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Appello per Berneri

Noi ovviamente non contiamo nulla, ma ciononostante avanziamo una richiesta solenne agli ex-comunisti del Pci (la specifica è necessaria perché ci sono anche gli altri ex-comunisti, quelli del 68, e l’impressione è che i conti con le loro idee e con i loro atti di un tempo li abbiano fatti ancor meno dei primi): convochino un grande convegno sulla figura di Camillo Berneri, grande intellettuale e militante italiano, anarchico eterodosso, antifascista della prima ora e altrettanto rigoroso anticomunista, amico dei fratelli Rosselli, combattente di Spagna, ucciso dai comunisti delle brigate internazionali che ne rivendicarono l’omicidio sul giornale comunista in Francia.
E in questo convegno si faccia luce, finalmente, sul ruolo che ebbe Togliatti in Spagna.
E’ chiedere troppo? E’ una richiesta da pazzi? Forse sì, visto che pensiamo anche che se l’avessero fatto per tempo, negli anni scorsi, forse ora la situazione del nostro paese sarebbe diversa...
E chissà, se mai si dovesse tenere un simile convegno, che non possa svolgersi sotto l’alto patrocinio della Presidenza della Repubblica...

l'altra tradizione

Carlo De Maria sul Centro educativo italo-svizzero e Margherita Zoebeli


  
UNA CITTÀ n. 192 / 2012 Marzo

Intervista a Carlo De Maria
realizzata da Gianni Saporetti e Franco Melandri

QUELLE TREDICI BARACCHE
L’esperienza straordinaria del Centro educativo italo-svizzero fondato dal Soccorso operaio svizzero, nell’immediato dopoguerra in una Rimini devastata; una scuola elementare e un asilo ispirati alla pedagogia laica e libertaria dell’educazione attiva; la figura luminosa di Margherita Zoebeli che, a partire dall’impresa del ‘38 in Spagna per mettere in salvo orfani della guerra civile, ha dedicato tutta la vita ai bambini; la grande amarezza del ‘68. Intervista a Carlo De Maria.

Carlo De Maria, storico del socialismo e delle autonomie sociali e territoriali, ha studiato le biografie di Andrea Costa, Alessandro Schiavi, Camillo Berneri e Giovanna Caleffi. Recentemente ha curato la pubblicazione del volume Intervento sociale e azione educativa. Margherita Zoebeli nell’Italia del secondo dopoguerra (Clueb 2012).

Margherita Zoebeli, pur avendo dato vita a una delle esperienze pedagogiche più significative in Italia, è una figura sconosciuta ai più. Puoi parlarcene?
Io stesso solo nel 2005 ho sentito per la prima volta questo nome. Il primo a parlarmene è stato Goffredo Fofi, che mi disse: "Una figura che tu devi studiare è Margherita Zoebeli, vai a Rimini, vai a vedere”. Il Centro educativo italo-svizzero, fondato dalla Zoebeli nel 1946, rientrava in quella rete, molto vivace negli anni 40 e 50, di minoranze etiche, attive in campo educativo e sociale, nel lavoro di comunità. L’altra persona che a distanza di poche settimane mi parlò di Margherita è stata Patrizia Dogliani, che si era avvicinata alla Zoebeli studiando le migrazioni forzate, gli esodi, le deportazioni di massa negli anni tra le due guerre mondiali e dopo la seconda guerra mondiale; l’impatto, cioè, della guerra sulle popolazioni civili e quindi sull’infanzia, che è la parte della popolazione più esposta. Ed è qui, in effetti, che Margherita Zoebeli e il suo centro educativo hanno avuto un’importanza fondamentale. Tutto è nato dal soccorso verso l’infanzia traumatizzata dalla guerra; da lì sono sorti e si sono consolidati nel tempo un asilo e una scuola elementare modello.
Ma questo suo impegno sociale lo intendeva come militanza politica?
Certo, un impegno politico al femminile. Il lavoro pedagogico e sociale di Margherita Zoebeli nasce, per sua stessa ammissione, dall’impegno politico. Lei, prima di tutto, è una militante politica. Anche questo aspetto della sua biografia va inquadrato in un fenomeno più generale, italiano ed europeo. Mi riferisco al fatto che le donne cominciano ad affacciarsi, in numero consistente, alla militanza politica nei decenni tra le due guerre mondiali. Prima tu trovi alcuni casi eccezionali: trovi Anna Kuliscioff, parlando della generazione di Andrea Costa e di Filippo Turati (cioè della prima generazione del socialismo italiano ed europeo); più tardi trovi Angelica Balabanoff, parlando della seconda generazione, quella di Alessandro Schiavi e dei nati negli anni 70 dell’Ottocento. Però una dimensione di massa di impegno femminile comincia nei decenni tra le due guerre mondiali, quando "la grande storia” entra nella vita delle persone in maniera prima impensabile. Di fronte alle difficoltà enormi che devono affrontare intere famiglie di esuli e profughi costrette ad abbandonare i propri Paesi di origine, ecco allora che le donne, le mogli, cominciano ad assumere dei ruoli anche pubblici, prima appannaggio dei loro compagni.
Questo è evidentissimo in molte biografie e storie familiari dell’esilio antifascista. Io cito il caso che conosco meglio, quello di Giovanna Caleffi Berneri, e non la cito a caso perché, poi, diventerà amica di Margherita Zoebeli negli anni 50. Ebbene, Giovanna, pur essendo cresciuta nella Reggio Emilia di Camillo Prampolini e avendo quindi assorbito fin dalla giovinezza alcuni elementi della cultura politica democratica e socialista, non si impegnò attivamente in politica che dopo la morte del marito. Fu di fronte alla disgregazione del suo nucleo familiare e alla necessità di difenderne e proseguirne la tradizione politica, che lei iniziò la sua attività militante nel campo anarchico. Ma questo succede per tante altre donne vicine agli ambienti antifascisti, come hanno dimostrato le ricerche sulle famiglie italiane in esilio. Penso agli studi di Patrizia Gabrielli, che è forse la principale esperta di questi temi.
