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UNA CITTÀ n. 190 / 2012 dicembre - gennaio

Articolo di Bel Greenwood
tradotto da Anna Hilbe

Lettere dall'Inghilterra

Cari amici,
quando avevo 11 o 12 anni partecipai a una recita scolastica. Era un melodramma vittoriano e io interpretavo la parte di un mesto trovatello in una lunga camicia da notte e mi lamentavo degli effetti del "demone del bere” sul mio errabondo padre, un ben identificabile carattere vittoriano interpretato da un alunno di 15 anni. A tutt’oggi non riesco a ricordarmi il titolo del dramma, mi ricordo solo che trasudava sentimentalismo e che io dovevo cantare un "a solo” terrificante che eseguii in una specie di nebbia tenebrosa. Questo aneddoto ammonitore fa parte di una tradizione che si è formata intorno al rapporto disperato e distruttivo che gli inglesi hanno con il bere. Accanto a quelli sedotti dalla produzione della birra ci sono i suoi oppositori, quelli che fanno le campagne contro, i salvatori e gli astemi per principio. Fin da quando è esistito l’alcol, dalle birre medievali (una versione più leggera veniva data ai bambini perché era più sicuro che bere acqua) fino alle forti vodka e whisky dell’Irlanda e della Scozia rurali, sempre ci sono stati i fautori dell’astinenza, e a buona ragione.
Nel 1751, William Hogarth produsse un’acquaforte che intitolò Gin Lane. Raffigurava un’area povera a nord di Covent Garden. Il gin, un liquore chiaro, quasi profumato, era diventata una malattia urbana. Non c’era controllo sulla vendita e, nel 1750, uno su sei dei locali pubblici in questa parte della città vendeva gin. Ad esso si imputò la caduta nel tasso di natalità e un aumento della mortalità infantile, brutalmente rappresentata in quell’illustrazione che ritrae una madre così ubriaca da lasciarsi cadere dalle braccia il bimbo che finisce in un pozzo del seminterrato, destinato a morte certa. Neanche l’immigrazione verso la città riuscì a invertire il progressivo calo della popolazione cittadina. Venne lanciata una campagna e nel 1751 il governo approvò il Gin Act che introduceva la licenza per la vendita al dettaglio. Solo allora si ridusse l’assunzione di alcol.

Più tardi, nell’età vittoriana, i più noti guerrieri contro l’ubriachezza e l’abiezione si strinsero nei loro ranghi da combattimento. L’Esercito della Salvezza era un’organizzazione della Chiesa protestante fondata nel 1865 e non temeva di condurre la sua battaglia nel cuore del campo nemico. Vendeva il proprio giornale, "The War City”, nei locali pubblici, su e giù per il paese, e lo fa ancora oggi. All’inizio questi soldati di Dio cercarono di aiutare quelle persone che appartenevano allo strato più basso della popolazione, sotto la soglia della società rispettabile: le prostitute, i senzatetto, gli ubriachi. Sono passati quasi 200 anni e l’Esercito della Salvezza continua a portare avanti il proprio impegno sociale nelle strade per cercare di alleviare questi mali.
Il Natale appena passato e l’anno nuovo sono un momento importante per l’"Industria del Bere”; quelli che abitualmente non toccano neanche un goccio, berranno un po’ troppo sherry con la torta di frutta secca. Se durante tutto l’anno nella credenza non si trova neanche una bottiglia di whisky, per le feste di Natale una bottiglia farà la sua comparsa. E si berrà un sacco, nonostante la crisi finanziaria e forse a causa di essa. Avere qualcosa da bere nel pub locale, accanto a un bel fuoco, è diventato un lusso quotidiano secondo un re della birra; uno dei pochi settori che registrano un miglioramento delle vendite nel mezzo della tetraggine economica, con Marston’s, Mitchell & Butlers, Young’s and Fuller’s che rendono noti profitti crescenti.
Questo potrebbe dipendere anche dal costo di una pinta di quel liquido dorato nel suo tarchiato bicchiere con la testa schiumosa che costa una sterlina in più di quanto ne costava nel 2001, con un aumento medio annuale del 4.2%, più le tasse.
Ci si poteva aspettare che questi aumenti avessero un impatto sulle grandi bevute, specialmente fra i giovani, invece ha colpito soprattutto i pub: a marzo di quest’anno chiudevano al ritmo di 29 al mese (anche se ultimamente la media sta calando).

