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UNA CITTÀ n. 141 / 2006 Agosto-Settembre

Intervista a Adriana Musella
realizzata da Pieralberto Valli

SONO RIMASTA IN CALABRIA
Quando Reggio fu scossa da un boato e il padre che era in Calabria per una gara d’appalto... La cortina di silenzio che spesso avvolge le vittime civili. Un impegno, contro la criminalità organizzata, molto difficile. Intervista a Adriana Musella.

Adriana Musella è presidente del Coordinamento nazionale antimafia “Riferimenti”. Oggi i più mi conoscono per il mio impegno nel sociale e come la presidente del coordinamento nazionale antimafia Riferimenti, fondato da Antonino Caponnetto. In realtà la mia storia comincia il 3 maggio 1982, quando in una splendida giornata di sole una potente deflagrazione e un gran boato scossero, come un terremoto, la città di Reggio Calabria, disintegrando la vita di un uomo, un imprenditore salernitano. Il suo nome era Gennaro Musella ed era mio padre. Una micidiale carica esplosiva, l’accensione, la strage: pezzi d’auto e lamiere sparsi qua e là, passanti feriti, palazzi sventrati. Un feroce assassinio su cui è calata una cortina di silenzio. Mio padre si era trasferito in Calabria per concorrere ad alcune gare d’appalto. Si era laureato a Genova in ingegneria navale, la sua impresa di opere marittime era una delle più grandi del Meridione. Lui aveva sottovalutato il rischio Calabria, anche se in una frase che ho ritrovato dopo la sua morte emerge come di quella terra avesse capito tante cose: “La Calabria -scriveva- è una terra amata da Dio per le sue bellezze naturali, ma rovinata dai suoi stessi figli”. Certamente non si aspettava di fare una fine simile. E’ morto disintegrato, fatto a pezzi, mentre cercava di mettere in moto la sua mercedes, e insieme a lui è stata distrutta una famiglia. Distrutta perché oltre al dolore e alla disperazione, siamo stati costretti a chiudere l’azienda, non abbiamo ricevuto alcun aiuto dallo Stato, e siamo andati avanti tra mille difficoltà. Io sono rimasta in Calabria, in una terra non mia, per sfida, perché ho un carattere testardo. Ho deciso di costituirmi parte civile al processo perché ho sempre pensato che se fossi venuta via da quella regione, la morte di mio padre sarebbe stata dimenticata. Le istituzioni, infatti, ricordano i “propri” nomi, e troppo spesso dimenticano quelli dei cittadini. Dopo un primo momento di disorientamento ho sentito la necessità di dare un senso alla mia vita e a quel dolore, comprendendo che altrimenti avrei rischiato di impazzire. Io ero la prima di quattro figli. All’epoca mio padre era sottoposto al pizzo. Parliamo degli anni ’80. Non esisteva Sos Impresa, né Impresa Sicura, niente del genere; lui pagava, ma pagava due volte: alla criminalità organizzata, la mafia della manovalanza e alla mafia della burocrazia, quella degli uffici, quella che per ricatto chiudeva nei cassetti i mandati di pagamento fino a tangente ricevuta. Il delitto di mio padre si deve proprio a quell’intreccio. Lui all’epoca concorreva all’appalto del porto di Bagnara Calabra ed era stato accusato di aver provocato l’annullamento della prima gara per aver denunciato alcune irregolarità. A dirmelo fu l’assessore ai lavori pubblici in persona: “Compagna, suo padre non lo doveva fare”. Ad ogni modo, l’8 maggio dell’82 si sarebbe dovuta espletare, dopo l’annullamento della prima, la seconda gara e l’ultima frase che compare sull’agenda di mio padre si riferisce proprio a quella data. C’è scritto: “Preparare gara a genio civile. ” Il 3 maggio mio padre uscì di casa, mise in moto, e saltò in aria. Dopo l’archiviazione del caso contro ignoti (che ignoti non erano) , i carabinieri del nucleo operativo di Reggio Calabria scoprirono che le offerte della prima gara d’appalto da Milano a Genova a Catania, erano state inviate tutte da uno stesso ufficio postale di Reggio Calabria, nello stesso giorno, con numero progressivo. Vennero denunciate una serie di persone, i capi mafia Nitto Santapaola e Paolo De Stefano, alcune aziende, funzionari pubblici e politici. Con il rapporto dei carabinieri, mi recai al palazzo di giustizia e chiesi la riapertura delle indagini. Ricordo ancora che l’allora procuratore, da buon padre di famiglia, mi disse: “Signora, ma lei non ha capito che deve stare... [ continua ]

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