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Stefano Majnoni, marito di Benedetta Papafava


  
UNA CITTÀ n. 171 / 2010 Febbraio

Intervista a Stefano Majnoni
realizzata da Gianni Saporetti

L'AMICO DI GOBETTI
La storia di Novello Papafava, cattolico liberale, che da giovane soldato riuscì a fornire l’analisi più lucida, tutt’ora valida, della disfatta di Caporetto; amico, oltre che del fondatore della Rivoluzione liberale, di Gaetano Salvemini, di Giovanni Amendola, di Carlo Rosselli che gli chiese di capeggiare il fronte antifascista; il suo tentativo di conciliare liberalismo e cattolicesimo; l’interesse per la psicoanalisi coltivato con l’amico Musatti; la proposta di De Gasperi. Intervista a Stefano Majnoni.

Stefano Majnoni, marito di Benedetta Papafava, vive a Marti, in provincia di Pisa. Ha scritto Una educazione, Marco Lugli Editore, 2003. All’intervista è stata presente anche la moglie Benedetta.
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\r Sentendo parlare di Novello Papafava si resta impressionati dalla sua storia, dalla sua personalità ma anche dal fatto che di lui non si parla mai e i più non ne sanno nulla. Vorremmo parlarne con te, partendo dal fatto che subito colpisce di più: discendente di una delle famiglie aristocratiche più importanti d’Italia, cattolico e liberale, amico e collaboratore di Gobetti, antifascista militante...
\r C’è una "vulgata” secondo cui Novello Papafava, discendente d’una famiglia storica, avrebbe ricevuto una netta educazione agnostica dal padre Francesco (che peraltro perse a soli tredici anni). Questi, anche se nato cattolico ed allevato nella fede, divenne un positivista, uno spenceriano, un darwiniano, nonché amico di uomini di cultura cosiddetti "miscredenti”, come Salvemini, Amendola, Pareto e tanti altri. Fu uno studioso di economia molto apprezzato. Sempre secondo tale "vulgata” Novello s’era formato nella scia culturale del padre (molti amici del quale rimasero legatissimi al figlio) così che le sue posizioni intellettuali giovanili ebbero una decisa impronta laica e liberale. Poi, con il passare del tempo egli avrebbe maturato convinzioni etico politiche più propizie al mondo cattolico (tanto da fargli meritare l’etichetta di cattolico-liberale) così che molti (anche suoi stretti amici) ne conclusero che questo iter fosse dovuto ad una revisione delle sue posizioni giovanili. Revisione determinata soprattutto dal suo attaccamento alle tradizioni, al quale avrebbe dato un forte contributo il suo matrimonio con Bianca Emo Capodilista, sposata a ventitré anni, sua compagna d’una vita e donna di profonda e ragionata esperienza religiosa.
\r A mio avviso ritengo che, anche se nel periodo giovanile egli visse in un contesto fortemente liberale (e ciò gli permise di analizzare a fondo tutti gli aspetti del liberalismo), capì che tra dottrina cattolica e liberalismo, rettamente compresi, c’erano possibilità di intesa anche sotto il profilo teoretico. E capì precocemente i vantaggi che da questa intesa avrebbero avuto sia la vita politica italiana, sia la stessa Chiesa. In altri termini, interpreto la vita di Novello, diversamente da ciò che propone la "vulgata”, come un continuum con varie accentuazioni (più liberale in gioventù, più cattolico ma con molti distinguo nella maturità). Così come avverto l’ampia apertura mentale di Novello nei confronti di tutti coloro che professavano idee filosofiche e politiche le più diverse e lontanissime dalle sue. Perché egli era liberale per davvero! Questa è la "chiave” che ci permette di capire la sua ferma duttilità verso tanti amici dalle diverse culture, tra cui si distinse, appunto, Gobetti. Con lui egli potè, già dal 1922, all’età di ventitré anni, iniziare una fruttuosa collaborazione alla sua rivista "La Rivoluzione Liberale”.
\r Insomma, per condensare questo prologo in una battuta, potrei dire che le tre idee con cui Novello si trovò maggiormente a riflettere per tutta la vita furono il liberalismo, il cattolicesimo ed il cristianesimo, tre idee la cui interazione nel suo pensiero mi piace riassumere così: fu più liberale che cattolico, più cattolico che cristiano, più cristiano che liberale. Una battuta che, pur rimanendo tale, ben rende l’idea della circolarità e della asimmetricità di questo suo continuo confrontarsi con i temi guida della sua esistenza.
\r Novello partecipò giovanissimo alla prima guerra mondiale e ne scrisse. I suoi saggi sulla rotta di Caporetto e la vittoria a Vittorio Veneto furono giudicati assai importanti...
\r Novello Papafava si arruolò volontario nel 1917, a 18 anni (era nato il 1° di giugno del 1899 e apparteneva perciò alla leva dei "ragazzi del 99”) come aspirante sottotenente nel 24° reggimento di artiglieria di campagna e fu mandato sull’Isonzo quasi in concomitanza con la rotta di Caporetto (25.10.1917). Il suo reparto fu costretto infatti ad un immediato ripiegamento dall’Isonzo al Grappa e dal giugno 1918 è sul Piave.
\r Egli chiese di essere trasferito alla 36ma batteria di montagna alle dipendenze della 2° Divisione del C. d’A. d’assalto e in un episodio fu decorato con medaglia di bronzo al V.M.. Poi il suo reparto attraversò il Piave il 29.10.1918 nell’avanzata anticipatrice della vittoria finale che seguì pochi giorni dopo. Ecco, in due parole, la storia della sua guerra cui partecipò con grande slancio determinazione e soprattutto coscienza. Modalità su cui conviene insistere per capire le ragioni ultime della sua posizione nei riguardi della prima guerra mondiale.
\r Novello, va detto subito, era convinto della necessità per l’Italia di abbandonare il neutralismo e di scendere in campo accanto alle potenze dell’Intesa. Alla base di questo suo convincimento si colgono spinte storico-ideologiche. Egli era uomo del Risorgimento e aveva ereditato da suo padre questo sentire. Ci sono testimonianze di sue giovanili escursioni nelle zone di confine con l’Austria, nel corso delle quali avvertiva una concreta minaccia all’Italia (ma soprattutto al suo Veneto) della potenza asburgica, una forza minacciosa per il solo fatto di essere così prossima e di godere di indubbi vantaggi strategici. Ma agivano in lui anche considerazioni storiche, il fatto che dopo la sfortunata terza guerra d’Indipendenza molte questioni erano rimaste sospese tra Italia e Austria, a cominciare dalle terre irredente. Ed erano questioni che urgevano di essere risolte. Non a caso egli parlava della Grande Guerra come quarta guerra d’Indipendenza. E poi c’erano anche altri motivi, non meno importanti, a favore dell’intervento, quelli che facevano riferimento alle idee democratiche da Novello condivise. Tra queste l’obiettivo di garantire a tutti i paesi del mondo l’autodeterminazione dei popoli, da cui la necessità di dare una spallata alla Triplice, bastione reazionario e ultimo caposaldo di regimi illiberali (ricordiamoci che Novello era amicissimo di Salvemini e assai vicino al suo modo di pensare). Concludendo si può dire che il suo interventismo fosse sostenuto tanto da una forte motivazione patriottica, quanto da un’altrettanto forte motivazione liberal-democratica, così da poter essere iscritto nella categoria degli interventisti democratici.