L’impegno al femminile si orienta il più delle volte proprio nell’ambito dell’intervento sociale ed educativo. Di fronte alle pedagogie totalitarie, fasciste e sovietiche, Margherita Zoebeli, Giovanna Caleffi e tante altre lavorano per un’educazione all’autonomia, nel solco, in fondo, di quella tradizione ottocentesca socialista e libertaria da sempre molto interessata all’educazione popolare. Nel dopoguerra sarà, poi, molto viva e partecipata la speranza di stimolare un vero e proprio processo di alfabetizzazione democratica dei cittadini.
Qual è allora la sua storia?
Margherita nasce a Zurigo nel 1912, in una famiglia di socialisti: il padre, che è un tecnico specializzato, è molto attivo nel partito socialista svizzero, nei sindacati e nella cooperazione; della madre sappiamo molto poco. Comunque possiamo dire che la famiglia, nel suo complesso, è molto impegnata, molto attenta al dibattito pubblico e quindi Margherita, fin da piccola, assorbe immagini e situazioni pubbliche che l’accompagneranno per tutta la vita. Ad esempio, ricordava benissimo -anche a distanza di tanto tempo- il movimento pacifista e antimilitarista che prese piede in Svizzera negli anni intorno alla Prima guerra mondiale, proprio perché durante uno di questi scioperi, di queste manifestazioni pubbliche (lo slogan era "nie wieder krieg”, mai più guerra), il padre venne fermato dalla polizia. Poi ricordava di uno zio che partì per la Russia subito dopo il ‘17, per andare a lavorare in un kolkhoz, una fattoria a conduzione collettiva. Teniamo presente che nei primi anni dopo il ‘17, anche negli ambienti socialisti e anarchici, l’esperimento sovietico riscuoteva comunque un forte interesse come campo di sperimentazione del socialismo. Zurigo, del resto, era stata un rifugio per molti militanti politici europei, compreso Lenin; era una città vivacissima dal punto di vista politico e culturale.
Più tardi, nel 1924, un’altra immagine indelebile nella memoria di Margherita sarà l’assassinio di Matteotti, vissuto in casa come un drammatico momento di svolta. Nel 1932 nasce in Svizzera il Soccorso operaio svizzero, una struttura di assistenza e di intervento sociale promossa dai sindacati e dal partito socialista svizzero, per far fronte alla grande crisi economica iniziata negli Stati Uniti nel ‘29 ma che aveva le sue ripercussioni in Europa proprio in quegli anni. Quindi Margherita comincia a impegnarsi nei campeggi e nei doposcuola per i bambini degli operai, poi, a partire dal ‘33, presta soccorso alle famiglie degli oppositori al nazismo che lasciavano la Germania e trovavano uno dei rifugi più vicini in Svizzera. In quel contesto inizia e si intensifica la sua militanza socialista, parallelamente Margherita si misura con le prime esperienze di lavoro pedagogico.
Ci sono alcune tappe fondamentali del suo impegno. Una è la Spagna…
Sì, l’impresa più eclatante compiuta da Margherita è quella del 1938, quando va in Spagna per occuparsi di una comunità di bambini, orfani di guerra di parte repubblicana, proprio a ridosso dei Pirenei. Nel ‘38 la situazione della guerra civile sta ormai precipitando verso la sconfitta della Repubblica, i bombardamenti diventano sempre più frequenti e quindi, dopo poche settimane, lei decide di passare in Francia portandosi dietro questo centinaio di bambini. Riesce a organizzare un trasporto che valica i Pirenei e arriva in una colonia sul mare, a Sète, al sicuro, dove i bambini possono stabilirsi con il consenso del governo francese.
Un’impresa dai contorni epici…
Infatti. Poi nel 1944 è sul confine italo-svizzero ad aiutare i partigiani e le famiglie della Val d’Ossola dopo la breve esperienza della repubblica partigiana dell’Ossola. Era iniziato il contrattacco nazifascista e intere famiglie si trovavano allo sbando. Vennero aiutate da Margherita e da altri militanti socialisti svizzeri a varcare la frontiera, riparando in Ticino. Subito dopo, tra la fine del 1944 e l’inizio dell’anno successivo, Margherita fu inviata in Francia per organizzare aiuti alla popolazione della regione mineraria di Saint-Etienne. Qui lavorò diversi mesi come assistente sociale, perfezionando sul campo la propria preparazione, che verrà coronata con un diploma ottenuto a Zurigo nell’autunno 1945. Proprio in quel periodo, infatti, il Soccorso operaio e la Scuola superiore di studi sociali di Zurigo stavano investendo energie e risorse pensando alla rinascita dell’Europa, cioè impegnandosi nella formazione di assistenti sociali, educatori, medici, psicologi, destinati a mettere in atto in un vicino futuro progetti di ricostruzione materiale, culturale e civile, in giro per l’Europa.
Come si spiega un impegno così forte da parte degli svizzeri?
Sarebbe da fare, innanzi tutto, una riflessione sul socialismo svizzero, sulle sue peculiarità, sulla centralità che l’intervento sociale aveva per i militanti svizzeri. A questo si aggiungeva, come ricordava la stessa Margherita, la forte sensazione, molto viva tra i giovani svizzeri, che fosse loro dovere andare ad aiutare le popolazioni europee, visto che avevano avuto la fortuna che il loro paese era rimasto estraneo ai drammi della Prima e anche della Seconda guerra mondiale.
