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L'eccidio di Forlì
Nel 1933 io stavo finendo il liceo, l’era nazista stava iniziando. Di circa 20 alunni ero l’unica ebrea e fino ad allora avevo avuto un buon rapporto con i miei compagni. Essendo brava nei temi in lingua tedesca, e soprattutto in francese e in inglese, ma uno zero in matematica, eravamo costretti ad aiutarci a vicenda. Le cose cambiarono bruscamente dopo il 1933. ...



ricordarsi

UNA CITTÀ n. 89 / 2000 Ottobre

Intervista a Anna Milone
realizzata da Barbara Bertoncin

ERA LI’, DAVANTI A CASA...
L’ospedale di fronte funzionava, il peggio era passato, pioveva, alla tv davano un film con Demi Moore, ma intanto la montagna... Intervista a Anna Milone.

Anna Milone vive a Sarno e fa l’insegnante. La notte in cui la frana ha colpito il paese ha perso il marito, Gaetano Milone. Eravamo in classe insieme, anche se lui era più grande di noi, perché aveva ripetuto. L’anno prima aveva litigato con un’insegnante per difendere una compagna, e così era stato espulso dalla scuola, ma anche quell’insegnante, autoritaria, fascista, una che non ci consentiva nemmeno di respirare, era stata allontanata. Quindi lui fu punito e noi fummo premiati perché non avemmo più l’insegnante. Così quando l’anno successivo arrivò nella nostra classe, era già grande, già famoso, si diceva: “chillo è Gaetano Milone, Gaetano Milone”. Fra di noi era un isolato, era troppo avanti, un contestatore nato, non gli andava mai niente bene, e lui un poco ci disprezzava, diceva sempre: “Questi non capiscono niente”. Noi lo ammiravamo e lo temevamo. Lui sapeva tanto e tanto, era il terrore degli insegnanti, ma studiava poco, solo le cose che gli piacevano, la filosofia, la storia, la politica; non studiava mai la lezione del giorno, veniva a scuola con tutt’altri libri. Infatti quando veniva interrogato era costretto a farsi prestare i libri dagli altri perché lui non li aveva, ne comprava sempre degli altri. Per i libri poi c’era stata tutta una lotta con la sua famiglia perché il padre non voleva che studiasse e non gli dava i soldi per comprarsi i libri, così lui rubava a casa per comprarseli. Pensa che a volte, quando veniva interrogato, anche se non sapeva la lezione del giorno, con quel che diceva riusciva comunque a spaventare gli insegnanti. Un giorno, non mi ricordo in che cosa fosse stato interrogato, ma se ne uscì con paroloni grossi, nomi grossi, e quando venne al posto mi disse: “Hai visto, aggio fatto fesso l’insegnante, perché mi sono inventato”. Erano tutti nomi di critici inventati, non esistevano. E quelli zitti, non dicevano niente perché pensavano che lui ne sapesse più di loro. Questo era Gaetano. Se tu parli con le persone che lo hanno conosciuto ti diranno le stesse cose. Sai a cosa penso spesso? Che io ai ragazzi ripeto sempre: “Noi ci troviamo in un territorio a rischio, in un territorio dove ci sono le frane, dove c’è il Vesuvio…
”, (io insegno a Poggiomarino e là si sente molto di più il rischio del Vesuvio) e invece quella sera non mi sono accorta del rischio, non ho avvertito il pericolo. Questo non riesco a perdonarmelo. Non me ne sono proprio accorta, un po’ perché pioveva, il che m’ha indotto a non uscire per vedere che succedeva, un po’ perché poi, dopo le otto, avevano tolto la luce e staccato il telefono, quindi non abbiamo potuto essere avvisati da nessuno. Intorno a noi iniziava la tragedia, ma noi non sapevamo niente. Poi c’è da dire, però, che nemmeno il Comune, neppure i vigili ci avvisarono. Quando io e Teresa siamo andate lassù, per quella strada, abbiamo incontrato un vigile e sai qual è stata l’unica cosa che ci ha detto? “No, signora, là non potete andare perché si scivola, e domani non potete andare a scuola”, e io a pensare: “L’indomani vedo, casomai cerco un’altra strada e ci vado lo stesso”. A quell’ora la montagna era scesa già a viale Margherita. Insomma c’era stato tutto un gioco, una gara, a non allarmarci e, invece, doveva essere tutto il contrario. Perché poi la luce è stata ripristinata. Ho sentito io il sindaco alle undici e mezzo di sera, dopo il film, che diceva: “E’ tutto a posto, è tutto sotto controllo, state chiusi”. E così io quella sera sono rimasta in casa, chiusa. Vedevo che le persone si preoccupavano, però, ti devo dire la verità, pensavo fossero esagerate. E pure di tutta questa confusione che c’era qui all’ospedale, dei feriti che arrivavano, io non me ne sono accorta, perché , ripeto, sono rimasta chiusa in casa. I tempi della ricostruzione? ... [ continua ]

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archivio
Le tombe vuote

La straordinaria e forse unica esperienza delle Madres de Plaza de Majo, che a partire dal loro essere madri alla ricerca dei propri figli si sono fatte carico di tutti i desaparecidos e, in fondo, del futuro dell’Argentina, a cui sono riuscite a restituire l’onore perduto negli anni bui. Intervista a Letizia Bianchi e a Giannina Longobardi.

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8 maggio 1945

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