intervista al sociologo Richard Sennett sulla società complessa


UNA CITTÀ n. 196 / 2012 Agosto-Settembre

Intervista a Richard Sennett
realizzata da Barbara Bertoncin, traduzione di Sarah Baldissera

IL CONDIZIONALE ATTENUATIVO
Per vivere assieme a persone diverse da noi in società complesse non basta la buona volontà, sono richieste delle abilità pratiche, come l’empatia e un approccio non assertivo; la crisi delle scuole pubbliche e il ruolo dei social network; l’innovativa formula del sindacato americano dei servizi. Intervista a Richard Sennett.

Richard Sennett, sociologo, già professore di Sociologia alla London School of Economics e alla New York University, ha pubblicato tra l’altro, L’uomo artigiano, Feltrinelli 2008 e Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, 2012. Lei da tempo si interroga su quali siano le "doti” necessarie a vivere nella società moderna, dove siamo chiamati a convivere con persone con una cultura diversa dalla nostra, che non capiamo, che a volte non ci piacciono. Mi verrebbe da dire che le difficoltà di dialogo oggi riguardano anche la non facile cooperazione tra i Paesi forti e quelli deboli. Questo in Europa è un problema enorme. Un problema più per i forti come la Germania che per i deboli come la Grecia o l’Italia, devo dire. Anche a questo livello, il bisogno di cooperazione c’è, ma le abilità per metterla in pratica scarseggiano. Purtroppo l’applicazione pratica di questi concetti nell’attuale situazione europea mi si è palesata solo dopo aver finito il libro. La mia ricerca riguarda la capacità di costruire una relazione fra diversi, il che costituisce di per sé un’abilità. Quello che è importante da capire è che per vivere assieme a chi è diverso da noi, non basta la buona volontà, ci vogliono proprio delle capacità specifiche. Io parlo di scambio dialogico, cioè aperto all’ascolto, di empatia, che è forse la virtù sociale cardinale, perché implica un interesse sincero per l’altro così com’è, cioè nella sua alterità (a differenza della simpatia, che pretende di immedesimarsi nell’altro) . Un’altra competenza richiesta è l’uso del cosiddetto "condizionale attenuativo” e di quelle forme dubitative che lasciano aperto uno "spazio di ambiguità”. Sono tutte cose che dobbiamo imparare dall’esperienza, sono proprio abilità pratiche. Spesso il termine "cooperazione” viene usato con tono moralistico e si confonde con l’"avere un buon cuore”. In realtà, per come la vedo io, la cooperazione è un’attività pratica, che ha a che fare con abilità fisiche e sociali. Per esempio usare un tono dubitativo e non assertivo, che dunque stimoli il dialogo e il confronto, è un po’ come usare la minima forza necessaria nel maneggiare un oggetto fisico. Il dialogo, inteso come la creazione di una sintonia, richiede forme di curiosità nei confronti dell’altro; l’empatia significa minimizzare la capacità di resistenza che si incontra nell’entrare in relazione e può somigliare all’annullamento della resistenza che oppongono gli oggetti concreti al contatto. Ciò che cerco di evitare è la moralizzazione della cooperazione, che va invece vista in un contesto pratico. Lei dice che la cooperazione è stata in qualche modo "corrotta” dalla solidarietà. Cosa intende? È una faccenda terribile per le persone di sinistra. La solidarietà implica una sorta di unità, la quale richiede disciplina, che a sua volta implica una gestione gerarchica. È difficile che esista la solidarietà senza una politica gerarchica. Al contrario, la cooperazione è qualcosa di confuso, che nasce dal basso e che si fonda su uno scambio diretto, più che su programmi o politiche. È sempre qualcosa che ha a che fare con l’esperienza. Io mi sento di appartenere a quella che viene chiamata la sinistra sociale, la cui espressione politica oggi è incarnata ad esempio nell’"Occupy movement”, qualcosa che non ha a che fare con l’ideologia, ma con l’azione diretta fra le persone. La vostra rivista si chiama "Una città”. Ecco, il problema di andare d’accordo con gli sconosciuti ha molto a che fare con i contesti urbani. Il problema non nasce soltanto dal modo in cui ci comportiamo con immigrati o stranieri, ma anche da come ci comportiamo con persone diverse da noi per classe sociale. Ciò che sta accadendo nelle città moderne è che l’isolamento per classe, così come per etnia o religione, sta aumentando. È uno degli... [ continua ]

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