Nel 1945, dunque, Margherita è a Saint-Etienne ed è lì che incontra un’altra donna dalla vicenda avventurosa e drammatica, Barbara Seidenfeld, la compagna di Pietro Tresso, un dirigente trotzkista ucciso nel 1943 durante la resistenza in Francia, probabilmente dagli stalinisti. Barbara Seidenfeld era di origine fiumana e veniva da una famiglia ebraica ungherese con connotati politici molto peculiari: erano tre sorelle (Sara Galli ha dedicato loro un bel libro, Le tre sorelle Seidenfeld) e tutte e tre con una densa biografia politica. Dopo aver condiviso, nel corso degli anni 20, un decennio di militanza all’interno del Partito comunista d’Italia, si dividono in modo traumatico all’inizio degli anni 30. Mentre Serena rimane nell’organizzazione comunista, Barbara entra nel movimento trotzkista, insieme a Tresso, e Gabriella si avvicina con Ignazio Silone, suo compagno di vita, all’antifascismo socialista. Margherita e Barbara, come detto, si conobbero a Saint Etienne nel ‘45, e Barbara fu una delle principali collaboratrici di Margherita nella fondazione del Ceis a Rimini.
Arrivarono insieme?
Sì, arrivarono insieme, all’interno di una piccola delegazione formata da cinque o sei persone. Margherita era la responsabile e Barbara, ufficialmente, ebbe un ruolo di economa, ma in realtà il suo peso politico e culturale fu senz’altro più importante della semplice gestione amministrativa. Insomma, a Rimini arrivarono due personaggi femminili assolutamente straordinari, che fecero sui socialisti romagnoli, e in particolare sui più giovani, un’impressione eccezionale.
Quindi il loro referente in Italia fu il partito socialista?
Sì, spiego meglio. La catena italo-svizzera funzionò così: a Rimini, subito dopo la liberazione, era stato scelto come sindaco Arturo Clari, storico esponente del socialismo riformista riminese e, come vice sindaco, un altro socialista, Gomberto Bordoni. Rimini era una delle città più devastate d’Italia, avendo subìto uno dei peggiori bombardamenti della Seconda guerra mondiale: era tutta da ricostruire. Allora si fece appello alla solidarietà internazionale. Ma come mai arrivò proprio il Soccorso operaio svizzero? Clari e Bordoni erano in contatto con il sindaco di Milano, Antonio Greppi, socialista anch’egli, che  negli anni della guerra si era rifugiato in Svizzera e aveva fatto conoscenza con gli ambienti del Soccorso operaio. Quindi ci fu proprio un passaggio Rimini-Milano-Svizzera lungo la filiera del socialismo. Una delle cose più urgenti a Rimini era quella di fondare un asilo d’infanzia, perché le poche strutture che esistevano in città erano state distrutte dalla guerra. L’intervento doveva essere rapido e ci si orientò su una struttura baraccata…
Cioè?
Sì, da erigere in fretta e composta quindi da baracche di legno: delle vere e proprie baracche militari riadattate con intelligenza dall’architetto svizzero Felix Schwarz e dalla stessa Margherita. Ancora oggi il Ceis è fatto prevalentemente di legno e delle tredici baracche iniziali tre sono ancora funzionanti, mentre le altre sono state sostituite nel corso del tempo, senza snaturare però la caratteristica del luogo. Sembra incredibile ma è così, al Ceis le strutture in muratura sono una piccola parte e oggi destinate soprattutto agli uffici e all’amministrazione del Centro.
Insieme all’asilo, l’amministrazione comunale riminese necessitava di un luogo che potesse funzionare anche come centro sociale: una biblioteca, delle docce pubbliche (l’acquedotto era stato distrutto ed esisteva il problema di potersi lavare), piccoli laboratori di falegnameria, di calzoleria e di sartoria a disposizione della cittadinanza. Quindi il Ceis nacque nel 1946 come centro educativo e sociale: era, anzi, denominato inizialmente "centro sociale”. I riminesi ovviamente misero a disposizione il terreno, la mano d’opera, l’acqua potabile, però tutto il resto, strutture, arredi, progetti, venne portato dalla Svizzera.
Margherita arrivò a Rimini nel dicembre del ‘45 dopo un lunghissimo viaggio in corriera: molti ponti sul Po erano stati bombardati e l’Emilia-Romagna era in larga parte separata dal Nord del paese. Nel gennaio del ‘46 arrivò un convoglio ferroviario dalla Svizzera con il legno destinato alla costruzione delle baracche, e qui entrarono in gioco i ferrovieri e i facchini riminesi che si incaricano di scaricare da questi vagoni i materiali per la costruzione del Ceis.
Erano baracche militari, come dicevo, cioè le stesse che si usano -per dire- in un campo di concentramento. Allora il primo problema fu disporre queste baracche evitando qualunque richiamo alla dimensione militare o detentiva, evitando cioè di disporle in linee parallele o in quadrato…
Come un campo di concentramento...
Sì, infatti non a caso nella delegazione che arrivò a Rimini c’era anche un architetto, che assieme a Margherita studiò una disposizione che potesse creare un ambiente adatto per dei bambini, insomma, per un asilo. Nacque così "l’urbanistica decentrata” del Ceis, che è rimasta intatta fino a oggi. Anzi, un’impronta permanente e ancora adesso apprezzata del Ceis consiste proprio nell’organizzazione dello spazio esterno. Accanto al criterio di separare la doccia pubblica, la sala di riunione, la biblioteca e i laboratori artigiani dalle aule scolastiche, Margherita Zoebeli e Felix Schwarz furono guidati dai criteri della scuola attiva, quindi dalla scelta di decentrare i singoli padiglioni per creare autonomia di spazio a ciascuno.