\r Ma la passione con cui Novello partecipò alla guerra è, a mio avviso, ben poca cosa rispetto alla passione intellettuale con cui cercò di spiegarne gli eventi cruciali. Non ancora congedato (era stato assegnato dal dicembre 1918 al marzo 1919 all’Ufficio Armistizio e Confini del Comando Supremo, alle dipendenze del Maggiore Ferruccio Parri, luogo ideale, aggiungo, per raccogliere informazioni militari di prima mano) scrisse i suoi primi due saggi dedicati alla disfatta di Caporetto. Essi apparvero nel 1919 ne "L’Unità” (la rivista di Salvemini), a firma N.P. (aveva poco più di vent’anni e non erano trascorsi due anni dal drammatico evento).
\r Nella pubblicistica di Novello, Caporetto fu un tema ricorrente. Fu una tragedia italiana e personale ch’egli rincorse per tutta la vita, aggiornandola e commentandola a ripetizione (si pensi che le ultime riflessioni su Caporetto le fece alla vigilia della morte, avvenuta nel 1973). E appaiandola alla vittoria di Vittorio Veneto, sostenne la tesi che l’una fosse legata all’altra come la storia d’un italico riscatto (tesi contestata da altri storici). Ma Novello fu, soprattutto, il primo a dare della disfatta una nuova versione con cui confutava le tesi ufficiali asserite a ridosso dell’evento (quella cadorniana della viltà del soldato italiano e quella reazionaria della disgregazione del fronte interno ad opera delle forze politiche pacifiste), sostituendole con una documentatissima storia di clamorosi errori tecnici da parte del Comando Supremo. Essi furono la causa prima del disastro. Scoprì, insomma, che la tragica rotta dell’esercito italiano era stata causata da mancanze dei massimi comandi non dai soldati né dalla stampa sovversiva. Vale a dire che i responsabili erano al vertice dell’esercito, in un luogo dove di solito le indagini critiche non hanno accesso e non, come si voleva lasciar credere, alla base.
\r Due anni dopo la prima pubblicazione (cioè nel 1921) Novello diede alle stampe una versione più completa del suo saggio, sotto il titolo di "Appunti militari”, oggi introvabile, in cui, confermando le sue tesi, le integrava con proposte riguardanti la riforma dell’esercito suggeritegli da sue antiche e recenti esperienze militari e politiche. Si cita questa nuova edizione perché il prefatore, Aldo Valori, specialista di questioni militari, fa un interessante commento sulle doti di storico di Novello che mi sembra illuminante riportare (come già fece, a suo tempo, Norberto Bobbio nel capitolo dedicato a Novello Papafava nel suo volume Italia fedele, il mondo di Gobetti): "Quel che più mi piace negli scritti di Papafava è il suo atteggiamento antiretorico. Trovi in lui la vera mentalità del giovane intelligente e attento che non si lascia illudere dall’apparenza dei fatti e tanto meno dal suono delle parole, ma vuole vedere dentro la realtà e vuole scoprire soprattutto il nesso degli avvenimenti”.
\r L’evidenza delle prove con cui Novello dimostrò le sue tesi, l’autorevolezza del commento citato (e di tanti altri che sarebbe lungo citare) fecero la fortuna del testo di questo sconosciuto giovane storico. Un testo che da quel momento divenne uno dei capisaldi della storiografia su Caporetto.
\r Quali furono le reazioni di Novello negli anni turbolenti che seguirono la fine della guerra? Egli fu a Fiume con D’Annunzio da cui, però, prese le distanze quasi subito. Se ne può sapere qualcosa di più?
\r Prima di rispondere per esteso alla domanda, vorrei meglio inquadrare la personalità di Novello, uomo di studio ma anche dalle molteplici e vivaci relazioni sociali. Se la sua capacità di andare al fondo dei problemi che culturalmente lo appassionavano non fece di lui un mero intellettuale, uno studioso appartato, questo lo si deve al fatto che, nato per vivere nella società, s’impegnò a conoscerla più a fondo proprio grazie ai mezzi che la cultura gli dava.
\r Preso tra due passioni, le integrò una con l’altra, con ciò evitando sia ogni caduta nel dilettantismo culturale, sia nel falso prestigio social-mondano.
\r Intendiamoci, il contesto in cui Novello fu educato fu uno di quelli in cui la cultura (nel senso più ampio del termine, quindi anche politica) e la raffinatezza erano di casa. Egli visse fin da bambino in un ambiente dove esse furono sempre alla sua portata. Certo la morte del padre che lo colpì a tredici anni, fu per lui un dramma, anche se la madre ebbe l’abilità di conservare intorno a lui le amicizie più vere che si strinsero intorno all’allora giovinetto Novello e alla sorella Margherita di qualche anno maggiore. Il padre morì nel 1912 a Firenze, dove la famiglia risiedeva, morì quindi tre anni prima che l’Italia entrasse in guerra. In quegli anni Novello, allora studente ginnasiale e dalle amicizie politicamente ben connotate (era amico, tra gli altri, dei Rosselli, dei Cividalli…), stava maturando il proprio interventismo irredentista e democratico. La sua curiosità, la voglia di acculturarsi, la sua sveglia intelligenza fecero il resto. Trasferitosi con la famiglia a Padova nell’imminenza della guerra, Novello frequentò con successo il liceo in un istituto locale ottenendo la licenza liceale all’inizio del 1917, poco prima di arruolarsi.
\r Fu proprio durante gli anni di liceo che rimase folgorato (così riferiscono testimonianze famigliari) da Kant, di cui lesse tutta l’opera a sedici anni. Ne citava spesso lunghi brani a memoria, facendoli precedere dall’annuncio: "Come l’amico Immanuel diceva…”.
