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UNA CITTÀ n. 184 / 2011 giugno 2011

Intervista a Francesco Raiola
realizzata da Barbara Bertoncin

LO SAREMO MAI STABILI?
La decisione di metter su famiglia, a trent’anni, pur in una situazione di precarietà; vivere a Parigi e tornare a Napoli; l’avventura di Agora-vox, quotidiano online partecipativo; il sogno di coinvolgere i cittadini di Scampia in una redazione aperta... Intervista a Francesco Raiola.

Francesco Raiola, 29 anni, laureato in scienze della comunicazione, lavora ad AgoraVox Italia.


Siamo tornati a Napoli lo scorso 28 giugno e dopo dieci giorni la mia compagna ha scoperto di essere incinta. Eravamo partiti per la Francia due anni prima, nell’estate del 2008. Francesco Piccinini, il fondatore di AgoraVox Italia, mi aveva proposto di salire a Parigi. Anche lui è napoletano, abbiamo studiato assieme, all’epoca avevamo entrambi 26 anni. Insomma, era una bella sfida, così siamo partiti: Angela, io e il gatto. In treno, tra l’altro, sempre per risparmiare... Ci piaceva l’idea di fare un’esperienza all’estero e poi io qui a Napoli facevo molti lavoretti, ma tutti all’insegna della precarietà. Non si vedevano sbocchi. Ora, non è che la Francia sia il Bengodi, però il welfare francese è sicuramente un’altra cosa. Nonostante anche lì la disoccupazione sia in aumento e ci siano tanti problemi, c’è un occhio di riguardo verso le famiglie. Non ho mai visto tanti giovani sotto i trent’anni con figli in braccio, passeggini... Per le giovani coppie sono previsti sgravi e riduzioni. E non occorre essere sposati, anche la convivenza ti consente di raggiungere un certo punteggio, che aumenta se sei "pacsato”. La Caf, l’ente che si occupa dei contributi per la casa, ci passava metà dell’affitto di Parigi. E noi non eravamo né sposati né niente, ma semplicemente conviventi.

Certo, poi a Parigi tendenzialmente la vita è più cara, però è anche una città che ti permette di uscire a zero euro... Abbiamo resistito un paio d’anni. Alla fine si sono sommati un po’ di problemi. Intanto dovevamo lasciare l’appartamento dove abitavamo e il cambio si presentava più oneroso, poi paradossalmente abbiamo scoperto che per Angela era più facile trovare lavoro a Napoli, dove aveva la sua associazione di antropologi. Insomma, diversi fattori ci hanno portato a tornare in Italia. Per me c’era anche l’ipotesi di misurarmi sul progetto, ambizioso, di portare AgoraVox Italia, che alla fine è un giornale fatto da due napoletani, nella sede di Scampia. Noi siamo un quotidiano partecipativo, quindi l’idea fondante è di dare a tutti, non solo ai professionisti, la possibilità di entrare a far parte del circuito dell’informazione. È un concetto di cittadinanza attiva che c’interessa. E quindi siamo partiti di nuovo. Questa volta per tornare. Se era previsto il bambino? Diciamo che ne parlavamo tanto. Considera che stiamo assieme da dieci anni. Quella a Parigi era stata la nostra prima convivenza ufficiale. A Napoli infatti, prima di partire, io vivevo ancora con i miei e lei era qui come fuori sede. Non vivevamo assieme perché io non avevo la possibilità di pagare un affitto: un mese potevo guadagnare mille euro e quello dopo duecento. Insomma, mancavano proprio le condizioni materiali. In Francia in qualche modo avevamo cominciato a viverci come famiglia. Il discorso bambino ne apre tanti altri. Innanzitutto quello della precarietà lavorativa e, se vuoi, anche abitativa. Noi la casa non l’abbiamo comprata, non avremmo mai potuto permettercela perché serviva quel capitale iniziale che non abbiamo, né vogliamo chiedere ai nostri genitori. E poi c’è la precarietà del lavoro, che per me è di tipo specifico, cioè ad AgoraVox abbiamo uno stipendio fisso mensile, però sappiamo già adesso qual è la deadline, cioè fin quando ci bastano i soldi, quindi siamo sempre alla ricerca.