Una piazzetta comune, spazi piccoli intorno alle singole baracche collegate con vialetti, potevano permettere a tutta la collettività di riunirsi, ma anche ai gruppi singoli di disporre di uno spazio proprio. Numerosi alberi, cespugli e fiori dovevano invitare al colloquio con la natura. Il progetto educativo era quello di trasformare la scuola autoritaria del ventennio fascista in una scuola-comunità. Margherita cercava un "ordine organico” che corrispondesse ai bisogni di una comunità educativa: libertà, scoperta, compagnia. Autonomia di ogni gruppo e, nello stesso tempo, possibilità di incontro. Nella convinzione che l’ambiente architettonico fosse in grado di stimolare la vita comunitaria.
Intervento pedagogico e sociale erano completamente intrecciati fin dall’inizio.
Sì, è proprio così. Ho letto recentemente, in un opuscolo delle Edizioni dell’Asino, un’intervista a Giuseppe De Rita che, tornando alle origini del suo lavoro di sociologo, ricorda come l’Italia uscisse dalla Seconda guerra mondiale con un’idea (che era poi quella fascista) di un intervento sociale assolutamente verticalizzato e segmentato per settori: l’opera nazionale maternità e infanzia, l’ente nazionale per l’assistenza agli orfani, e via elencando. Assistenza, sanità, istruzione, trattati per compartimenti stagni, senza alcuna reciproca integrazione. Ecco, il Ceis era proprio una cosa diametralmente opposta perché era un’iniziativa di base, dove tutti i settori dell’intervento pedagogico, sociale, sanitario e psicologico erano presi in considerazione insieme. Era proprio un metodo nuovo per l’Italia degli anni 40, ed era il metodo di Margherita Zoebeli.
Il Centro entrò in attività nell’aprile ‘46, ma venne inaugurato simbolicamente il 1° maggio di quell’anno, con la fanfara che suonava l’Internazionale. Il primo nucleo di ospiti del Villaggio era composto da 20 orfani di guerra, mentre 150 bambini frequentavano la scuola materna all’inizio dell’anno scolastico 1946-’47. Quindi, oltre ai bambini che venivano all’asilo per poi tornare a casa, c’erano una ventina di orfani che abitavano lì stabilmente, insieme ad alcune insegnanti e assistenti sociali scelte da Margherita, che come lei abitavano al Ceis.
Nel 1947-’48, si tennero al Centro due seminari internazionali dedicati all’infanzia vittima della guerra (Sepeg, Semaines internationales d’études pour l’enfance victime de la guerre). Erano promossi con fondi elvetici e avevano l’obiettivo di offrire a specialisti di discipline mediche, sociali, pedagogiche, e alle organizzazioni educative e assistenziali dei paesi devastati dalla guerra, occasioni di incontro e approfondimento. Ai due convegni Sepeg che si tennero a Rimini parteciparono circa ottanta pedagogisti, psicologi, medici e sociologi provenienti prevalentemente da Italia, Svizzera, Francia e Stati Uniti. Tra gli altri, Ernesto Codignola e Lamberto Borghi, i capiscuola della pedagogia laica italiana di quegli anni, e insieme a loro Carleton Washburne, a cui la Commissione militare alleata aveva affidato il compito di defascistizzare l’educazione e la scuola italiana.
Verso la fine del 1947 venne organizzata una prima classe elementare che poteva accogliere una ventina di alunni. Negli anni successivi si completò il corso elementare: cinque classi, che vennero parificate nel 1953.
Come fu l’atteggiamento della città?
Fin dall’inizio ci fu l’appoggio istituzionale del comune di Rimini a guida socialista. Le diffidenze, come è facile immaginare, venivano da parte cattolica, innanzitutto perché il Ceis come asilo d’infanzia privato, ma laico, andava a rompere il monopolio degli asili cattolici (non c’erano ancora le scuole materne pubbliche) e dell’educazione clericale dell’infanzia. In più era guidato da una donna socialista e protestante… Sì, da certuni il Ceis veniva indicato come un luogo da evitare, tuttavia nel corso degli anni il Villaggio svizzero si fece accettare o, comunque, non si osava criticarlo in maniera troppo aspra, perché l’intervento sociale e pedagogico che lì si praticava era di grande qualità e aiutava la città concretamente, in termini di assistenza alla gente comune e alle famiglie. Quindi a un certo punto anche la condanna ideologica passò in secondo piano.
Qual era la rete che sosteneva il Ceis?
Ho già fatto cenno ad alcuni ambienti pedagogici laici e libertari. Spostandosi su un piano più propriamente politico, gli ambienti che si strinsero intorno al Ceis erano quelli anarchici, azionisti e socialdemocratici: insomma, una variegata galassia di sinistra, tendenzialmente anticomunista e legata, invece, all’idea di un socialismo fortemente autonomista e decentrato. Si andava dall’anarchico romagnolo Pio Turroni, che aveva combattuto in Spagna e che costruì con le sue mani il piccolo appartamento sopra le cucine del Ceis dove viveva Margherita (e dove sono ancora conservati il suo archivio e la sua biblioteca), fino al senatore socialdemocratico Alessandro Schiavi, già protagonista del municipalismo popolare di inizio 900 (la sua lunga barba bianca si nota in parecchie fotografie scattate al Ceis negli anni 50). E, ancora, il pediatra anarchico Ugo Gobbi, che prestò servizio volontario al Villaggio per tanti anni, e l’azionista Riccardo Bauer, allora dirigente della Società Umanitaria di Milano, che visitò il Ceis già nel 1949. Ho già detto di Giovanna Caleffi Berneri, che strinse amicizia sia con Margherita che con Barbara. Ed è impressionante il parallelismo che esiste tra le vite di Giovanna e di Barbara, entrambe con il compagno ucciso dagli stalinisti. Si incrociavano anche queste solidarietà al Ceis: solidarietà che si stringevano intorno alla memoria del dolore.
Poi arrivavano al Villaggio tanti giovani: l’intellettuale libertario Carlo Doglio, la cui moglie, Diana Cenni, insegnerà al Ceis. E giovani pedagogisti e operatori sociali come Marcello Trentanove e Giovanna Gervasio Carbonaro.