\r Non ci sono dubbi: la sua vocazione agli studi filosofici nacque allora e fu un evento spontaneo, di quelli che non lasciano dubbi sulle proprie scelte professionali.
\r Poi la guerra (di cui si è succintamente detto), più di un anno e mezzo di servizio militare, la gran parte di quel tempo trascorsa al fronte; poi lunghi periodi di licenza per motivi di studio perché il vero congedo arrivò solo nel 1920. Nel frattempo si era iscritto al corso di laurea in lettere e filosofia (fine 1918) a Padova, esattamente dopo un anno in cui, tentato dagli studi giuridici, aveva deciso di seguire anche il corso di laurea in legge (vi si era iscritto, sempre a Padova, alla fine del 1917).
\r Apro una parentesi. Apparentemente di difficile interpretazione, l’oscillazione tra questi due indirizzi di studio (cui pose fine la scelta di seguire solo il corso di laurea in lettere e filosofia) ha, ex-post, una sua spiegazione. Novello, che era filosofo nato e realista di pensiero, avvertiva e in seguito avvertì in modo sempre più fermo e forte, la necessità di impadronirsi della conoscenza giuridica. Era consapevole che ogni istituzione, per reggersi, farsi capire, vivere e difendersi aveva la necessità di darsi strutture legali. Conoscere una istituzione, significava conoscere la storia dell’ordine giuridico che si era data ed il perché. Non a caso egli, nell’ultima parte della sua vita, si immerse nello studio del diritto canonico, per cercarvi il germe liberale che, intuiva, viveva nascosto nelle pieghe delle formalità giuridiche della Chiesa. L’essersi iscritto per un anno al corso di laurea in legge sostenendo vari esami, non era quindi un capriccio. Chiusa la parentesi.
\r Novello si laureò il 22 maggio 1922 in filosofia con il massimo dei voti discutendo una tesi sulle "Antinomie dell’idealismo assoluto”, relatore il prof. Troilo. Tesi che ripresa e rielaborata dallo stesso Novello, fu poi pubblicata anni dopo (per l’esattezza nel 1930) con il titolo L’idealismo assoluto. Considerazioni. Essa esprime il totale dissenso dell’autore nei confronti dell’idealismo attualista gentiliano. Le date sono importanti. E se nel 1922 Gentile era solo un importante filosofo che aveva aderito al fascismo, nel 1930 era già stato ministro, aveva realizzato la sua riforma scolastica e rimaneva politicamente uomo di potere.
\r Novello trovò comunque, in questi suoi anni prevalentemente dedicati allo studio, il tempo (non molto in verità: un paio di mesi) per partecipare all’avventura fiumana con D’Annunzio, che occupò Fiume il 12 settembre 1919 alla guida di un reggimento di granatieri. Fu una decisione sui generis, difficilissima da spiegare, tanto lontana era dalla visione di un interventista democratico (visione che in quel frangente fu messa a dura prova dalle idealità dannunziane). Ma, riflettendo sulla documentazione accessibile, si scopre che, sì, ci potranno essere state spinte psicologiche generazionali a fargli prendere quella decisione; potrà essere stato determinante il rapporto di affetto e stima verso il suo amico Reina, maggiore dei granatieri e vero artefice dell’occupazione di Fiume, un rapporto che potrebbe avere spinto Novello a raggiungerlo, come fece, dieci giorni dopo che Reina era entrato nella città. Restano comunque alcuni fatti incontestabili: che egli rimase a Fiume solo poco più di due mesi; che in quei due mesi litigò più volte con D’Annunzio il quale, nel congedarlo, gli si rivolse con il suo ridondante linguaggio di Vate: "Lei Papafava è un loico poco atto alle opere di fervore” (testimonianza scritta dalla madre); che in quei due mesi egli fece la spola tra Fiume e il generale Badoglio (acquartierato ad Abbazia con le truppe regolari) che conosceva personalmente e con cui cercava punti di mediazione per una rapida soluzione della crisi (sempre testimonianze della madre). Ma c’è un’altra importante precisazione del suo amico Umberto Morra, il quale c’informa che Novello diceva che a Fiume c’era stato, sì, ma a far da pompiere.
\r In altri termini, il compito autoimpostosi da Novello, allarmato dalle conseguenze che l’atto di forza di D’Annunzio avrebbe potuto avere, era quello di tentare il tentabile se non l’impossibile per raggiungere, al più presto, una soluzione accettabile dalle parti. A me sembra che questo fosse l’animus con cui Novello prese la decisione di raggiungere D’Annunzio e Reina a Fiume, convinto (senza alcuna presunzione) di avere qualche buona carta politica da giocare grazie alle buone introduzioni di cui godeva.
\r Poi, resosi conto che la sua opera di mediazione non avrebbe avuto alcuna possibilità di successo, e che l’azione di D’Annunzio avrebbe assunto più che mai connotati eversivi, si ritirò in buon ordine a fine novembre 1919 (ricordiamoci che d’Annunzio fu stanato da Fiume dalle truppe governative il 25 dicembre 1920). Vale anche la pena di ricordare che Novello scontò per il suo atto d’insubordinazione qualche mese di carcere militare.
\r Ma per chiudere con una nota di colore l’avventura fiumana di Novello, vorrei ricordare la testimonianza di un giornalista/musicista polacco, anche lui al seguito del Vate, ma meno di questi esibizionista. Si chiamava Kochnitzky e anche se era innamorato di D’Annunzio, apprezzava il coraggio con cui Novello sosteneva le sue idee al cospetto del Vate e di platee a lui ostili e rumoreggianti. Con tono vagamente liberty ed estetizzante, Kochnitzky descrive il modo impavido con cui Novello esponeva il suo pensiero politico con un ragionamento necessariamente complesso e di cui gli astanti capivano una cosa sola: ch’egli era fautore di tesi non gradite e che perciò meritava d’essere messo al bando!
\r Il fiumanesimo del resto aveva evidenziato la debolezza dell’interventismo democratico premiando invece quello nazionalista che aveva tratto dall’avventura dannunziana nuovo vigore, nuove indicazioni d’espansione, nuove rivendicazioni. Con ciò allargando la frattura verso il mondo democratico, liberale, socialista e cattolico, associato politicamente, e a torto, ai cosiddetti rinunciatari o, peggio ancora, ai responsabili della vittoria mutilata. In altri termini, cosa risaputa, il fiumanesimo fu l’incubatore della marcia su Roma e del fascismo. E anche se nelle prime elezioni politiche del dopoguerra (novembre 1919) il fascismo non era riuscito a strappare nemmeno un seggio in parlamento, il risultato più grave fu il declino di tutti i partiti d’ispirazione liberale che avevano perduto la maggioranza. Come a dire un declino in cui veri liberali come Novello e tanti altri ci appaiono oggi valorosi combattenti di una battaglia politica ormai senza speranza di vittoria. Ma una battaglia politica perduta non è una battaglia culturale perduta, bene inteso. Perché la speranza d’una visione politica futura e la progettazione di uno Stato diverso da quello esistente sono possibili anche in un clima sfavorevole.