La pubblicità aiuta, ma non permette il sostentamento del sito. Per integrare abbiamo messo in piedi diverse collaborazioni, l’anno scorso abbiamo lavorato con il premio Ilaria Alpi, abbiamo fatto una scuola di giornalismo per ragazzi della provincia di Roma. Fortunatamente sono tutte cose che ci piacciono; resta il fatto che ci dobbiamo continuamente inventare qualcosa. Tra l’altro, siccome in redazione siamo in due, nel momento in cui io sono impegnato a svolgere un progetto, rimane solo Francesco; ugualmente, se lui va a fare qualcosa rimango solo io e il lavoro raddoppia. Angela lavora anche lei a progetto, quindi alcuni mesi c’è di più, altri di meno. Questa è la nostra situazione. Per un po’ ci siamo guardati e ci siamo detti: non possiamo, non ce la facciamo. Poi alla fine che fai? In Italia siamo al 30% di disoccupazione giovanile, che facciamo? Smettiamo di fare bambini? Prima sentivo sempre dire: "Se sei precario non fare figli”. È una cosa di cui abbiamo discusso tanto, però alla fine la questione è una: va bene, siamo precari, saremo mai stabili? Forse no. Siamo precari adesso e verosimilmente lo saremo tra dieci anni. Quindi? La vita è quella che fanno milioni di altre famiglie in Italia: stai attento ai prezzi, a quello che fai. Devo dire che, avendo una bambina, si esce comunque molto meno. Per ora c’è la spesa dei pannolini, che però è praticamente l’unica. Uno dei lati positivi di questa situazione è che, ad esempio, posso fare il telelavoro. I miei colleghi, capendo la situazione, mi hanno dato un grandissimo appoggio. Francesco si è sobbarcato intere giornate da solo. Anche i collaboratori sono stati di grande aiuto, mi hanno detto subito: "Non ti preoccupare, ti copro io”. Questo mi permette di stare a casa e godermi la piccola, ma soprattutto di dare una mano alla mia compagna. I trent’anni sono un po’ l’età in cui inizi a pensarci: alcuni amici hanno avuto figli l’anno scorso, altri bambini stanno per nascere. Ovviamente ogni situazione è diversa: c’è chi non è ancora pronto, chi non lo vuole, però ci sono anche persone che, veramente, non possono permetterselo perché non hanno un ingresso fisso. Cioè se guadagni quattrocento euro al mese non c’è niente da fare, non puoi. È anche triste perché spesso si tratta di persone che hanno studiato, competenti, valide. A volte fantasticando mi dico: se avessi un tot, se avessi un’azienda, un giornale, una possibilità di lavoro, io le prenderei a occhi chiusi, e non per amicizia, ma proprio perché sono capaci. Un quotidiano on-line come AgoraVox ha una gestione molto complicata. Noi non abbiamo un editore puro, uno che mette i soldi, e gli introiti della pubblicità non bastano, quindi è un continuo cercare.