Anche Giovanna Carbonaro ebbe un ruolo importante nei primi anni del Ceis…
Sì. Nel ‘48 arrivò a Rimini Giovanna Gervasio, appena ventenne, figlia di Gaetano Gervasio, un sindacalista rivoluzionario; Giovanna poi sposerà il sociologo Antonio Carbonaro, anch’egli anarchico. Si era diplomata come assistente sociale e arrivò al Ceis per perfezionarsi, in vista di un progetto che stava nascendo negli ambienti dell’anarchismo italiano: l’intenzione di creare una colonia per bambini o, meglio, una vera e propria comunità permanente di bambini e adulti. In realtà, la colonia anarchica nascerà nel 1951 a Sorrento ma solo come colonia estiva, perché non si trovarono i mezzi per realizzare un progetto più ambizioso. Venne comunque intitolata a Maria Luisa Berneri, la figlia maggiore di Camillo Berneri e Giovanna Caleffi, precocemente scomparsa. E proprio Giovanna Caleffi Berneri la diresse per lungo tempo, avvicinandosi per questo -come si è già detto- all’esperienza del Ceis.
Quando si capì che l’idea di una colonia permanente era irrealizzabile, Margherita chiese a Giovanna Gervasio di rimanere al Ceis e, in effetti, Giovanna rimase a Rimini fin verso la metà degli anni 50. Presto arrivò al Ceis, per frequentare degli stage di cooperazione educativa, anche Marcello Trentanove, classe 1924, che si era laureato all’Università di Firenze e veniva dagli ambienti pedagogici vicini a Ernesto Codignola e Margherita Fasolo. Pensando a Codignola, bisogna ricordare perlomeno la Scuola-città Pestalozzi, da lui fondata nel 1945, con l’appoggio del Partito d’Azione. Si trattava di un’esperienza quasi parallela al Ceis, nata per andare incontro alla situazione degradata che vivevano i bambini del quartiere fiorentino di Santa Croce. Ma come non ricordare anche l’attività della casa editrice La Nuova Italia, che pubblicò, tra la fine degli anni 40 e gli inizi degli anni 50, i testi di John Dewey nella collana "Educatori antichi e moderni”. In particolare, nel 1949 Codignola decise di pubblicare Democrazia ed educazione di Dewey, con la traduzione di Enzo Enriques Agnoletti, che non era un pedagogista, ma un uomo di legge, protagonista della Resistenza. Quel libro fece epoca per tutti coloro che guardavano alla pedagogia laica. Furono ospitati nella stessa collana anche i lavori di Lamberto Borghi, pedagogista deweyano e libertario, nonché appassionato lettore di Andrea Caffi; libri che diedero un apporto fondamentale alla preparazione dei giovani insegnanti italiani (il più importante, Educazione e autorità nell’Italia moderna, è del 1951). Prima di Codignola e Borghi, era stato Gaetano Salvemini, benché non fosse un pedagogista di professione, a perseguire in Italia una riflessione educativa strettamente congiunta alla considerazione dei fenomeni della vita sociale.
Quali erano i riferimenti culturali di Margherita?
Margherita si formò, a vent’anni, attraverso la lettura dei primi autori del socialismo ottocentesco: Godwin, Owen, Proudhon. Gli studi psico-pedagogici sistematici compiuti successivamente (in particolare, i libri di Piaget e di Dewey), pur di grande importanza, non cambiarono tuttavia l’impostazione pedagogica maturata allora. Alcuni principi e linee di condotta rimasero immutati: l’importanza dell’educazione per arrivare a una nuova società; l’impossibilità di disgiungere teoria e pratica, pensiero e azione; la coerenza tra fini e mezzi (la democrazia come fine e mezzo, dunque organizzazione democratica dell’ambiente educativo); la centralità dei valori della solidarietà e della cooperazione; il primato dato alla pedagogia della comunità (cioè, rispetto dell’altro e valorizzazione di ogni membro del gruppo, ruolo attivo verso gli altri, atteggiamento di fiducia); infine, l’amore per la natura e per l’ambiente.
Per quanto riguarda l’Italia, Margherita aveva dei rapporti epistolari con Aldo Capitini, Guido Calogero e Adriano Olivetti, il quale aiutò anche economicamente il Ceis con delle donazioni. Margherita e il Ceis si inserivano appieno in quella rete di associazioni e piccole istituzioni allora impegnate nel lavoro sociale "dal basso”, interessate alle pratiche mutualistiche e di autogestione, e invece critiche verso la sussunzione del sociale nello statale (cioè verso la visione -tutta novecentesca- per la quale la gestione delle attività di assistenza e welfare spetta solo allo Stato e alle sue istituzioni). L’intreccio di rapporti umani e professionali andava ben al di là di Rimini: i Centri di orientamento sociale (Cos) di Aldo Capitini, il Movimento di collaborazione civica (Mcc) vicino a Ignazio Silone, la prima scuola italiana per assistenti sociali (Cepas) di Guido Calogero, Maria Comandini e Angela Zucconi, la Scuola-città Pestalozzi di Ernesto Codignola, il Movimento di cooperazione educativa (Mce) vicino a Lamberto Borghi, la Colonia "Maria Luisa Berneri” di Giovanna Caleffi e Cesare Zaccaria, l’Associazione Risveglio Napoli (Arn) di Fabrizia Ramondino. Minoranze attive che costituivano un punto di riferimento per molti giovani educatori e assistenti sociali. Mi riferisco alla generazione nata tra anni 20 e 30: da Marcello Trentanove (1924) e Giovanna Gervasio Carbonaro (1928) a Fabrizia Ramondino (1936), fino a Goffredo Fofi (1937), giovani operatori e militanti di base che sentivano come maestri alcuni grandi intellettuali della generazione precedente, come i già citati Capitini (1899), Calogero (1904) e Olivetti (1901).