\r Come nacque e si sviluppò l’antifascismo di Novello? Tra i tanti suoi amici dalle idee politiche simili quali furono quelli a lui più vicini e che condivisero con lui i rischi della battaglia politica?
\r Anche se non tutti i liberali furono sempre antifascisti (ci furono poi dei liberali… fascisti!), Novello lo fu sempre, proprio perché liberale nato e convinto. Era un liberale conservatore, moderato, ma il suo conservatorismo non interferì mai sulla concezione che egli aveva della libertà come condizione di vita, essenziale per tutti gli uomini, insostituibile come l’aria. Né interferì mai sulla sua non-relazione con il fascismo da cui la sua condotta e il suo stile di vita rimasero sempre lontani per tutto il ventennio. Se suo padre fu un liberale, pugnace sostenitore del liberoscambismo, che guardava al modello della società inglese con grande ammirazione, per Novello fu il contesto liberale in cui visse a confermarlo nell’idea. Penso ai suoi maestri tra cui spiccano i già nominati Salvemini e Amendola, ai quali fu legato da amicizia e fedeltà mai venute meno. E sul piano della sua generazione, come non ricordare i giovani che vedeva o frequentava quando stava a Firenze, sensibili all’atmosfera politica prebellica, tra i quali Nello e Carlo Rosselli, Piero Cividalli? E poi Lucangelo Bracci-Testasecca (suo cognato, marito della sorella Margherita), Piero Calamandrei, Vincenzo Torraca, Luigi Russo, Nicolò Fancello, Umberto Morra, Giuseppe Prezzolini, Umberto Zanotti Bianco, Guglielmo Alberti, Giulio Alessio, solo per nominare qualcuno degli antifascisti di ispirazione liberale più noti e da lui frequentati. Ad essi vanno aggiunti i fratelli Luigi, Alberto ed Antonio Albertini, Carlo Sforza, Norberto Bobbio, Giacomo Noventa. Tra i cattolici e i cattolici liberali, numerosissimi intorno a lui, ricordo Alcide De Gasperi, Stefano Jacini, Tommaso Gallarati-Scotti, Alessandro Casati, Giuseppe Donati, Guido Gonnella, Arturo Carlo Jemolo e tanti altri. A parte metterei Piero Gobetti, personaggio importantissimo per Novello su cui mi soffermerò un poco, anche perché la loro intesa culturale non era scevra da dissensi e ciò costituiva per ambedue una condizione ideale per collaborare intellettualmente. E, segno della sua disponibilità al confronto con tutti, i suoi legami con personaggi dell’opposizione socialista e comunista. Paradigmatiche furono, tra le tante, due amicizie: quella con Concetto Marchesi e quella con Cesare Musatti, ambedue amici d’una vita.
\r Una parentesi. Marchesi abitava dai Papafava a Padova...
\r Benedetta Papafava. Sì, e ho un ricordo particolarmente affettuoso di Concetto Marchesi, il grande latinista, amicissimo di mio padre che stava nella nostra casa e aveva un appartamento che guardava sul giardino. Lo vedevamo spesso e aveva simpatia per noi. Siccome certe volte facevamo giochi un po’ rumorosi, allora per farci sapere quando c’era e magari desiderava un particolare silenzio, metteva fuori dalla sua finestra una bandiera per avvertirci che lui era lì, se potevamo quindi stare un momento zitti o essere meno rumorosi. Questo ce lo rendeva molto amico, molto alla pari.
\r Io poi ero una pessima scolara, soprattutto in latino, così ogni tanto mi dava delle lezioni che erano veramente buffe, perché lui faceva il mio mestiere, mi metteva davanti un vassoio di dolci e diceva: "Tu mangia questi e io guardo quel che tu dovresti fare”, non perdeva tempo a insegnarmi, giustamente. Però ci voleva bene. Mi ricordo che anche da sposata, quando con Stefano siamo andati una volta a trovarlo alla Camera dei deputati, mi aveva fatto molte feste.
\r Si diceva di Gobetti...
\r Novello sentì non solo la necessità di confrontare le proprie convinzioni con la propria coscienza/esperienza ma anche di illustrarle pubblicamente nei giornali. Il giornalismo colto di allora era uno strumento per l’avvio di discussioni, un luogo d’esercizio alla dialettica. Un mezzo per chiarirsi le idee. Novello, infatti, era attentissimo al riesame del proprio sapere. Certi temi di studio furono nel corso della sua vita ripresi più volte, integrati, portati a completezza. Il vero non è mai stato per lui un punto di arrivo, men che mai una sinecura. Per questo, quando Gobetti (dirò dopo come si conobbero) gli chiederà di collaborare a "La Rivoluzione Liberale” come esperto di problemi militari (la sua fama di storico di Caporetto lo aveva marchiato) lo stupì quando gli propose un articolo di politica dal titolo chiarissimo: "Popolari e liberali”. A Gobetti l’articolo piacque, condivideva l’opinione dell’autore che il Ppi dovesse essere considerato liberale di fondo (questo disse Gobetti in una sua presentazione dell’articolo) e glielo pubblicò nel numero di luglio del 1922 a cui Novello fece seguire qualche mese dopo un articolo su "Caporetto. Il 27° Corpo d’Armata”. Ma l’anno in cui gli articoli di Novello apparvero più numerosi in "La Rivoluzione liberale”, fu il 1923. La bibliografia ne conta ben otto e di vari argomenti politici, i più importanti dei quali mi sembrano i quattro raccolti sotto il titolo "Revisione Liberale I, II, III, IV”, in cui Novello dà conto delle sue tesi liberali. Novello sottolinea che con la parola liberalismo indichiamo sia il liberalismo economico (il cosiddetto liberismo), sia il liberalismo filosofico (che Novello fa coincidere con la sua elaborazione più importante: l’idealismo), sia il liberalismo, che egli definisce solo come metodo politico. E’quest’ultimo tipo di liberalismo che, isolato dai primi due, può benissimo essere praticato da tutti. Ci potrà così essere un liberale che non sia né liberista né idealista, come pure un socialista o un cattolico che siano entrambi liberali. Ad una sola condizione: che, nel confronto politico con cui si cerca di convincere chi non è della stessa nostra opinione, si accetti di farlo per libera persuasione, mai per imposizione forzata. Chi vorrà imporre con la forza un proprio convincimento sarà tutto fuorché liberale. Mentre sarà liberale solo chi eserciterà il suo diritto a convincere chi non la pensa come lui, usando la propria capacità persuasiva.