Farsi delle bevute assieme fra i minorenni -questa cultura dell’oblio- rappresenta ancora l’ambizione diffusa fra i giovani. Ma quello che li aspetta saranno piuttosto serate da soli in casa, davanti alla tv con un pacco da sei, perché il prezzo dell’alcol è basso nei supermercati e alto nei locali pubblici. Insomma costa meno bere in casa da soli. La condivisione, lo stare assieme, le risate e la voglia di scherzare sono attualmente inibite dagli affitti alti e dagli alti prezzi. Di questo passo, nel 2018 una pinta costerà quattro sterline. Non si tratterà più di un lusso quotidiano, bensì di un lusso impossibile.
Nel negozio vicino a casa mia, dove la birra ha un prezzo ragionevole (e il vino no), dietro al banco lavora un giovane di 19 anni. Ci scambiamo battute scherzose su come se la cava al mattino dopo la notte precedente, perché molto spesso al lavoro ha la nausea, si sente male, ha quelle vampate di rossore tipiche di chi ha passato la notte a bere. "Non ti dico quanto ho bevuto ieri sera” dice. "Ieri sera ho speso cento sterline”. Beato lui, penso, che ha cento sterline da buttare. "Non ho dormito quasi niente”, aggiunge, prima di andare a dormire a casa dalla mamma. è una cosa che accade tutte le settimane: uscire con gli amici e ubriacarsi è un tipo di vita che non si discute. è quello che si fa.
Lui ha cominciato a bere forte a 14 anni, ma ci sono moltissimi bambini più piccoli, anche di otto anni, che bevono. I casi di bambini ricoverati in ospedale per problemi connessi all’alcol sono aumentati considerevolmente. I ricoveri in ospedale di giovani sotto i 18 anni sono i più alti da quando si è cominciato a registrarli; la media settimanale dell’alcol assunto dai ragazzini dal 1990 è raddoppiata.
In una ricerca indipendente sui giovani che bevono, Mark Bellis, direttore del Center for Public Health at Liverpool John Moores University, ha dichiarato che "il numero di minorenni ospedalizzati per problemi dipendenti dall’alcol è notevole, ma è solo la punta dell’iceberg. Molti più bambini vengono ammessi per problemi non collegati all’alcol. I ricoveri includono tutto: dall’essere stati coinvolti in atti di violenza a gravidanze di adolescenti”.
Il problema non è solo l’impatto sulla salute di corpi giovani, che sta portando a una epidemia di morti dovute a malattie del fegato, in giovani uomini e donne fra i 20 e i 30 anni, ma è la miseria che sta dietro il desiderio di perdere il controllo, che è all’origine del comportamento dei bambini coinvolti in violenze, disordine pubblico, sesso non protetto.

Chiedete ai giovani perché cominciano a bere e finiscono così ubriachi da non riuscire a camminare, che crescono sotto l’influsso della vodka e finiscono alcolizzati. Risponderanno che si annoiano e che per loro non c’è niente da fare. Sembra strano in un’epoca di intrattenimento di massa, ma forse all’origine c’è proprio quella cultura: quando il contatto con la comunità è stato tagliato e si è perso il piacere di fare cose semplici, come giocare a ping pong, incontrare gli amici e fare qualcosa in compagnia, quando si sente di non avere uno scopo e di essere considerati solo per quanto si consuma... Ubriacarsi, volersi perdere così completamente, è un atto di odio verso se stessi. L’assunzione di alcol da parte di minorenni ha un prezzo terribile perché il loro cervello si sta ancora sviluppando e il bere pesantemente nell’adolescenza può portare a difficoltà di apprendimento più tardi nella vita.
Non è Gin Lane ma è nel quartiere.
 

© Belona Greenwood 2011
(traduzione di Anna Hilbe)


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