Manca ancora un sufficiente impegno di ricerca su questa rete di gruppi e sulla loro opera di intervento sociale, e penso che lo studio della biografia e dei carteggi di Margherita Zoebeli mi consentirà di portare un contributo in tale direzione. Mi sembra che emerga un elemento caratteristico della storia d’Italia e, più in particolare, della storia dei movimenti di emancipazione nel nostro paese: cioè il tema di un "locale non localistico”, di una "provincia non provinciale”; una traccia che ci fa risalire fino alle esperienze del socialismo ottocentesco (Imola e Andrea Costa, Reggio Emilia e Camillo Prampolini, ecc.).
Riprendendo il filo del discorso, un altro riferimento culturale di Margherita furono i Centri di esercitazione ai metodi dell’educazione attiva, i Cemea, che nacquero nella Francia del fronte popolare. Ho parlato in precedenza degli Stati Uniti e di Dewey, ma anche nella Francia della seconda metà degli anni 30 si introdussero innovazioni importanti sul piano sociale e pedagogico. La nascita, nel 1937, dei Cemea (Centres d’entraînement aux méthodes d’éducation active) e l’opera di Célestin Freinet, che Margherita conobbe nel 1938 a Sète, costituirono un’alternativa importante alla diffusione delle pedagogie totalitarie.
La pedagogia di Freinet si basava sull’esigenza di sviluppare al meglio le doti che ogni bambino ha in sé fin dalla nascita, lasciando al bambino stesso l’iniziativa di scoprirle. Grande importanza era attribuita al lavoro di gruppo, perché in un gruppo di lavoro il bambino ha le maggiori possibilità di essere educato in uno spirito di pace e tolleranza.
L’esperienza dei Cemea arrivò in Italia grazie alla scuola pedagogica fiorentina (in particolare Margherita Fasolo) e molti stage residenziali vennero organizzati al Ceis. Esisteva un canale molto importante e molto forte, un vero e proprio canale di comunicazione della pedagogia d’avanguardia, tra Rimini e Firenze: testimoniato anche dal percorso di Marcello Trentanove, che si forma a Firenze, lavora prima a Empoli poi a Bagno a Ripoli, ma frequenta nello stesso tempo gli stage Cemea a Rimini e rimane legato per tutta al vita al Ceis e a Margherita Zoebeli.
Ma concretamente quali erano "le novità” pedagogiche del Ceis?
Fin dall’inizio, all’interno delle classi, alcune lavagne mobili davano la possibilità di dividere rapidamente le aule in ambienti più intimi. Era ritenuto, infatti, molto importante che il bambino avesse la possibilità di isolarsi, o di crearsi un piccolo gruppo di gioco. Gli sgabelli erano stati studiati in modo da poter essere utilizzati come dei giganteschi cubi da costruzione. L’ambiente interno doveva invitare a un rapporto non autoritario col bambino: assenza della cattedra, gruppi di tavoli, angolo del racconto, ecc. I bambini ancora oggi al Ceis lavorano in piccoli gruppi, in circoli, hanno i loro angolini… Ho fatto una visita all’interno delle classi durante le lezioni: c’è il cosiddetto angolino morbido, che è un tappetino di gommapiuma e se un bambino ha voglia di isolarsi per un po’, va lì, nell’angolino morbido...
Decide lui?
Sì, decide lui. L’idea è quella di evitare qualunque concessione autoritaria dall’esterno e di educare persone indipendenti e sicure di se stesse.
Un aspetto dell’attivismo pedagogico che il Ceis portò e porta tuttora avanti con particolare convinzione fu la cura dell’educazione estetica dei bambini, associata alla dimensione del gioco. La prolungata presenza a Rimini di educatori svizzeri e francesi diede poi un contributo essenziale in due campi importanti per lo sviluppo armonioso del bambino: l’educazione musicale e l’educazione psico-motoria. Margherita Zoebeli cercava di far capire che se il bambino sa esprimere la propria creatività e sa muoversi liberamente con il proprio corpo, riuscirà più facilmente a manifestare il suo pensiero e le sue sensazioni a voce o per iscritto. Da qui l’importanza dei gruppi di lavoro, delle attività manuali e creative. La denominazione "scuola attiva” richiama proprio il carattere educativo dell’attività.
Un’altra questione molto importante è l’educazione ambientale. In questo Margherita è stata un’antesignana: il Ceis è molto verde, pieno di alberi, di fiori, Margherita addirittura voleva tenere degli animali. I gatti del Ceis sono leggendari, dal momento che sia Margherita sia Barbara li amavano molto. I randagi venivano regolarmente accolti. Margherita, poi, aveva anche un cane. Questa passione per gli animali è stata limitata, nel tempo, dai regolamenti sanitari piovuti dall’esterno, il "burocratico” sospetto verso possibili infezioni, ecc.
Ci parli del rapporto tra il Ceis e il territorio, gli enti locali?
L’interesse costante per le problematiche relative all’handicap e allo svantaggio socio-culturale spinsero Margherita a costituire al Ceis nel 1953 il primo Centro medico psico-pedagogico del territorio, che fin dall’inizio sostenne sia la struttura educativa interna, sia le necessità emergenti dalla scuola pubblica. La cura dei bambini traumatizzati dagli eventi bellici -rifiutati nella maggioranza dei casi dalla scuola del tempo- aveva richiesto fin dall’inizio una particolare preparazione professionale delle insegnanti della scuola materna ed elementare. Alcune di loro erano state inviate, a più riprese, durante l’estate, a frequentare corsi specialistici in Svizzera e Francia, per ampliare le loro conoscenze pedagogiche e psicologiche e per acquisire le diverse tecniche del lavoro educativo. Si ottennero ottimi risultati di recupero.