\r Questo come principio. Naturalmente è necessario che la persuasione libera delle verità da proporre a una comunità sia regolata da opportune procedure giuridiche che consentano a tali verità di emergere e di essere messe in pratica dalla maggioranza che le propone. Contemporaneamente quelle procedure devono garantire una possibile alternanza al potere a chi sostiene altre verità od opinioni.
\r Ma, al di là dalle procedure che regolano l’esercizio della libertà, credo sia importante far notare che il pensiero di Novello sul liberalismo inteso come metodo politico, è improntato ad un concetto di libertà che chiamerei minimalista. Conformemente alla sua filosofia d’indirizzo nettamente realistico-empirica, Novello privilegiava nella libertà caratteristiche pratiche, concrete, strumentali, sociali. Secondo lui la libertà era soprattutto una condizione, più un mezzo che un fine e il liberalismo "soltanto una teoria che riguarda il problema della convivenza sociale”. Questa libertà così detronizzata, anzi riportata in terra dal cielo dove era stata posta (la religione della libertà), diventava "un bene” alla portata di tutti, anche se, per essere concretamente applicabile, necessitava di essere costituzionalmente disciplinata.
\r Mi sono limitato a riportare qui solo il testo contenente il punto cruciale dei quattro saggi e il più pressante. Quello che esprimeva un’idea di libertà a cui tutti potevano e quindi dovevano accedere. Il potere cercava invece di impedirlo in quanto la libertà non era considerata una necessità, "un bene” per i cittadini. Era, infatti, il 1923, l’Anno 1° dell’Era Fascista.
\r La lenta (non poi tanto) progressione verso la Dittatura, la cui nascita è convenzionalmente fissata il 3 gennaio 1925 con l’approvazione delle leggi che abolivano tutte le libertà civili, era cominciata con la marcia su Roma, nell’ottobre 1922.
\r Qualche giorno prima di quell’evento apparve nella "Rivoluzione Liberale” del 25 ottobre del 1922 un articolo di Gobetti polemicissimo verso Prezzolini che, sempre nella "Rivoluzione Liberale”, circa un mese prima, di fronte alle tensioni tra fascisti e antifascisti, aveva scetticamente delineato una propria posizione d’indifferenza verso le due parti. E aveva proposto a Gobetti la formazione di una società degli Apoti (di coloro che cioè non "la bevono”). Nella sua risposta seria e irritata, Gobetti scriveva: "… Di fronte a un fascismo che con l’abolizione della libertà di voto e di stampa volesse soffocare i germi della nostra azione formeremo bene, non la congregazione degli Apoti, ma la compagnia della Morte. Non per fare la rivoluzione ma per difendere la rivoluzione. Mi scrive Papafava dalla Germania le stesse cose; per una possibilità di tal genere, dice, è pronto a ritornare per menar le mani; vedete, noi sappiamo benissimo che fare…”.
\r Questo riconoscimento a Novello con cui Gobetti non si era ancora incontrato di persona (anche se la collaborazione al giornale era già in atto da inizio anno), testimonia la considerazione che Gobetti aveva per lui, mentre i ricordi che Novello aveva per l’intellettuale torinese, di cui citava spesso il brano citato, ci rammentano quanto egli la ricambiasse.
\r In una intervista pubblicata postuma, Novello, per parlare di Gobetti, citava la lettera appena riportata e la commentava dicendo che tali parole esprimono bene il suo carattere. E aggiungeva che i suoi "motivi profondi di amicizia e di ammirazione” per Gobetti erano: "chiarezza e rapidità nell’intuire e determinare i problemi essenziali di un momento storico e schiettissimo disinteresse e coraggiosa decisione nell’agire in proposito, anteponendo il dovere di non eluderli alla fiducia di risolverli…”.
\r Ma molto interessante è, a mio avviso, il giudizio che i due si scambiavano sul marxismo. Gobetti scorgeva nella classe operaia (soprattutto in quella torinese) un punto di eccellenza della società italiana tale da fargli intravedere in essa il germe d’una élite in grado di fungere da ricambio della classe al potere. In questa concezione, la parte viva del marxismo non era, secondo Gobetti, la concezione economica, così macchinosa e soprattutto, statalista, anti-liberale. Lo era invece il formarsi di una nuova élite che si afferma e sostituisce la vecchia, senza grandi teorie, ma grazie a una concezione antagonista e agonista della storia di netta impronta einaudiana. Cioè chiaramente liberale. Novello è d’accordo solo in parte con questo pensiero. Ritiene infatti che "… la svalutazione della dottrina economica nel quadro complessivo del pensiero marxista conduca a gravi equivoci teorici e pratici…” (eppure ho sentito più volte Novello sostenere che se il marxismo era economicamente un’assurdità, politicamente era una cosa seria. Quasi un ricalco del pensiero di Gobetti!). In cosa consisteva allora la diversità di pensiero tra Gobetti e Novello? Delle molte differenze mi soffermerei su una. Mentre Gobetti crede che la spinta innovativa della storia non può essere legata e impedita da regole (anche quelle che difendono la libertà sono pur sempre regole), Novello crede che la difesa della libertà non ne possa fare a meno proprio perché la libertà non è, per lui, un valore assoluto ma solo un bene da tutelare. In altre parole al rilievo che Novello dà al momento giuridico del liberalismo, necessario alla difesa dello Stato liberale, Gobetti oppone la infinita capacità elaborativa che nella libertà vede stabilirsi tra coscienza e politica. Non a caso Gobetti era un idealista crociano, Novello un realista cattolico. Il primo un rivoluzionario ottimista, il secondo un conservatore pessimista.
\r Per concludere mi piace riportare la conclusione addolorata con cui Novello ricorda l’amico e il suo tragico destino. Un destino che lo ha obbligato a impegnare la sua breve vita nella dura battaglia in difesa delle sia pur modeste libertà costituzionali di voto e d’opinione che un regime ha voluto sottrarre all’Italia.
\r Novello subì minacce personali per le sue posizioni politiche?
\r La minaccia fascista contro tutti gli oppositori si fa operativa a partire dal 1925, l’anno in cui vengono promulgate leggi che tolgono tutte le libertà costituzionali al popolo italiano (in realtà, gli episodi di violenza che già da diversi anni avvengono a danno degli antifascisti culminano nell’assassinio del deputato socialista Matteotti, avvenuto nel giugno del 1924). Da quel momento Novello subì le pesanti minacce che dirò. Prima, però, vorrei soffermarmi sul periodo che va dal 1923 al 1925 nel quale gli oppositori al fascismo, tra cui Novello, cercano di organizzarsi politicamente e parlamentarmente.