Come redazione stretta, anzi strettissima, siamo in due: Francesco e io. Poi abbiamo dei collaboratori, come Emanuele, Gloria, Federico che ci danno una mano, studiano, seguono alcuni filoni specifici. E poi c’è una redazione più larga che è il nucleo iniziale di AgoraVox, quelli che hanno creduto nel progetto. Io mi occupo della parte più giornalistica, di desk, che significa raccogliere i testi, editarli se necessario, controllare che non ci siano errori; il lavoro del redattore classico. Francesco Piccinini si occupa invece, oltre che del giornale, della comunicazione e della ricerca fondi. AgoraVox è nata nel 2004 come edizione francese, da un’idea di Carlo Revelli, un italiano che vive da molto tempo a Parigi. Alla vigilia dei referendum organizzati in Francia sull’Europa, i media mainstream dicevano una cosa, mentre lui vedeva che sul Web se ne diceva un’altra cioè, mentre i media davano per scontato che sarebbe passato, che sarebbe stato votato favorevolmente, lui girando in rete si è reso conto che non era così e ha avuto ragione. Il citizen journalism all’epoca era poco praticato. Di qui l’idea di creare un quotidiano partecipativo. La versione italiana è nata qualche anno dopo, nel 2008. L’idea di AgoraVox è quella di permettere a chiunque di entrare a far parte attivamente del ciclo informativo. Intendiamoci, resta la figura del giornalista professionista, però se pensiamo al concetto di prossimità e al fatto che non si può essere ovunque, beh, in qualche modo il singolo cittadino in realtà è in una posizione privilegiata per dare una mano al giornalista professionista che segue il suo territorio, perché è sul posto, conosce il contesto. Per entrare nel funzionamento concreto, chiunque può postare un articolo su AgoraVox, basta registrarsi al sito. L’articolo va poi nel back office e viene letto e corretto dai redattori. I redattori sono tutti coloro che hanno almeno cinque articoli votati in pagina. In pratica, se mandi cinque pezzi che vengono accolti positivamente dal resto della community, diventi redattore e a quel punto puoi leggere gli altri articoli e votarli. Non puoi correggerli direttamente -sui testi possiamo intervenire solo Francesco e io- però puoi segnalare gli errori o le imprecisioni in uno spazio apposito; spesso ci siamo ritrovati commenti che correggevano alcune informazioni o ne aggiungevano o segnalavano un refuso. Se il pezzo viene votato positivamente dalla maggioranza dei redattori, va in pagina. Tutto avviene all’insegna della massima democraticità, nel senso che non siamo noi a decidere in quale posizione impaginare l’articolo, se più in alto o più in basso. Francesco e io possiamo decidere solo le aperture. Per il resto c’è un algoritmo che conta le visite che riceve il pezzo, i commenti, e in base a questi dati l’articolo sale o scende. Quindi il pezzo viene pubblicato, ma poi la sua collocazione può cambiare a seconda delle preferenze accordate dai lettori. In tutto questo il mio parere conta molto poco. Per dire, se gli altri bocciano un articolo che mi piace, quello viene inesorabilmente cassato. Così come mi è capitato più di una volta di pubblicare pezzi con cui non ero d’accordo o che non mi piacevano. Non vorrei però generare equivoci con l’espressione "mi piace”, "non mi piace”. La scelta se pubblicare o meno un articolo non dev’essere fondata sul "gusto” personale, chiamiamolo così. Un articolo va criticato se non ci sono fonti, se è scritto male, se ci sono errori imperdonabili o cifre false. Se invece non ti piace perché non sei d’accordo, non va bene. Noi infatti incoraggiamo i redattori ad argomentare il voto negativo. Cerchiamo di stare lontani da un certo opinionismo. In alcune occasioni abbiamo fatto delle aperture doppie, per esempio: sì al nucleare e no al nucleare. La nostra politica editoriale è comunque quella di mettere in pagina l’articolo, perché dietro c’è sempre il lavoro di una persona, quindi, a meno che non sia proprio impubblicabile -perché scritto male, diffamatorio o troppo corto- lo pubblichiamo. La mia idea di correzione, di editing, è quella di lasciare il testo quanto più fedele all’originale, quindi evito di fare tagli indiscriminati, oppure cerco di concordarli, scrivo all’autore... Con alcuni posso permettermi di muovermi in autonomia, mi danno carta bianca, con i nuovi arrivati bisogna che si crei un certo rapporto. Ultimamente stiamo lavorando sulla possibilità di mettere a disposizione i documenti originali. Ad esempio, abbiamo pubblicato brani del testo della riforma Gelmini, che in fondo noi tutti commentiamo solo in base a quello che dicono i giornali. Chi di noi l’ha letta? È vero, c’è una certa diffidenza verso il giornalismo partecipativo. Spesso viene accusato di dilettantismo. Alcuni pezzi in effetti non aggiungono nulla al dibattito, ma secondo me è sbagliato pensare che il giornalismo on-line, partecipativo, e quello tradizionale si escludano a vicenda. Io vedo spazio per entrambi. In fondo, già oggi, casomai senza accorgercene, beneficiamo continuamente di prodotti del giornalismo partecipativo in televisione. I video di youreporter.it passano su Raiuno, li vediamo nei telegiornali. Ma in fondo, basterebbe guardare a com’è stato raccontato il Nordafrica o il Giappone in queste settimane: attraverso i social network, Facebook, Twitter, ecc. Ma prendiamo anche una vicenda come la discarica di Terzigno: io credo che nel "cittadino giornalista” ci sia un valore aggiunto rispetto al giornalista di Roma o di Milano che scende per un mese a vedere cosa succede. Chi vive quotidianamente quel territorio è in grado di raccontare cosa succede sia quando ci sono le telecamere, sia quando se ne vanno.