Questo lavoro preliminare consentì di istituire, fin dall’anno scolastico 1953-’54, il Centro medico psico-pedagogico: ciò significava che l’intervento educativo, medico e psicologico sull’infanzia problematica veniva svolto in maniera integrata e in un unico centro di assistenza. Emergeva qui con chiarezza quel ruolo talora di stimolo, talora di supplenza, che il Ceis ha svolto nei confronti delle strutture pubbliche. Sono da ricordare, a questo proposito, anche la creazione, fin dagli anni 50 e grazie a fondi reperiti da Margherita Zoebeli presso amici svizzeri, di una comunità residenziale per ragazzi con gravi difficoltà di adattamento (la Casa dei ragazzi, che costituiva l’evoluzione del primo orfanotrofio istituito al momento della nascita del Villaggio nel 1946) e, successivamente, l’organizzazione di un centro di socializzazione per bambini handicappati gravi. L’unità scuola-casa era pensata e voluta per favorire la terapia di ambiente, permettendo all’équipe medico-psico-pedagogica di seguire i ragazzi caso per caso e di sollecitarne, con adeguate terapie, lo sviluppo intellettuale e sociale.
Nel 1959, il Centro medico psico-pedagogico venne municipalizzato, continuando comunque a funzionare come organo del Ceis. È proprio tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60 che lo slancio innovatore espresso dal Ceis cominciò a incontrarsi, sistematicamente, con le istituzioni pubbliche di Rimini e non solo.
Si faceva dunque anche dell’internato?
Sì, fino a una decina di anni fa. L’esperienza dell’internato, che iniziò appunto con i primi venti orfani di guerra nel 1946, si articolò poi in maniera diversa nel corso degli anni 50 e 60: si trattava ora di bambini e adolescenti che venivano da situazioni familiari difficili, disgraziate, che arrivavano al Ceis tramite i servizi sociali, non solo dal territorio riminese ma da tutta Italia. Quindi potete capire che difficoltà presentasse il tentativo di ricreare un ambiente familiare con bambini e ragazzini che si faceva fatica a contenere, che erano anche violenti e che, fino ad allora, in Italia venivano solitamente segregati in istituti. Al Ceis si voleva invece ricostruire, per quanto possibile, l’idea di una casa. La cosiddetta "casina” in muratura venne realizzata agli inizi degli anni 50, proprio perché servivano più spazi per l’internato.
All’inizio del 1952, grazie alla nuova struttura, il Ceis poté, tra l’altro, ospitare 50 bambini vittime delle alluvioni del Polesine. Nato nell’emergenza, il Ceis mantenne sempre un’attitudine al soccorso, che si confermò nel 1967 quando il Centro ospitò gratuitamente, per la durata dell’intero anno scolastico, un gruppo di ragazzi alluvionati di Firenze.
Però negli anni 70 qualcosa non va per il verso giusto…
Sì, val la pena ricordare la cesura degli anni 70. Margherita fu duramente contestata dal movimento studentesco, dalla generazione del ‘68, e fu invece difesa con forza dai vecchi anarchici e socialisti che l’avevano aiutata fin dall’inizio. Ma quali erano i termini della critica che si muoveva a Margherita? Io li ho capiti dopo aver fatto numerose interviste a Rimini a persone che avevano lavorato con lei.
Margherita non poteva accettare, innanzitutto, il libertarismo malinteso, quello, per capirsi, della massima "il fanciullo appartiene a se stesso e ogni forma di divieto imposta dagli adulti è soffocazione o castrazione”. La libertà, cioè, intesa come licenza di fare tutto, senza riflettere. Si trattava, secondo Margherita, di una crisi complessiva, e non solo italiana, che colpiva le questioni educative.
Una crisi che coinvolgeva tutti gli operatori del settore e che portava a perdere di vista il giusto rapporto tra "autogoverno e autocontrollo”, da una parte, e "libero sfogo degli impulsi aggressivi”, dall’altra, e che arrivava a preferire la "permissività” all’"autorità di competenza” (cioè, basata sulla competenza). Bisogna poi tener presente la questione generazionale. Abbiamo visto quale fosse la generazione di Margherita, cresciuta nell’Europa dei totalitarismi e animata -nella sua parte migliore- da una speranza di riscatto, di emancipazione, di partecipazione democratica dal basso. Il suo impegno pedagogico era un impegno politico, in senso alto, che innervava tutti gli aspetti della vita. La sua utopia era da intendersi come un atteggiamento esigente, di richiesta continua, nei confronti di se stessi e, naturalmente, anche verso i collaboratori più vicini, nello sforzo di portare avanti il comune progetto. Per Margherita, come lei stessa ammetteva, il Ceis veniva prima di ogni cosa e non c’erano orari o trattative sindacali che tenessero. Insomma, al Ceis si guadagnava meno che alla scuola pubblica perché i soldi erano quelli che erano, si lavorava dalla mattina alla sera e se c’era qualcosa da fare in più si lavorava anche la domenica. Al Ceis tutti facevano tutto, Margherita e le sue collaboratrici, se avevano un po’ di tempo, andavano a spazzare per terra. Non erano accettabili discussioni su questo. Margherita era così. Questo chiaramente si scontrava con una generazione che, invece, faceva della tutela sindacale, dell’adeguamento salariale, della codificazione degli orari di lavoro e delle mansioni, la sua bandiera. Rivendicavano tutta una codificazione di carattere sindacale che Margherita Zoebeli non concepiva, pur venendo -e può sembrar paradossale- dai sindacati svizzeri.
Quindi la rottura più concreta era di ordine sindacale.