\r Il tentativo di Giovanni Amendola di costituire un soggetto politico in grado di rappresentare l’opposizione antifascista trovò Novello subito consenziente. E come prima testimonianza e adesione all’iniziativa ecco un suo articolo, che riproduco in piccola parte, dal titolo inequivocabile: "Il problema costituzionale” pubblicato nella "Rivoluzione liberale” a fine febbraio del 1924. E’ un articolo in cui Novello denuncia, dopo un ineccepibile excursus storico, il vero problema del fascismo. Come si porrà di fronte alla questione costituzionale? Dice Novello: "La gravità della situazione attuale dipende dal fatto che lo stato di fatto non coincide con la stato di diritto. La legge costituzionale è ancora in vigore e il governo è giunto al potere e vi si mantiene con un metodo essenzialmente anticostituzionale ossia con una rivolta armata e con una milizia propria. Solo la monarchia mantiene ancora unito per un filo questo mistero della dualità statale. Ma una simile situazione non potrà durare… O lo stato di fatto si adegua allo stato di diritto o lo stato di diritto si adegua a quello di fatto. O l’onorevole Mussolini rientra con il suo fascismo nella perfetta legalità o deve trasformare la costituzione in senso dispotico…”.
\r Per Valeria Mogavero, studiosa di Novello Papafava (a lei devo molte indicazioni contenute in suoi scritti inediti che molto gentilmente mi ha trasmesso e per questo la ringrazio) quest’articolo è una chiara esposizione dell’idea di Novello di una democrazia che avesse "una pregnante matrice giuridica, fatta di procedure e istituzioni regolative di un conflitto politico, sociale e economico che quando fuoriesce dagli alvei procedurali fissati dalla Costituzione non è più conflitto ma eversione”. E soggiunge: "Quello di Novello è il linguaggio di un antifascismo moderato e legalitario, che in questa preliminare opzione volle racchiudere preliminarmente gran parte della sua forza - il non opporre violenza a violenza, illegalità ad illegalità - ovviamente facendo di quella forza anche il suo limite più vistoso. Ma il moderatismo, il costituzionalismo conservatore non gli impedirono di scrivere… che il sovrano è un re entro il perimetro della costituzione mentre, al di fuori di questi confini, è soltanto un traditore. E lo scrisse a fascismo avviato a trionfare”.
\r Amendola intanto raccoglie intorno a sé tutti gli antifascisti di buona volontà. Si fa promotore di iniziative ponendo le basi per la costituzione d’un partito, l’Unione Nazionale, con l’obiettivo di costituire una forza parlamentare coesa e efficace. Vengono effettuati comizi, promossi appelli alla nazione, come quello con cui si chiede il ripristino delle garanzie costituzionali a cui Novello aderisce. Ci fu poi la pubblica lettera di solidarietà scritta a Giuseppe Donati, direttore de "Il Popolo” (e firmata da moltissimi liberali e oppositori, ivi incluso Novello) che aveva fatto formale denuncia contro il senatore De Bono per il suo coinvolgimento nel delitto Matteotti. La partecipazione a tutte queste iniziative vedono Novello sempre in prima linea; egli è ben noto come antifascista attivo. Tra l’altro egli fa parte della commissione per redigere il programma del nuovo partito amendoliano, contribuendovi con una memoria dal titolo "Democrazia e liberalismo”, pubblicato nella "Rivoluzione liberale” del giugno del ’25.
\r Gli antifascisti si rendono conto che disporre nelle loro file d’un uomo così battagliero e capace, puntigliosamente attento alla chiarezza delle idee per cui si batteva, era una rara opportunità. Di ciò fa testo una lettera che Carlo Rosselli scrive a Novello il 12 giugno del ’23. Ne leggo un brano così come trascritto da Tranfaglia nel suo Carlo Rosselli dall’interventismo a «Giustizia e Libertà»: "Recentemente ho avuto la fortuna di conoscere Sforza. Come ebbi a dire a Lui pure, l’unica consolazione che resta a noi poveri antinazionali (…) è quella di annoverare alcuni uomini di tale valore e carattere che mai la critica avversaria ha potuto riunire. Albertini, Sforza, Salvemini, Sturzo, Amendola, Turati (me lo concedi?), se fossero uniti nella lotta negativa e non continuassero ridicolmente a bisticciare, rappresenterebbero un nucleo di forza veramente enorme, capace, alla lunga di rovesciare qualsiasi avversario. Quel che manca oggi in Italia è un uomo che abbia la possibilità di proporsi e di realizzare l’accordo. Se socialisti, popolari e liberali si intendessero realmente su un programma minimo non solo negativo, ma anche positivo, io credo che le cose precipiterebbero. Tutto sommato mi sembra che una tra le pochissime persone adatte potresti essere tu, per una infinità di ragioni facili ad intendersi: liberale, hai ingresso libero con i popolari, e facilmente potresti servirti delle infinite amicizie personali. Anche Salvemini è del parere che questo accordo è necessario si faccia al più presto”.
\r Si tratta d’una lettera che testimonia la considerazione in cui era tenuto Novello da una persona quale Carlo Rosselli che forse non parlava solo a titolo personale. Vedere in Novello un possibile capo dell’opposizione in quegli anni cruciali dà al suggerimento di Rosselli un rilievo maggiore: egli lo riteneva anche uomo adatto alle emergenze.
\r A conferma del suo accresciuto rilievo politico, aumenta nel campo opposto l’ostilità dei fascisti, soprattutto a Padova. Inoltre essi non potevano tollerare che una famiglia d’importanza storica e molto popolare a Padova soprattutto per il comportamento tenuto durante il recente conflitto, si schierasse con gli antifascisti. Da qui una serie di minacce culminate negli anni 1925 e 1926 in veri e propri assedi a palazzo Papafava e minacce fisiche a Novello. La tradizione orale famigliare, confermata anche dalle ricerche di Valeria Mogavero, mi segnala due episodi del genere, uno del maggio ’25, l’altro del 31 ottobre del ’26. Mentre del primo non si conoscono i moventi, il secondo ha una origine precisa: l’attentato a Mussolini avvenuto a Bologna e attribuito al giovane Anteo Zaniboni che pare fosse innocente ma fu linciato sul posto dagli scherani d’un capo locale. Per l’occasione gli squadristi si scatenarono per tutta l’Italia a caccia di antifascisti e a Padova se la presero ovviamente con uno dei loro maggiori esponenti: Novello, appunto. Il quale, non essendo a palazzo, ma a Frassanelle (villa di campagna dei Papafava) fu avvisato in tempo e fuggì a Milano.