Tra i motivi per cui sono tornato a Napoli c’è il progetto di portare AgoraVox a Scampia. È da un po’ che ci pensiamo. L’idea è di creare in questo territorio un polo comunicativo che non sia solo un giornale, ma un luogo anche di scambio e formazione. L’ambizione massima sarebbe quella di riuscire a coinvolgere la cittadinanza, anche sul piano professionale, possibilmente. Per esempio vorrei che, almeno i ruoli non redazionali, fossero dati obbligatoriamente a persone dell’area nord Napoli, così da creare anche qualche opportunità di lavoro. Ma soprattutto ci piacerebbe creare una redazione aperta a tutti. Il Comune ora ci ha finalmente assegnato la Piazza telematica, una struttura nata nell’ambito di un progetto pilota europeo che poi era rimasto senza destinazione. Ci sono da fare un po’ di lavori, ma lo spazio è perfetto per farne un luogo aperto a scuole, associazioni, a chiunque abbia la curiosità di vedere come funziona una redazione, seppur piccola. Ci si possono fare anche convegni e magari una scuola di giornalismo. Stiamo lavorando con i ragazzi del premio Ilaria Alpi. Ci è molto vicina anche una grossissima azienda che opera in Internet. L’idea piace a tutti e questa azienda si è già detta disponibile a partecipare anche economicamente, ad esempio con borse di studio. Com’è la mia giornata? Ogni giorno mettiamo in pagina tra i venti e i trenta pezzi. Per poterli valutare è evidente che devo essere aggiornato un po’ su tutto. Alla mattina, la prima cosa che faccio è aprire un po’ di giornali, tutti sul web: comincio con i principali quotidiani italiani e alcuni blog e siti di riferimento nazionali. Poi cerco di tenermi aggiornato leggendo il Los Angeles Times, il New York Times, il Washington Post e, ancora, il Guardian, Slate, i francesi Liberation e Le Monde e altri. Ovviamente non li guardo tutti tutti i giorni, non ce la farei. Tanto più che in questo lavoro devi essere multitasking, non puoi fare una sola cosa alla volta. Lo stipendio? Non è altissimo. Considerando che è un lavoro che ti piace, che è quello che vuoi fare nella vita, beh, forse non ci si può lamentare. Certo, è anche un lavoro che non finisce mai. Non ci sono orari: cominciamo alla mattina alle otto e, se non ci sono eventi particolari, tendiamo a "chiudere” intorno alle sei, anche se il giornale lo teniamo sempre aperto come backoffice, nel senso che ci buttiamo un occhio, casomai arrivasse qualche pezzo caldo, in quel caso lo mettiamo in pagina. La domenica dovrebbe essere il giorno di riposo, ma tendiamo a cambiare almeno le aperture. Quindi praticamente è un continuo. Infatti quando a fine serata ti arrivano dei pezzi da ottomila battute oppure scritti male, da riformattare... Poi c’è la lotta quotidiana con i troll (i provocatori, i disturbatori), i commenti, le offese. Su AgoraVox francese hanno anche mille commenti ad articolo, ma c’è una persona che si occupa di quello. Qui facciamo tutto noi. Siamo io e Francesco dalla mattina alla sera. Solitamente io non lavoro il sabato e lui non lavora il lunedì; in quei due giorni ci copriamo a vicenda, nel senso che lavoriamo il doppio. Infatti la domenica ho una serata impegnativa perché siccome nel corso della giornata non andiamo in pagina, si accumulano tutta una serie di pezzi da leggere e correggere entro il lunedì mattina quando devo averne pronti almeno quindici-diciotto. Allora, siccome non mi piace trovarmi il lunedì all’alba sommerso di cose da fare, spesso, la domenica sera Angela si addormenta sul divano con la bimba e io mi metto al computer. (a cura di Barbara Bertoncin)


  


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