Pesava, infine, la difficoltà del lavoro che si svolgeva al Ceis: quello con l’infanzia problematica e con gli handicappati era un lavoro durissimo, che vedeva il Ceis all’avanguardia in Italia. Per le giovani educatrici e per gli operatori che lavoravano con Margherita erano situazioni di enorme difficoltà. Alcuni di loro si sentivano, in qualche modo, abbandonati a se stessi, davanti a un impegno che sentivano come insormontabile e non adeguatamente riconosciuto. Margherita era una grande motivatrice, dava una grande fiducia alle persone che lavoravano lì, ma probabilmente, nel passaggio generazionale, era venuta meno quella dedizione, e anche quello spirito di sacrificio che, nella visione di Margherita, era indispensabile. Erano passati i tempi eroici del "tutti fanno tutto”. Tanto che si arrivò al punto, intorno alla metà degli anni 70, di rischiare la fine di quest’esperienza, la chiusura del Ceis …
E come si risolse la situazione?
Margherita lasciò la direzione, quindi insomma… si trattò di una scelta molto pesante, che dà l’idea della gravità della situazione e del conflitto in atto. Siamo nel ’76. Trovò come sostituto una persona di cui si fidava, Gianfranco Iacobucci, poi morto prematuramente nella seconda metà degli anni 80. Iacobucci fu capace di traghettare il Ceis in quella congiuntura difficile. Gli viene unanimemente riconosciuta una grande capacità di mediazione e di equilibrio nell’interpretare i mutamenti socio-culturali di quegli anni. Si instaurò una maggiore codificazione di compiti, orari e stipendi, ma nello stesso tempo, anche grazie al fatto che Margherita rimase comunque il punto di riferimento culturale del Centro, si riuscì a preservare quella peculiarità che esiste ancora oggi. Se entri al Ceis hai ancora la sensazione di trovarti in un posto diverso e non omologato… benché oggi, tanto per dire, si timbri il cartellino...
Ma lo scontro fu aspro anche sul piano personale?
Beh, sì. Si arrivò al punto di contestare il fatto che Margherita vivesse al Ceis, giudicando scorretta questa identificazione totale tra l’istituzione e la persona. Margherita fu praticamente costretta ad andare a vivere fuori, cercandosi un piccolo appartamento nelle vicinanze del Ceis. Quindi puoi capire il livello sgradevole della polemica nei suoi confronti.
Lei non si è mai sposata?
No. Parlava ogni tanto con gli amici più vicini di avere avuto un fidanzato, un amore giovanile negli anni 30, all’epoca della spedizione in Spagna. Non si sa niente di più, del resto era davvero molto riservata. Si può dire che abbia dedicato tutta la sua vita ai bambini e al lavoro di comunità.
E Barbara andò via poi?
Andò via da Rimini all’inizio degli anni 60 (comunque il suo lavoro al Ceis si svolse soprattutto nel periodo 1946-55). La volontà, quasi l’ossessione, di Barbara era sempre stata quella di scoprire la verità sulla morte di Tresso, quella di scoprire chi l’avesse ucciso e dove fosse il suo corpo, di difenderne la memoria. Essendo Rimini un posto periferico, dove faticava a tenere quei contatti internazionali che potevano consentirle di andare a fondo sul "caso Tresso”, Barbara decise di raggiungere, a Roma, la sorella Gabriella, l’ex compagna di Silone, che lavorava negli ambienti del Partito socialdemocratico. Tornò poi a Rimini nel 1966, quando si sentiva ormai sola e stanca. Margherita rimaneva per lei un punto di riferimento sicuro. E sempre a Rimini morì, nel 1978.
Cosa fece poi Margherita?
Il venire meno dell’impegno di direttrice le lasciò più tempo per partecipare in tutta Italia a convegni e seminari, che aiutarono molto a far conoscere la storia del Ceis al di fuori degli ambienti della pedagogia d’avanguardia. Carlo Doglio, ad esempio, la invitò a Bologna, al Dipartimento di sociologia, e lei fece una bella conferenza ripercorrendo tutta la sua vita. Ma rimanendo sul piano operativo, quello che le stava senz’altro più a cuore, nel ‘76 (cioè proprio l’anno in cui lasciò la direzione del Ceis), il Soccorso operaio svizzero la incaricò di andare in Friuli, subito dopo il terremoto, per organizzare in quella regione la costruzione di una scuola materna.
Più tardi, nell’82-’83, a settant’anni, andò in Nicaragua con un piccolo gruppo di amici tra i quali Marcello Trentanove. La rivoluzione sandinista aveva cacciato il dittatore Somoza e Margherita decise che era quello il momento giusto per avviare un progetto di cooperazione educativa internazionale, lavorando in particolare alla formazione professionale degli insegnanti delle scuole speciali del paese centro­americano. Il suo impegno internazionalista, del resto, continuava senza sosta dagli anni 30. Al ritorno, si fece promotrice di un comitato che, oltre ad allacciare collegamenti culturali con il Nicaragua, raccolse fondi per costruire una scuola prefabbricata nella regione del caffè. Mi diceva Marcello Trentanove che il comitato Italia-Nicaragua che lui fondò a Bagno a Ripoli è attivo ancora oggi.
Ma Margherita non riprese più in mano la direzione del Ceis?
No, non la riprende più in mano. L’amarezza è sempre rimasta in lei: in tutte le interviste dice che il più grande dolore della sua vita l’ha provato agli inizi degli anni 70 quando si è trovata contestata dai cosiddetti sessantottini. Una ferita sempre aperta che l’ha accompagnata fino alla fine dei suoi giorni nel febbraio 1996, quando si è spenta nel suo appartamento di Rimini. E però il Villaggio italo-svizzero, la sua creatura, s’è salvato. E questo sicuramente è ciò che le stava più a cuore. Nell’ultima parte della sua vita ha ricevuto meritati riconoscimenti pubblici: su tutti la laurea ad honorem in Pedagogia conferitale dall’Università di Bologna nel 1989.

  

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