\r Particolari della storia, visti da un’altra angolazione ci vengono dati da Giovanni Ansaldo che a Milano incontrò Novello in fuga, e che nel suo libro (L’antifascista riluttante, memorie del carcere e del confino 1926-27) fa di lui una (non pertinente) caricatura dell’aristocratico fuggiasco per motivi politici. Lo scritto ha però accenti di grande ammirazione per la moglie di Novello, Bianca Emo Capodilista la quale -così continua la storia di Ansaldo- ricevette nella casa di Frassanelle e a notte inoltrata gli squadristi che le fecero le ingiunzioni d’uso: Novello non doveva rientrare più a Padova e che rispettavano lei solo perché donna.
\r Bianca, allora incinta, avrebbe risposto fieramente e con grande dignità. La storia però prosegue e, come succede spesso, si dirama in testimonianze vere e in voci che non hanno avuto il crisma della conferma. Tra le testimonianze vere, questa: a seguito dell’assedio a Palazzo Papafava (dove furono sparati colpi di fucile e solo i carabinieri impedirono ai facinorosi di abbattere il gran portone che dava nell’androne) fu deciso che Bianca Papafava, in attesa imminente del secondo figlio, sarebbe stata ospitata, come poi lo fu, a Roma dalla cognata Margherita Bracci. Ed è per questo che mia moglie a differenza di tutti i suoi fratelli e sorelle è nata a Roma. Curioso: nel suo trasferimento a Roma, Bianca fu accompagnata in treno da tre persone: la madre, l’ostetrica … e un poliziotto (forse per proteggerla dalle ire fasciste!). Tra le voci non confermate, ne segnalo una che riguarda Novello stesso. Egli avrebbe fatto sapere alla questura (tramite persone di fiducia) che si sarebbe trattenuto da sua sorella nella capitale fino al giorno del parto di sua moglie. Ma che si guardassero bene dal mettergli le mani addosso, perché, lo sapessero fin d’ora, egli era armato e si sarebbe difeso.
\r Dopo il periodo acuto, la malattia illiberale divenne cronica. Se dopo il 1926 non ci furono episodi di violenza fragorosa ai danni di Novello, ce ne furono di continui, più sottili, alcuni dei quali lo amareggiarono profondamente. Intanto come persona giudicata politicamente pericolosa, i controlli polizieschi della posta (in arrivo e in partenza) e dei visitatori divennero continui.
\r I sequestri di lettere e di scritti, frequenti. Questa pressione sull’individuo si attenuò solo nella seconda metà degli anni Venti. Ma proprio in quegli anni disavventure patrimoniali si abbatterono su Novello a causa d’un amministratore disonesto. Scoperto da Novello e denunciato, fu messo agli arresti. Ma riuscì, vantando di sapere dove Novello teneva certi documenti politici compromettenti, di ottenere in cambio della delazione la libertà provvisoria, di cui approfittò per espatriare. Fu, per Novello, un grande cruccio che si portò nell’anima per tutta la vita.
\r Con la completa presa del potere da parte del fascismo, si apre per Novello un periodo di grande sofferenza e di silenzio. Puoi dirci qualcosa a riguardo?
\r Novello tacque (nel senso che nulla pubblicò) dal giugno 1925 al 1929. Furono anni duri anche per le difficoltà economiche a cui si è accennato. Non parliamo poi della situazione politica, senza speranze dopo che la dittatura s’era affermata e aveva tolto agli italiani ogni libertà. Lentamente, Novello si riprese e, da studioso quale era, pensò che era giunto il momento di preparare il futuro, il fascismo non sarebbe stato poi eterno (anche se in quegli anni Novello usava dire: "Mussolini pazzo criminale dura molto e finisce male”). E pensò proprio di riprendere il vecchio discorso centrato sul tema della libertà e i cattolici.
\r Il suo rientro come pubblicista avvenne sul tema del giorno, il Concordato tra Chiesa e Stato italiano con un articolo pubblicato in "Studium” nel ‘29 intitolato "La valutazione del Concordato”. Il giudizio che egli dà del Concordato è positivo, nel senso che vede in esso uno strumento idoneo a porre dei limiti, a contenere eventuali aggressività del governo fascista che Novello, ricordiamocelo, sente giustamente figlio della filosofia gentiliana (che aborre) e sulla via di completare la sua trasformazione in stato etico. D’altra parte questa posizione, apparentemente confessionale, non gli fa accantonare per niente quel che già s’era intravisto in un articolo dal titolo "Popolari e liberali” pubblicato nella "Rivoluzione liberale” del maggio 1922. Oggetto di quest’articolo era il Partito popolare, d’impronta cattolica, sceso in politica con il benestare della Chiesa. Novello faceva intuire che la discesa in campo d’un partito del genere non poteva che preludere a una intesa, anche sul piano teoretico, tra dottrina cattolica e liberalismo. Si trattava semplicemente (!) di mettersi alla ricerca di dove e come trovare il punto di congiunzione tra le due weltanschauungen. Da quel momento Novello rivolse la sua fatica di studioso ad approfondire le sue conoscenze teologiche, dogmatiche, giuridiche, al fine di trovare tra le pieghe del tortuoso ragionamento cattolico, quel punto, quel (si direbbe oggi) "recettore” liberale. E lo trovò ! Infatti la strategia di Novello era premiante: egli non voleva confutare tesi cattoliche, ma cercare nelle affermazioni dei Padri della Chiesa, nelle encicliche papali, nelle allocuzioni dei vescovi, asserzioni compatibili con un principio tacito ma implicito al cristianesimo relativo alla buona fede con cui gli uomini (tutti gli uomini) si possono comportare rispetto alle loro credenze e coscienze, anche se non cattoliche.
\r Costretto al pubblico silenzio dalla dittatura fascista, Novello lavorò per svariati anni a questo obiettivo. Seguendo l’utilissimo elenco bibliografico delle sue opere redatto da Elisabetta Barile si può seguire il suo processo di avvicinamento alla meta semplicemente citando la sequenza delle sue opere che partono dal 1931 e arrivano al 1945: "Sull’eresia”; "Fede e buona fede”; "Concezioni filosofiche moderne di fronte alla fede”; "Fede e filosofia”; "Inchiesta sulla fede”; "La libertà delle coscienze”.
\r Il 1945 è appunto l’anno in cui viene pubblicato l’opuscolo "I cattolici e la libertà” di una ventina di pagine in cui viene condensato il frutto d’un quindicennio di ricerche. Un frutto, o meglio, un distillato costituito da due componenti, da due concetti apparentemente indistinguibili l’uno dall’altro, in realtà abissalmente diversi: quello di libertà di coscienza e quello di libertà delle coscienze. Il primo non accettabile dalla Chiesa perché avrebbe riconosciuto alla umana coscienza di essere la suprema autocreatrice della morale, il secondo condiviso dalla Chiesa stessa perché afferma il dovere di ogni persona di comportarsi secondo la sua personale coscienza anche se errante purché in buona fede. Il punto d’incontro tra liberalismo, vale a dire l’uso della libertà come metodo politico, e il cattolicesimo (con il richiamo alla coscienza personale nei termini indicati) viene così raggiunto. Grazie alla passione, e all’intelligente scrupolo di Novello.
\r Sappiamo anche del suo grande interesse per la psicoanalisi...
\r Sì, un profondo interesse, nato in lui probabilmente da necessità. Un interesse verso una "scienza nuova” la cui corretta pratica è determinata da una serie di fattori, primo fra tutti la capacità di vedere e sentire noi stessi come oggetto, come sé. Un modo vincente, anche se a volte rischioso, per diminuire l’ignoranza che abbiamo di noi e, così facendo, diminuire la nostra sofferenza.
\r Novello per una serie di circostanze ebbe la fortuna di apprendere i concetti base della psicanalisi insieme all’amico Cesare Musatti, con cui, nell’immediato primo dopoguerra, seguì all’Università di Padova le lezioni di Vittorio Benussi, psicoanalista di fama, docente di psicologia sperimentale all’Università, e allievo di Freud. Anche se non ci sono testimonianze dirette di Novello come fruitore della psicanalisi (in altri termini, si fece psicanalizzare? Musatti dice nel suo scritto "Il mio mondo giovanile a Padova” apparso su "Belfagor” nell’86, che lui e Novello si sottoposero entrambi ad analisi con Benussi ma, aggiunge, "breve come allora usava”) si può certo affermare che egli s’era impadronito benissimo dei suoi concetti fondamentali e li sapeva applicare con maestria.
\r Fu forse tra i primi a utilizzare concetti e termini della psicanalisi per spiegare fenomeni politici di massa quale il fascismo. Un esempio. Il fascismo poteva essere assimilato a un caso di rimozione. Di cosa? Delle tendenze combattive "scatenate e non esaurite dalla guerra”, come diceva in un articolo molto ben congegnato, sviluppato e apparso su "Il Caffè” del 1 ottobre 1924. Il suo è un linguaggio così preciso da un punto di vista della diagnosi psicologica che conviene darne un piccolo saggio, estratto dall’articolo citato: "Del fascismo si danno moltissime spiegazioni di carattere politico, storico e filosofico. Ma forse la radice di tutte queste anomalie di questo strano fenomeno è una rimozione. Una lunga guerra sviluppa tanto in chi vi partecipa quanto in chi vi assiste delle fortissime tendenze di combattività, di rapacità, di megalomania, di eroismomanìa. Tutta questa immensa e tesissima carica psichica sopravvive alla fine materiale della lotta e così una grande energia privata di resistenze e di appropriato impiego resta completamente libera... credo che Freud definirebbe il fascismo come un fenomeno dovuto a rimozione di libido pugnandi… con conseguente trasferimento di non esauriti istinti bellicosi su oggetti e in situazioni di pace…”.
\r Secondo il solito, Novello conobbe la psicanalisi non da dilettante. Cioè la conobbe a fondo anche se non la mitizzava. Da buon realista, pur approvandone la teoria, la considerava soprattutto un efficace metodo di terapia da adottare in caso di bisogno.
\r Ricordo una sua frase illuminante in proposito: "La psiche umana -diceva- è come una macchina a vapore, una locomotiva che necessita di una pressione continua. Se questa pressione, per varie contingenze, aumenta con il rischio che la macchina salti, l’intervento delle valvole di sicurezza (leggi: la psicoterapia) è indispensabile. Ritengo invece che le valvole di sicurezza devono rimanere ben chiuse se non c’è questo pericolo. Un eventuale allentamento non necessario della pressione psichica può afflosciare il paziente”. Come si vede, la concezione che Novello aveva della psicanalisi era meramente utilitaristica, anche se essa poggiava su una concezione da lui completamente condivisa. Un po’ come il farmaco rispetto alla medicina. Vale a dire, non credeva in un umanesimo psicanalitico, non considerava (o, meglio, non voleva considerare) la psicoanalisi uno strumento di conoscenza se non quello finalizzato alla cura del paziente.
\r Per concludere: dopo la Liberazione?
\r Novello, durante il Ventennio, mantenne la sua palese posizione di antifascista. Con la caduta del regime, l’avvento della repubblica sociale italiana e l’occupazione della penisola da parte dei nazisti, la sua vita a Padova divenne più difficile, tant’è vero che dopo l’Otto settembre fu arrestato dai repubblichini, ma venne lasciato libero dopo una settimana. Egli non partecipò personalmente alla Resistenza pur seguendo da vicino con gli amici di sempre le sorti italiane di giorno in giorno più drammatiche.
\r A Liberazione avvenuta i giochi politici si riaprono. Novello, amico di politici di tutti i partiti (da De Gasperi a Parri, da Sforza a Marchesi), un "ampio spettro” partitico, non chiede né vuole niente. E’ gratificato dal fatto che la sua vita possa riprendere nella pace tra Padova e Frassanelle, con la sua numerosa famiglia. E se C. A Jemolo si scandalizza che non fosse stato nemmeno chiamato a far parte della Consulta Nazionale e sostiene che avrebbe potuto essere un ottimo ministro dell’Istruzione, dell’Agricoltura, della Difesa (vedasi in Novello Papafava: "Scelta di scritti”1920/1966 a cura di A. C. Jemolo e U. Morra) chi si fa vivo è Alcide De Gasperi che gli offre di diventare ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede. Ma, con sorpresa di De Gasperi egli, pur grato, rifiuta. Accettò due soli uffici pubblici. Uno di sindaco di Rovolon, l’altro di grande rilievo quando i liberali parteciparono al governo, di presidente della Rai per il triennio 1961-1963 di cui fu consulente fino al 1971. Fu poi membro di tanti Istituti e associazioni scientifici, presidente delle società Solferino e San Martino.
\r Morì nella sua villa di Frassanelle, sui Colli Euganei, il 10 aprile 1973.

  



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